Resistenza ed esasperazione

Ideologia

Il problema dell’identità in Italia, e non solo, si colloca in un contesto brutale dove la repressione della differenza e dell’eterodossia diventa sempre più sistematica. Siamo innanzi all’ingiustizia applicata, inserita organicamente in un metodo totalitario dove il ricatto dell’emarginazione assume un ruolo centrale ed insopportabile.  Non credere (non cedere!), quindi sottrarsi, ad un’identità travisata, significa, allora, due cose.

In primo luogo, la sottrazione coincide con un rifiuto radicale della logica di scambio imposta dall’ideologia, in particolare da quella fascista: rinnegare la propria autonomia ( nel senso etimologico di governarsi con le proprie leggi cioè essere liberamente la propria libertà ) per beneficiare della non-discriminazione è un fenomeno negoziale che il resistente non può accettare sul piano filosofico, tanto meno su quello materiale. Su questo e sull’idea di adesione già si è discusso a lungo.

In secondo luogo,rifiutare la bieca retorica nazionalistica significa riconoscere la concreta esistenza di una identità italiana non-travisata, cioè autentica, e riconoscerne la posizione di prima vittima dell’ideologia. Seguendo un percorso descrittivo di stampo marxista, ciò che quotidianamente viene diffuso come concetto di identità italiana altro non è che unasovrastruttura ideologica fittizia, strumentalmente impiegata dal fascismo per imporre, violentemente, se stesso ed il suo dominio alle masse; il resistente deve  invece dissotterrare ( scavo ) e promuovere in termini evolutivi (cioè: rielaborare criticamente ed attivamente ) quella che è la reale identità, ossia la concreta struttura dell’esistere materiale, individuale e collettivo. Come si può evincere, l’operazione di memoria e di indagine mantiene la sua centralità costantemente.

Allora si, è sicuramente un vanto del resistente ritrovarsi nella “zona di insicurezza”:in questa e, attualmente, solo in questa l’individuo può realizzare la propria autonomia alla quale accede e dalla quale dipende la sua attività di resistenza.

Vorrei, a questo punto, stimolare una riflessione sulla posizione di autonomia duramente, quotidianamente, conquistata. Mi chiedo quale risposta debba dare un intellettuale/resistente/autonomo all’esasperarsi crescente dei toni, al quale corrisponde geneticamente la crescita prepotente di ciò che chiamiamo fascismo. Rimane irrisolto, ad esempio, un problema di rappresentatività politica che inibisce, almeno personalmente, la possibilità di un pieno convincimento in ordine al voto. Come comportarsi? Credo sia doveroso giungere ad una risposta sofisticata che superi soluzioni compromissorie come, ad esempio, la candidatura di De Luca sostenuta dall’IdV.

Ma ritengo che sia necessario continuare a riflettere soprattutto a livello di socialità: la parola, il gesto di resistenza come reagisce all’aggravarsi della parola e dei gesti fascisti? Deve esserci proporzionalità tra i due fenomeni?Oppure proporzionalità inversa? Oppure, ancora, non deve esserci legame alcuno? I quesiti vogliono essere esclusivamente orientativi.

LV 5 marzo 2010

__________

Gli ultimi

La quotidiana osservazione dell’inasprimento e della vologarizzazione della dialettica sociale porta a rigettare spontaneamente e immediatamente qualsiasi forma di opposizione proporzionale al parlare fascista. L’atteggiamento di proporzionalità, di chi cioè oppone a una violenza una uguale violenza, porta a disconoscere la propria identità e costringe, per quanto in buona fede, ad avventurarsi su sentieri sconosciuti e pericolosi. Questo avviene tanto ponendo in essere una risposta direttamente proporzionale, quanto ponendone in essere una inversamente proporzionale. Nel primo caso, si ha un confuso affollarsi di grida che nuoce e all’uditorio (agl’incoscienti) e agl’interlocutori responsabili; nel secondo, prende invece piede una radicalizzazione della propria esperienza che, per quanto indubbiamente consolatoria, relega nell’inutilità.
La soluzione si trova ancora una volta nell’autonomia, nella caratterizzazione della propria persona alla luce delle convinzioni che realmente si posseggono, e non di quelle maturate in risposta a un’altrui provocazione. “Ci salveremo diventando intellettuali” significa che è necessario (e lo è per noi ultimi, in primis) edificare coscientemente la propria personalità su basi il più solide possibili, onde trovare consolazione in una rettitudine motivata e qualificata, nel senso che si sa di possedere la coerenza necessaria a confutare il fascismo, in qualunque forma esso si presenti e indipendentemente dal volume al quale esso decanti le proprie volgarità. Alla via della rincorsa è preferibile la via della fermezza, innanzi tutto per dotarsi di quella lucidità necessaria a mettere in luce i punti critici della nuova ideologia, per poterne accelerare la crisi, in secondo luogo per poter consolidare quella preparazione necessaria a soppiantarla sostituendola, facendosi trovare preparati all’appuntamento con la Storia.
Riguardato da questa prospettiva, l’atteggiamento del Capo dello Stato mi delude e ripugna.

Se pensiamo quanto sia rara l’onestà, la rettitudine quasi sconosciuta, la lealtà inesistente (se non quando porta un vantaggio); se pensiamo che la corruzione offre la possibilità di guadagni altrettanto odiosi delle perdite, e l’ambizione è talmente sfrenata da cercare lustro nella disonestà, allora nell’animo scende la notte. E quasi fossero scomparse tutte le virtù capaci di infondere speranza e coraggio, ci ritroviamo sprofondati nelle tenebre.
Allora dobbiamo disporci a considerare tutti i difetti umani non odiosi, ma ridicoli e imitare Democrito piuttosto che Eraclito: questi, infatti, quando usciva tra la gente si metteva a piangere, e Democrito invece rideva; all’uno tutte le azioni sembravano miserie, all’altro sciocchezze. Perciò dobbiamo minimizzare tutto e tutto sopportare, con equilibrio; è più umano ridere della vita che piangerne.

Seneca, La tranquillità dell’animo

MdP 7 marzo 2010

__________

Intensità

La fermezza è elemento distintivo del resistente: come cittadino, egli è inevitabilmente oggetto del tentativo di corruzione al quale oppone, distinguendosi, una rettitudine motivata e qualificata. Il suo essere intellettuale diventa effettiva fonte di salvezza: la sua ferma posizione si offre quale quotidiana riconquista di sé (un vademecum nel buio, un dialogo silenzioso) nella quale, quam minime, ritrovare una forza consolatrice.

Occorre tener conto anche di un aspetto “relazionale” del resistere, nel senso che il fondamento stesso dell’agire fermo è costituito dal presentimento di cambiamento che dalla propria coerenza può derivare. In altre parole, come già si è sottolineato più volte il resistente accetta e persegue attivamente la competizione conflittuale con il fascismo nella misura in cui da essa possa scaturire un miglioramento in termini collettivi e non esclusivamente individuali. In questo senso, la resistenza è esaltazione di un agire politico dove la partecipazione all’azione pubblica viene premiata con un beneficio comune e non individuale ( rifiuto di ogni logica contrattualistica ).

L’esasperazione della parola fascista intende colpire poprio questa attitudine della resistenza, tentando di spingere l’intellettuale ad una forzosa conversione del proprio egocentrismo in radicale egoismo. E’ una forma di annientamento anche questa (L’ego irrimediabilmente isolato è un ego condannato a morte MdP ) che si serve di un apparato strumentale impiegato non per negare uno spazio di autonomia, bensì per ridurre sistematicamente i momenti in cui questa possa estrinsecarsi. Così, invece di rendere il proprio ego sempre più recettivo, l’individuo viene portato a compiere quella prevaricazione intellettuale che fa crollare l’intero resistere in un solipsismo agonizzante. Penso, ancora una volta, alle parole di Impastato: la scoperta dell’identità umana nel trauma antropologico sfocia nella fuga, nell’espatrio, nell’abbandonopiuttosto che nella diffusione di Verità dissetante presso i propri simili (evidentemente: tutti ). Ciò accade non solo, o meglio, non sempre per il violento potere mafioso, ma anche per una sorta di rassegnazione culturale alla quale il fascismo conduce sul piano filosofico. La fermezza, in questo senso, diventa riaffermazione continua del proprio egocentrismo, il che rende strettamente attuale l’articolo 5 dello Statuto ( Vd. articolo Quello che cerco l’ho nel cuore, come te. MdP ).

La sfida attuale è dire di più con meno parole (da tempo lo si sta facendo), il che è già, di per sé, un’intensificazione fisiologica del proprio agire autonomo ed egocentrico. Credo che in questa prospettiva si possa condurre la riflessione: la qualità di questa intensità che forma assume se la diffusione di Verità attraverso il proprio ego diventa tanto urgente quanto difficoltosa? Occorre aumentare questa intensità ?  Gli strumenti culturali di cui dispone il resistente ( uno su tutti: la parola ) sono sufficienti e sufficientemente maturi per condurre puntualmente all’appuntamento con la Storia? Se la risposta è no, come sospetto, qual’è il perchè?

LV 10 marzo 2010

__________

Tensione e reazione

L’astuzia del fascismo nuovo sta nell’aver mimetizzato quelli che originariamente erano gesti violenti nella selva delle parole. Oggi, l’abbiamo già detto, alla prevaricazione è sostituito il meccanismo premiale dell’adesione, fondata sulla convenienza istantanea ed egoistica. Questo processo di traslazione è stato facilitato, e le conseguenze di esso sono state acuite, dalla graduale deresponsabilizzazione delle stesse parole, anch’essa ampiamente descritta in passato. Il fascismo nuovo, di per sé elemento esterno alla contemporanea società civile italiana (quella successiva al 1948), ha potuto trovare posto e linfa in essa non solo per una caparbia azione erosiva (fascista), ma anche e soprattutto per un abbassamento autoindotto delle difese immunitarie della società, conseguenza inevitabile dello smarrimento di quella tensione morale e intellettuale tipica di chi difende acquisizioni figlie di sofferenza e sacrifici. In quest’ottica, il ruolo del bonus civis è migrato dall’area della sussistenza in quella della resistenza, il che determina la sopra descitta condizione di accerchiamento della quale è conseguenza l’esasperazione di cui discutiamo.

La descritta condizione di “invasione”, subita dalla parola a tutto vantaggio di chi abbisogna della sua strumentalizzazione, è causa primaria dell’insufficienza della parola stessa, da sola, a invertire il processo di corruzione morale e intellettuale. Il recupero della tensione originaria è tanto facile da perseguire intimamente per il responsabile, quanto arduo a comunicarsi e, mirando il responsabile proprio all’edificazione della complicità, la circostanza appare già a prima vista della più sconcertante gravità.

La prima condizione da recuperare, nel resistere, è allora la dimensione gestuale. Si è già avuto modo di analizzare tale dimensione dal punto di vista dell’esempio, come necessario momento della comunicazione non verbale destinata agl’incoscienti. Bene, ora occorre mettere in rilievo una seconda connotazione del gesto: il gesto come reazione. La dimensione gestuale offre un metodo per rinvigorire il “peso” di responsabilità delle parole. Occorre dunque che il responsabile trasporti la lotta al pregiudizio dalla dimensione verbale a quella gestuale, per poter reagire all’altrui parola esclusivamente secondo la propria intima convinzione, rendendo al prossimo visibile la conseguenza razionale (secondo la propria depurata razionalità) delle proprie affermazioni sugl’interlocutori e nelle relazioni interpersonali. Non vi dovrà essere perdono o condanna dettati altro che dalle circostanze attuali e sincere del rapporto, finalmente liberato di preconcetti e cliché, i quali alleggeriscono le parole aprendo loro la via della strumentalizzazione.
Dunque, resistenza come azione (esempio) e reazione.

MdP 12 marzo 2010

__________

Resistenza materiale

Sul Fatto Quotidiano di Domenica 14 Marzo 2010 (*), Paul Ginsborg mette in luce la spiccata vitalità della società civile italiana la quale, seguendo la sua ricostruzione, s’incontra-scontra con la società politica rappresentata dai partiti ( nel particolare: quelli di centrosinistra ). Sarebbe questo, storicamente, il momento cardine della vicenda pubblica di questo Paese: a fronte di una retorica della promessa, della partecipazione e dell’inclusione, i partiti rivelano una materiale insofferenza nei confronti della società civile, un rifiuto verso di essa incorporato nell’incapacità di teorizzare e praticare nuove forme di democrazia. Lo storico si esprime in questi termini, configurando una sorta di “muro di gomma” ( la società politica ) contro il quale la società civile si schianta fiaccandosi, il che si traduce in un allontanamento dell’individuo sia dalla società politica sia da quella civile. Non posso che concordare sul punto. Ginsborg prosegue la sua analisi concentradosi sulla necessità di riavvicinare i due tipi di società, proponendo in concreto l’esempio di nuove forme di democrazia che conciliano un sistema rappresentativo ed un sistema partecipativo di stampo più moderno. Ciò che mi interessa è rileggere questa analisi in chiave di resistenza come azione e reazione.

Il momento dell’azione è ciò che, nella ricostruzione dello storico, è destinato ad incontrare il muro di gomma, l’esasperazione di cui discutiamo costituisce invece il momento intermedio che si frappone tra l’azione e l’abbandono; oppure, come auspicabile, tra l’azione e la reazione. A mio parere, l’attenzione dovrebbe focalizzarsi su questo momento intermedio secondo una sfumatura differente rispetto a quella dello storico: se è vero che l’obiettivo finale deve essere il riavvicinamento dei due tipi di società, è anche vero che tale obiettivo è perseguibile esclusivamente attraverso la soluzione di un altro problema preliminare, ossia il problema dell’abbandono. In altre parole, occorre ricercare un metodo attraverso il quale la società civile riesca a riformulare la prorpria azione dopo lo scontro con il “muro di gomma”, un metodo cioè che permetta alla società civile di riassorbire in se stessa gli individui che da essa si allontanano a seguito del fallimento/disillusione, convertendo la via dell’abbandono in nuova partecipazione. Tale metodo non può essere eteroimposto, ma deve scaturire dall’interno della società civile stessa, deve cioè sfruttare le forze endogene dell’azione, ciò che propriamente si intende perreazione. E’ infatti di vitale importanza cogliere questo aspetto: la caratteristica del fascismo è proprio quella di promettere, con cadenza periodica, alternative di partecipazione che si presentano come reazioni, ma altro non sono se non modelli ai quali aderire, strumentalmente impiegate per la raccolta di consenso. Ricercare una risposta tra questi modelli è, a mio parere, essenzialmente fuorviante poichè essi non sono finalizzati a stabilire una tensione tra società civile e politica in vista di una reazione, quanto piuttosto sono tecniche sempre più sofisticate per assorbire gli “esuli civili” nel sistema fascista.

Intensificare il proprio agire in termini di azione e reazione, può allora voler dire ideare nuove forme di ri-organizzazione della propria azione all’interno della resistenza,prevedendo come fenomeno fisiologico (e non eccezionale) lo scontro con il rifiuto politico ( fallimento/disillusione ) in modo da prevenire l’abbandono oppure convertirlo in partecipazione. Tali forme di ri-organizzazione devono essere ultra retoriche: l’agire deve cioè sostanziarsi in una gestualità esorbitante rispetto alla parola: all’infrangersi di questa ( esasperazione ) deve corrispondere un gesto non retorico di ostinata volontà (fermezza) in grado di creare varchi per una parola futura  ( ostinato egocentrismo ed autonomia ) la quale andrà forgiandosi all’interno della resistenza “materiale” (agire ultra retorico).

In un momento come questo, personalmente di grande esasperazione, ritengo che il dovere di chi resiste non sia tanto quello di dissetarsi con assordanti promesse provenienti da un palco, nè quello di abbandonare il terreno della lotta nel quale affonda le sue radici, quanto piuttosto quello di lavorare ai presupposti per una futura riorganizzazione del vivere civile, presupposti che, attualmente, non sussistono. La speranza di un riavvicinamento tra società civile e politica in vista di un’effettiva evoluzione socio-culturale, passa necessariamente attraverso questa strettoia verso la quale la resistenza deve condurre.

(*) L’articolo da cui traggo la ricostruzione proposta è Potere e politica, muro di gomma italiano, Paul Ginsborg, da Il Fatto Quotidiano, Domenica 14 Marzo 2010

LV 16 marzo 2010

__________

Confutare

L’esasperazione più incalzante nasce dal confronto con la diversità. In particolare, dal riconoscere la mia deficienza nel farmi interprete del pensiero altrui, per potermi meglio confrontare. Il che deriva da un processo già paventato, quello cioè dell’allontanamento degl’individui complici dal sostrato/substrato (a piacere) della realtà del prossimo. Il tema resistenza ed esasperazione si pone in questi termini come resistenza alla esasperazione, la quale può realizzarsi tramite l’acquisizione di un metodo che mi permetta di far leva sull’altrui esperienza essendo parte dell’altrui esperienza.
Gli esempi di confronto con persone le quali dimostrano di non condividere gli stessi presupposti del mio agire sono all’ordine del giorno (v. paradiso gio 28/04). La sensazione di irrimediabilità che segue tali confronti è conseguenza di un difetto di osservazione che, focalizzando la mia attenzione sulla dietrologia, mi rende impossibile scorgere i significati più immediati. Ebbene, il primo di questi è il fatto stesso del confronto, il quale comunque è un contatto concreto, matrice d’esperienza. La capacità del responsabile di incidere sulle altrui convinzioni è dunque direttamente proporzionale alla sua abilità di appesantire questo frammento di esperienza in modo da farlo risaltare, all’interno della massa dell’esperienze altrui. Ancora un richiamo al metodo, ancora un richiamo alla responsabilità.
Forse l’insegnamento che mi deriva da Socrate, alla luce delle presenti considerazioni, è che la prima confutazione è la coerenza, cioè la capacità di mantenersi fedeli al proprio metodo di resistenza, anche nel confronto con chi i presupposti di tale metodo non condivide.

È una formulazione grezza che necessita di contributi.

MdP 22 marzo 2010

__________

Corpo

La coerenza è condizione di procedibilità del confronto: essa non incide sui presupposti dello scambio ( i quali sussistono o non sussistono autonomamente ), ma rende possibile il pieno esperimento degli strumenti di dialogo restituendo alla parola la forza d’urto che le è propria. In questo senso, la coerenza si radica sulla soglia del confronto e permane, poi, nel suo sviluppo. Per meglio comprendere questa permanenza, potremmo dire non tanto che la coerenza sia la prima forma di confutazione, quanto piuttosto che la confutazione sia necessariamente la prima forma di coerenza. Ciò permette di decifrare numerose scelte “comunicative” del resistente.

Un esempio su tutti: innanzi alla gustosa occasione di raggiungere un maggior numero di soggetti, il resistente non sceglie di servirsi comunque del social network. E’ fin troppo evidente che se egli non radicasse la propria coerenza in questo momento preliminare ( momento di decisione e sacrificio: rigetto della gratuità ), finirebbe con l’accettare implicitamente un universo di principi radicalmente  incompatibile con il suo, il che porterebbe ad un non-confronto dove la sua parola ( rectius : il suo intero agire ) si troverebbe svuotata del suo contenuto responsabile impedendo qualsiasi forma di confutazione, il che equivale a non   (r)esistere. Più chiaramente: senza questa condotta coerente ab origine, non sarebbe possibile procedere ad un confronto propriamente detto, cioè ad un fatto che risalti all’interno della massa delle esperienze altrui, proprio perché quel rapporto di proporzionalità che lega la capacità del responsabile di incidere sulle altrui convinzioni la sua abilità di appesantire questo frammento di esperienza ( il confronto ) ( MdP ) dipende proprio dal grado di radicamento della condotta coerente alle porte dello scambio.

Venendo al punto, io considero la coerenza uno strumento in grado di fare breccia, un mezzo, forse l’unico, con il quale aprire la strada della complicità, sbarrata dalla de-responsabilizzazione fascista. Credo molto in questo tipo di coerenza che si costruisce nel tempo attraverso un duro lavoro, per questo non esito a servirmene anche nel momento della confutazione che, come si è visto, testimonia la permanenza della suddetta condotta nell’attimo dialogico. Di più: credo sia doveroso sollecitare un più alto numero di momenti in cui tale coerenza possa dispiegarsi, concentrarsi al fine di rendere possibile un più alto numero di occasioni in cui affrontare frontalmente l’esasperazione. La serata di Giovedì, citata nell’ultimo articolo, ha reso evidente la necessità ed il faticoso piacere di realizzare sempre di più la propria resistenza a mani nude, il che non significa traslitterare il proprio lavoro intellettuale bensì, propriamente, tradurlo nel campo del corpo a corpo. Forse è questa la prossima frontiera.

LV 28 marzo 2010

__________

Posizionamento

La ricerca della coerenza e la nostra volontà di comunicarla, non possono prescindere da un lavoro interiore di ricerca di una posizione, di uno stare che appaia convincente, prima che a chiunque altro, a noi stessi.
Una delle principali difficoltà, da noi già evidenziata in queste pagine, sul cammino del responsabile, ma in generale di ogni induviduo che desideri affrancarsi dallo stato di corruzione morale, è proprio lo stato più o meno avanzato di contaminazione, che intimidisce e costringe al silenzio, nel terrore di compiere affermazioni tacciabili d’ipocrisia.
La sensazione che ho è che sia necessario una sorta di anno zero dell’ego. Indubbiamente, per quanto possibile, è opportuno indirizzare il nostro agire attuale, contemoraneo, alla correzione degli errori passati, ma è altrettanto necessaria la capacità di rinnegare le condotte irreversibili, senza timore di essere diminuiti nel nostro spessore. La semplice attuazione pedissequa di questo principio m’appare come irruento gesto d’esempio.
Dunque, la resistenza come reazione ha un nuovo piano sul quale prodursi: quello intimistico e individualistico. Recuperare, per poter dire “no” agli altri, la capacità di dire “no” a sé stessi.

[…] sono sgomento di fronte all’ acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo. Che dichiarano apertamente il loro scetticismo in ordine all’ inutilità della protesta, quasi che protestare fosse diventato imbarazzante. Ma le personalità più grandi del nostro tempo, i Nelson Mandela, i Vaclav Havel, non hanno mai provato questo tipo di imbarazzo. Purtroppo la famiglia e la scuola, per non parlare dell’ intero sistema mediatico, inoculano sistematicamente tale virus. Ci predispongono al più totale conformismo. Per questo è fondamentale riabituarsi alla resistenza contro i falsi idoli del nostro tempo.

George Steiner, La Repubblica 5 Novembre 2009,
intervista di F. Marcoaldi.

MdP 6 aprile 2010

__________

Ricostruzione

Che essi ( gli interlocutori, ndr ) ricevano le nostre parole, caricandole a loro volta delle proprie esperienze e conferendo loro un significato lievemente ma decisamente differente da quello da noi attribuito. Questo mi porta a sostenere (a me!) che una completa padronanza lessicale sia, in realtà, imperseguibile, salvo che nello stream of consciousness.
(…)  Si potrebbe, allora, tentare di giungere a “possedere” quella parola a tal punto, da saperla comunicare comprensibilmente: in tutto il suo portato di esistenza. Altrimenti, il parlare rimarrebbe quello che sempre più spesso m’appare: l’affollare significati nel tentativo di “rendere l’idea”.

Mdp, Parole temporanee, L’Orizzonte 10 Gennaio 2010

Un anno zero dell’ego è tanto possibile quanto doveroso: la contemporaneità suggerisce ( ma in realtà impone ) all’individuo una mutazione antropologica che deve essere portata fino in fondo attraverso un percorso di resistenza civile. Un percorso di cui conosciamo l’efficaciaattraverso la traduzione del proprio sacrificio ( posizionamento ) nell’agire egocentrico. La parola assume così un ruolo centrale: la ricostruzione ( da zero ) dell’ego trova la sua chiusura di senso nella comprensione altrui, nel momento in cui raggiunge, stimolandolo, il vivo spirito critico dell’interlocutore. Per questo l’enorme stanchezza derivante dall’attività ( costante ) di posizionamento viene percepita come gratificante euforia dal resistente, laddove un principio di complicità sia attivo, benchè lungi dall’essere definitivamente stabile ( la giornata di sabato 10 aprile ne è un esempio significativo ).

E’ evidente come questa chiusura di senso avvenga prevalentemente attraverso la parola, di qui la portata attuale dell’articolo citato ad inizio pagina.  Occorre, prima di tutto, sgombrare il campo da una possibile ambiguità: laddove parlo di comprensione non intendo fare riferimento al risultato dell’agire quanto piuttosto ai suoi presupposti: l’interlocutore “realizza” la ricostruzione dell’ego del resistente laddove comprenda la necessità di conversione antropologica che ne sta alla base, salvo poi riservarsi la possibilità di vivere criticamente ed autonomamente ( cioè avvicinare o respingere ) questa nuova figura umana innanzi alla quale si trova. Tutto ciò avviene, nella prevalenza delle ipotesi ma non in modo esclusivo, su di un piano linguistico:  la parola viene caricata di esperienza ( necessità di conversione: posizionamento ) per poi essere posseduta, cioè vissuta, dall’interlocutore che opera la sua indagine critica sul carico di significato.  Il risultato di questa indagine è cruciale poichè, come anticipato, da esso dipende la chiusura di senso, la realizzazione di un agire ri-voluzionario.

Può accadere, infatti, che l’interlocutore non comprenda. Ciò, a sua volta, può verificarsi per un duplice ordine di ipotesi. In primo luogo, l’interlocutore può non cogliere il carico di responsabilità ( cioè la pretesa di responsabilità a lui rivolta ) insito nella parola del resistente: sarà portato quindi ad un rigetto/accoglimento della nuova figura umana dettato da un semplice giudizio estetico, comprensivo ( nella migliore delle ipotesi ) di spicciole valutazioni di convenienza ( reazione adesiva a-critica ). In secondo luogo, l’interlocutore potrebbe essere stimolato sotto un profilo critico ma non comprendere tuttavia la necessità di conversione antropologica alla base del nuovo individuo: egli tenderà ad approcciarsi in modo prevenuto nei confronti del resistente, accoglierà o rigetterà la figura umana sulla base di pre-giudizi che riconducono il comportamento (incompreso) del resistente ad un modello anteriormente pre-definito ( reazione adesiva critica ). In entrambi i casi, il resistente si trova costretto a rivedere la propria parola poichè, altrimenti, non potrà portare a compimento il suo agire rivoluzionario, nè sul piano collettivo nè ( più gravemente ) sul piano individuale.

Mi sembra infatti, e qui trovo una possibile risposta all’esasperazione, che non vi possa essere un pieno dominio (quindi neppure una piena realizzazione ) del processo antropologico di posizionamento individuale se esso non trova radicamento negli Altri: la parcellizzazione delle risposte negative ( i No evocati da Steiner ) riporta sempre e comunque ad uno scetticismo conformante, ad una mancata realizzazione di qualcosa di grande. Al contrario, laddove la parola riesce a trarre dagli Altri la forza di essere se stessa, ecco che il lento lavorio sulla propria posizione giunge a compimento ( come nel caso di Mandela, citato sempre da Steiner ). E ciò è valido, come detto, sia sul piano individuale sia sul piano collettivo.

E’ dunque cruciale riflettere sulla questione della padronanza lessicale e viverla come crocevia tra la realizzazione e la non-realizzazione ( che non è fallimento ) del nostro agire. Occorre domandarsi cosa debba cercare la nostra retorica, quali siano i suoi orizzonti di comunicabilità e quali gli strumenti per riemergere, di volta in volta, da quell’abisso che è il divario tra l’essere ed il dover essere della parola: solo così possiamo avviare e realizzare un pieno e solido processo di posizionamento. In tal senso, ancora Socrate.

SOCRATE: Perciò se abbiamo commesso un reato, noi o i nostri genitori o gli amici o i figli, o se la nostra patria ha sbagliato, non serve a niente usare la retorica per difenderci.

Platone, Gorgia

LV 11 aprile 2010

__________

Appunti per un’Orestiade interiore

Accolgo volentieri la proposta di ricerca della padronanza lessicale, intesa nel senso (già spiegato) di intima comprensione ed efficace comunicazione del portato esistenziale che si cela dietro e dentro ogni parola.

Per gettare il primo sasso nello stagno prendo spunto da un “oggetto” che avremo entrambi l’occasione d’aver per le mani in questi giorni: gli Appunti per un’Orestiade africana di Pasolini. In particolare, m’interessa la lettura che Pasolini dà della vicenda mitologica: l’evoluzione dal mondo arcaico-tribale delle Erinni, dominato da furie passionali e irrazionali, a quello democratico delle Eumenidi, nel quale il portato passionale arcaico non viene rinnegato nè esiliato, ma inquadrato in un disegno razionale (potremmo noi dire responsabile), rappresentato dal primo Tribunale fatto eleggere da Atena.

Il medesimo processo di inquadramento-razionalizzazione ha luogo sul piano del linguaggio, dove la parola si fa comprensibile nunzio del portato atavico e poi personale dell’esperienza interiore. Ebbene, subito è possibile denunziare l’ennesimo travisamento figlio dell’irresponsabilità dialettica. Mi sembra che siano sempre più frequenti i casi di parole che, lungi dal comunicare, fungono da argine artefatto allo straripare del proprio ego, il che è quanto di più lontano possa aversi dall’anno zero invocato. Non mi riferisco, beninteso, ai deplorevoli quanto scarsamente rilevanti casi di menzogna o ipocrisia, ma all’incapacità di comunicarsi, che rinchiude le persone in un silenzio a sua volta circondato di vuote e vane parole. Questa è la condizione ultima, l’approdo di quel processo di stratificazione di pregiudizi e compromessi a perdere da noi descritto. Paradossalmente, credo possa affermarsi che la rinuncia a comunicare sé stessi al mondo, fondata sulla costrizione morale che è il pregiudizio, contenga in sé la rinuncia all’intima comprensione della propria natura. In altre parole, l’assenza di padronanza lessicale (sempre perfettibile) ricade negativamente tanto nel rapporto con sé stessi, quanto in quello con gli Altri, escludendo da entrambi la genuina immediatezza del confronto, del quale la parola è primo strumento.

Quella per la cacciata delle proprie Erinni è una battaglia persa in partenza; occorre una trasformazione in Eumenidi, la quale può aversi solo a patto di accettare e rispettare le regole di un confronto genuino e democratico, fondato sulla parola. Quindi primo (ma solo in ordine d’elencazione) compito del resistente è dotare la propria parola di quella legittimazione, data dalla lenta responsabile ricostruzione del proprio ego a seguito dell’anno zero, utile a far breccia nell’altrui affollare parole vuote e vane che è poi, in fin dei conti, silenzio.

MdP 13 aprile 2010

__________

L’esame resistenza

Parole resistenti è stato un esame. Abbiamo finalmente avuto la possibilità di sperimentare la nostra esperienza in un contesto dal forte carattere partigiano. Ne emerge, da un lato, la consapevolezza che la resistenza è per definizione agire di pochi per il benessere dei più, dall’altro, la conferma dell’esistenza di una intestina complicità che trascende le individuali esperienze (unendo partigiani, maestre elementari, chimici, registi…) e si conserva nella diversità delle scelte (la varietà di testi cha abbiamo avuto la fortuna e il piacere di ascoltare e re-citare). Il dato fondamentale, il lascito più prezioso di questa esperienza è il sentimento di immediata inclusione in un atteggiamento testimone che ben è rappresentato dalla parola Resistenza. La resistenza è memoria, è indignazione, è lucida analisi, è anche carneficina, ma soprattutto è, ancora una volta, complicità: la certezza di appartenere a un insieme che non contiene, perché ci lascia liberi di inventarci, ma caratterizza, conferendo al nostro agire (qualunque sia il terreno, la cultura in cui dispiega i suoi effetti) una sfumatura responsabile che ci contraddistingue. Questo vivere una vita comune, con i piedi infissi in questa consapevolezza, è la vera forza della quotidiana lotta all’ignoranza e al disfattismo irresponsabile.
Abbiamo sostenuto un piccolo esame di fiducia e lo abbiamo superato con stile. Ora ciascuno è libero di far ritorno al proprio microcosmo per continuare la propria battaglia, serbando nel petto la flebile fiammella della speranza, forse oggi un po’ più calda.

MdP 26 aprile 2010

__________

Le resistenze

pegno pervasivo, per lo meno sul piano intellettuale. Ma ha un vantaggio: si svolge nell’intimità di ciascuno, un terreno mellifluo che ben si presta tanto a brusche, alle volte inconsulte, accelerazioni, quanto a repentine inversioni di marcia, facilitate dalla leggerezza di chi non deve provare vergogna.

Il confronto coll’altrui esasperazione, invece, è assolutamente delicato. Il rischio, opprimente, è di non essere in grado di mostrare al meglio il nostro potenziale risolutore. L’attimo in cui disvelare la nostra identità d’esasperati, per poter inculcare il germe della complicità, è davvero fuggente. Fortunatamente, soccorre la fallace natura umana, che porta chiunque a concedere sempre una seconda, e poi una terza (e così via) possibilità. Ciò aumenta esponenzialmente le possibilità. Ma non riduce le difficoltà.

Provando a semplificare, si incontrano quattro tipi di resistenza: la tendenza solipsistica e implosiva, quella eroica, l’imbarazzo, la distrazione. Se si considera che i soggetti del confronto sono, al minimo, due, ci si accorge che le possibili resistenze divengono otto, con innumerevoli possibili combinazioni.

Liberarsi delle quattro resistenze significa compiere quell’esercizio di confronto con la propria esasperazione. Ammesso che ci si riesca, restano da abbattere le quattro resistenze dell’altro, il che richiede d’esercitarsi nel confronto coll’altrui esasperazione. Qui subentra la difficoltà di cui ho detto, quella di “fare breccia”. Strumento indispensabile mi pare, allora, la comprensione delle diverse resistenze, per identificarle, comprenderle e affrontarle.

La tendenza solipsistica e implosiva è quella di colui il quale ha stipulato con sé stesso la propria resa e non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi d’un altrui aiuto, visto come inutile perché richiede un impegno che si crede esorbitante rispetto alle proprie forze.
La tendenza eroica è quella di chi è vittima del complesso di superiorità, per il quale nessuno è all’altezza neanche solamente di comprendere il proprio problema. A differenza della tendenza solipsistica e implosiva, caratterizzata da una sottovalutazione della propria persona, la tendenza eroica si caratterizza per una sottovalutazione dell’altro: è egoistica.
L’imbarazzo è dato dalla vergogna della prorpia condizione. Anche in questo caso si soffre d’un pregiudizio, che vede nell’altro un soggetto che avrà una valutazione infima della nostra condizione, e si preferisce il silenzio: l’altrui pretesa di superiorità è qui presupposta.
La distrazione è l’incapacità di cogliere la richiesta d’aiuto, perché la nostra mente vede il segnale ma non lo guarda, non vi si concentra. Parrebbe corrispondere alla condizione di chi, sommerso dai pregiudizi estemporanei della socialità superficiale, arretra la collocazione del segnale nella scala dei valori.

Questa descrizione è condivisibile?
Come affrontare le resistenze?

MdP 6 maggio 2010

__________

Ingenuità e ragione

Il confronto con l’altrui esasperazione è un momento di grave ma delicata importanza: il ritorno insistente sull’assenza di speranza conduce l’individuo a collocare l’Altro in una posizione di sfiducia, sfidandolo involontariamente a riemergere da un abisso prima di concedergli la dura possibilità di realizzare il proprio portato risolutore. Il miracolo dell’Amore può intervenire ed allungare imprevedibilmente una mano per la risalita, ma questo effettivamente non riduce la difficoltà in termini assoluti. E’ evidente che la stessa logica si ripropone nel rapporto con la personale esasperazione, laddove ad essere collocato in una posizione di sfiducia è il proprio agire, il proprio divenire che lentamente si fa “altro da noi”. Per questo ritengo giusto ricostruire il rapporto con l’esasperazione attorno alla dialettica tra resistenze: di questo, infatti, si tratta.

Continuerò parlando esclusivamente del rapporto con l’altrui esasperazione, ma si intenda questa come paradigmatica.
L’altrui impermeabilità rispetto ad una parola responsabile può essere considerata come un fatto viscerale prima che mentale. Nel momento del confronto, l’atteggiamento oppositorio assume un carattere quasi istintivo, volto ad escludere l’Altro, a zittirlo, a respingerlo senza una veraragione, anzi, spesso contro la propria volontà: chiedo aiuto, voglio il tuo aiuto, ma poi non riesco a non respingerti e soffro nel percepire come vano il tuo contributo, fino all’abbandono. Questa forma di resistenza, che io chiamo ingenua, può prendere tutte le forme descritte da MdP nell’articolo precedente, comprese eventuali “fusioni” inedite delle stesse, e manifestarsi in modo violento o non-violento. Non vedo nessuna possibilità di combattere questa resistenzaingenua: nel momento in cui lo spirito critico si spegne e l’illusione evade dalla prospettiva della volontà, l’iter indagatorio porta a risultati aberranti, chiunque tentasse qualsiasi tipo di ricostruzione finirebbe inevitabilmente con il risalire all’infinito nella psicologia altrui senza riuscire ad afferrare l’elemento volontaristico che permetterebbe di fare breccia.

Esiste però anche un livello di resistenza razionale che in qualche modo può identificarsi come archetipo dell’atteggiamento ingenuo. Volendo fare un parallelismo, si può parlare di sguardo e punto di vista. Mentre lo sguardo si configura come un’attività spontanea, immediata, irreversibile, indomabile ( resistenza ingenua ), il punto di vista è invece oggetto di volontà, è determinato da una scelta quindi possiamo descriverlo come mediato, reversibile e dominabile (resistenza razionale ). Si può notare il rapporto di dipendenza tra i due elementi descritti: dalla scelta del punto di vista dipende necessariamente la percezione visiva. Su questo elemento razionale è possibile fare leva per scardinare la resistenza altrui: focalizzando la parola responsabile sul momento della scelta ( sempre presente ) si smaschera la debolezza, l’incertezza, il pregiudizio, la tragedia ecc dell’interlocutore e da queste è possibile ripartire, cioè avviare una riflessione sul perchè della propria posizione ed attivarsi per un cambiamento. Sia chiaro: ilpotenziale risolutore non può essere inteso con riferimento al problema in sé, quanto piuttosto alla menzogna che impedisce di viverlo. Non è possibile soddisfare il latente desiderio di cancellare dalla storia gli eventi che hanno infranto le leggi eterne, occorre piuttosto lavorare al disvelamento di quella rottura, essere la forza che permette di vivere onestamente ( è veramente possibile? ) la frattura irrimediabile. Per quanto atroce possa essere, questo atto di smisurato amore per la Ragione è per me l’unico agire sostenibile ed occorre portarlo avantisapendo il perché, senza più chiedersi quando.

Ciò che ho descritto, con enfasi, in relazione a situazioni limite ( ma  amaramente frequenti: la volontà alla base della scelta è spesso determinata/obbligata dalla brutalità dell’esistere con effetto a catena su ogni aspetto leggero della propria sfera ) può e deve avvenire anche nella blanda socialità quotidiana: affrontare le resistenze per affrontare l’esasperazione, significa, a mio modo di vedere, risalire la corrente dell’ingenuità per riportare la parola a quella fonte razionale che sempre sussiste. Mi pongo questo problema: è sufficiente questa risalità/disvelamento che lascia l’interlocutore innanzi alla propria scelta, in qualche modo, oggettivizzata in un fatto puramente razionale, rimanendo così nell’attesa che egli si attivi autonomamente (con i suoi tempi) verso la complicità oppure, affinché questa possa effettivamente realizzarsi, occorre ostinatamente protrarre il proprio agire in un “fianco a fianco” intellettuale ( ma necessariamente dispiegato anche in una fisicità sicuramente non innocente, qualsiasi cosa voglia dire questa affermazione )?  Mi sembra che gli unici risultati tangibili siano stati ottenuti in questa seconda ipotesi, ma forse mi sbaglio. Per concludere, rilancio la questione   sulla comprensione delle resistenze: le quattro fattispecie descritte nel precedente articolo in che modo si coniugano con il fascismo culturale del quale abbiamo parlato approfonditamente in passato? Rimanendo ad un livello ingenuo, posto che non è umanamente possibile, per quanto auspicabile, affrontare in ogni frangente un processo di “risalita”, esse non incrementano l’esasperazione? La nostra parola in che modo può opporsi a questo genere di resistenza “immediata”?  Può/deve farlo?

LV 7 maggio 2010

__________

Voci

Il dilemma su come comunicare nell’esasperazione nasce proprio da qui: dal saper soppesare sapientemente la propria distaccata oggettività (che è coerenza) con il lavoro insistente su ogni spiraglio di complicità (che è presenza). Un dilemma, semplificando ulteriormente, tra essere ed esserci.

La tentazione è quella di risolvere la questione, semplicisticamente, nell’ostinato rifiuto degli estremi: un esagerato distacco o un’invadente presenza. Va invece ricercata una soluzione assai più raffinata. Innanzitutto, tra i due atteggiamenti, quello che più s’avvicina alla deontologia della complicità è l’oggettiva e distaccata coerenza. È infatti questa che permette di far leva sull’altrui libertà e quindi sull’altrui consapevole scelta di intraprendere un percorso di complicità. Il guaio sta nel fatto che è proprio in questo momento, che è attimo, che si inseriscono le resistenze di cui discutiamo; ed è qui prima che altrove che il fascismo nuovo miete le sue vittime. Dunque, è da questo attimo che nasce la necessita, per chi resiste, di riconsiderare la teoria pura della complicità, alla luce delle circostanze concrete.

La retorica del fascismo nuovo parla all’individuo a due voci: da un lato lo persuade della propria autosufficienza nel compiere competitivamente le azioni positive (il successo sociale, l’arricchimento eccetera), dall’altro lo spinge a far leva sulla collettività (ristretta in senso fascista) solo quando si tratti di porre in essere azioni negative (il respingimento del diverso, il mantenimento dello status quo eccetera). Il risultato è una società fatta di tanti cerchi concentrici, fondati sull’esclusione di parte dell’insieme al quale appartengono, ed animati a loro volta da tendenze centrifughe (tutti gli italiani contro gli immigrati, ma a loro volta frammentati da mille discriminazioni). Colonna protante del sistema l’assunto secondo il quale ogni progresso individuale nesce da un’esclusione, perpetrata collettivamente: frazionamento della colpa (singolare), esaltazione del “meriti” (plurale).

Alla retorica bilingue del fascismo chi resiste deve saper opporre la propria univoca coerenza: ennesimo indizio dell’inestimabile valore e peso delle parole resistenti. La parola più congeniale è la parola che veicoli l’Amore, in quanto parola idonea a disvelare senza resistenze la propria posizione e, al contempo, gravata di un valore intrinseco inestimabile che, se colto, induce responsabilità e dunque scelta. Tale è una parola che impegna in una complice resistenza e impone (pacificamente) il reciproco rispetto, fondato sulla consapevolezza del valore dell’altro quale fondamentale compagno e interlocutore. La parola resistente, al contrario di quella neofascista, fonda la propria capacità comunicativa su di una preveniva unione nella complicità, ed estrinseca la propria forza edificando nuova ricchezza, che è ricchezza comune.
Un indefesso esercizio di coerenza (distacco) volto a moltiplicare le possibilità di contatto, per poi dimostrare con l’Amore il proprio portato risolutore all’altrui esasperazione; portato che in null’altro consiste se non in un’offerta di complicità dialogante sulla strada della comune e sempre rinnovabile resistenza.

La ricerca della complicità tramite la parola resistente, parola d’Amore, più che un potere, più che un dovere, m’appare un’ineludibile necessità.

MdP 13 maggio 2010

__________

Comune libertà

Di recente abbiamo avuto modo di riflettere sulla preventiva unione nella complicità sulla quale la parola resistente fa leva. Credo sia necessario tornare sul punto per fare chiarezza in ordine all’idea (emersa in vari modi e con diverse finalità critiche) di un resistere esclusivamenteautoreferenziale.

A mio parere, non si deve escludere né esorcizzare la possibilità che la parola complice abbia come referente esclusivo l’io resistente. Ciò accade, al contrario, per necessità: il rifiuto per ogni forma di gratuità ed il difficile posizionamento responsabile che è causa del proprio agire, orientano naturalmente la parola verso chi già si trova all’interno del cerchio della complicità. In questo luogo, in questa officina ( non altrove, non in un posto qualasiasi ), il resistente si impegna nell’incessante lavoro sulla propria padronanza lessicale, giovandosi dell’altrui contributo nella complicità, cioè realizzando il portato risolutore di chi, come lui, già si è fatto carico della scelta tra l’inerzia e la lotta.

Resistere è una danza, un movimento, un flusso: nell’indagine complice, si procede su di un livello intellettuale, se si incontra una difficoltà sul piano intellettuale allora ci si sposta ad un livello fisico, dal piano fisico al piano spirituale, meditativo, musicale per poi tornare su di un livello intellettuale e così via. Non c’è sosta. E’ evidente che tutto ciò si compie, per evolversi e rilanciarsi, in una prospettiva autoreferenziale, in un ambito ristretto dove sussiste quella comprensione su cui lavorare; come potrebbe, del resto, essere altrimenti?
Non si può, non è giusto, giudicare questo agire per il suo connotato autoreferenziale in sé considerato che, anzi, offre la misura del suo spessore, occorre indagarne invece l’effettivo contenuto, giudicarne l’effettiva onestà degli agenti ed il loro concreto impegno nella resistenza. Naturalmente, per poter arrivare  ad un simile risultato, è necessario conoscere, ma questo è un capitolo troppo lungo e snervante.

E’ evidente come la complicità mantenga saldo anche il fondamentale rapporto con l’esterno, realizzandosi quindi anche in una dimensione eteroreferenziale: ai non-complici il complice si rivolge sempre, sempre pronto a riproporre la propria voce così come perfettamente descritta da MdP nel precedente articolo. Nell’esercizio di coerenza responsabile di cui il complice si fa protagonista innanzi alle altrui resistenze, egli pone in essere la sua lotta per una comune libertà: egli, il resistente, che, con enorme sacrificio, si è liberato della maschera ideologica (edonisticamente fascista)che lo copriva, non accetterà di imporre ad Altri la propria conquista, non forzerà l’altrui incomprensione,si batterà invece affinché anche gli Altri possano giungere a personali conclusioni, grazie ad una libertà da sé conquistata.

Realizzare un vero regime democratico, cioè dare importanza ad ogni parte del corpo, anche la più remota, nel rifiuto della dimenticanza e della sopraffazione ( quindi agire a mezzo della parola nella memoria ), significa prima di tutto fuoriuscire dalla trappola dell’ego: l’indagine volta al mero potenziamento dello stesso è propedeutica al suo fallimento ed alla sua miseria. Di qui, poi, il ri-posizionamento, l’anno zero in vista della complicità la quale va considerata come ulteriore conquista individuale rispetto alla propria libertà. Questo credo sia il contenuto essenziale della parola complice rivolta al non-complice: chi ricerca in essa un contenuto salvifico “nudo e crudo” sta mentendo ( ricerca altro rispetto alla salvezza) oppure mistifica la resistenza ( deforma a proprio vantaggio l’altrui realtà, ricadendo nella trappola dell’ego di cui sopra).

Volendo chiudere, credo sia necessario, con particolare riferimento alla dimensione dialogica del resistere, riflettere su di un ritorno all’umiltà in senso etimologico laico, un ritorno cioè a ciò che sta sul suolo, un portare l’idea nella terra. Mi rendo conto ( e lo affermo con un discreto orgoglio )che si è arrivati ad un punto molto complicato nella sua raffinatezza, la sensazione è che la ricerca della complicità attraverso la parola d’Amore possa/debba ora proseguire attraverso il nostro impegno in un abbassamento che non è semplificazione, anzi: come l’acqua dovremmo discendere fino al punto più basso, per poi ritornare ad essere fuoco, in alto e vedere cosa succede. Cosa può voler dire, questo, nella pratica?

LV 24 maggio

__________

La sfida dell’inclusione

La riflessione a proposito dell’autoreferenzialità necessita di un chiarimento.

Il metodo di chi resiste si compone di due indispensabili, distinti ma coordinati momenti. Il primo di questi è la fase dell’edificazione paziente del proprio esistere, in seguito all’anno zero e alla luce del nuovo orientamento di responsabilità. In questo ambito, è chiara la valenza autoreferenziale dell’impegno, il quale è volto non solo verso sé stessi ma altresì verso quella “cerchia” più o meno ristretta di soggetti, alla quale si appartiene sostanzialmente per affinità elettiva. Viene cioè meno la necessità di instaurare una complicità, che si rivela spontaneamente. È in questo tempo che si svolge il lavoro di arricchimento della propria padronanza lessicale, arricchimento reso possibile e incentivato proprio dal permanere del soggetto all’interno di detta cerchia, che gli consente di dare un giudizio di scontatezza in merito ai presupposti del confronto complice, proprio per via dell’affinità elettiva. A ben vedere, questa prima fase si ritrova pressocché identica in svariati campi della società e in particolar modo della cultura: basti pensare a ogni sorta di élite contemporanea o, col Manifesto di Pasolini, ai “gruppi avanzati della borghesia”, destinatari del nuovo teatro.

Il vero teatro della sfida, per il resistente, è la successiva fase dell’attrazione dell’Altro (altro rispetto ai complici) nella cerchia della complicità e quindi della comune resistenza. La prima fase autoreferenziale ha creato una differenza, un “gradino” che separa il complice (meglio, la complicità) dall’incoscienza. Questo è il preciso momento in cui l’accusa di autoreferenzialità viene mossa nei confronti di chi resiste, in un giudizio a priori (pregiudizio) sulla piccolezza del portato risolutore della complicità. È, per intenderci, il discorso di chi rimprovera a Michele Santoro l’abbandono di un mezzo di comunicazione assai pervasivo (la televisione “generalista”) ma limitato nelle potenzialità (la caccia alle streghe e l’ingerenza della politica). Torna allora in causa il discorso circa il rifiuto della gratuità, sia essa rappresentata dell’adagiarsi, conformandosi, nella culla della socialità irresponsabile neofascista o dal veder giustificate le proprie capacità giornalistiche esclusivamente nella sentenza di un giudice (e non, come auspicabile e “normale”, nelle valutazioni di un direttore).
La sfida dell’inclusione necessita di quel recupero dell’umiltà, di quell’atterramento, descritto nel precedente articolo. La discesa dal gradino dell’autoreferenzialità non può avvenire certo sul piano lessicale, poiché ciò comporterebbe rinnegare tutta la prima fase, annacquandone il portato risolutore in una miscela di cliché e banalità (= irresponsabilità). È bene che una differenza su questo piano sia avvertita, deve anzi essere proprio questa la principale manifestazione (≠ ostentazione) di ricchezza, quale segnale di responsabilità e impegno. La ri-assimilazione va invece ricercata sul piano umano dell’atteggiamento, dell’esempio, dell’amorevole predisposizione all’incontro. Questa si può ottenere non sottolineando narcisisticamente la differenza risultate dai diversi percorsi intrapresi, bensì rimarcando l’identità sostanziale che rende ogni Altro in grado di compiere l’operazione di azzeramento e di ricerca che noi abbiamo tentata, e di farcela magari prima e meglio di noi. La complicità si ricerca nell’amore, che ha quale oggetto l’Altro e dunque non mira ad avvilirlo (tacciandolo d’inferiorità), ma a sorreggerlo sulla via dell’autodeterminazione, sulla base del presupposto che momento fondamentale di tutto il processo sarà sempre e comunque l’altrui libera scelta, che chi resiste non sia adopera a influenzare (adesione), ma a responsabilizzare (promozione).
Volendo dunque sintetizzare, è necessario che il nostro portato risolutore si manifesti nell’esaltazione dell’altrui, potenziale, portato risolutore.

MdP 30 maggio 2010

__________

Inondazione

Che cos’è una finzione quando si incarna, quando detiene il vero potere di modificare il corso della storia, quando agisce sulla realtà e ne viene trasformata a sua volta? Cosa diventa la menzogna quando è salvifica?

Helena Janeczek, Le rondini di Montecassino, Guanda 2010

Queste parole rendono forse ancor più evidente il significato dell’agire resistente nei confronti dell’ordine del discorso dominante, l’importanza di un agire ostinato nel ribadire che una menzogna rimane tale anche successivamente alla sua incarnazione potente. La resistenza, come l’abbazia di Montecassino per la Janeczek, si rivela allora per quel luogo ritrovato che è ben  più di un pretesto per rimpiazzare una sequela di bugie sgraziate con una storia tanto mitica per chi l’ascolta che troncherebbe ogni domanda. Credo sia proprio nel ritrovamento ( tragico sotto certi aspetti ) di questo luogo e nella conseguente riproposizione di  quelle domande dimenticate/troncate, che quel gradino tra complicità e incoscienza viene in essere, solidificando nella pietra l’irrimediabile momento di passaggio consapevole dall’inerzia alla resistenza; credo anche che il portato simbolico dell’abbazia ( ma anche del cimitero germanico alla Futa, ça va sans dire ) esprima con singolare efficacia  l’attitudine, di questo lavoro sulla propria posizione, ad inondare il campo dell’esistere comune, sfondando gli argini dell’autoreferenzialità proprio nel ventre dell’identità umana, laddove il riconoscimento reciproco avviene per il tramite della nuda vita, a prescindere dal personale costrutto.

Per poter arrivare all’esaltazione dell’altrui potenziale risolutore, credo sia necessaria un’ulteriore pratica di atterramento che abbia per oggetto/soggetto la propria persona, un gesto estremo e perpetuo di resistenza che metta in luce l’essenzialità del proprio agire per sperimentarne visceralmente ed intellettualmente i limiti. L’esigenza è infatti duplice: da un lato, è assolutamente necessario trovare un modo per raggiungere l’altrui portato risolutore ( questo, secondo me, potrebbe essere identificato come l’inarrivabile realizzazione del nostro lavoro, risultato che non dobbiamo cessare mai di perseguire ), dall’altro occorre rispondere alla necessità di difendere la permanenza del resistere, ossia lavorare al suo radicamento nella memoria comune. E’ evidente che i due fenomeni sono strettamente legati da un rapporto di interdipendenza dal quale non possiamo prescindere.

La diagnosi è semplice, trovare una terapia è più complesso. Penso all’esperienza descritta da Gabriele Del Grande qualche giorno fa al Posto Delle Fragole e mi rendo conto di quanto  il suo percorso si avvicini in modo impressionante all’atterramento di cui sento la necessità. Dovremmo partire alla ricerca di quei gesti disperatamente privi di retorica e compierli, dovremmo ragionare concretamente sull’urgenza di passare le notti in prima persona sulla pietra di una stazione romana.

LV 13 giugno 2010

__________

Sulla propria natura

Anche, semplicemente, ragionando sul significato storico della resistenza è possibile prendere coscienza di come il gesto umile si ponga alla base del concetto stesso di resistere. Proprio da questa considerazione il resistente deve partire per respingere ogni atteggiamento altezzoso e porsi al riparo dal pregiudizio. Il processo di atterramento, la cui necessità è indiscutibile, soltanto superficialmente può essere visto come un disfarsi di quanto “appreso” nel percorso di resistenza, per riscoprire la propria natura.

Mi è possibile affermare ciò, considerando come il resistere incida profondamente sulla mia natura, determinandomi nelle scelte e, quindi, nell’esercizio della libertà, soprattutto negativa, che è valore supremo della resistenza stessa. L’atterramento, dunque, è quanto di più lontano possa esservi dal fingersi qualcuno che non si è; al contrario, è comunicarsi per come si è divenuti, sforzandosi di rendere tale comunicazione comprensibile all’altro che, in quanto non ancora complice, non ha la possibilità di attribuire a molte delle nostre espressioni il giudizio di scontatezza che noi affibbiamo loro.

Il fatto che si prediliga sottolineare quel nucleo di identità che può porsi alla base di ogni relazione tra esseri umani non singifica che non sia opportuno e anche dovuto rimarcare delle differenze. Nel fare ciò, però, è necessario adoperarsi affinché esse non siano avvertite come mere peculiarità, figlie dell’imperante qualunquismo che porta a scegliere il proprio essere e il proprio atteggiarsi secondo criteri di moda e gratuità. Questo lo considero un punto fondamentale, di inaudita concretezza. Qui la responsabilità sta nell’impegno perpetuo per far affiorare le ragioni intime di ogni propria determinazione, facendo attenzione a non ingenerare muta adesione, ma responsabile impegno; il che è possibile attraverso la messa in luce delle altrui potenzialità risolutrici che non sono innate, ma vanno scelte e coltivate al di fuori del recinto dell’ideologia imperante e deprimente.

Schematicamente, potrebbe tratteggiarsi un percorso di resistenza in fasi:
1) “Conosci te stesso” (→ Edificazione del resistere responsabilmente);
2) Esercizio democratico di umiltà-atterramento (→ Dialogo, nella diversità, sul reciproco portato risolutore);
3) Complicità (→ Scelta autonoma e comune d’impegno = anno zero);
4) Ricostruzione complice (→ Mutuo arricchimento).

C’è altro?

MdP 19 giugno 2010

__________

Il paradosso della libertà

Non ci sono ulteriori fasi rispetto a quelle schematicamente descritte. Queste si susseguono in un moto circolare costante e privo di soluzione di continuità: la ricostruzione complice, il mutuo arricchimento, portano ad una nuova conoscenza di se stessi cioè ad un nuovo inizio. In questa dinamica si realizza la tensione progressista del resistere: l’agire responsabile teleologicamente orientato alla complicità ( in senso lato ) rende possibile una crescita collettiva  nel reciproco riconoscimento/arricchimento, nitidamente tangibile tanto nel breve quanto nel lungo periodo.

Il primo insegnamento della resistenza è quindi il paradosso della libertà: la conquista della propria posizione si dissolve ( tragicamente o comicamente ) nella mera emancipazione laddove non assista il duro ( perchè determinato esclusivamente da una volontà non coercitivamente ispirata ) sacrificio del ritorno ad un lavoro di conoscenza sulla propria persona. Proprio in questo ritorno il responsabile si distingue dall’irresponsabile: mentre quest’ultimo, laddove giunga a porre in essere un percorso di emancipazione, si soddisfa nel distinguersi ( separazione da un’originaria condizione al fine di cancellare dal cosmo una sofferenza ), il resistente ri-affonda nel conoscersi per rispondere alla necessità di costruire solidi legami di libertà che, essendo legami d’Amore, si calcificano nella compartecipazione complice alla formazione di una regola viva perchè di comune appartenenza. Si comprende quindi come l’irresponsabile finisca necessariamente per scivolare sotto l’ala del qualonquismo: il suo è un delirio di onnipotenza che si compie per svanire, la cancellazione del male attraverso la fuga dalla  decisione postula la subordinazione del proprio agire ad un sogno di potere che trova il suo campo d’esistenza nell’estetica, traducendosi in un edonismo arrogante e violento. La posizione di libertà ( rectiusdi libero arbitrio ) eventualmente conquistata dall’irresponsabile si declina a questo punto secondo criteri di gratuità: l’esercizio del dominio, non potendosi sviluppare sulla sostanza visti i presupposti, si scatena sull’apparenza. Nella distanza tra sostanza ed apparenza si innesta la prepotente ideologia dominante, dando vita a quella fenomenologia contemporanea su cui a lungo ci siamo soffermati in queste pagine. Il resistente, al contrario, mira ad azzerare la distanza tra sostanza ed apparenza concentrando il proprio agire attorno al momento della decisione, gestendo il suo libero arbitrio ( conquistato ) nel tentativo di riunificare la realtà su di un piano esclusivamente umano. Ciò mi da modo di tornare a riflettere sull’idea di speranza e di puntualizzare il mio punto di vista.

Quanto affermato da Monicelli durante Raiperunanotte ( estirpare dall’esistere la speranza quale elemento negativo generato dal potere al fine di controllo ) si colloca, a mio modo di vedere, in linea con la nostra analisi se ed in quanto il concetto di speranza viene collocato nella prospettiva umana ri-unificata dal resistente contro il fascismo e l’irresponsabilità: solo dove la sostanza viene a coincidere con l’apparenza, nella concreta materialità dell’esistenza umana vissuta secondo necessità, solo in quel momento di profonda libertà la speranza può essere intesa quale rifiuto del caso come elemento imprescindibile dell’agire ( MdP ). E’ quanto abbiamo sempre sostenuto, ritenendo la speranza elemento centrale dell’agire resistente ( Vd Apologia della speranza e seguenti ).  Nell’ambito, invece, di una dimensione irresponsabile, la speranza ben si presta ad assumere qualità di strumento di potere, alimentando l’idea di un futuro cambiamento in bene non determinato da altro se non dalla personale osservanza/adesione: in questo modo lo spirito critico si addomestica e l’individuo lentamente finisce narcotizzato come abbiamo più volte sottolineato. In questa chiave ho interpretato l’affermazione del regista italiano, come un invito a rifiutare un atteggiamento fideistico. Al contrario, la speranza non deve mai mancare nel cammino resistente: essa non potrà che  derivare dalla propria volontà critica,  avrà così per oggetto  esclusivamente il nesso causale che lega i propri gesti in un contesto di libero impegno nella realtà umana unificata.

Sulla scorta di quanto fin qui abbiamo detto, credo si possa concludere affermando che il resistente debba esaltare l’altrui portato risolutore valorizzando l’individuo per la sua volontà didare, cioè di inserirsi nel paradosso della libertà, volontà che, per quanto remota, è sempre presente. Questo deve essere il punto di partenza del resistente nella sua attività dialogica.

Tentando di ricostruire il discorso secondo lo schema proposto da Mdp, si potrebbe dire che il resistente “scommette” sull’altrui responsabilità poichè il rapporto con l’Altro comincia direttamente dal punto 2, ossia dal Dialogo nella diversità alla ricerca del portato risolutore senza la possibilità “storica” (salvo rare eccezioni comunque svincolate dalla volontà ) di poter dare avvio ad un lavoro sulla conoscenza di se stessi nella reciprocità: dal secondo punto quindi prende piede un percorso di complicità che culmina con la ricostruzione complice di cui al punto 4. Solo in questa fase si svela l’effettiva responsabilità dell’Altro: nell’ipotesi positiva, la ricostruzione complice sarà segnata da un nuovo “conosci te stesso” che a sua volta si svilupperà secondo il moto circolare del percorso di resistenza sopra descritto ( l’avanzare della resistenza nell’esperienza è assimilabile all’avanzare del carro grazie al movimento della ruota ). Mi sembra quindi che il percorso nella complicità possa dirsi iniziato solo nel momento in cui il ciclo ri-comincia grazie ad un reciproco riconoscimento di responsabilità, il che rende la necessità di abbassamento di questi giorni significativa ( evidentemente un nuovo inizio si è realizzato ), ma allo stesso tempo spiega la difficoltà di coinvolgere l’Altro nel vero e proprio resistere. Difficoltà sulla quale continuare a riflettere.

LV 28 giugno 2010

__________

__________

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: