Sulla socialità

Sulla socialità

Comincio a pensare che dovremmo dare una forma pratica alla discussione sino a qui svolta. Un buon banco di prova potrebbe consistere nell’approfondire l’aspetto del “vivere la socialità” in una posizione di resistenza. In cosa si caratterizza l’atteggiamento di chi rivendica la propria libertà negativa? Quali regole dell’altrui comportamento vanno primariamente messe in discussione? Ancora, in che modo la società nel suo insieme influisce e mortifica le personali espressioni cultural-intellettuali? E come possiamo noi partigiani aiutare il prossimo a sgravarsi di questa influenza?
Metodologia applicata.

MdP 13 ottobre 2009

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Proposta di lavoro sulla socialità

Credo si possano identificare, a questo punto, tre momenti di Resistenza ai quali associare i quesiti che hai posto:

  1. confronto-scontro con la realtà, tentativo di renderla intelleggibile e tentativi di comprensione ( in che modo la società nel suo insieme influisce e mortifica le personali espressioni cultural-intellettuali? Quali regole dell’altrui comportamento vanno primariamente messe in discussione? )
  2. primaria reazione in termini di sottrazione: riconquista di una libertà negativa previa identificazione dei suoi tratti caratteristici; liberazione dalla menzogna  (In cosa si caratterizza l’atteggiamento di chi rivendica la propria libertà negativa? )
  3. Edificazione del terreno della complcità, promozione del conflitto nella logica del noi attraverso attività di conoscenza ( come possiamo noi partigiani aiutare il prossimo a sgravarsi di questa influenza? )

Mi rifiuto di pensare di impostare un lavoro “a compartimenti stagni”, credo sia necessario anzi tentare in ogni modo di rendere l’idea di come questi tre momenti, che ho distinto solamente per una maggiore chiarezza, forse più letteraria che scientifica, abbiano luogo sempre nello stesso momento, o meglio, dobbiamo essere sensibili al pericolo di trasmettere un’idea meccanica della Resistenza quando questa, al contrario, si caratterizza come vivo fenomeno organico e complesso. Il problema procedurale tuttavia rimane e mi rendo conto che non sia semplice risolverlo. La prima cosa che mi viene in mente è che forse nello scrivere (nel vivere?) dovremmo da ora in poi preoccuparci di non trascurare alcun momento di Resistenza, partire ad esempio da un fatto attuale come la lettura di una pagina delle Ceneri di Gramsci e riportare il modo in cui questo fatto si comporta nei tre momenti suddetti, il significato che assume negli stessi e via dicendo. L’elemento significativo del discorso è che questi tre momenti siano presi in considerazione tutti. Se ad esempio, nello scrivere, ci concentrassimo solo sul modo in cui la denuncia di Pasolini trova un feroce riscontro nella realtà socio-culturale italiana del 2009 ed omettessimo invece di affrontare come la stessa denuncia abbia un signficato essenziale ai fini dell’edificazione del territorio della complicità, allora daremmo vita ad una discussione dal corpo malato: in primo luogo, nello sviluppo della discussione, saremmo portati necessariamente ad operare sempre di rincorsa o in recupero, a scapito di quel passo calibrato che invece è essenziale al nostro lavoro; in secondo luogo, e forse ben più gravemente, non saremmo più in grado di perseguire il fine di questo lavoro sulla socialità, ossia dare una forma pratica alla discussione attraverso una metodologia applicata. E’ appena il caso di osservare, a scanso di equivoci, che tutto ciò vien detto in esclusiva relazione alla costruzione di questa nuova sezioneSulla socialità: nulla vieterà, è ovvio, che per altri interventi appartenenti ad altre sezioni, anche affini ( come ad esempio quella sulla libertà negativa ), si decida di affrontare solo il profilo attuale di quella stessa pagina pasoliniana, a scapito di qualsiasi altro aspetto.
Tutto ciò è solo un’idea.

LV 14 ottobre 2009

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Parole di Resistenza

Socialità nel nostro contesto significa prima di tutto comunicazione e prevalentemente comunicazione verbale. Dunque dovremmo primariamente interrogarci su quali siano le parole di resistenza. Come è possibile manifestare la nostra posizione all’interno degli altrui sistemi, usando un linguaggio intellegibile e immediato, ma comunque in grado di rappresentare degnamente i contorni della nostra scelta di sottrazione?
La mistificazione è sempre dietro l’angolo, compagna del fraintendimento che porta a considerare tale scelta come un vezzo provocatorio.
Scrivo queste righe appena riemerso da un bagno di soffice quotidianità, direi quasi (citando la bella intervista a Saramago sul Fatto di oggi, che oramai è ieri) di disimpegno. Quello che noto è come la mia convinta asserzione della resistenza stenti a venire a galla nella comunicazione (non solo verbale) con l’altro. “Sento” una muta intesa, una sottesa complicità, ma non so “dirla”. Ecco allora che affiora prepotentemente la necessità di dotarmi della parola che sappia spiegarmi, ben prima di poter mettere in discussione l’utilità del mio operare partigiano.

MdP 15 ottobre 2009

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Essere e fare

La lezione dell’autocostruzione pavesiana (…) che pure avrebbe ambito di implicare una conquista pratica, una trasformazione dei termini della propria battaglia, una vittoria sulla negatività, ha la vera attuazione sul piano della coscienza interna di ciò che si vive, nel riuscire a vivere qualcosa anzichè essere vissuto da qualcosa, pur anche se questo qualcosa non muta.

Italo Calvino – Pavese : essere e fare. Tratto da Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società.

La nostra scelta di attrito, di riduzione all’osso, di trasferimento di valori dall’essere nel fare, dalla vita nell’opera, dall’esistenza nella storia (*), prelude necessariamente ad un rifiuto di questo tempo del quale non possiamo accettare le ragioni. La parola che spieghi questo agire partigiano nell’altrui sistema, va ricercata nel linguaggio tragico e pavesiano, un linguaggio checondensa nella parola una pregnanza di motivazioni interiori e di ragioni universali estremamente compatta e perentoria. Il laboratorio artigianale nel quale ci rechiamo costantemente per lavorare, produce un modo di inserirsi nel reale ben specifico:  parola dura che spiega se stessa nella nitidezza del gesto, parola che fornisce coordinate essenziali nell’esprimere il nostro rapporto col mondo,  parola nervosa e febbricitante che permette diassaporare gli ozi e gli spazi con la sapienza di chi sa lavorare duro. Alla parola abbandonata al fluire della vita, abbandonata alla rassegnata accettazione dell’oggettività, opponiamo la parola della coscienza e della creatività, della presenza attiva nella storia, della curiosità e dello stupore. Così ci facciamo strada nell’altrui sistema, delineando per contrasto i termini della nostra sottrazione e scongiurando il pericolo della mistificazione. Il problema del rendere fruibile la nostra Resistenza, di renderla attuale nel contesto comunicativo, viene assorbito e risolto in uno spostamento di prospettiva: non è infatti nel “dire” ma nel “fare” che sta la spiegazione e la fruibilità del nostro agire, ciò che dell’esperienza esistenziale e conoscitiva si fa opera compiutarende accessibile all’altro una presa di posizione chiara, pretendendo da lui una risposta in termini di messa in discussione che realizza, come abbiam detto, il terreno della complicità. Questa costante tensione ad una trasmissione sincera della propria posizione non deve essere confusa con un’improbabile pretesa di sicurezza costante: anche nel momento in cui il dubbio, come sempre accade, pervade la ragione, tale situazione di incertezza, di empasse, deve essere incorporata in un sicuro gesto comunicativo. Così la complicità ritrova se stessa e si ripropone come primo gradino verso la comprensione.

(*) Ogni corsivo è tratto dal testo di Italo Calvino citato all’inizio.

LV 15 ottobre 2009

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Quam graviter

Non fare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. (Eso. 20, 16)

La parola di resistenza è una parola priva di autorità ma carica di una forza intrinseca, la quale si sprigiona silenziosamente nel momento stesso in cui la parola è detta. La parola di resistenza è accettata da chi si riconosce in grado di assumersi tutta la responsabilità di cui è gravida. La responsabilità distingue la parola detta in affermazione del proprio resistere dalla parola “usata” come pietra angolare di un’identità artefatta secondo convenienza.
Paradossalmente, la parola responsabilizzata è una parola sgravata della propria leggerezza, dotata di una pesantezza premeditata e pertanto ineludibile. Ciò si manifesta nella socialità con un attrito momentaneo, un istantaneo barlume di gravità che unisce gli interlocutori nella consapevolezza. La prosecuzione della vita sociale dipende da una scelta, che ciascuno compie individualmente, tra la continuazione di una scomoda indagine intellettuale, che porti a capire la parola, e il suo sottacimento tra i vapori leggeri della non curanza. Ogni anima condotta sulla prima strada è un’anima conquistata alla resistenza, o quantomeno costretta a dubitare.
Il disimpegno soffre di una congenita debolezza: non può avere tregua, teme la noia. Poiché essa può vincersi solo con uno sforzo, che in fondo altro non è che una scelta. Il primo a infrangerla deve assumersi la responsabilità della prima parola: una parola pesante suonerà come la sua personale abiura del proprio disimpegno, con il connaturato rischio di sottrarsi alla socialità disimpegnata; una parola leggera sarà socialmente più conveniente ma paleserà, per un instante almeno, l’infinita vanità del tutto*. Ecco un primo, chiaro esempio di responsabilità.

(*) G. Leopardi, A se stesso, 1833.

MdP 16 ottobre 2009

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Provincia

Il terreno della complessificazione è un luogo nel quale non è possibile sostare: inevitabile, altrimenti, è l’approdo alla vanitosa speculazione. La conquista di questo spazio, per essere reale conquista, presuppone  una fuga immediata dallo stesso: la parola semplice deve tendere al complesso ma il complesso, una volta raggiunto, ferocemente richiama il semplice. La scelta di ricchezza, allora, è sempre scelta di povertà, l’incapacità di comunicarmi in questi giorni, forse di capire, ne è la testimonianza: un maleodorante dogmatismo laico, un inesistente universalismo della ragione, un’igene fastidiosa che altro non è se non vigliacca profilassi: conversione indolore di violenza in distacco, presuntuosa convinzione di poter pervenire ad una spiegazione.
Ora è’ così giusto questo passo che mi porta attraverso la provincia che abito, è così forte la tentazione di raccontarla per sempre, di far mia quella parola che le è propria, radice affondata in prassi remota. Eppure, anche questo cammino rimane un ritorno.

Se domani io partissi tu saresti felice?

LV 17 ottobre 2009

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Questo misero modo

Ancòra sulla responsabilità.
Più si riflette sulla responsabilità delle parole di resistenza, più si procede nella sua scomposizione. Due sono le componenti soggettive della responsabilità, nonostante padre di quelle parole sia una sola persona. La responsabilità è dunque questo: biunivoca. La comprensione di questo aspetto permette di riequilibrare un rapporto sociale altrimenti drammaticamente sproporzionato. Sproporzionato a sfavore di chi assume l’impegno, la missione morale di caricare le proprie parole di quella responsabilità che fa di esse parole di resistenza. Ancora ritorna l’idea della complicità, la quale idea nasce dal rifiuto di considerare anche solo la possibilità di un interlocutore incapace. La dialettica del complice-non complice può essere reinterpretata in termini di responsabilità-irresponsabilità, dove quest’ultima si misura non in termini positivi, ma negativi: è irresponsabilità non necessariamente una condotta di segno contrario rispetto a quella responsabile, bensì semplicemente il rifiuto della reponsabilità, al quale certo va paragonata la non curanza che è sempre dolosa. Ancora una volta resistere non sembra altro significare, nel contesto saciale, se non porre l’altro di fronte a consapevoli scelte, gravide di responsabilità (ecco la biunivocità). Essere posti dinnanzi alla propria potenziale violenza contro se stessi (la violenza dell’intima disonestà intellettuale, che è la prima irresponsabilità) ci rende in grado di percepire la violenza che siamo capaci di riversare nei rapporti sociali, sotto forma della tanto vituperata pretesa di superiorità.
Chi si affretta a spogliarsi della parola responsabile, lo fa convinto di trovare un appiglio in una concezione della “realtà”, così definità perché caratterizzata da una semplicità (una leggerezza) comunemente accettata. Ogni maggioranza è sempre insufficiente. E invece l’irresponsabile commette in proposito il più atroce degli orrori. Non soccombe di fronte alla forza della maggioranza, ma immola la propria identità sull’altare di un disimpegno valutato dai molti come “conveniente”. Egli vuole la maggioranza: l’alibi.
Quali regole dell’altrui comportamento vanno primariamente messe in discussione? L’operare le scelte secondo convenienza: la vile e volontaria sottomissione a un’eteronoma grandezza (maggioranza) giustificativa della propria pavidità. Io questo lo rifiuto categoricamente. Voglio la solitudine del mio spirito di fronte a ogni consapevole scelta. Voglio la libertà. Di fallire, di essere colpevole senza attenuanti. Senza, non sono che un tronco in balìa della corrente. Con essa, potrò dirmi artefice di ogni conquista.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza

a veder morire nel modo più atroce
gli altri, nalla più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

Pier Paolo Pasolini, La Guinea, 1964.

MdP 18 ottobre 2009

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De profundis

Uno degli aspetti più problematici della scelta è sapersi porre nella posizione di giudice. L’acesa al trono di giudice porta irrimediabilmente a considerare il ruolo delle proprie colpe.
La riflessione sulla colpa permette di aggiungere un tassello al ragionamento sulla responsabilità. Ho parlato di una maggioranza prevaricatrice perché desiderata e del suo ruolo di alibi nella scelta del disimpegno. Se si spinge l’indagine razionale all’interno di questa stessa maggioranza, si può chiaramente distinguere la matrice che tiene unite le multiformi soggettività che tale maggioranza vanno a formare: la colpa. Meglio: il concetto di colpa comunemente accettato nella moderna società (socialità).
Non credo sia necessario scomodare la morale cattolica e il catechismo per notare come nella nostra società la colpa sia percepita quale parte integrante della “natura umana”. Volendo prescindere da un ragionamento condotto in termini religiosi, la colpa può essere descritta alla stregua della più efficace e perciò diffusa arma per delegittimare l’altrui giudizio nei nostri confronti. Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei (Gv. 8, 7). In termini di socialità, è lapalissiana la portata devastante di una tale concezione nichilistica. Unico possibile sbocco: un’ostinato e solitario peregrinare nel claustrofobico ambiente del proprio ego.
La complicità nella resistenza presuppone la spoliazione di questa rigida concezione che è negazione della comunione stessa. La colpa va prima di tutto esternalizzata, ridescritta come possibile conseguenza del proprio agire, non come forza determinante dello stesso. In ogni individuo va presupposto e riconosciuto un nucleo di identità grezza, immacolata, principio di ogni moto dell’animo. Questo nucleo è il fattore necessario per la complicità nella resistenza. Il primo sforzo intellettuale sarà dunque smettere di ragionare in termini di colpa-merito, per ridirigere il vigile sguardo all’essenza della personalità. Così facendo (senza pretesa alcuna di scontatezza) i rapporti sociali potranno essere sgravati delle innumerevoli e paralizzanti considerazioni storiche, prolifiche madri del sospetto verso il prossimo.
Un aprioristico rifiuto della comune concezione della colpa come connaturata all’essere umano. Una rivoluzionaria negazione del peccato originale (laico). Sottraendo legittimità alla matrice, ogni maggioranza si disgrega divenendo (miracoloso!) insufficiente.

De profundis clamavi ad te, Domine;
Domine, exaudi vocem meam.
Fiant aures tuae intendentes
in vocem deprecationis meae.

Si iniquitates observaveris, Domine,
Domine, quis sustinebit?

(Sal. 129)

MdP 18 ottobre 2009

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Grezza democrazia

Ogni gesto, svuotato della propria responsabilità, è offesa fine a se stessa. Il rifiuto categorico di questa offesa è Resistenza: accoglimento di quell’istanza di responsabilità che la società civile, in tutte le sue declinazioni, avanza nei confronti dei suoi componenti. La responsabilizzazione delle istituzioni ( anche il cittadino è istituzione ) rappresenta il sangue pompato dal cuore democratico di questa società civile; al venir meno del sangue, il cuore cessa lentamente di battere. E lo vediamo: l’attualità ci insegna a costruire sistemi raffinati di delegazione del rischio; studiamo continuamente come diminuire l’intensità della responsabilità personale, come polverizzarne l’unitarietà e distribuirla il più possibile tra il pubblico. E’ sufficiente gettare uno sguardo: lo strumento societario di cui si servono le imprese risponde esattamente a questa esigenza di delegare il rischio delle proprie attività, stesso discorso valido per la gerarchia aziendale; la comunicazione telematica, sotto altro profilo, permette di dotarsi di una parola “impersonale” con la quale riusciamo a dire di più proprio perchè rischiamo di meno; volendo estemizzare, la stessa forma di governo parlamentare risponde, in via mediata, a questa esigenza, immanente alla modernità, di delegare la propria responsabilità ad altri. Se tutto questo è nato dall’idea di rendere maggiormente efficiente la struttura sociale ( in un’accezione essenzialmente economica dell’aggregazione umana, quanto meno discutibile ), non si può fare a meno di registrarne la degenerazione patologica: permettere la spersonificazione della responsabilità per rendere più agevole una forma di scambio ( sia esso culturale, economico, bellico ecc ) prescindendo da una contestuale responsabilizzazione della competenza privata del cittadino ha reso la polis un terreno di guerra, di guerra civile, dove chi azzarda ( o chi è costretto ) a prendere una posizione in prima persona viene aggredito, pestato, come il giudice Mesiano in questi giorni può testimoniare. Ecco la società dell’offesa, la società dell’aziendalismo dove il personalismo viene brutalizzato. A questo modello la Resistenza si oppone categoricamente, si oppone a tutti coloro che hanno operato questa scelta di convenienza, questa scelta maggioritaria e insufficiente. Il grosso problema rimane il rispetto di un fondamentale principio di colpevolezza: la Resistenza può opporsi all’individuo incolpevole delle sue scelte? come può essere rimproverato all’individuo di aver operato una scelta di convenienza se invece questa, per lui, rappresenta non l’unica scelta ma una scelta di libertà? Perchè questo è il dramma: non si sceglie la deresponsabilizzazione ma ci si lascia scegliere; c’è un’accettazione tacita del modello, rilevabile per fatti concludenti, non da espresse dichiarazioni di volontà. I confini della colpa sono troppo incerti, per questo, credo, la Resistenza stessa non riesce ad essere, nella contemporaneità, una forza d’urto come invece da noi viene percepita. La mia risposta, ancora una volta non pienamente conclusiva, è nelle parole di Saviano: il rifiuto categorico non può accontentarsi di rubricare la denuncia nei casellari giudiziari, deve sognare di modificare la percezione culturale del fenomeno. Il nostro dichiaraci pienamente colpevoli deve colpire la colpa dell’altro con una pretesa di responsabilità ineludibile: democrazia grezza di cui è fatto il nostro resistere. Del resto, non ci proponiamo di ricostruire una nuova maggioranza nè crediamo che la soluzione stia in una supponente vocazione minoritaria; il nostro sarà sempre un privato atto sovversivo, un insistente domandare cosa si pensa della nostra irriverenza, un’individuale identificazione della colpa personale ed una contestuale pretesa di assunzione di responsabilità da parte dell’altro. Di questa dialettica responsabile è fatta la nostra resistenza, la nostra complicità, la stessa società civile.

LV 18 ottobre 2009

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Post scriptum

Dal momento che Grezza democrazia e De profundis sono usciti contemporaneamente occorre portare avanti il discorso in modo più preciso.

Dal mio punto di vista, è assolutamente corretto ragionare in termini di colpa come conseguenza del proprio agire, non come forza determinante dello stesso. Occorre disarmare l’arsenale di cui dispongono le morali laiche e religiose contemporanee: smettere di ragionare in termini di colpa-merito, per ridirigere il vigile sguardo all’essenza della personalità; ciò significa smettere di considerare la colpa univocamente quale presupposto del castigo, occorre ridescriverla in termini di necessaria conseguenza del proprio agire responsabile. Non esiste un gesto responsabile esente da colpa: la colpevolezza è immediata imputazione dei fatti all’agente che gli ha posti in essere; la colpevolezza non esprime un giudizio sui fatti, si limita a collegarli a colui che gli ha compiuti e per questo ne dovrà rispondere.Assunzione di responsabilità significa, un giorno, riconoscersi colpevoli. In questo senso, la colpevolezza è principio cardine della Resistenza: non potremmo mai dirci veri oppositori se non ci riconosciamo veramente colpevoli di ciò che abbiam fatto. Con lo stesso approccio accogliamo la colpa dell’altro: non identifichiamo un delitto originario, non esprimiamo alcun giudizio a priori su niente e su nessuno, riconosciamo un nucleo di identità grezza e con questo apriamo il dialogo. La colpa dell’individuo è elemento essenzialmente positivo: sapendolo colpevole potremo aprire nei suoi confronti un giudizio del quale, a nostra volta, ci faremo colpevoli nei suoi confronti. E’ questa una funzione attiva del principio di colpevolezza: mi preoccupo in prima persona di essere colpevole dei miei atti; una colpa in contrahendo che non prelude necessariamente ad un futuro risarcimento del danno ma si pone come elemento di certezza della negoziazione ( in realtà, a ben vedere, la previsione di un risarcimento del danno non è legata alla colpa in quanto tale, ma alla colpa per atti lesivi della sfera altrui ); se questo principio attivo viene rispettato senza deroghe. la complicità viene in essere come terreno di Resistenza.

Il problema che mi pongo, ed al quale ho tentato di dare una risposta in Grezza democrazia, nasce dal fatto che nell’attuale società-socialità vi è un continuo rigetto della responsabilità: riservo la comunicazione a strumenti impersonali, tento disperatamente di rendere terzo, rispetto a me stesso, il mio gesto, in modo tale da poterlo eliminare senza sofferenza nel momento in cui la mia scelta entra in crisi. Ma c’è di più: neppure la scelta di questo sistema, fondato sulla delega del rischio a terzi, è frutto di una scelta personale in senso proprio, non è possibile attribuire la colpa di questa scelta all’individuo poichè la percezione stessa del proprio agire si confronta con un insieme di vincoli eteroimposti dei quali non si riesce ad avere una consapevolezza diffusa: sono gli stessi vincoli ai quali ci riferiamo quando parliamo di riconquista della libertà negativa di non condividere, sono gli stessi vincoli di cui parliamo quando ci riferiamo ad una magma oggettivo che sommerge. Molto terra-terra: sono i vincoli che caratterizzano l’esperienza elettorale italiana degli ultimi mesi, ridotta alla dinamica del voto pro – voto contro. Sono vincoli molto concreti di cui conosciamo bene l’esistenza.

Allora, come può, il nostro agire che è colpevole e riconosce la colpevolezza altrui come valore positivo, confrontarsi con l’individuo colpevole ma incolpevole? Come relazionarsi, cioè, con l’individuo padrone dei propri gesti ma espropriato delle proprie scelte?

La mia risposta, ripeto, è quella di Saviano: la Resistenza deve continuamente avanzare istanze di responsabilità nei confronti dell’altro, richiamarlo alla sua colpa che non è presupposto di un castigo ma semplice conseguenza del suo agire. Non deve cioè, questa Resistenza, mirare alla denuncia ma deve consumarsi nel sognare un cambiamento nella percezione culturale del fenomeno:  quanto più intervengo in modo responsabile ( colpevole ), tanto più netta si fa la mia pretesa di responsabilità ( colpevolezza ) nei confronti dell’altro alla quale non devo mai rinunciare; e quanto più questa pretesa si fa pregnante, tanto più la mia possibilità di modificare la sua percezione della vicenda diventa plausibile. Nella socialità in conclusione, esigenza primaria non è più la sola denuncia, che prendeva la forma della pretesa di superiorità, ma diventa il sogno di cambiamento. Elemento centrale diventa l’assunzione di responsabilità delle proprie azioni, le quali vengono dedotte nel contesto dialogico ed indirizzate all’altrui nucleo di identità grezza con il quale interloquiamo. E’ fondamentale però avanzare una ferrea pretesa nei confronti di quel nucleo di identità grezza: questo deve rendersi responsabile della propria risposta, deve presentarci i confini della propria colpa in modo chiaro e ineludibile. Su questa pretesa si poggia l’intero significato della nostra Resistenza che altrimenti si sgretolerebbe in un vano mucchietto di cenere.

LV 18 ottobre 2009

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In medio stat virtus

La democrazia realmente esistente va giudicata e riduscussa tutti i giorni perché tutti i giorni si va degradando un poco di più. Stiamo vivendo una serie di crisi che si rafforzano a vicenda: crisi dell’autorità, crisi della famiglia, crisi dei costumi, crisi morale in generale e l’elenco potrebbe essere interminabile. A mio giudizio una società disimpegnata come la nostra difficilmente può generare scrittori e intellettuali impegnati. Non siamo le guide delle masse, ma al contrario molte volte ci lasciamo condizionare da esse. Se la democrazia è in crisi, prendiamoci la nostra parte di colpa, ma affrontiamo anche la responsabilità degli altri, non siamo gli unici responsabili.

José Saramago, I nuovi fascismi mascherati e la sinistra smarrita,
su Il Fatto Quotidiano di Mercoledì 14 Ottobre 2009

Queste parole e il Post Scriptum spiegano egregiamente perché, all’atto di dare il la alla discussione sulla socialità, abbia io sentito la necessita di richiamarvi esplicitamente la società nel suo insieme, quale elemento condizionante del personale agire razionale.
Il problema del continuo rigetto della responsabilità è cruciale. Per tentare un primo approccio voglio ricorrere a un concetto secondo me imprescindibile: mediazione. Concetto che richiama immediatamente (ovvero “senza mediazione”) quello di mezzo (lat. medium).
Bene: la quotidiana socialità disimpegnata è un mezzo, responsabile per antonomasia dell’opera mediatoria.
L’individuo colpevole ma incolpevole (io dico: disimpegnato) vive la socialità artefatta come il banco di prova dell’estrinsecazione della propria personalità. Qui si compie il passaggio tra l’appartenenza a una determinata realtà e il suo sfruttamento a fini sperimentali. La spersonalizzazione della condotta sociale, a tal fine spogliata di ogni sfumatura caratterizzante, altro non serve se non a rendere il proprio agire compatibile con questo mezzo. L’azione al suo interno è un’azione deresponsabilizzata e perciò sempre rinnegabile. La sperimentazione deresponsabilizzata guida l’individuo nella scelta secondo una logica di compatibilità (convenienza) con il mezzo nel quale tale sperimentazione si svolge.
La socialità è così ridotta a palcoscenico mondano: luogo di maturazione di una leggerezza senza futuro. Essere consci di questa distorsione e praticarla è un’atroce aggravante: ecco perché necessaria è la sottrazione di sé a tale logica (che è la resistenza). Odio citarmi ma in altri tempi fui più essenziale:

scava nella sua esistenza un solco
dove versare un liquido orizzonte
di confessa verità.

Partecipare scientemente alla pantomima del disimpegno costringe a restringere la propria visuale su se stessi. Si fa di quel solco l’unica rappresentazione esteriore della propria persona (nota bene: originariamente la personam era la maschera dell’attore), riempiendolo di tutto ciò che siamo in grado di esternalizzare senza predere in compatibilità con il mezzo della socialità. Questa è convenienza allo stato puro: a costo di risultare pedante, ricordo che il significato primissimo di con-venire è “incontrarsi, trovarsi insieme” (Garzanti). Si rinuncia alla complessità per costruire un ambiente di con-venienza in cui interagire sotto l’ègida della semplicità (leggerezza, disimpegno). Qui muore la socialità: ad essa si getta in pasto una descrizione di sé manifestamente banale e tautologica, la cui enunciazione può farsi nella più puerile leggerezza (confessa verità).

Il deserto che si fa attorno
viene relegato a saltuaria visione
da cartolina,
evocata come prova di grandezza interiore.

Tutto ciò che non riescie a filtrare attraverso questa ristretta prospettiva è nascosto quando non rinnegato. Condannato a estemporanee manifestazioni quasi nostalgiche (“ah, l’imperitura sofferenza umana!”), con il risultato che si dedica la maggior parte del tempo (nel significato più intimo e personale di questa parola: il tempo sempre minore che separa dalla fine) a cantare la nostra storia più povera, lasciando il racconto delle nostre profondità più recondite a poche operose formiche. Questo fino a che non giunge l’inverno della coscienza che non sa tradirsi; e la cicala è condannata.

Scontato affermare che io, tutto questo, rifiuto.

MdP 19 ottobre 2009

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Socialità e convenienza

Mi collego al tema della convenienza per mettere in luce come l’irrompere di questo elemento nella socialità riesca a modificare lo spettro di necessità alle quali dobbiamo rispondere nel momento comunicativo. Propongo quindi un ulteriore evoluzione nell’identificazione degli obiettivi della nostra Resistenza.

Occorre prendere atto di come la società-socialità sia esasperatamente disciplinata da principi e regole di mercato. Se dotarsi dello strumento contrattuale significa sostanziare un reciproco riconoscimento di sfere autonome nel momento delle decisioni ( cioè: quando conta ), al fine di arrivare ad una decisione negoziata ( cioè: mediata ) che sia rispettosa di un principio di uguaglianza e libertà sostanziale; è pur vero anche che lo stesso strumento impianta nella democrazia liberale il gene della convenienza: nella contrattazione, ciò che si nasconde sotto la maschera del reciproco, e democratico, riconoscimento di libertà, è l’interesse individuale. Parlare in occidente, nel 2009, di interesse individuale, significa parlare di scelte efficienti: raggiungere il massimo risultato al minor costo.  Ma la socialità non è il mercato e la sua ricchezza non può derivare dal risparmio.

La convenienza diventa allora lo scopo dell’agire individualista: scelgo di negoziare con te le mie decisioni perchè in una democrazia occidentale questo è un dato culturale scontato, una categoria quasi a priori ( come potrei immaginarmi superiore a te, maschio bianco di 21 anni, ed importi la mia amicizia? ); non lo faccio, quindi, perchè sono interessato ad una decisione realmente condivisa, che sia frutto dell’incontro di volontà autonome che si riconoscono come tali: decido di contrattare perchè questo strumento che mi viene fornito mi permette in realtà di raggiungere un risultato meno costoso, in termini assoluti, rispetto a quello che avrei ottenuto se mi fossi sobbarcato interamente il peso del mio decidere. Il fallimento della socialità si realizza qui proprio perchè lo scambio sociale non è e non sarà mai uno scambio di mercato.

Se la convenienza è lo scopo del mio agire, è la vera ragione per la quale decido di contrattare, allora è chiaro che lo stesso spettro di necessità che mi viene presentato nel momento sociale sarà radicalmente mutato: non percepisco più solo la necessità di comunicare un qualcosa che possiedo, anzi, smaltito l’impulso alla comunicazione, che mi spinge a ricercare il contatto con l’altro, sento solo l’impellente bisogno di risparmiare sulla comunicazione, dimenticandomi della mia sostanziale nullatenenza.

Qual’è il modo più rapido ed efficiente per risparmiare sulla comunicazione? Azzerare la propria posizione nel momento del giudizio di responsabilità: se nessuno potrà chiamarmi a rispondere per quella parola allora la mia parola sarà costata zero. La comunicazione gratuita fa fallire la socialità perchè si fonda su un assioma indiscutibile: posso permettermi di perseguire il risparmio solo laddove il mio patrimonio sia sufficiente. Ma la socialità, ancora, non è il mercato e non sarà mai possibile identificare in essa un patrimonio sufficiente, neppure lontanamente. La logica mercantile applicata alla comunicazione annienta la socialità rendendola un deserto dove qualsiasi voce viene spazzata via dal vento: in questo deserto cresce una forma di comunicazione svuotata del peso del contatto, un’anticomunicazione che però viene percepita, nel breve periodo, come una comunicazione estremamente soddisfacente.  Basti pensare ai social network: la sensazione di breve periodo è quella di possedere un immenso potere comunicativo, una sorta di padronanza dello spazio e del tempo che sfiora l’ubiquità: contemporaneamente posso comunicare con Tizio in Brasile e con Cajo in Polonia, posso addirittura presentare Tizio a Cajo che altrimenti non si sarebbero mai conosciuti. Posso fare tutto, in buona sostanza, senza costo. Nel passaggio dal breve al lungo periodo questa sensazione di onnipotenza si converte in una normale potenzialità dell’essere umano: l’attenzione ritorna sull’esigenza di convenienza a base della comunicazione, lo strumento si rivela forgiato proprio per risolvere il problema economico della comunicazione, cessa di essere percepito come conquista e torna ad essere strumento tecnico e l’insoddisfazione torna a fare capolino ( per quanto riguarda l’esempio, va precisato che lo strumento del social network possiede in se la panacea per questo male: essendo una fattispecie aperta suscettibile di miglioramenti continui, esso propone al suo pubblico continue e minuscole innovazioni che mirano ad allontanare il senso di insoddisfazione dovuto alla “normalizzazione” dello strumento. Tale processo prosegue fino a che altro strumento non riuscirà a superarlo ).

La comunicazione del risparmio, che risponde ad un’esigenza di convenzienza, giunge a maturazione e si mostra in grado di operare una trasformazione rivoluzionaria: l’atto comunicativo dedotto in contratto viene spogliato del suo tipico carattere costruttivo e diviene atto di autopromozione dell’ego. L’esigenza di convenienza nella comunicazione che, come si è visto, porta alla comunicazione del risparmio, genera a sua volta una necessità di secondo livello ben più allarmante: per rispondere alla necessità di risparmio finisco per declassare a perdita di tempo il momento fondamentale della negoziazione, del confronto, che può, e spesso accade, farsi conflittuale. Per estinguere la possibilità stessa della perdita di tempo, cesso allora di comunicare e tento di promuovere la mia posizione affinchè questa seduca l’interlocutore.

L’elemento della convenienza, quindi, incide indirettamente, ma fatalmente, sull’assetto genetico dell’agire sociale: se nella dialettica tento di implementare esclusivamente il principio di convenienza allora finirò senza scampo nel terreno della prevaricazione perchè la prevaricazione è lo strumento più economico di scambio: cesso di investire nell’interesse per l’altrui sfera ed investo tutto nella mia; cesso di contrattare per cominciare ad imporre : ora con la seduzione, un domani con la violenza. A questo si sta andando incontro.

La Resistenza allora non rigetta un criterio di efficienza in termini generali e astratti che può ben porsi a difesa di un regime liberale e democratico, essa si rifuta piuttosto di piegare l’agire comunicativo alla logica del risparmio in quanto non concepisce lo scambio sociale come uno scambio mercantile: lo scambio sociale si svincola totalmente dalla logica del dare-avere, alla quale si uniforma eccezionalmente per puro caso; lo scambio sociale è, per chi scrive, uno scambio regolato dal personalismo non dall’aziendalismo, uno scambio che rivendica il proprio legame con il rischio e l’assunzione di colpa in ogni sua fase. Ci si propone allora di opporre alla parola gratuita una parola assai costosa e responsabile.

LV 19 ottobre 2009

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Immediatamente

La descrizione del travisamento della socialità da parte di chi sceglie (complici i pregiudizi sociali) il disimpegno lascia aperto un interrogativo: come si può arginare un simile medium, largamente considerato imprescindibile?
Può una rinuncia (affermazione di libertà negativa) affermare una volontà di complicità che sia dall’altro comprensibile? Se si guarda al nucleo grezzo presente in ogni individuo razionale, certamente sì. Ma la realtà offre ben altre prospettive. Il pregiudizio sociale (l’inversione tra essere e apparire, in termini di tempo dedicato) ha implicazioni violente non solo nei confronti di chi lo accoglie, ma altresì nei confronti di chi cerca il contatto (genuino) con chi ne è vittima. Posto che chi resiste rinuncia in prima battuta a violente ingerenze nei confronti del prossimo (“tu sbagli!”, “tu non capisci!”), c’è un modo non violento (che conivolga in prima persona e prima di tutti l’agente) di portare a maturazione l’altrui convincimento sull’esattezza della condotta partigiana?
La parola è: coraggio.
Il pregiudizio sociale, è stato detto, circonda l’individuo di un’ovattata àura di pretesa sicurezza, che è in realtà determinata dalla costante leggerezza del proprio agire, di per se stesso foriero di ben pochi rischi. Il timore del rischio è il timore della propria fragilità.

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gen. 3, 7)

Il coraggio sta proprio nel mostrare senza vergogna la propria nudità (originario significato di coraggio era “cuore”, “animo”), al fine di sovvertire il pregiudizio che giudica sommamente detestabile la precaria situazione del rischio. Ritorna nuovamente il concetto di onestà intellettuale quele primo valore della resistenza intellettuale: la sconfitta del principio della convenienza dipende dalla nostra abilità di palesare quanto il rifiuto della rinuncia comporti in realtà una rinuncia più grande (quel travisamento che si rende necessario). Palesare ciò presuppone una intima comprensione dell’intrinseco valore di quanto si va affermando.
Il riconoscimento da parte dell’altro dell’identità di condizione che lega la nostra (palese) resistenza al suo (sacrificato) nucleo di identità grezza comporta la possibilità di aggirare il medium della travisata socialità e di ricuperare quella complicità che è primo mattone nella costruzione di una rinnovata (e intellettualmente onesta) socialità.
Tanto arduo quanto auspicabile!

MdP 21 ottobre 2009

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Profezia e realtà

Ha ragione Pasolini. La rivoluzione antropologica alla quale stava assistendo avrebbe portato all’affermazione del fascismo del consumo, al fascismo dell’individuo conformato, ben diverso e ben più pervasivo da quello che lui stesso definiva paleofascismo, fondato su valori antitetici al consumo, quali ad esempio il patriottismo, il moralismo, il clericalismo ecc.

Ora questo tempo non è più tempo per profezie: ci troviamo innanzi ad un fascismo in atto,l’omologazione repressiva, ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre (*),è attualità in evoluzione, non possiamo considerarla un rischio, un’eventualità. Dobbiamo aver ben chiaro il fenomeno con il quale ci stiamo confrontando, uscire dalla visione pessimista e dotarci di una visione realista.

Una visione realista ci impone almeno due affermazioni preliminari:

  1. questa nuova forma di fascismo, questo totalitarismo del consumo, ha vinto: prendiamo atto che il totalitarismo conformatore ha azzerato ogni distinzione tra individui. Attualmente, ogni distinzione è pura distinzione nominale: mi dico di sinistra, mi dico di destra, ma conformemente al resto degli individui aderisco ad un unico modello comune di benessere, edonismo e leggerezza al quale non sono disposto a rinunciare, neppure in nome dell’ideologia che affermo di seguire.  Tale omologazione caratterizza poi l’individuo nel momento sociale, nelle forme che abbiamo visto negli articoli precedenti, realizzando il sogno di conformismo assoluto peculiare di ogni regime totalitario.
  2. Il totalitarismo del consumo sottrae necesariamente all’individuo la sua libertà di scelta originaria: sotto le scelte coscienti, c’è una scelta coatta ormai comune a tutti gli italiani: la quale ultima non può che deformare le prime ( * ).  L’individuo, sotto il regime totalitario, non può esistere come singolo e di conseguenza è opportuno che egli neppure possa concepire il fatto di esserlo: l’individuo deve sentire una necessità di appartenere, non di essere; la libertà non può essere percepita come assunzione di quell’enorme rischio che è la propria individualità. Per una maggiore chiarezza, occorre esplicitare anche il corollario necessario di questa affermazione: non ci troviamo davanti ad una massa che ha voluto l’uguaglianza ed ha lottato per questa;è  il potere a volere che ogni individuo sia uguale all’altro, l’uguaglianza è un dono bianco offerto alla massa, uno strumento con il quale compattare l’uniformità. Vi è un’enorme differenza: l’uguaglianza voluta e conquistata annienta il conformismo promuovendo quel nucleo di identità grezza sul quale l’individuo costruisce il proprio particolarismo; l’uguaglianza come dono è invece strumentale al conformismo proprio perchè cerca di distogliere da quel nucleo di identità, promuovendo l’abbattimento del particolarismo.

Mi associo, in linea di principio, a quanto si è detto: occorre palesare quanto il rifiuto della rinuncia comporti in realtà una rinuncia più grande. Tuttavia, come ho detto, questo non è più tempo di profezie e non abbiamo più innanzi a noi, giovani fascisti,pericoli o eventualità da evitare. Ciò che prima era profezia ora è realtà: possiamo ancora ragionare in termini di “cosa fare per convincere sull’esattezza della nostra condotta partigiana” ? C’è ancora spazio per tentare una seduzione in extremis? Possiamo ancora considerare utile ai nostri fini rivoluzionari (stricto sensu ) la via mediata dell’intervento culturale oppure questo fascismo vigente ci costringe alla scelta obbligata tra lo scontro diretto e l’emigrazione definitiva in un eliteautonoma?

Io ho paura, lo dico senza problemi. Quello che è successo ieri a Giurisprudenza qui a Bologna in occasione della conferenza di Travaglio mi ha terrorizzato perchè è stata una nuova conferma: il nuovo fascismo, forse più vero di quello tradizionale, ha vinto e la sua vittoria può conoscere smacchi ma non sconfitte, neppure parziali. Non c’è più proposta proponibile alla massa senza che questa la brutalizzi, la laceri, la violenti e la trasformi sostanzialmente in un evento del totalitarismo. Non c’è più uno spazio di coscienza autonoma tra individuo e fascismo: la prima è stata scalfita e posseduta dal secondo; chiunque tenti di inserirsi in questo spazio inesistente necessariamente muore soffocato.

Non per questo intendo abiurare alla Resistenza, la parola centrale rimane coraggio. Alla luce di quel che è accaduto ieri, il nostro lavoro assume un’importanza ancor più imprescindibile. La nostra non-violenza morale come rifiuto di ogni moralismo; il nostro rfiuto della parola e dell’esistenza gratuita; il nostro sottrarci ed opporci al totalitarismo vigente; il nostro ricercare un’uguaglianza come promozione del particolarismo deve oggi conoscere un salto di qualità. Non possiamo rinunciare alla Resistenza ma, al contrario, portare coraggiosamente sul fronte Orizzonte stesso, fare di esso un atto sovversivo. Brutta parola. Penso tuttavia alla pubblicazione di pagine in forma cartacea, alla pubblicizzazione di questo spazio. Qualcosa di simile. Coraggio significa, più credibilmente, dato lo stato delle cose, avere almeno la forza di pensare che un intervento di questo tipo sia possibile. Parliamone.

* P.P.Pasolini, Scritti corsari.

LV 22 ottobre 2009

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Diniego

L’Orizzonte è il fronte.
Per questo non possiamo portare la Resistenza agli uomini, ma dobbiamo conquistare uomini alla Resistenza. Il coinvolgimento soggettivo porta spesso a prescindere da descrizioni altrimenti irrinunciabili: Orizzonte è un fenomeno determinante a patto che ci si ponga in una prospettiva interna ad esso. Visto dall’esterno è nulla.
Non dobbiamo mai dimenticare come questo spazio nasca da una preesistente complicità, da una mutua condivisione degli assunti basilari di questo lavoro che è Esigenza. La presentazione di una realtà a un pubblico che deficita degli strumenti per comprenderla è spot. E’ affidarsi alla sorte: gettare una rete sempre più grande, nella speranza di una pesca sempre più ricca. Questo produce una sproporzione tra mezzi e risultato e induce a sperperare l’identità grezza di questo spazio, deprezzandolo.
Per altre vie, per altri porti/ verrai a piaggia (Inf. III, 91-92), non per un’elezione gratutita o casuale. In questi termini si spiega, opinio mea, la richiesta di un sacrificio e l’allontanamento della gratuità antidemocratica. Io sono un essere umano senziente, razionale, impegnato. Non untalent scuot: non farò scempio della mia onestà intellettuale in ossequio a una compagnia che sì, è vero, spesso bramo.

“Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. (Mc 1, 17-18)

Chi vuole seguirmi lasci le reti, compia egli il mio percorso di rinuncia e di presa di coscienza, mi faccia pervenire un tangibile segnale della sua complicità, anche il più misero: io non elargirò, non gratuitamente, il sapere delle mie conquiste.
Sulla divulgazione cartacea, così come su qualsiasi formula promozionale non complice, pesa il mio veto.

MdP 23 ottobre 2009

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Chiarimento

Non c’è niente che mi stia più palesemente a cuore della pretesa di sacrificio nei confronti dell’altro. Ciò che si è detto, ed il modo stesso in cui si è portata avanti la discussione fino ad oggi, non possono lasciare dubbi riguardo alla mia presa di posizione nei confronti di questo lavoro, riguardo alla mia totale abnegazione in questa lotta contro l’elezione casuale o gratuita,contro lo spot contro qualsiasi forma promozionale non complice e non frutto di Esigenza.

Il mio intervento precedente ( Profezia e realtà ) non intende operare una manipolazione genetica di Orizzonte che, sotto il profilo delle scelte fondanti, come ad esempio quella di non portare la Resistenza agli uomini, ma conquistare uomini alla Resistenza, rimarrà immutato fino all’ultimo dei suoi giorni. Qui non c’è spazio per riforme costituzionali perchè in quella che è la nostra costituzione ideale non troviamo regole ma principi fondativi che fungono da condicio sine qua non del nostro resistere.

Le mie parole, che partivano dall’analisi di una situazione, volevano porre il problema di come continuare la nostra Resistenza piuttosto che dare una risposta definitiva. La sciagurata provocazione della pubblicazione cartacea non era una seria dichiarazioni di intenti ma un tentativo di portare sotto i riflettori la necessità, che sento sempre più forte, di assumere una posizione ancor più decisa nella Resistenza. Mi assumo totalmente la responsabilità della scarsa chiarezza dalla quale ha preso piede un enorme fraintendimento. Ciò che ho scritto deve essere letto alla luce di un religioso rispetto per i principi di cui sopra, deve essere cioè collocato in una prospettiva di assoluta continuità con quanto fatto fino ad ora, non di rottura.

Ciò che mi chiedo, in definitiva, è quale natura deve assumere questa posizione ancor più decisa, quali sono gli atti possibili di resistenza una volta che si è compreso che resistere significa resistere ad un fascismo culturale. Il quesito è aperto, in primis, verso me stesso. Per questo, come già ho suggerito: parliamone.

LV 23 ottobre 2009

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Metodo

Nel luogo delle libertà non c’è fraintendimento. La dialettica presuppone la conoscenza immediata delle rispettive posizioni. Il bisognio di riaffermare alcuni concetti basilari del mio vivere questo lavoro non dipende certo dalle proposte per una sua evoluzione, le quali tutte sono lecite.
Siamo dunque giunti al terzo e ultimo punto della Proposta di lavoro sulla socialità in modo quasi fisiologico. L’errore da non compiere, a mio avviso, è il confondere una ricerca teorica di soluzioni con la loro adozione pratica. Non sono certo due compartimenti stagni, ma sono due campi di sperimentazione situati in tempi diversi. Predico umiltà non per un’ostinata e contraria vocazione francescana, bensì semplicemente perché desidero portare nel mondo una proposta la più raffinata possibile.
Dopo pochi giorni di Orizzonte, rischiamo di cadere vittime di una mitridatizzazione autoindotta. L’allargamento nel mondo del nostro spazio ha un implicita valenza rivoluzionaria, come tale valenza ha avuta la creazione dello spazio stesso: questo va di continuo tenuto presente onde fugare l’irresponsabilità.
Il rifiuto del pregiudizio sociale non deve condurre a costruire un pregiudizio diverso, fondato sulla convinzione che le personali conquiste siano le conquiste di tutti. Questo non equivarrà ad affermare una pretesa di superiorità nella misura in cui si riconoscerà la propria posizione di resistenza come strumentale ad un costante (ma inevitabilmente difficoltoso) ampliamento della platea partigiana. Ogni passo va spiegato, ogni mutamento compreso, ogni sfumatura motivata: solo in questo modo la nuova, genuina socialità a cui puntiamo potrà essere ricondotta a coerenza.
Vorrei rimarcare come ogni conquista intellettuale e razionale compiuta in questi giorni debba considerarsi un mezzo, uno strumento di incisione della realtà sociale e non un fine ultimo. Da questo punto di vista, forse anche il termine stesso, conquista, non riesce a sottolineare appieno tale peculiarità.
Ergo, un invito: cominciamo ad interrogarci su quali atti di coraggio (teorici prima, pratici poi) risultino più adeguati alla comunicazione della resistenza al mondo, mantenendo consapevolezza della scelta di sacrificio responsabile che si vuole pacificamente imporre. Parliamone.

MdP 23 ottobre 2009

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Obiter dictum

L’ansia e la rabbia, eruttate come lava da quel vulcano che è l’esperienza vissutaesistenzialmente, in prima persona nelle forme della propria esistenza ( Pasolini ), sono impetuoso e necessario incedere oltre i confini della ragione. La grandezza di questo spazio sta anche nel suo sapersi confrontare con i violenti effetti di tali eruzioni, offrire termini di confronto immediati e possibili, facendo si che nessuna esplosione rimanga insignificante urlo silenzioso.

LV 24 ottobre 2009

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Comunicazione come fatto – Comunicazione come scambio

Quali atti di coraggio risultano più adeguati alla comunicazione della Resistenza?

Quanto è stato detto a proposito della colpa, a mio parere, inerisce alla fondamentale sfera della complicità: come mi è stato ricordato brillantemente, non può esserci comprensione della Resistenza senza un presupposto di complicità e questo presupposto lo si costruisce attraverso la pretesa ( la pacifica imposizione ) del sacrificio, dell’assunzione di responsabilità. Immanente ad ogni atto comunicativo sarà, allora, sempre e necessariamente senza deroghe, una pretesa di responsabilità nei confronti dell’altro, un pretendere quell’assunzione di colpa intesa in senso oggettivo e non quale preludio di un futuro perdono salvifico. Sul terreno della complicità, dominato dal principio cardine della responsabilità, può avvenire la comprensione del resistere.

La vicenda è complessa poichè, come sempre si è visto in precedenza, il totalitarismo culturale con il quale ci confrontiamo concede all’individuo un’assunzione di responsabilità apparentemente completa ma sostanzialmente incompleta, in alcuni casi inesistente ( individuo disimpegnato – colpevole ma incolpevole, come già si è spiegato in precendeza in altri articoli ). Su questo punto il fascismo culturale costruisce la sua vittoria incontrastabile ex post: la proposta radicalmente alternativa al fascismo ( ad esempio: conferenza di Marco Travaglio ) viene avanzata nei confronti della massa apparentemente responsabile ( ad esempio: studenti universitari che riconoscono il significato di un’informazione libera ) la quale si rivela sostanzialmente non responsabile ( sotto l’apparente schermo dell’interesse per l’informazione libera si cela un latente interesse per l’adesione ad un modello consumistico ed edonistico che impone una costante tensione mediatica ed autopromozionale della propria persona ); in questo modo la massa fagocita sia la proposta, rendendola un evento del totalitarismo, sia i soggetti che si trovano fisicamente nello stesso luogo della massa ma non aderiscono al modello consumistico di cui sopra ( questi soggetti vengono coinvolti nell’agire della massa, essi vengono cooptati contro la loro volontà in un agire conformato ).

Il nostro agire comunicativo rischia di seguire in modo irrimediabile lo schema appena delineato. In una proiezione pratica, tuttavia, non è sostenibile l’immediata soluzione di rinunciare ad una comunicazione del resistere fino a quando il piano della complicità non sia stato costruito, sia formalmente sia sostanzialmente: la conversione diverrebbe fine ultimo e non strumento, finiremmo per fallire in un pragmatismo assolutamente contrario alle finalità del nostro lavoro. Credo, a questo punto, che si debba identificare una distinzione tra due momenti comunicativi: la comunicazione come fatto e la comunicazione come scambio.

Nella comunicazione come fatto non possiamo, a mio parere, porci la questione della comprensione: il nostro agire si manifesta come spregiudicata apposizione di problemi nella sfera altrui della quale ci assumiamo la totale responsabilità e della quale non rinunceremo mai a riconoscerci colpevoli. In questa forma comunicativa la Resistenza assume la qualità di gestoimmediato: come la rappresentazione teatrale, il gesto ribalta gli equilibri dialogici, rinuncia totalmente all’elaborazione bilaterale, rifiuta la logica contrattualistica, non prova alcun interesse per la soluzione conveniente, ha un unico scopo: imporre pacificamente all’attenzione pubblica ( qui, del pubblico ) un problema, una riflessione, una scelta. La comunicazione come fatto è per tesi anticonformista, anticipatoria, rivoluzionaria, spregiudicata ma essenzialmente responsabile e consapevole. Di questa forma di comunicazione la Resistenza deve servirsi nel suo atteggiarsi quale strumento di sollecitazione, di incrinazione, di opposizione, di lotta: l’individuo che si troverà innanzi al nostro resistere necessariamente registrerà un’anomalia che potrà ignorare solo attraverso un forzato gesto di volontà, ma anche questo gesto di volontà rimane un gesto colpevole che può conoscere un’evoluzione inaspettata.  Questa forma di comunicazione come fatto mira, in via definitiva, a scatenare una reazione responsabile ma contestualmente si configura come il nostro fare resistenza, è il nostro rispondere ad un’esigenza di onestà intellettuale come contenuto minimo ed essenziale del nostro lavoro.

La comunicazione come fatto sfalda la compattezza del fascismo culturale. Attraverso la breccia aperta passa la possibile assunzione di responsabilità:  davanti all’anomalia, l’individuo può decidere se ignorare o approfondire. Quella pretesa di responsabilità nei confronti altrui, immanente in ogni gesto di comunicazione, qui viene esplicitata ed oggettivizzata: l’interlocutore recupera il suo libero arbitrio originario e compie la sua scelta che sarà comunque responsabile. La comunicazione come fatto contrasta il sistema coercitivo del totalitarismo: scardina quell’uguaglianza donata  gratuitamente e strumentalmente agli individui attraverso la proposizione di fatti comunicativi percepiti come anomalie, rimette a ciascuno il peso del proprio particolarismo rivolgendosi, nella sua irriverenza, a quel nucleo di identità comune di cui si è detto.

La comunicazione come scambio si realizza invece in un momento distinto; è la comunicazione instaurata con l’individuo che, una volta trovatosi innanzi all’anomalia, ha deciso di approfondire invece di ignorare. La comunicazione come scambio è uno strumento che, a sua volta, svolge una duplice funzione. Sotto un primo aspetto, l’interlocutore che approfondisce non può dirsi ancora cittadino della complicità in modo pieno: si colloca in questo contesto come un minorenne la cui capacità di agire esiste ma  non è riconosciuta come piena. La comunicazione come scambio funge allora da strumento di conquista alla Resistenza alla quale è doveroso rimettersi costantemente come suggerisce Saramago nella sua intervista al Fatto: l’interagire comunicativo si presenta come un mai esaustivo banco di prova, come un continuo mettersi in discussione, come un continuo conquistare la propria posizione nel resistere. Chiunque faccia parte della resistenza è chiamato a conquisitarla costantemente attraverso una comunicazione di scambio che si nutre di complicità.
Sotto altro profilo, la comunicazione come scambio si configura come il polmone della Resistenza stessa: è il linguaggio con il quale la Resistenza pensa se stessa ed il suo evolversi nella prospettiva futura. La grammatica di questo linguaggio si aggancia quindi ai principi fondativi di questo lavoro: non potrà esserci evoluzione se questa evoluzione non viene detta con il linguaggio dello scambio ( come si è detto con semplice e definitiva chiarezza: ogni passo va spiegato, ogni mutamento compreso, ogni sfumatura motivata ).

Penso che sia utile, al fine di identificare, in via primariamente teorica, gli atti di coraggio ai quali siamo chiamati nella comunicazione, tener presente questo doppio livello nelle sue varie articolazioni, approfondirne gli aspetti onde fugare l’irresponsabilità e la confusione tra ricerca teorica di soluzioni  e la loro adozione pratica.

LV 24 ottobre 2009

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Presenza

Una resistenza condotta sul fronte della socialità è una resistenza costante e continua. Per questo il primo atto di coraggio è la presenza. Un esserci ostinatamente, un’affermazione in positivo di una libertà negativa. Qui sta il discrimine tra il resistere e il desistere, atteggiamento questo con cui troppo spesso il primo viene confus0 (frainteso).
Chi sceglie di resistere sceglie prima di tutto di porre il proprio sistema in aperto contrasto con quello dell’altro, come prima provocazione sulla strada della complicità. E’ questa una resistenza che non fa prigionieri, ma conquista (pacifismo!) a sé incondizionatamente, per una volontaria e matura scelta.
Tutti questi aspetti permeano visibilmente la comunicazione come fatto. E’ questa un momento catartico imprescindibile sulla via della piena consapevolezza di una rinnovata complicità, per quanto dall’esterno esso possa essere semplicisticamente interpretato come un insanabile attrito. Ciò che un osservatore irresponsabile (e perciò disimpegnato) non vede in tale attrito è il profondo e pesante carico di responsabilità messo in gioco. Di qui l’assunzione della complicità tra pochi (due?) come terreno prediletto dell’espletazione della resistenza.
La comunicazione di fatto è la ri-voluzione, il radicale stravolgimento della percezione di sé, imposto al prossimo pacificamente ma definitivamente (di qui il peso, di qui la responsabilità). Ma la comunicazione di fatto è anche, e prima di tutto, presenza. Il primitivo atto di coraggio di vivere la propria resistenza in una socialità del pregiudizio che la nega per antonomasia: ecco una prima intuitiva connessione temporale tra attuazione e speculazione.

Gli imperi cadono quando l’educazione dei principi cede alla letargia borghese, con la sua puntigliosa, superstiziosa ignoranza della radice spirituale di ogni dominio.

Cristina Campo, Gli imperdonabili, 1987.

MdP 26 ottobre 2009

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Segreto

Voglio ora passare alla comunicazione come scambio.
L’approdo della nostra riflessione e la contingente quotidianità impongono una considerazione: come approcciare detto scambio? Tenendo sempre presente che il ragionar su tale comunicazione implica che si dia per scontato l’essersi consapevolmente avviati sulla strada della complicità, bisogna subito fugare ogni sospetto: compiuto questo passo, non si sono affatto esaurite le complessità.
L’ingresso del rapporto sociale sul piano della responsabilità e dell’impegno è gravido del rischio di pervenire ad un immobilismo imbarazzato, derivante dalla mutevole consapevolezza della complicità, unita ad un’ansia di condivisione che non si sa esprimere (romantico cruccio!). Voglio allora puntare il mio dito inquisitore sul principe dei pregiudizi in tema di socialità impegnata: il segreto.
Il segreto è, nei termini più generali possibili, la volontaria e consapevole esclusione dell’altro dalla conoscenza. Il fraintendimento che accompagna il segreto, nella sua formazione, è il seguente: la convinzione di mantenere la verità, secretandola, al sicuro. Parlo di fraintendimento con cognizione di causa, in quanto in queste poche affermazioni è contenuta la negazione stessa del concetto di verità a me caro: una verità indifendibile perché inattaccabile.
Il segreto è quindi, fondamentalmente, una rinuncia. E’ desistere dall’indagine completa e razionale degli eventi, dei convincimenti, delle idee. Questo ovviamente se si considera il segreto dal punto di vista di chi lo crea, ben più ampio essendo il ragionamento da condursi qualora si volessero affrontare tutte le negative implicazioni del segreto nei rapporti sociali (perdita di fiducia e quant’altro). Ma il mio vuole essere un ragionamento a priori, condotto sul terreno della possibilità del segreto, non dei suoi effetti.
L’esistenza del segreto all’interno della comunicazione di fatto è indiscutibile e largemente comprensibile, tutt’altro dicasi per la comunicazione di scambio: la rinunica a riversare completamente la propria identità grezza sul piano della condivisione suona come una condanna a morte di una complicità costruita con sacrificio.
Dovendosi aver sempre chiara la perpetua affermazione di libertà che è la resistenza complice, non si potrà però negare al singolo il diritto a non condividere. Ed è qui, il grande bardo direbbe, che c’è l’intoppo.
Allo stato attuale, l’unica via d’uscita mi viene dalla formulazione di un’utopia: la speranza che, nell’apoteosi della reciprocamente riconosciuta responsabilità, il segreto sia sostituito dall’eccettuazione; dalla capacità, cioè, di condividere un dato che possa essere concordemente lasciato a latere del processo comunicativo di scambio.
Mi rimetto all’altrui ingegno, nell’attesa d’un più proficuo periodare.

MdP 28 ottobre 2009

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Sperimentazione

Alcune considerazioni sulla presenza e sul segreto.

Il momento della presenza è un momento antecedente alla Resistenza stessa. Sulla base di un’esperienza esistenziale diretta, vissuta interamente nelle forme della presenza, appunto, si approda ad una scelta di opposizione che affonda la sua radice in un originario calarsi interamente nel proprio vivere. Allora si coglie il senso della Resistenza: opporsi, resistere, per difendere e portare avanti una scelta di presenza primitiva proprio nel luogo in cui quella stessa scelta viene surrettiziamente, ma radicalmente, negata.

La presenza è il seme piantato nel campo del vissuto, la Resistenza è il frutto dell’interagire tra il seme e la terra. Per questo motivo ogni affermazione di libertà negativa ( ogni rinuncia ) non potrà mai essere un desistere: se l’atto con il quale si pone in essere la Resistenza è effettivamente frutto di quell’interagire di cui sopra, allora ci sarà sempre il seme a testimoniare il duro aggancio al terreno. In quest’ottica, l’atto di astensione appare brillantemente per quel che è: non un allontanamento ma un approfondimento di quella scelta di presenza,un portare acqua alla radice,  proprio perchè in quella radice, in quella scelta, identifichiamo la matrice del nostro essere in potenza; del resto, non è azzardato affermare che sia proprio uno spirito di conservazione  / sopravvivenza a spingerci verso la Resistenza.

Ogni atto, non solo quelli configurabili come astensione o rinuncia, deve essere un portare acqua a quel seme. Il resistere, considerato primariamente nella sua dimensione sociale, si serve a questo scopo di diverse forme comunicative che però non devono limitarsi a dare per implicita e sempre comprensibile la scelta originaria di presenza: costante deve essere la tensione ad esplicitare il proprio esserci, a chiarificarlo con il maggior grado di intensità possibile.

La Resistenza non deve aspirare ad essere centro d’attenzione, deve (ri)portare l’attenzione su qualcosa che è altro da se: per questo motivo la comunicazione come fatto, ma anche quella come scambio, si presenta come scarna ed essenziale nel suo essere provocatoria; la comunicazione come fatto non stimola la curiosità ma l’interesse, tenta di volgere lo sguardo altrui verso il seme di cui sopra, non verso il frutto: la scelta di presenza è il cuore di ogni messaggio della Resistenza; la Resistenza, nel suo agire comunicativo, non ha mai come fine ultimo la comunicazione di se stessa ma sempre qualcosa di terzo rispetto a se, la qual cosa è sempre riconducibile ad un esserci.

Sebbene la scelta di presenza sia immediatamente rilevabile nella comunicazione fattuale, non va dimenticato che è la comunicazione come scambio ad essere il primo momento di elaborazione di quella scelta. La parola dello scambio forgia la parola del fatto: la seconda non potrebbe esistere se non ci fosse la prima. Il nostro ruminare continuamente la parola dello scambio ci porta a dare contenuto al fatto comunicativo.

Questo momento in cui avviene lo scambio è necessariamente momento di sperimentazione continua, guidato, come si è detto, dal principio della responsabilità radicato nell’esserci. La libertà di non condividere diviene a sua volta sperimentazione della propria identità grezza e quindi della complicità: lo spazio dello scambio complice non esige costantemente un reciprocoriversare il proprio nucleo di identità grezzo,esige piuttosto che il gesto di riserva o condivisione sia compiuto responsabilmente. Non si parla di responsabilità morale ( gesto responsabile = che non rechi danno ), ma di responsabilità laica intesa come disposizione all’assunzione di responsabilità.

Nello spazio dello scambio, che è spazio di confine e non di frontiera come invece (ma andrebbe approfondito) lo spazio del fatto, la scelta di non condividere viene riconosciuta come sperimentazione della complicità: in questo senso si, si può parlare di un tacito consenso nel lasciare a latere del processo comunicativo una determinata questione; ma a ben guardare tale considerazione è superflua poichè quella scelta di non condividere, essendo radicata alla decisione originaria di essere presenti, si rivelerà poi come scelta responsabile e come tale avrà portato una ben precisa ed identificabile evoluzione nel contesto comunicativo. La scelta di non condividere sul piano dello scambio si innesta nel più ampio significato di questo tipo di comunicazione: da un lato, le scelte vengono compiute in vista di una continua messa in discussione della complicità e della resistenza ( conquistare ogni giorno la Resistenza senza darla mai per scontata ); dall’altro, le stesse scelte portate sul piano dello scambio tendono all’evoluzione della Resistenza, ne sono, come si è detto, il polmone. Ecco che allora anche la decisione di non condividere rientra nei termini dello scambio ed è, compiendo un’astrazione, condivisione a sua volta di una scelta: è infatti la condivisione della scelta di presenza e di Resistenza che rileva, e se queste scelte di fondo stanno alla base anche della scelta di non condivisione, allora per il resto un’astensione responsabile potrà essere al massimo un fatto doloroso, ma non nuocerà mai alla salute della comunicazione, nè, tantomeno, potrà essere intesa come un’abiura; anzi, se sono presenti i presupposti di cui sopra, la scelta di non condivisione sarà fattore benefico alla stregua di qualsiasi altra scelta responsabile.

Anche io, ad ogni modo, mi rimetto all’altrui ingegno, nell’attesa d’un più proficuo periodare.

Tout est comparaison sur cette terre.
Irene Némirovsky – Les Chiens et les Loups, 1940

LV 29 ottobre 2009

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Frontiere e confini

Ho scritto ieri che la comunicazione come fatto può essere configurata come spazio di frontiera contrapposto allo spazio di confine che invece caratterizzerebbe la comunicazione come scambio. Cerco di chiarire.

La frontiera è la linea di separazione tra spazi contigui, è la modulazione dello spazio da parte dell’uomo guidato da una concezione ipervolontaristica nell’organizzazione del suo ambiente fisico: ogni forma di organizzazione proviene da un atto di volontà e non c’è nulla che possa dirsi “organizzato” se non viene concepito come “voluto” ( anche la volontà di Dio rimane volontà ). La frontiera è volontà pura che dal piano teorico si fa pratico: è un processo essenzialmente nitido questo, l’esigenza è infatti quella di chiarezza, certezza, fermezza. In questo senso, la comunicazione come fatto è sicuramente frontiera.

La comunicazione come fatto rappresenta proprio il passaggio di una volontà dal piano teorico al piano pratico: come la frontiera riassume in se stessa, concretamente, quell’elaborazione di necessità che avviene sul piano astratto,così  il fatto comunicativo condensa in se stesso l’intera vicenda della Resistenza intesa come risposta ad una necessità e successiva elaborazione di tale risposta. Della frontiera, il fatto comunicativo segue le stesse sorti: laddove l’apposizione della frontiera avviene in modo irresponsabile, questa diventa esclusivamente offesa, prevaricazione, usurpazione, occupazione indebita e l’incontro-scontro che si consuma abitualmente su di essa si converte in guerra (civile). Per questo motivo, il fatto comunicativo, come frontiera, deve essere cosciente e sempre responsabile, promuovere l’incontro/scontro in luogo del conflitto bellico: la frontiera come il fatto comunicativo sono volontarie apposizioni di problemi che scardinano la pericolosa compattezza omogenea del territorio. Tuttavia, la frontiera come il fatto comunicativo, sono armi a doppio taglio: la violenza non violenta dalla quale sono generati si caratterizza per una latente tendenza all’esclusione dell’altro; esclusione che primariamente è strumentale a quell’apposizione di problemi di cui sopra ( esclusione come fatto provocatorio ), ma nel tempo istituisce i presupposti per un dominio del più forte sul più debole, fondato sulla base di un’identità costruità al di qua della frontiera ed accettata ciecamente (senza critica, per paura, per eccessiva ammirazione..) al di là della stessa, innescando così un rapporto di soggezione destinato a degenerare in nuova forma di sopraffazione (seppure in buona fede). Per questo motivo, all’apposizione della frontiera deve essere assolutamente contestuale una continua valorizzazione del confine.

Il confine è lo spazio delle diversità. Attraversato dalla linea di frontiera, esso comprende un territorio comune (complice) all’interno del quale la dialettica può prendere le più diverse forme ( anche quella dell’astensione). Questo è lo spazio in cui la volontà sperimenta se stessa continuamente attraverso un continuo confronto tra fattori eterogenei. Il confine è quindi la comunicazione come scambio. Questa continua sperimentazione ( che è l’incontro/scontro di cui sopra) influisce sulla frontiera modificandola, aggiornandola, rendendola sostanzialmente viva e nuova ogni volta. Il confine è dunque immaginabile, sotto questo aspetto, come un’officina dove lentamente il futuro fatto comunicativo (la frontiera) viene preparato e reso il più raffinato possibile. Ma la funzione di questo spazio è fondamentale anche sotto un altro aspetto. E’ qui, e solo qui, che il gesto comunicativo viene responsabilizzato.

Alla responsabilità del resto non si può pervenire gratuitamente. Il contenuto della responsabilità è anzi un contenuto dispendioso poichè dispendiosi sono i suoi presupposti. Non basta infatti la disposizione a dirsi colpevoli del fatto, non basta la disposizione al confronto, non basta il riconoscimento dell’altrui diversità ed il suo rispetto, non basta nemmeno una generica apertura allo scambio ( tutti elementi evidentemente necessari e costosi ), occorre anche e soprattutto che l’individuo si faccia carico individualmente e personalmente del proprio apparato critico.

Sul confine è proprio questo apparato critico che viene sviluppato: l’individuo, che, va ricordato, ha accettato la complicità con tutti i suoi presupposti e che quindi si trova sul terreno del confine, viene continuamente sollecitato dal confronto con il diverso (confinante) che è sempre un fenomeno problematico e come tale richiede una presa di posizione critica alla quale sottostà il suo intero universo emozionale e razionale; questa presa di posizione critica ( associata alla colpevolezza ) rende definitivamente responsabile il gesto che, come si è visto altrove, viene trasmesso all’interlocutore presso il quale avanza una nuova pretesa di responsabilità.

La comunicazione come scambio è perfettamente sovrapponibile allo spazio di confine. Si può allora concludere approfondendo ulteriormente il significato e la qualità di questo tipo di comunicazione: da un lato, essa è matrice della comunicazione fattuale, sia nel senso che il fatto comunicativo è traduzione pratica di un’elaborazione teorica della volontà, sia perchè lo stesso gesto può dirsi responsabile ( e avanzare pretese di responsabilità ) solo nei termini in cui derivi da una responsabile comunicazione di “confine”; dall’altro lato, va notato come la comunicazione come scambio sia sempre a monte del gesto comunicativo: si pone rispetto a questo come il luogo dove viene data una lettura continua ( e mai pienamente soddisfaciente ) della realtà, sulla base della quale prende piede un conflitto di idee reale e costruttivo che confluisce nel fatto comunicativo fornendogli una concreta forza riformatrice laddove non rivoluzionaria( del resto, come ci insegna la storia contemporanea di questo Paese, come poter immaginare una forza effettivamente riformatrice priva di una concreta, prima che onesta e costante, lettura della realtà a sostenerla? come immaginare una comunicazione di fatto priva di comunicazione come scambio? ).

La Resistenza allora si propone di portare in ogni situazione sociale la sua frontiera ed il suo confine, non cessando mai di impegnarsi su entrambi i fronti contestualmente.

LV 31 ottobre 2009

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Diario parigino

Scelta.
Una scelta di abbandono, anche momentaneo, di uno spazio permette di soppesare al massimo la portata che la nostra presenza ha in esso. Partire significa lasciarsi alle spalle, insieme al luogo fisico, quello metafisico del nostro agire al suo interno. Costringe, in poche parole, a reinterpretarsi al di fuori di un contesto civile noto.
Mi ritrovo allora a pensare, in queste ore, a quanto io sia il mio luogo: quanto sono Bologna e quanto Italia. Una scelta di abbandono è prima di tutto una scelta di abbandono di questi luoghi, per liberare il mio agire intellettuale da quella gabbia di materia che lo opprime e lo conduce.

Vigilia.
Partire è la grande occasione di scrollarsi di dosso le ansie e i pesi di una vita di impegno, una consapevole e impegnata scelta di disimpegnarsi in un attimo di oblio. Si vorrebbe farlo in punta di piedi, passando con leggerezza alle spalle delle proprie Questioni, lasciandole allibite della nostra assenza. Ma questo è un lusso non concesso: la mancanza è una condizione che va esperita con sofferenza, quasi a voler negare la stessa possibilità di un distacco che sia finalemente completo, per quanto momentaneo. Il suadente artiglio della nostalgia si nasconde dietro il dolce e sincero sguardo di chi ci saluta e resta. Ogni attimo, discordo, sguardo, gesto acquista nella vigilia la fulgida pesantezza dell’unicità.
E la partenza null’altro rassomiglia se non la speranza di un ritorno.

Paura di volare.
Una sfida lanciata al cielo è una sfida persa in partenza. Solo fallacemente convinto della perfezione della propria tecnica l’uomo può trovare in sé il coraggio di azzardare. Al resto provvede la società, con le sue nozioni di “convenienza”, “tempo”, “economicità”, “normalità”, “probabilità”. Il tutto per non avere paura.
Il tutto per non essere uomini.

Fra barbara gente.
Che cosa significa essere francesi? Niente.
La geografia non fa parte dell’uomo e la lingua non è che l’ultima delle sue forme espressive. Il resto è Europa, è un’Occidente sempre più imperativo e unificante, che relega gli elementi scardinanti tale unità nelle periferie, porti inaccessibili agli occhi. L’identità culturale non è che un esercizio di edonismo, condensato nell’esaltazione della similitudine: le differenze sono “private”, “personali”. Tutte le stranezze imputate dal mio popolo al popolo francese, e viceversa, sono particolari trascurabili, perciò rassicuranti.

Su tombe illustri.
Il monumento funebre preserva la comunità dalla paura di un incerto futuro: è un auto-attestato di stima. I propri meriti (che sono uomini) sono enumerati e disposti a imperitura memoria, finendo per rivelarsi una minaccia per chi vive il presente, timoroso della propria irrilevanza.
La morte, invece, è la più bassa manifestazione dell’umana natura, l’inevitabile riconduzione alla cenere che nemmeno una vita di ingegni può scansare. La memoria è un esercizio utile a chi ricorda, non a chi è ricordato. Ricordando, ci si costruisce la speranza di un’alternativa a che la morte rappresenti ciò che è: l’attimo in cui ci si congeda dalla vita con la stessa dignità che si ebbe nell’affacciarvisi. Nessuna.

Vetrine.
La frapposizione di uno schermo è sempre e comunque l’instaurazione di una gerarchia. La società pone le proprie merci a un livello superiore rispetto a quello dei propri componenti ma, subdolamente, fornisce loro l’unico mezzo per abbattere di volta in volta questa gerarchia: il denaro.
Sicché, la vita sociale si risolve nella lotta per accaparrarsi il più ingente quantitativo possibile di quella prima merce che è, appunto, il denaro.
Quindi, la ricchezza non è che la più frenetica serie di manifestazioni di forza economica per raggiungere quella posizione elevata che non si potrà mantenere, giacché la società dà, sì, possibilità, ma mai il potere.

Dalì.
L’uomo di fronte alla donna assume un aspetto di invidiabile solidità, salvo rivelarsi, una volta alle sue spalle, come il vano scheletro di sé stesso. Componente fondamentale e mai confessata del rapporto uomo-donna è, infatti, la sofferenza. Confessare la propria fragilità per riappropriarsi di una perduta spontaneità è considerato, nell’agòne sociale, un rischio folle.
Io credo, al contrario, che un amore vissuto nella fragilità e nella sofferenza, nuda e reciproca, sia la più sublime delle aspirazioni. Vivere negando la propria scheletrica fragilità è consegnarsi alla lenta agonia della speranza.

Riassunto a beneficio degli immeritevoli:
“Come è andata a Parigi?”
“Bene”.

LV 24 novembre 2009

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Appartenenza

I miei propositi erano tutti rivolti alla conquista della certezza e a rimuovere il terriccio mobile e la sabbia per trovare la roccia e l’argilla. E ci riuscivo abbastanza bene, mi pare, in quanto nel tentativo di scoprire la falsità e l’incertezza delle proposizioni che esaminavo, non attraverso deboli congetture ma mediante ragionamenti chiari e fondati, non ne trovavo mai di tanto dubbie da non trarne qualche conclusione certa, non foss’altro che questa: che non contenevano nulla di certo.

René Decartes – Discours de la méthode

Voglio partire da queste ben note parole di Cartesio che chiariscono, immediatamente, come la ricerca di una parola responsabile (verità intima che coincide con la verità espressa) passi necessariamente attraverso il ripudio di ogni convenzione. Il rifiuto di ogni convenzione prevede un’approccio critico nei confronti della propria opinione: diffido della mia parola civile(esteriore) smantellandola: nego, rigetto, mi stupisco dell’evidente non per beneficiare stupidamente di una perpetua irresolutezza ( scetticismo ), bensì per intensificare il lavoro sulla parola intima. Così facendo, rendo me stesso terzo rispetto alla parola civile e alla parola intima,sono in grado di giudicare ( con fatica ma doverosamente ) sulla veridicità o  meno della mia parola interiore.

E’ stato correttamente detto, nell’ultimo articolo, che il linguaggio è convenzione:  comune (di molti) accettazione della loro verità. Io affermo, rifacendomi a Cartesio, che la ricerca di una parola responsabile ( quindi: il resistere ) passa attraverso il rifiuto di ogni convenzione. Ogni parola responsabile parte quindi da un rifiutare il linguaggio come pura convenzione: resistere significa  praticare la parola per praticare la libertà, in radicale opposizione all’aderire alla parola che è un aderire alla libertà. In questo senso, la parola libera del resistente è una parolaanticonvenzionale. Su questo punto, per il vero, noto numerose affinità tra l’Uomo del Sud e l’Uomo del Nord: entrambi finiscono con l’aderire ad una parola, quindi ad una libertà, eteroimposta, o meglio, eterofferta, in modo vincolante, sotto forma di convenzione. Per quanto mi riguarda, infatti, la mistificazione della libertà proiettata sullo schermo dell’immaginazione dell’Uomo del Nord è in buona parte sovrapponibile all’immagine di libertà vigente in terre di mafie (aderire all’organizzazione criminale come unica strada di libertà materiale): entrambe escludono  la pratica (della parola,della libertà) mentre esigono ( con diversi tipi di violenza, chiaramente, ma pur sempre violenza ) l’adesione. La parola dell’Uomo non-resistente, sia esso del Sud o del Nord, non è libera in quanto non-anticonvenzionale.

Ma in cosa consiste la pratica della parola, oltre il rifiuto della convenzione? In cosa consiste il lavoro sulla parola intima? Come va formandosi la parola responsabile e, soprattutto, in che modo la parola responsabile non rigenera i meccanismi della convenzionalità?
A questi quesisti, all’ultimo in particolare, io posso solo tentare di dare una risposta.

In primo luogo, penso che il lavoro sulla parola intima, teso alla formazione della parola responsabile (pratica di parola e libertà), dopo il rifiuto della convenzione, sia dominato da un vero e proprio contraddittorio delle esperienze: tra queste diverse esperienze, lo spirito critico permette di selezionare in modo laico quelle più significative e quindi pervenire ad un terzo momento in cui la parola (intima) viene scelta. Sempre attraverso lo spirito critico e sulla base della parola intima, l’individuo seleziona ulteriormente la propria parola civile e responsabile: è con questa parola che si costruisce la complicità.

Per ciò che riguarda la complicità è doveroso rimandare a quanto è stato detto nella discussioneSulla socialità. Voglio però sottolineare come dalla complicità possano derivarsi nuove tipologie di esperienze, molto intense, da far confluire all’interno del contraddittorio di cui sopra. Inoltre, cercando di rispondere all’ultimo quesito, è possibile rintracciare nella complicità un fenomeno assai rilevante che sgretola ogni convenzione: l’adesione diviene senso d’appartenenza. Il senso d’appartenenza prevede necessariamente una pratica, non un’adesione: chi appartiene non cessa mai di criticare la propria appartenenza; chi aderisce, al contrario, non ha mai cominciato a farlo.

Auguri.

LV 31 dicembre 2009

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