Edizione 2010

«Graecia Capta»

da Storia di Roma di Indro Montanelli

Uno dei primi carichi di bottino che, quando si decise a muoverle guerra, Roma riportò dalla Grecia, fu un gruppo di circa mille intellettuali, che si erano distinti nella resistenza all’Urbe. Fra essi c’era un certo Polibio, che aveva la passione della storia e insegnò ai romani come la si scrive. “Con quali sistemi polititici”, egli si chiese arrivando, “questa città è riuscita in meno di cinquantatre anni a soggiogare il mondo: impresa che sinora non era mai riuscita a nessuno?”.
In realtà Roma aveva impiegato molto più di cinquantatre anni. Ma per il greco Polibio, il “mondo” era soltanto la Grecia, la cui conquista effettivamente non aveva richiesto più di mezzo secolo. Senonché non erano affatto state le diavolerie politiche del Senato e dei generali romani a rendere così facile questo successo, ma il fatto che la Grecia, prima di essere conquistata, aveva già distrutto se stessa. La sua disintegrazione era avvenuta dal di dentro. Roma si limitò a raccoglierne i frutti.(…)
L’ultimo tentativo di creare una nazione greca era venuto dal di fuori, cioè dalla Macedonia, una terra che i greci di Atene, di Corinto, di Tebe eccetera, consideravano barbara e forestiera.(…) Essa non sapeva di grammatica e filosofia, credeva ai suoi dèi e obbediva ai suoi padroni.
Quando nel 323, a soli trentatré anni, Alessandro morì in Babilonia, dopo aver condotto il suo esercito di vittoria in vittoria fino in Egitto e in India attraverso Asia Minore, Mesopotamia e Persia, il suo effimero impero cadde in pezzi. Ai suoi generali che, riuniti intorno al capezzale, gli chiedevano chi designasse come erede, rispose: «Il più forte», ma si dimenticò di precisare chi fosse costui, o forse non lo sapeva. (…)
Quando Alessandro morì, racconta Plutarco, il popolo ateniese, che non ne aveva ricevuto che benefici, si compose in cortei per le strade cantando inni di vittoria “come se fossero stati loro ad abbattere il tiranno”. Demostene, ch’era stato il campione della “resistenza” una resistenza soltanto di parole, ebbe il suo momento di gloria e incitò i concittadini a organizzare un esercito per resistere ad Antipatro. L’esercito fu organizzato e naturalmente sconfitto dal nuovo re macedone. Il quale, ignorante com’era, non aveva le debolezze di Alessandro per la civilissima Atene, e la trattò com’era abituato a trattare i suoi soldati quando questi disobbedivano.
Quando anche Antipatro morì lasciando il trono a suo figlio Cassandro, Atene si ribellò di nuovo. E di nuovo fu sconfitta e castigata. Per decenni si andò avanti a furia di rivolte e di repressioni. Poi Demetrio Poliorcete (che vuol dire “conquistatore di città”) figlio di Antigono, venne dall’Asia Minore a scacciare i macedoni dalla Grecia. Ad Atene lo accolsero come un trionfatore e gli arredarono un appartamento nel Partenone, ch’egli riempì di prostitute e di efèbì. Poi si stancò di quegli ozi, si proclamò re di Macedonia, e come tale abolì l’indipendenza ateniese ch’egli stesso aveva restaurato, riconsegnando la città a una guarnigione macedone.
Da questo regime di anarchia che durò un secolo e che fu complicato da una terrificante invasione di galli, la Grecia emerse politicamente finita. Sul solco della sua flotta mercantile e sulle spade di Filippo, di Alessandro e dei loro diadochi, la sua civiltà era penetrata dovunque, dall’Epiro, all’Asia Minore, alla Palestina, all’Egitto, alla Persia, e fino all’India; e dovunque le classi dirigenti e intellettuali erano greche o grecizzanti. La sua filosofia, la sua scultura, la sua letteratura, la sua scienza, trapiantate in quei paesi di conquista, vi creavano una nuova cultura. Ma politicamente la Grecia era morta, e tale doveva restare per duemila anni.
Quando Roma, liberatasi di Cartagine, volse verso di essa lo sguardo, non vide che una Via Lattea di staterelli in perpetua baruffa gli uni con gli altri. Polibio non aveva nessuna ragione di meravigliarsi ch’essa impiegasse così poco a conquistarli. In realtà poteva impiegare molto meno.

 

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