Edizione 2011

Le rondini di Montecassino, Helena Janeczek, Guanda 2010

CAPITOLO PRIMO

Prima della Battaglia

Milano piazzale Dateo, Segrate, autunno 2007

Moi padre è stato a Montecassino, ha combattuto nel Secondo corpo d’Armata polacco, con ilgenerale Anders. È stato ferito vicino a Recanati, risalendo l’Adriatico fino a Bologna. Era in unacasa colonica in convalescenza quando ha conosciuto una ragazza marchigiana. Mia madre, laragione per la quale è rimasto in Italia. L’Italia, il motivo per cui, trascorsi più di sessant’anni. Ho dovuto fare lo spelling del mio cognomeal telefono. Sentendolo ripetere, il taxista mi ha appena chiesto se per caso sono polacca, come lui. << Lo sapeva che i soldati polacchi, se sposavano un’italiana, perdevano il premio della cittadinanzache gli inglesi avevano dato a chi li aveva sempre aiutati contro i nazisti? >> domando, mentre infondo alla strada già vedo il cavalcavia che segna la fine di Milano.No, non lo sapeva. I polacchi in esilio sono emigrati con le loro mogli nei più lontani angoli del mondo, dall’Argentinaall’Australia, gli racconto. In Italia, dopo la guerra, sono rimasti in pochi, circa duecento, oltre aimille sepolti ai piedi dell’abbazia benedettina. Per mezzo secolo quei pochi reduci hanno curato ilcimitero, hanno trasmesso il ricordo della battaglia, hanno mantenuto vivo il legame con la Polonia. << Ci è mai stato? La conoscete ancora Czerwone Maki na Montecassino in Polonia? >>La giornata era cominciata male, treno in ritardo, taxi per arrivare in tempo, discussione con ilgestore di telefonia, ma sembra stia volgendo verso il meglio. Quando siamo in via Corelli, milancio nella canzone dei papaveri rossi a Montecassino, seguita nel ritornello dal taxista. << Do widzenia! >> lo saluto mentre arrotondo più del solito e mi avvio verso l’ufficiocanticchiando. Sarebbe potuta andare così quella mattina d’autunno, se tutto questo mi fosse venuto in mente. Manon ho mai raccontato al taxista che mio padre ha combattuto a Montecassino. Gli ho solo detto cheveniva dalla Polonia e non importa più che altro, qualsiasi cosa potesse colmare le sue domande: <<Di dov’è suo padre? Da quando è in Italia? Ha ancora parenti in Polonia? Dove vivono? Vi vedetequalche volta? Come mai il polacco non lo parla? >>Arrancavo dietro risposte credibili, pagavo con la goffaggine delle bugie estemporanee che fossestata veritiera la mia prima replica. Mi ero solo attribuita una madre italiana per giustificare lascarsa conoscenza del polacco, ma non avevo calcolato le altre domande. Così mi ci impigliavodentro, rispondendo mezze verità e scoprendo che l’invenzione riesce male quando sgorga dallacostrizione, che le menzogne nate per caso sono brutte. Forse l’uomo che me le aveva cavate fuori,nemmeno se n’era accorto, soltanto io lo notavo. Notavo quanto fosse abissale il divario fra quel cheraccontavo e quel che nascondevo, quanto fragile lo scudo di parole che mi ero posta dinnanzi senzaalcun vero bisogno. Sarebbe bastata una sola parola – Montecassino – per apparire ai suoi occhi integralmente bardatadi armi e uniforme. Sarebbe bastato che conoscessi davvero la canzone dei papaveri rossi e nonl’avessi solo ascoltata in un filmato sulla conquista polacca dell’abbazia in rovine, interpretata dallavoce tenorile di Adam Aston, già prima della guerra popolarissimo. È immortalato in pellicoleromantiche dove l’eroe prende la mano dell’eroina sulle note languide di un tango intonato dalsignore in frac al centro dell’orchestrina zingara. Sarebbe bastato aver saputo che al secolo sichiamava Adolf Leowinshon, era un ebreo nato a Varsavia, finito in un teatro di Leopoli ne ’39, perpoi lasciare l’Unione Sovietica nel ’42 con l’armata del generale Anders. Ma il più grande contributopatriottico l’aveva dato incidendo la canzone in memoria dei suoi compagni caduti fra i papaveri,nel 1944, a Roma. Anche mio padre cantava bene ed era un ebreo polacco: come mia madre, i miei nonni, i miei zii,tutti i miei familiari rimasti, si, in Polonia, però da morti. Era questo che non volevo rivelare altaxista incuriosito, a maggior ragione quando ho saputo da dove proveniva.Kielce: città natale dello scrittore Gustav Herling, ex-deportato nel Gulag sovietico, ex-militare delSecondo Corpo d’Armata, reduce di Montecassino. Avrei potuto fare questa associazione, al taxista,invece quel nome di città mi evocava solo qualcos’altro. Kielce: luogo del primo grande pogrom del dopoguerra, mattanza di un’ottantina di ebreisopravvissuti che fece prendere ai miei genitori la decisione di abbandonare per sempre la Polonia. Anche mio padre, come il celebre cantante Adam Aston, portava un nome diverso da quello con cuiera nato. Ma non si trattava di un nome d’arte, bensì di uno che gli era servito per sopravvivere. Se l’avesse deposto per riprendersi il suo nome ebraico, il polacco di Kielce non mi avrebbedomandato nulla sul taxi. Ma il nome falso di mio padre è il mio cognome. Con quello sono nata e cresciuta, ne ho spiegatomille volte l’origine, e finisco spesso scambiata per immigrata, per badante, persino per donna facileperchè in Italia, oggi, porto un cognome slavo. Come posso considerare falso qualcosa che mi ha impresso il suo marchio? Come può esserlo quelnome a cui mio padre deve la vita e io la mia? Che cos’è una finzione quando si incarna, quandodetiene il vero potere di modificare il corso della storia, quando agisce sulla realtà e ne vienetrasformata a sua volta? Cosa diventa la menzogna quando è salvifica?E quali storie, mi domando infine, posso narrare io di fronte a questo? A quale invenzione possoricorrere essendo testimone in carne ed ossa che fra il vero e il falso, fra la realtà e finzione, corretalvolta il confine labile che separa la vita dalla morte? Che cosa posso raccontare sapendo che, afronte di un’esistenza conservatga grazie a un documento falso, si spalanca una vertigine di nomiveri, di nomi dimenticati, di nomi perduti, di nomi scomparsi: famiglie sterminate fino all’ultimo,civili di ogni nazione ridotti a ceppi neri dai bombardamenti, corpi esplosi sino all’irriconoscibile, cadaveri mai recuperati dai luoghi di battaglia, militi ignoti. Io, Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera, residente da oltre vent’anni in Italia, di originepolacca perché i miei genitori ebrei venivano dalla Polonia e ancor pi perché porto un nome slavo,un giorno d’autunno, senza cercarlo consapevolmente, ho trovato un luogo: un angolo di mondo chesi è rivelato molto più di un pretesto per rimpiazzare una sequela di bugie sgraziate con una storiatanto mitica per chi l’ascolta che troncherebbe ogni domanda. Al centro c’è un’abbazia: il primo monastero d’Occidente, distrutto quattro volte. Sotto, a pochipassi, il cimitero polacco. Più a valle, appena fuori Cassino, quello del Commonwealth. I tedeschisepolti a Caira, gli americani ad Anzio, i francesi a Venafro, gli italiani a Mignano – Monte Lungo.Soldati morti durante la Campagna d’Italia e soprattutto nella Battaglia di Montecassino, che è ilnome con il quale si riassumono le quattro offensive alleate durate dal gennaio al maggio del 1944.l’abbazia è stata ricostruita, lasciando scorgere le fondamenta di un tempio romano portate alla lucedalle bombe, lo spuntone su cui si erge è coperto da un verde fitto che nasconde gli ultimi residuatibellici. Solo i morti sono pi di quanti riposano nei sacrari vicini: oltre trentamila. Trentamila sumilioni. Milioni di uomini risucchiati dai luoghi pi remoti e vomitati nell’imbuto di una vallecircondata di montagne. Fra loro c’era un cugino di mia madre: Dolek Szer. Forse vi aveva combattuto anche un caro amicodi famiglia: Emilio Steinwurzel. Entrambi nel Secondo Corpo d’Armata. Ma solo da qualcuno comeil taxista di Kielce ci si può aspettare che sappia che i polacchi hanno partecipato alla liberazionedell’Italia. Nessuno si cura di menzionare nemmeno canadesi e neozelandesi quando vengononominati gli anglo-americani, o << americani >> e basta. Sono persino dimenticati gli stessi italianiche parteciparono alla guerra alleata nelle formazioni regolari dell’esercito, non come membri dellaresistenza. Quindi non desta stupore che quasi nessuno ricordi pi gli indiani, i nepalesi, i maori, glialgerini, i nippo-hawaiani, i brasiliani, i senegalesi, gli ebrei venuti dalla Palestina venuti con laJewish Brigade, e tutti gli altri soldati del mondo intero che sono finiti in Italia. E hanno combattutoin Italia, in Italia spesso sono morti, perché il vortice che li ha inghiottiti non si chiamavasemplicemente guerra, ma Seconda guerra mondiale. Seconda guerra mondiale: da lì, databile attraverso un passaporto falso, traggo le mie origini.Seconda guerra mondiale: una sola e indivisibile. Unico gorgo che risucchia pressoché ogni luogodella terra, ogni animale e paesaggio, e che gettandoli alla rinfusa, unisce e divide gli uomini.Troppo vasta per poterla afferrare tutta, troppo estranei i suoi attori per poterli raggiungere senza ilveicolo dell’invenzione. Eppure troppo vere le loro vite e le loro morti corrose dall’oblio per noncercare di aderire il più possibile alle fonti che mappano le loro traiettorie e documentano il loropassaggio da un continente a un altro, dal tempo passato al tempo presente.Mio padre non ha mai combattuto a Montecassino, non è mai stato un soldato del generale Anders.Ma per quell’imbuto di montagne e valli e fiumi della Ciociaria, forse, è passato qualcosa di mio: dime perduta e ritrovata in un punto geografico, un luogo che ci contiene tutti.

Lorenzo Viapiana

Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze

Giacomo Leopardi

Recanati, 1818

 

O dell’etrusco metro inclito padre,
se di cosa terrena,
se di costei che tanto alto locasti
qualche novella ai vostri lidi arriva,
io so ben che per te gioia non senti,
che saldi men che cera e men ch’arena,
verso la fama che di te lasciasti,
son bronzi e marmi; e dalle nostre menti
se mai cadesti ancor, s’unqua cadrai,
cresca, se crescer può, nostra sciaura,
e in sempiterni guai
pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.
Ma non per te; per questa ti rallegri
povera patria tua, s’unqua l’esempio
degli avi e de’ parenti
ponga ne’ figli sonnacchiosi ed egri
tanto valor che un tratto alzino il viso.
Ahi, da che lungo scempio
vedi afflitta costei, che sì meschina
te salutava allora
che di novo salisti al paradiso!
Oggi ridotta sì che a quel che vedi,
fu fortunata allor donna e reina.
Tal miseria l’accora
qual tu forse mirando a te non credi.
Taccio gli altri nemici e l’altre doglie;
ma non la più recente e la più fera,
per cui presso alle soglie
vide la patria tua l’ultima sera.
Beato te che il fato
a viver non dannò fra tanto orrore;
che non vedesti in braccio
l’itala moglie a barbaro soldato;
non predar, non guastar cittadi e colti
l’asta inimica e il peregrin furore;
non degl’itali ingegni
tratte l’opre divine a miseranda
schiavitude oltre l’alpe, e non de’ folti
carri impedita la dolente via;
non gli aspri cenni ed i superbi regni;
non udisti gli oltraggi e la nefanda
voce di libertà che ne schernia
tra il suon delle catene e de’ flagelli.
Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
che lasciaron quei felli?
qual tempio, quale altare o qual misfatto?
Perché venimmo a sì perversi tempi?
Perché il nascer ne desti o perché prima
non ne desti il morire,
acerbo fato? onde a stranieri ed empi
nostra patria vedendo ancella e schiava,
e da mordace lima
roder la sua virtù, di null’aita
e di nullo conforto
lo spietato dolor che la stracciava
ammollir ne fu dato in parte alcuna.
Ahi non il sangue nostro e non la vita
avesti, o cara; e morto
io non son per la tua cruda fortuna.
Qui l’ira al cor, qui la pietade abbonda:
pugnò, cadde gran parte anche di noi:
ma per la moribonda
Italia no; per li tiranni suoi.
Padre, se non ti sdegni,
mutato sei da quel che fosti in terra.
Morian per le rutene
squallide piagge, ahi d’altra morte degni,
gl’itali prodi; e lor fea l’aere e il cielo
e gli uomini e le belve immensa guerra.
Cadeano a squadre a squadre
semivestiti, maceri e cruenti,
ed era letto agli egri corpi il gelo.
Allor, quando traean l’ultime pene,
membrando questa desiata madre,
diceano: oh non le nubi e non i venti,
ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
o patria nostra. Ecco da te rimoti,
quando più bella a noi l’età sorride,
a tutto il mondo ignoti,
moriam per quella gente che t’uccide.

✤✤✤✤✤✤✤✤✤✤

Anime care,
bench’infinita sia vostra sciagura,
datevi pace; e questo vi conforti
che conforto nessuno
avrete in questa o nell’età futura.
In seno al vostro smisurato affanno
posate, o di costei veraci figli,
al cui supremo danno
il vostro solo è tal che s’assomigli.
Di voi già non si lagna
la patria vostra, ma di chi vi spinse
a pugnar contra lei,
sì ch’ella sempre amaramente piagna
e il suo col vostro lacrimar confonda.
Oh di costei ch’ogni altra gloria vinse
pietà nascesse in core
a tal de’ suoi ch’affaticata e lenta
di sì buia vorago e sì profonda
la ritraesse!
O glorioso spirto,
dimmi: d’Italia tua morto è l’amore?
di’: quella fiamma che t’accese, è spenta?
di’: né più mai rinverdirà quel mirto
ch’alleggiò per gran tempo il nostro male?
Nostre corone al suol fien tutte sparte?
Né sorgerà mai tale
che ti rassembri in qualsivoglia parte?
In eterno perimmo? e il nostro scorno
non ha verun confine?
Io mentre viva andrò sclamando intorno,
volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio;
mira queste ruine
e le carte e le tele e i marmi e i templi;
pensa qual terra premi; e se destarti
non può la luce di cotanti esempli,
che stai? levati e parti.
Non si conviene a sì corrotta usanza
questa d’animi eccelsi altrice e scola:
se di codardi è stanza,
meglio l’è rimaner vedova e sola.

Matteo de Pamphilis

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4 thoughts on “Edizione 2011

  1. Luciano Ardiccioni ha detto:

    leggerò l’ultima parte del sesto canto del purgatorio

  2. Angela Batoni e Daniela Falciani ha detto:

    Angela Batoni e Daniela Falciani canteranno “La pianura dei sette fratelli” (MCR)

  3. Lorenzo Viapiana ha detto:

    Leggero’ un discorso tenuto da Faulkner al Delta Council a proposito di responsabilita’, liberta’, indipendenza e resistenza fondativa. I morti siriani di queste ore lo impongono.

  4. Gianluca Guidotti ha detto:

    Leggerò una lettera di Simone Weil a Boris Souvarine. Una lettera sulla condizione operaia. È possibile resistere al lavoro in una fabbrica? Contro tua voglia, oppresso da dura necessità?
    Simone come sempre riflette per noi oggi.
    A domanica

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