Su L’isola

Su L’isola

Proposte per uno Statuto Intellettuale de “L’Orizzonte”.

MdP 5 ottobre 2009

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Non c’è nulla di molto diverso

Art. 1

La genuina comunicazione si fonda sul riconoscimento della diversità e sulla sua comprensione.

Se è vero che l’orizzonte è pur sempre un confine, per quanto vasto sia il mondo in esso ricompreso, altrettanto vero è che tale confine si presenta labile e mutevole. Ma ancor più vero è che molteplici sono le sensazioni che la sua vista suscita in ciascuno. Dunque orizzonte come insieme di significati, tanto più vario quanto più aperto alle contaminazioni e soggetto alle alterne prospettive. Orizzonte come terra di confine, come fedele interprete di contigue realtà: la ricerca sperimentale, soprattutto se intellettuale, si dipana come lo stanco fiume che nel suo ondivago letto scende alla piana, non curante delle miglia che lo separano dal mare, celato dietro una di cento anse. Orizzonte come rifiuto della pretesa di disvelamento, come serena accettazione di una potenziale inconcludenza: all’uomo che compie un passo verso l’orizzonte, questo risponde con un passo di fuga e uno di rincorsa, quasi a voler testimoniare la sua assidua presenza e la sua inafferrabilità. Orizzonte come visione maestosa, madre di un’umiltà determinata che si raccoglie nell’egoismo per risolversi nella comunione.

Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino.

MdP 6 ottobre 2009

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Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento

Orizzonte è lavorare piegati con le mani piantate in terra e guardare lontano, è la ripetizione puntuale di un gesto  al solo scopo di capire e non capire mai neppure dopo aver compreso tutto.
Quest’officina risponde all’esigenza rabbiosa di riprenderci il peso della socialità, di recuperare lo sforzo della riflessione nell’amore per quella fatica quotidiana vissuta al fine di riempire la parola di una nitida durezza.Orizzonte allora come tensione, come paziente ansia di futuro, teatro stabile di una responsabilità reciproca alla quale accedono l’angoscia ed il furore della comunicazione. Orizzonte come deciso rifiuto di qualsiasi conclusione ultima, atto di fiducia nei confronti di un continuo divenire, perpetuo tentativo di creare margine inesplorato e di esplorarlo.

Tu non sai quel che sia avvistare una terra
e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi.
Io non posso accettare e tacere.

LV 6 ottobre 2009

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In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere

Art. 2

Qualunque ricerca, se razionale, sa pascersi di se stessa.

La costruzione e il perfezionamento di un metodo, non una lucida e definitiva conclusione è il fine della ricerca intellettuale. Per quanto irraggiungibile, un orizzonte è sempre perseguibile: è un continuo esercizio di stile, che altro non significa se non il costante e aporetico perfezionamento dei confini del proprio ego. Consapevolmente, si nega il potenziale totalmente pervasivo della ragione umana: la razionalità necessita della convivenza e del confronto con tutto ciò che nell’uomo vi è di non razionale; questo è il motivo per cui non si deve porre come obiettivo l’eliminazione, a qualsiasi costo e con qualsivoglia mezzo, del non razionale che è primigenia fonte dell’indagine intellettuale. Una razionalità, dunque, come misura del non razionale, come contrappeso al disimpegno. Nel rifiuto dell’irrazionalità perisce la ragione.

Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi?

MdP 6 ottobre 2009

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A difesa di un confine

C’è dell’altro. Puntualizzare una posizione culturale di partenza alla quale aderire con decisione mette in luce come il primo atto sia necessariamente una esclusione di qualcosa. Si parla prima di tutto di un rifiuto: rifiuto di un metodo che presuppone un insieme di prese di posizione che non possiamo accettare. Il nostro essere qui, il nostro volere un’orizzonte,  è un gesto che trasforma una dolorosa latitanza in una estenuante resistenza. Orizzonte allora è proprio quel luogo nel quale la dimensione immateriale del rifiuto si cuce con la sua dimensione materiale, è il luogo dove questo rifiuto si realizza nella sua potenza negativa di esclusione ma è contemporaneamente il luogo dove lo stesso rifiuto esplode in tutta la sua attitudine creatrice: vi è infatti un’istanza di positività che avanziamo nei confronti della realtà, non possiamo rinunciare ad essa ed allora occorre prendere una posizione inequivocabilmente di opposizione nei confronti del magma che tenta di sommergerci. L’orizzonte diventa quindi lo spazio aperto che ci circonda, che ci siamo procurati per crescere questa resistenza ed opporla continuamente all’esterno, riproponendoci di farne un manifesto della nostra quotidianità. Ciò significa che in questo spazio non deve entrare nulla che sia gratuito, nulla che non sia percepito come una impetuosa necessità, nulla che permetta al magma di penetrare e sommergere questa terra di confine.

Nulla ti è stato tolto.
Quello che sei l’hai voluto.

LV 6 ottobre 2009

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Ma se ti piace la parola, dilla

Art. 3

Ogni maggioranza è sempre insufficiente.

Ancora il bisogno di indagine interiore è preceduto dalla necessità di spoliazione: ogni presunzione di forza, comunque ottenuta, va rifiutata se espone il prossimo al martirio della coscienza, ispirato dall’ansia di reciproca accettazione. Ricerca come violenta autodeterminazione, che dispiegando la sua energia sul finisce inevitabilmente per arricchire l’altro, al quale non si impone nemmeno una condivisione che accetterà in quanto intimamente ritenuta necessaria. Ogni contributo inascoltato perché minoritario è un contributo irrimediabilmente perso, colpa della quale colossale aggravante è la responsabilità di chi tale contributo ha, volente o nolente, generato: ecco un tragico distorto uso della forza.

Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dei che il mondo ignora?

MdP 6 ottobre 2009

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L’aria è troppo vuota

Art. 4

L’unico tacere che la ragione conosce è il tacere volontario.

La ricerca è totale, senza riserve. Essa concepisce il tacere solo ed esclusivamente per il valore affermativo in esso contenuto. Questo perché la resistenza è totale, senza riposo: è l’imperituro diniego della gratuità. Resistere significa prima di tutto opporsi. Ecco il motivo dell’ostinato silenzio che solo lo stolto paragona alla resa. Dunque resistere è affermare la propria libertà negativa: la consapevole perché ponderata sottrazione di se stessi.

Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio,
un arresto, che è come la traccia
di un’antica tensione e presenza scomparse ?

MdP 7 ottobre 2009

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Quello che cerco l’ho nel cuore, come te

Art. 5

La resistenza si esalta nel più determinato egocentrismo.

Per capire quanto proficua possa dimostrarsi l’affermazione della libertà negativa, va compresa la fondamentale differenza che separa l’egoismo dall’egocentrismo.
Egoismo è l’amore esagerato di se stesso e del proprio interesse, anche con danno altrui (Garzanti). Visto nell’ottica della sottrazione di sé, questo concetto porta ad immaginare ogni rinuncia come un’allontanamento dell’altro, concepito come necessario ai fini del proprio interesse di onestà intellettuale. Va da sé che una condotta di questo tipo impoverisce ogni relazione interpersonale, oltre a colorare la figura di chi lo pone in essere delle fosche tinte dell’ostinatezza capricciosa. L’egoista allontana il prossimo poiché lo sonsidera irrimediabilmente diverso e compie un’atto, pur nella sua impalpabile istantaneità, di prevaricazione intellettuale. Da questo momento in poi, ogni rapporto sarà, appunto, gratuito e mediocre, per non dire superficiale. E’ la morte della comunicazione, nella sua accezione più pesante e responsabile possibile.
Egocentrismo è porre la propria persona al centro di ogni relazione, subordinando a se stesso ogni valutazione della realtà (Id.). In questo caso non si ha la frapposizione di una barriera, ma il perfezionamento di un filtro. Attraverso il processo di sottrazione di sé la persona si determina nella propria posizione di resistenza, senza però rinunciare a calare tale posizione nella realtà quotidiana. Dunque chiarisce esclusivamente il punto di partenza e si fa consapevole del proprio limite: il proprio ego. Quell’ego che l’egoista vuole esclusivo, mentre l’egocentrico si limita ad accettare come principale medium nel rapporto con la realtà che lo circonda. Ecco dunque che la persona che entra in contatto con l’egocentrico prova non già la sensazione di avere di fronte un ostinato asceta, bensì un soggetto umile e consapevole, che per primo vive il sacrificio del distacco. L’egocentrismo si argomenta autobiograficamente, con un costante riferimento alla propria storia; non si alimenta dell’egoistica pretesa di raggiungere una condizione desiderata a priori, a scapito di ogni rigurgito di razionalità.
L’ego posto al centro è recettivo a tutta una serie di arricchimenti, compatibili con esso stesso, lasciando un ruolo da deuteragonista al prossimo, all’altro visto come metro di confronto e misura della propria ricchezza intellettuale. L’ego irrimediabilmente isolato è un ego condannato a morte.

“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.” (Mt. 11, 25)

MdP 7 ottobre 2009

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Tentativi di ricostruzione per una resistenza sostenibile

La rinuncia altro non è che un gesto di rottura irrimediabile, finalizzato al recupero della propria libertà, negativa quindi attiva. Rimettere in gioco quotidianamente questo tipo di presa di posizione è forse il punto d’equilibrio di tutta l’impalcatura: significa riconoscere ed accettare (direi addirittura anelare) la sovranità del confronto dialogico proprio nel momento in cui si disconoscono i metodi con cui questa sovranità viene amministrata. Su questa affermazione viene detonata la bomba dell’egoismo: la rinuncia si converte necessariamente in una proposta, si persegue di fondo un interesse collettivo, a nulla rilevando che la collettività sia ristretta a due persone o poco più: ciò che conta è che ci si trovi innanzi ad una fattispecie aperta, ad una proposta alla quale sia possibile aderire. L’io approda quindi ad una piena prospettiva egocentrica:esce dal castello, abdica la sua causa autoreferenziale per collocarsi nel centro del reticolo sociale, esposto al fuoco incrociato della dialettica violenta. Le regole del gioco in qualche modo sono scritte, l’attenzione si sposta necessariamente sul modo in cui queste norme vengono applicate dopo la loro enunciazione. Quel che accade nei fatti è tragico: la rinuncia svela la sua natura richiamando a se una gestualità sempre più radicale, seguendo una proporzionalità inversa rispetto all’evoluzione del sistema dal quale ci si è voluti emancipare. E’ questo il meccanismo che riapre la strada verso il solipsismo, quella stessa strada che in sede di enunciazione delle regole si è voluto chiudere energicamente: una rottura crea i presupposti per una rottura più sottile che a sua volta crea ulteriori presupposti per altre rotture e così via, fino alla formazione di un microcosmo nel quale ogni intervento è passibile di sindacato, dove ogni situazione potenzialmente un’astensione e se questo non accade molto spesso è semplicemente per puro istinto di sopravvivenza. Tutto ciò, in estrema sintesi, per sottolineare come la scelta della rinuncia, cristallina sotto un profilo filosofico, conosce una sua realtà fattuale assai problematica, realtà, questa, dominata da un rischio incombente, ossia che la prospettiva egocentrica dalla quale si è preso piede si trasformi poi in una prospettiva egoistica.Tutto ciò, corroborato dall’immanente necessità di identificarsi come entità minoritaria e di essere riconosciuti come tali nei giudizi sul nostro valore: nel momento pratico l’atteggiamento “mediano” dell’io(con tutto ciò che comporta questa posizione), sul quale si fonda la prospettiva egocentrica, stenta a realizzarsi;nel momento del confronto ( attenzione:soprattutto quando c’è incontro piuttosto che scontro) la tendenza non è più quella di volontà reciproche di apertura che prendono piede da uno stesso punto di partenza (la rottura) e si dirigono verso un accrescimento reciproco: si scatena una corsa verso l’interno della torre e ci si batte per trascinare dentro le proprie mura il nostro interlocutore. Questo è per me un possibile fallimento immanente alla rinuncia quando questa viene dedotta in fattispecie concreta: la riproduzione di un modello dal quale ci si è voluti distaccare,un modello fondato in definitiva sulla prepotenza, quasi un ribadire un’impossibilità materiale di realizzare un proposito contrario e giusto. Non è così, non può esserlo. L’alternativa è per forza la resistenza che però, a questo punto, deve essere anche resistenza contro se stessi, contro un istinto che non è semplicemente di sopraffazione, ma è quella spinta ad utilizzare strumenti dei quali siamo portati a dare per scontata la conoscenza. La resistenza arriva quindi a comporsi di tre momenti necessari: la rinuncia (rottura) con il sistema e la relativa presa di coscenza, la distruzione e la ricostruzione del mondo secondo un metodo di razionalità cartesiana con il quale ottenere una posizione più radicata nel medio della prospettiva egocentrica, ricavando così strumenti “puliti”, con i quali lavorare nel momento del conflitto, sia esso inerente all’attività di opposizione oppure sia esso riguardante la resistenza nei confronti di noi stessi di cui sopra.

LV 8 ottobre 2009

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Immortale è chi accetta l’istante

Leggo i “Tentativi di ricostruzione (…)” e una pagina dei miei diari e ancora viene in mio soccorso Pavese:

E’ un lungo sonno cominciato chissà quando
e tu sei giunto in questo sonno come un sogno.
Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.

La condizione di resistenza affonda le sue radici in lontane convinzioni. A questa solidità storica si aggiunge la forza delle argomentazioni speculative a sostegno della nostra determinazione. E’ un lungo sogno cominciato chissà quando, nel quale prima o poi si insinua un sogno funesto che riporta (risveglia) alla realtà.
L’interrogativo sulla sostenibilità mi riporta all’asserita ineliminabilità del non razionale, inteso come tutto ciò che crediamo non corrispondere ai parametri della nostra scelta.  San Matteo vide nascere il suo sentiero di santità dal banco dell’esattore: forse la dimensione di chi resiste è una dimensione di compromesso tra presente e passato (se non altro quello prossimo)? Non credo. Per lo meno mi sono convinto che:

Art. 6

La ricerca intellettuale non porta a rimpiangere, giacché non soggiace allo scorrere del tempo.

Per quanto tale ricerca sia posta in essere da un individuo in divenire, è questo un divenire che non la sfiora, perché riguarda aspetti del tutto marginali (crescere, apprendere, dimenticare) rispetto alla piena consapevolezza di sé che mai abbandona chi sceglie di resistere:

Art. 7

Il giudizio sulla ricerca si risolve nella misura della propria onestà intellettuale.

Chi cerca accetta serenamente l’unico giudizio al quale può volontariamente ed interamente sottomettersi: il proprio. L’ascolto prestato alla propria coscienza costringe l’uomo a soppesare di continuo i risultati del suo pensarsi. Ogni scelta, ogni gesto calibrato nella menzognera quotidianità sarà intimamente pagato in un inappellabile intimo giudizio. C’è dunque una perenne tensione tra la resistenza e l’abbandono, risolta dalla certezza assoluta dell’approdo: l’autocommiserazione che è la più severa delle sentenze.
Forse la sostenibilità della resistenza può essere trovata nell’esercizio continuamente onesto e soprattutto palese di questa giurisdizione: la strenua difesa di un’onestà intellettuale. Ma spesso vacillo: penso primariamente all’impatto sconcolgente che può avere sulla condizione di chi si sottrae la forza coinvolgente dell’amore. Ed è di nuovo dubbio.

MdP 8 ottobre 2009

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Prima ero morta, ora lo so


Per il gioco della creazione occorre un sacro dire di si: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.

Friedrich Nietzsche – Così parlò Zarathustra

Questa corda tesa sopra all’abisso che è il nostro incedere lento verso l’orizzonte, conferma ancora una volta l’esattezza delle parole di Pasolini:i problemi non vanno risolti ma vissuti. Ma di questa esperienza in prima persona non rimane che un nudo vacillare di cui ci facciamo carico ogni volta prima di imbarcarci verso lo smarrimento. Quel sacro dire di si non è altro che un sacrificio necessario, onda d’urto contro la quale è doveroso schiantarsi. Questione di istanti, di singoli istanti che sigillano il crollo dell’illusione ma nel crollo, nel tracollo, si materializza la vera conquista quando l’uomo vuole la sua volontà. Per questo, sempre è un sorriso a dispiegare l’arte della più profonda e vera comprensione.

LV 9 ottobre 2009

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Nuovi tentativi di ricostruzione per una resistenza sostenibile


Figli, volete sapere da che cosa dovrebbero essere guidati i vostri cuori? Smettete di anelare e lottare per cose che sono prive di ogni valore; liberatevi dai vostri pensieri erronei sulla felicità e sulla saggezza, e dai vostri desideri vuoti e insinceri. Rinunciate a queste cose e conoscerete l’amore.

Krishna

Art. 8

Ogni atto di resistenza è atto spirituale ed è ricerca di amore.

Art. 9

La non-resistenza in sostanza altro non è che l’insegnamento dell’amore, non deformato da false interpretazioni.

Ho terminato ora di rileggere Lettera a un Indù di Tolstoj ed il carteggio che lo stesso autore ebbe con Gandhi intorno al 1909.
L’idea che un principio spirituale tendente all’unione con tutto ciò che gli è connaturale, e che raggiunge tale unione con l’amore,sia effettivamente appartenuto all’uomo fin dalle sue origini, mi sembra doveroso condividerla. Allo stesso modo, è evidente come questo stesso principio risolva in sè l’immenso panorama della vicenda umana ma, soprattutto, sia esso stesso l’unica incarnazione di verità della quale possiamo avere quotidiana testimonianza. E’ affermazione ovvia, a questo punto, che una vita vera, rectius una vita reale,rectius una vita corrispondente alla realtà possa essere unicamente una vita di amore. Non esiste allora differenza o soluzione di continuità tra amore e realtà, tutto è risolvibile in questa astratta dicotomia che nei fatti si materializza in un unicum. In quel frammento logico che l’intelletto umano ha bisogno di frapporre tra amore e realtà per risarcire la sua illusione di capire, si è insediata la possibilità irresistibile della contraddizione, la possibilità cioè di poter contrapporre con la menzogna verità (realtà) e amore. Di qui, a cascata precipitosa, discende impetuoso il torrente dell’odio che travolge. La grandezza dell’uomo allora si disperde nel nulla, ed è il fallimento.
Da questo fallimento che non possiamo accettare, la chiamata alla resistenza. Credo che la lotta non violenta degli indiani all’inizio del Novecento contro gli oppressori inglesi abbia infinite affinità con la nostra situazione attuale, con la nostra resistenza odierna contro l’oppressione della menzogna. Scrive Tolstoj:

Sostenere l’amore, e al tempo stesso la resistenza al male con la violenza, è un’interna contraddizione che fa perdere all’amore ogni senso e significato.

Ancora:

Non resistete a male: ma anche voi, voi stessi, non partecipate al male, alle violenze dell’amministrazione, dei tribunali, della raccolta delle tasse e, più importante ancora, dell’esercito; e nessuno al mondo vi ridurrà in schiavitù.

Da queste parole, esemplificative, io traggo alcune conclusioni importanti, con particolare riguardo agli interrogativi dei giorni precedenti. In primo luogo, il contatto con il male che nella socialità costringe al dubbio dell’abbandono, esiste ed è costante: è un controsenso sciocco ( del quale io sono tra l’altro massimo esponente ) quello di immaginare una resistenza salvo poi portare nella realtà una riserva intellettuale verso l’umanità, quasi a dire: devo resistere al sistema di valori di Tizio ma poi nel momento del confronto mi aspetto intimamente sempre una risposta positiva da Tizio, risposta che nel suo venire meno lascia disarmato e mi pone il dubbio dell’abbandono. Sul piano logico, la ricostruzione del ragionamento deve avvenire in questi termini: devo resistere a Tizio perchè Tizio esiste e quando scendo nel reale devo aspettarmi da Tizio esattamente il suo assetto di valori, niente di diverso. Da questo chiarimento passo direttamente alla seconda considerazione, ossia alla questione del modo in cui occorre comportarsi nel vivo della resistenza, sul fronte, tanto per utilizzare una brutta metafora. Ad ogni modo, chiarito il piano delle aspettative, interviene la soluzione Ghandiana riportata da Tolstoj:  non resisteremo al male, ma al male non parteciperemo mai. Ci rifiutiamo di alimentare la discrepanza tra amore e verità, ci rifiutiamo di farne parte: il nostro interesse non è distruggere un sistema per ricrearne un altro con la stessa dinamica violenta. Il nostro interesse non è quello di imporre ma di opporre un opposto che volge il suo sguardo a quell’orizzonte che è la cucitura tra amore e reale, quell’unicum di cui parlavo all’inizio. Per questo non sussiste la necessità di resistere fisicamente: lo scontro in questo senso sarebbe un implicito avvalorare proprio quel sistema contro cui invece intendiamo resistere. Nella socialità,  non credo ( ma non lo credo solo oggi alla luce di un ragionamento nuovo) che ciò si traduca nella strenua difesa di un’onestà intellettuale, quanto piuttosto in una posizione di fermezza animata dalla sicurezza folgorante che amore e verità coincidono nel proprio ragionare. L’onestà intellettuale cessa allora di richiedere una difesa, si getta spavalda come roccia nel mare, si sottopone sicura all’impeto della corrente e non si cura di quanto questo possa essere doloroso. Il successo del movimento di resistenza indiano deve essere il nostro: un’opposizione che non si prefigge di sconfiggere l’oppressore, non concepisce neppure la possibilità di farlo poichè non può accettare un comportamento violento di sopraffazione, si interessa esclusivamente di prendere un cammino in direzione opposta. Ci deve essere quindi un fondamentale riconoscimento dell’altro, dei suoi metodi e si deve rinunciare ( ci si deve sottrarre ) a questi, non accettandoli mai ma nello stesso tempo stando attenti a non creare una nuova violenza semplicemente diversa: quando ci si sente travolti, i meccanismi di difesa che poniamo in essere sono meccanisimi necessariamente violenti. La grande resistenza stà proprio nel resistere a quei meccanismi ed il senso di insoddisfazione, di dubbio, di insicurezza è dato proprio dall’incapacità di farlo, dall’incapacità di liberarci fino in fondo di false interpretazioni dell’amore. Lasciarsi travolgere, allora, rimanendo indifesi e saldi nella propria posizione, dediti a quel lavoro di liberazione intellettuale dalla falsità, questo è forse il più grande sforzo che non siamo ancora in grado di compierei fino in fondo. Chiudo con una terza ed ultima considerazione che per altro mi sta particolarmente a cuore. In questa resistenza che è non-resistenza intellettuale, sprofonda qualsiasi illusione di certezza ma rimane limpido il bisogno della conoscenza. Quell’unicum, amore-verità, è il nostro orizzonte ma lo sappiamo irraggiungibile: ci liberiamo dell’illusione di capirlo, estirpiamo il frammento logico, escludiamo la possibilità di un fallimento ricucendo gli elementi in un’unica idea ma nel medesimo istante ci riconosciamo uomini, nudi nel nostro bisogno di sapere. Proprio nell’immensa tensione irrazionale che si scatena tra il bisogno e la consapevolezza certa di non poterlo soddisfare noi troviamo il luogo per la nostra ricerca, troviamo gli spazi ed il tempo che sono propri di questo divenire, al quale non può accedere altro che la forza coinvolgente dell’amore. Ed è ancora Pavese.

Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio,
un arresto, che è come la traccia
di un’antica tensione e presenza scomparse ?

LV 11 ottobre 2009

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Lo scandalo del contraddirmi

Art. 10

L’essenziale è invisibile agli occhi.

Scrivo animato da un profondo desiderio di semplicità. Questa semplicità è inaspettatamente la conquista che ho conseguito su queste pagine. Ogni tentativo di decostruire le nostre idee ha portato irrimediabilmente a sviscerarne il comtenuto imprescindibile, spogliandole di ogni pretesa completezza. Il pensiero si è fatto estemporaneo strumento di indagine della realtà, cessando di presentarsi nella sua inestricabile pesantezza.
Solo ora sono in grado di avvistare l’approdo del riappropriarsi di una libertà negativa. La conquista-costruzione della propria posizione di resistenza non è un metodo di affermazione all’interno di un sistema precostituito, ma la costruzione-creazione di un sistema nuovo che sappia porsi in costante e lacerante dialettica con il primo. Noi non poniamo in essere le rinunce per poter essere dagli altri giudicati (come “diversi”) secondo il loro sistema, ma per costringerli a mettere in discussione il sistema stesso: che é sistema morale, sistema di valori, contenitore di quotidianità, retroterra spirituale.
Sotto questa luce, i “minuscoli ma decisivi fallimenti della socialità” cessano di apparire tali (spesso solo a noi, ahimé). Nel senso che essi sono sì fallimenti, ma solo se giudicati mediante un orizzonte di valori che noi scegliamo di mettere in discussione, in posizione di terzietà (ecco la “dissociazione”). L’approdo dunque è irragiungibile all’interno della dimensione sistematica alla quale si rinuncia: ogni atto di libertà negativa verrà sempre visto come violento, perché figlio dell’ipocrisia di chi vuole se stesso assolto secondo le leggi che rinnega. L’affermazione di un diverso orizzonte, invece, crea un confronto fra diversità. Questa dialettica fra sistemi sovrani rinuncia alle reciproche ingerenze, sacrificate sull’altare di quel di più che si brama, insieme, di costruire. Chi rinuncia a questa missione commette sì un atto vilento, ma di una violenza che ricade prima di tutto su se stesso, primo colpevole della propria miseria.
Dunque la socialità non si misura più in termini di superiore (di una superiorità morale-intellettuale spesso pretesa) versus inferiore, bensì in termini di complice versus non complice. Laddove è chi rinuncia alla complicità ad escludersi dalla ricerca dell’approdo, non chi in tale ricerca crede ad escluderlo, tacciandolo di inferiorità o di incapacità di comprendere.
Inutile dire quanto sparute siano le schiere dei complici, anche solo potenziali. Ma se così non fosse, non potremmo chiamarla Resistenza.

Lo scandalo del contraddirmi…

MdP 12 ottobre 2009

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Didascalia

La conclusione delle tue parole evidenzia una comprensione comune e decisiva, linea di confine tra un prima ed un dopo, grande primo successo di questo lavoro. Io mi permetto di elevare a norma statutaria quanto hai affermato, essendo questo estrema sintesi di un ragionamento, a mio parere, rivoluzionario:

Art. 11

La socialità non si misura in termini di superiore versus inferiore, bensì in termini di complice versus non complice.

Di qui la freschezza di un ragionamento nuovo ma soprattutto la riprova incontestabile della forza di questo lavoro.

LV 12 ottobre 2009

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Prime reazioni

La rivoluzione copernicana del nostro ragionare chiaramente apre il varco per una serie di nuove considerazioni. Nel momento sociale, non ha più ragione d’essere una pretesa di superiorità che si aspetta di essere distrutta dall’altro, il quale così facendo attesta una sua (altrettanto) presunta superiorità, in un gioco continuo di azione e reazione, invasione e controinvasione che porta in definitiva all’annientamento del rapporto. Tutto ciò si converte in termini di complicità e non complicità.Non viene meno la dimensione del conflitto, della resistenza, è la sua grammatica che viene a modificarsi: si passa da un tu originariamente separato dall’io ad un noi. Un noi comprensivo al suo interno anche della lotta e della diversità, ma pur sempre un noi.Il rapporto sociale, a ben vedere, rimane necessariamente rapporto conflittuale, che esige un essere violenti senza fare violenza (Pasolini), esige una gestualità netta nel confronto tra diversità ma esclude la violenta prepotenza della prevaricazione: se la psiche che governa il conflitto sociale è in grado di mantenere saldo il noi riconoscendone la sua composizione eterogenea, allora il terreno della complicità è pronto. Chi evade da questo terreno cerca in tutti i modi di imporre la sua ortodossia attraverso la politica del terrore, tenta di invertire il piano della realtà attraverso la menzogna. Coloro che rimangono sul terreno della complicità non devono rinunciare a proporre la propria parola oltre il confine, la quale non può però essere ”venduta alla causa altrui”, deve rinunciare agli schemi della violenza con la quale l’ortodossia cerca di penetrare surrettiziamente il campo della complicità. Nella rinuncia a questi schemi sta il nostro rinunciare, sta il senso della riconquista di libertà negativa mediante autoesclusione da un metodo. Ma occorre stare attenti: come hai perfettamente sottolineato, c’è un gesto di esclusione originaria che non è stato compiuto da noi, bensì da coloro che dal campo della complicità ( dal noi ) ha deciso di evadere, presentandoci, una volta sedotta la moltitudine, come violenti abdicatori, come professori di eresia, come traditori di una convenzione sociale che trae legittimazione da una arbitraria imposizione di sistemi attorno al quale si è creato uno zoccolo compatto, non da concreta e libera adesione a proposte condivise. LA rivoluzione copernicana alla quale ho accennato sta proprio nell’aver messo a fuoco questo meccanismo, nell’aver compreso in modo chiaro quali siano le posizioni di partenza per non continuare a costruire teorie fondate su sottili errori di valutazione. Cambiano allora, in prima istanza, le aspettative reciproche nel confronto: non ci si attende una monolitica dimostrazione di forza uguale e contraria, quanto piuttosto una presa di posizione posta in termini di messa in discussione. La nostra attività, che si riconosce fermamente sul terreno della complicità, diventa attività di conoscenza che altro non è se non dissoluzione della compattezza del mondo. Un’attività che è rivolta primariamente a noi stessi, non ancora padroni di una piena libertà negativa e quindi incapaci ancora di liberarci fino in fondo di quella dimensione sistematica alla quale si rinuncia; attività però costantemente rivolta all’esterno rispetto a noi stessi: voce costante che, in un tempo unico, si fa travolgere senza cessare, incrinando irrimediabilmente qualsiasi tentativo di violenza mettendone in discussione i presupposti;ma si fa anche  attività promotrice di un conflitto complice, aumentandone il grado di consapevolezza, rilanciando ogni volta la posta giocando al rialzo, creando sempre nuovi spazi di immaginazione e deponendo qualsiasi aspriazione di risoluzione, in altre parole, si fa spinta continua verso l’orizzonte.

LV 12 ottobre 2009

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