Resistenza e società civile

Resistenza e società civile

Certifico la raffinatezza raggiunta dall’indagine in merito alla resistenza nel microcosmo della socialità, intesa come rapporto interpersonale.
Fra le righe degli ultimi articoli, emerge una continua tensione alla quotidiana realtà sociale (politica, istituzioni, meccanismi democratici ecc.) che credo sia giunto il momento di scandagliare, anche e soprattutto per avere un macroscopico terreno di coltura di quanto fino ad ora messo in luce sui caratteri della resistenza.
Trasportare il discorso dal piano della resistenza intellettuale su quello della resistenza civile è certo un ardito passo, ma le possibilità di successo sono direttamente proporzionali alla nostra capacità (anche di giuristi, perché no?) di prescindere da argomentazioni di tipo propagandistico-elettorale, per poterci meglio concentrare sui massimi sistemi.
E’ un sasso gettato nello stagno.

L’uomo che basta a se stesso, con particolarità che non riguardano nessuno, è un concetto senza valore per la civiltà moderna.

Alfred North Whitehead, Adventures of Ideas, 1933.

MdP 31 ottobre 2009

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Scemenza

La Natura seleziona le specie più adatte a sopravvivere.
Sopravvivenza è scendere a compromessi, abdicare alla propria facoltà affermativa in nome di una chance: la remota possibilità di elevarsi fortuitamente al di sopra delle masse. La luna è la remota possibilità. Il dito il suo potenziale risultato. L’uomo guarda il dito.
Questa condizione di scemenza, consente ai titolari del privilegio (l’avverata chance) di giudicarsi superiori e di ricostruire a posteriori un’artefatta motivazione del proprio privilegio: e il gico è fatto.
Più rifletto su tutto ciò, più la timidezza della società in cui vivo si fa lampante. E’ quasi come se si preferisse rinunciare all’espressione pubblica di sé, pur di mantenere intatta la chance: ci si profonde nel più gravoso impegno per tenersi pronti a un evento imprevedibile e assai improbabile.
Il perseverare in questo esercizio di ordinarietà assopisce l’orgoglio e denigra la coscienza civile, alla stregua di un vano protagonismo.
Resistere a ciò è prima di tutto conoscere, mantenersi intelligenti (nel senso di “cognitivi”). Poi, è rinunciare all’estatica attesa del caso fortuito, dedicandosi all’egocentrica costruzione della più stra-ordinaria identità. Infine, è pubblicizzare tale identità, attraverso la coerenza dell’apparire con il proprio desiderio di realtà, in un continuo esercizio di stile.
L’esito non è certo scontato, ma meno aleatorio.

MdP 31 ottobre 2009

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Società civile e settorialità

Lucio Russo, nel breve saggio La cultura componibile ( Liguori Editore, Napoli 2008 ), pone in evidenza la scomparsa di una cultura condivisa ed il corrispettivo affermarsi dello specialismo.Secondo l’opinione di Russo ( docente di Calcolo delle Probabilità e Storia delle Matematiche ), il progredire della settorialità delle conoscenze ha comportato la trasformazione della cultura da condivisa a componibile: una cultura cioè composta da microsettori indipendenti e non patrimonio effettivamente appartenente ad una pluralità di soggetti.

All’interno di questi microsettori, lo specialista progressivamente perde l’interesse per ciò che esula dall’ambito della sua ricerca, si isola nel suo ambito e stabilisce una comunicazione sostenibile solo con i membri del proprio settore; i microsettori sono quindi incomunicabili tra loro: da un lato, se è vero che generalmente non sussiste proprio l’interesse per altri settori di ricerca, è anche vero che, chi non fa parte di quell’ambito particolare, non può esprimersi riguardo ai risultati ed al significato di quella ricerca dal momento che non possiede la competenza necessaria; dall’altro lato, la cd. intersettorialità ( ad esempio studio della meccanica quantistica applicato allo studio dei mercati finanziari ) non amplia lo spazio comunicativo tra i settori bensì genera un nuovo microsettore autonomo ( studio meccanico quantistico dei mercati finanziari ).

Delle diverse considerazioni che vengono sviluppate a partire da questa analisi, una mi interessa particolarmente: l’affermarsi di una cultura componibile determina una suddivisione elementare, ma vincolante, tra superficialità e specialismo. Chi non approda ad un settore specilistico ricade nel magma della superficialità.

Ci si può però chiedere se sia ancora possibile ai singoli sfuggire all’alternativa superficialità/specialismo (Russo). A questa domanda viene data una risposta affermativa, sottolineando come sia chiaramente impossibile sfuggire alla superficialità evitando lo specialismo ed anzi, la chiave è muoversi nello specialismo coltivando interessi generali. Dove l’autore chiude rapidamente per esigenze, penso, di coerenza dell’opera, io tento di riaprire e rilanciare.

Riportare questa analisi entro i termini della nostra riflessione mette in luce e chiarifica il senso del resistere all’interno di determinati contesti assai rilevanti nella società civile. Essendo il resistere primariamente un mantenersi cognitivi in vista di un’egocentrica costruzione della più stra-ordinaria identità (MdP), è evidente come questo agire si collochi necessariamente in quella minuscola intercapedine tra superficialità e specialismo, il che, nella pratica del vivere civile, significa riconvertire ogni strumento fornito dallo specialismo in strumento utile alla decostruzione della cultura componibile ed alla successiva ricostruzione di una cultura condivisa.

Non si vuole, attraverso la Resistenza, invertire una tendenza allo specialismo ed affermare il valore di un apprendimento generalistico che non trascuri nessun aspetto della realtà: la cultura condivisa a cui tende l’agire di chi resiste è la cultura del vivere civile, ciò che Habermas definisce common sense democraticamente illuminato (J. Habermas, Il futuro della natura umana ).

Per spiegarmi recupero i termini di una discussione affrontata in passato riguardo allo senso dello studio universitario. E’ questo, infatti, un tipico esempio di “settorializzazione” della cultura: affrontare la facoltà di Giurisprudenza significa setacciare ogni centimetro del campo giuridico escludendo qualsiasi tipo di attività eterogenea rispetto a quella ( basti pensare al fatto che si rinuncia addirittura alla lettura del quotidiano quando si è in prossimità dell’esame o del concorso ). Ciò non è un fatto negativo in quanto tale, anzi, è un momento fondamentale dell’esperienza culturale, tuttavia è rilevante la posizione dell’individuo rispetto a tale momento. Se infatti ci immaginiamo lo studio settoriale ( facoltà di Giurisprudenza ) come una stanza chiusa, le conoscenze che l’individuo raccoglie ( nozioni giuridiche ) sono la chiave per usicre da quella stanza e muoversi all’esterno di essa con maggiore consapevolezza. Muoversi all’esterno significa riversare il proprio contributo in una cultura condivisa che svolge una funzionecivilizzatrice necessaria alla società: questa esige dal magistrato un senso civico particolare, un senso civico supportato dalla profonda e attenta conoscenza delle norme e dalla loro pratica, idoneo ad armonizzare i rapporti giuridici alla legge democraticamente intesa quale insieme di norme selezionatrici di una base minima di equitas sulla quale fondare, appunto, la convivenza civile. Per questo la società seleziona i sui giudici tra gli studenti di Giurisprudenza e non tra i comuni cittadini, il che porta a concludere che lo studio del diritto finalizzato alla pratica di magistrato consiste in un approfondimento del senso civico attraverso lo studio delle norme e non, al contrario, uno studio delle norme eventualmente arricchito da uno spiccato senso civico. L’esempio è adattabile, magari secondo diverse articolazioni, per qualsiasi altra professione.

Rinunciare a questa lettura significa in senso ampio rigettare sostanzialmente l’esigenza di civilizzazione che la società chiede di soddisfare, ma soprattutto significa condannarsi alla scelta obbligata tra specialismo e superficialità, rendendosi schiavi di una mediocrità perpetua ed estremamente priva di soddisfazione.

Chi resiste, dunque, proietta il suo orizzonte sempre all’esterno dell’ambito settoriale nel quale di volta in volta viene a trovarsi e non cessa mai di cercare oltre l’attualità della propria esperienza. La resistenza si fa promotrice della terza via tra superficialità e specialismo in una costante tensione al pluralismo inteso come insieme di componenti settoriali desiderose di confluire in un common sense democratico e civile, all’interno del quale viene recuperata in via definitiva una reale comunicazione intersettoriale che di volta in volta troverà diverse declinazioni in termini di progresso.

Mi sembrò che individuare un obiettivo affascinante, quale può essere la comprensione dell’intima struttura della materia, contasse poco rispetto all’elaborazione di strumenti intellettuali capaci di risolvere problemi lontani da quelli considerati inizialmente.

Lucio Russo, La cultura componibile, 2008.

LV 2 novembre 2009

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Corruzione civile

Il mio articolo di oggi vuole partire da una considerazione di carattere generale, per poi tentare di formulare un ragionamento il più lineare possibile, volto ad “appesantire” la nostra riflessione, insinuandovi nuovi spunti e stimolandone nuove soluzioni.

La considerazione di carattere generale nasce dall’osservazione (mai critica come in questi giorni) della realtà socio-politica italiana, ed è la seguente: la corruzione intrinseca della società italiana è giunta a consentire ad alcuni soggetti (rectius: ai forti) di violare i diritti, senza per questo violare le regole. Il che non significa sempre che tali violazioni non si pongano in contrasto con dette regole (e che, quindi, queste siano sbagliate o ingiuste), ma che la corruzione della società, la corruzione civile, mette a disposizione di costoro una selva di strumenti (non solo giuridici, ma soprattutto culturali) per aggirarne l’applicazione e fugarne la forza coercitiva (anche, semplicemente, morale).

Se si ragiona nei termini più semplici possibili a proposito della regola (in astratto), si può giungere a definirla come la linea di demarcazione (cito: frontiera) che separa il rispetto dall’infrazione della stessa. L’aggiramento di una regola, al contrario della sua infrazione, la depotenzia, presentandosi come un rifiuto del confronto sulla validità/opportunità della regola stessa. In termini a noi cari: è la negazione della resistenza.
Va subito precisato, a scanso di accuse d’ipocrisia, che la resistenza non si giova certo di una regola che sia sempre e comunque immutabile; anzi, la resistenza risulterebbe in tal modo depressa. La complicità, possibile (come queste pagine inducono a credere e sperare) anche nel radicale disaccordo, costruisce attorno alla regola uno spazio di confronto (cito: confine), all’interno del quale essa è non disconosciuta, bensì discussa responsabilmente, con determinanti apporti identitari e secondo le personali convinzioni.

Vorrei un parere.

In ultimo, e a riprova di quanto sostenuto, allego un lucido ritratto dei giorni nostri:
In cotanta e così corrotta città, difficile a Catilina non era l’attorniarsi in numeroso corteggio d’ogni più scellerato uomo ed infame. Chiunque, impudico, adultero, banchettatore, avea fra queste arti straziati i beni paterni; e chi era oppresso dai debiti contratti per comprare la impunità de’ suoi diversi delitti; e quanti parricidi, sacrileghi, convinti rei o prossimi ad esserlo; e quanti o dalla spergiura lingua, o dalla insanguinata mano gli alimenti loro traevano; tutti, in somma coloro, cui ribalderia, povertà, e mala coscienza angustiavano, di Catilina famigliari eran tutti e suoi intimi. E se un qualche innocente nella di lui amicizia incappava, la domestichezza e le lusinghe facilmente simile e pari agli altri il rendevano. Ma guadagnarsi i giovanetti principalmente bramava; i di cui animi molli, e per età volubili, con inganni agevolmente adescavansi. Onde, a chi donne, a chi cani e cavalli, secondo le loro brame, provvedea; non al decoro nè alla spesa badando, purchè obbligati se li rendesse e fedeli. Molti credettero, il so, che costoro in casa di Catilina si prostituissero: ma una tal fama su congetture fondavasi più che su fatti.

Gaius Sallustius Crispus, Bellum Iugurthinum XIV, ca. 40 a.C.
Traduzione di Vittorio Alfieri da Asti (1749 – 1803)

MdP 4 novembre 2009

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Corruzione civile – Parere/1

Parto dalla fine. La complicità è lo spazio all’interno del quale il conflitto ha come fine ultimo la regola: questa si pone al centro dello scontro essendone la causa ed il fine. Ne è la causa poiché l’apposizione della regola (frontiera)  genera necessariamente un disaccordo, quanto meno potenziale, tra i soggetti destinatari della norma; ne è il fine poiché il conflitto sorto dall’apposizione della regola ha come unico scopo la novazione della regola stessa. Guardando in controluce questo fenomeno, si coglie una fondamentale funzione organizzatrice della regola: attirando a se il conflitto, evita che questo si manifesti in ordine sparso a scapito dei soggetti più deboli. Il terreno di confine sorge fisiologicamente attorno alla regola come spazio pubblico soggetto ad un incrocio di sguardi reciproco: è l’agorà nel quale lo scontro può aver luogo, è lo spazio che garantisce l’incolumità del cittadino nel suo partecipare all’agone democratico. Si può affermare poi che il progresso di una società sia direttamente legato al confine: tanto più una cultura riuscirà a riempire questo terreno tanto più la società conoscerà uno sviluppo reale. Inversamente, quanto più la cultura si dimostrerà incapace di spingere il conflitto entro il confine, tanto più la società sarà costretta a registrare abusi e violenze senza potervi porre rimedio. Questa elementare ricostruzione reclama un approfondimento che però non verrà qui affrontato data l’urgenza di altre questioni.

Secondo la mia opinione, si assiste attualmente ad una fase patologica del rapporto tra regola e cittadino:la riflessione collettiva si è spostata interamente sul contenuto della regola omettendo di coltivare una contestuale riflessione sul perché delle regole. Questo fenomeno è riconducibile alla vigenza della cultura componibile: così come non esiste una cultura condivisa alla quale agganciare la propria conoscenza settoriale ( un laureando in Giurisprudenza non di rado ignora cosa sia accaduto in Italia dal 1945 al 1990; ma può esistere una tecnica senza memoria? ), così allo stesso modo non esiste una percezione condivisa della necessità delle regole e del senso di questa necessità, alla quale agganciare una riflessione sul contenuto delle stesse. Tanto è vero che, nel momento in cui Silvio Berlusconi attacca la magistratura ed afferma che il Presidente del Consiglio deve essere eletto dal popolo, la notizia non viene letta come un atto sovversivo ma come un’affermazione di destra concepibile in una strategia politica e contestabile come tale. Non esiste, come si vede, una cultura politica condivisa (una memoria politica) che, davanti a tali affermazioni, spieghi tacitamente ed immediatamente alla coscienza dell’individuo il perché dell’architettura democratica, nella quale il magistrato non può dipendere dall’Esecutivo ed il Premier deve essere eletto dal Parlamento.

La Resistenza deve allora intervenire con un fare culturale, nella sua dimensione di fatto e scambio, nel rapporto tra regole e cittadino, mirando a ricostruire una cultura condivisa della legalità (intesa quale necessità sociale della regola nei termini descritti all’inizio dell’articolo, ossia risolutivi ma anche organizzativi del conflitto, tendenti ad una piena garanzia dell’individuo ), soprattutto se ci si ricorda che le Istituzioni ( ospedali, scuole, banche, non solo il Parlamento ) esistono nella misura in cui esistono le persone ( umane!! ) che le compongono ( ed allora mi ripeto: può esistere una tecnica senza memoria? ). Del resto, come ho già accennato altrove, il nostro obiettivo non deve essere quello di modificare od estinguere il problema, quanto piuttosto quello di modificare la percezione culturale dello stesso.

Un’ultima considerazione. La resistenza non si giova di una regola immutabile proprio perché il mutamento della regola (la novazione della stessa) è il fine ultimo di quel conflitto sul confine che la Resistenza si propone di promuovere come fattore di progresso. Alla luce di questa affermazione si può notare come l’attività di confine interagisca senza soste con il contenuto della regola che, nella sua funzione risolutrice (rivolta quindi al passato), si configura come fermo e immutabile; ma nella sua funzione organizzatrice (rivolta al futuro) esso è assolutamente instabile e suscettibile di continuo miglioramento: ogni atto di confronto/incontro tra le parti in gioco tende alla formulazione di una nuova regola. Di converso è doveroso affermare che potranno essere considerate regole, democraticamente intese, esclusivamente quelle proveniente da un conflitto di confine. Si può dire allora che la Resistenza, nella sua dimensione fattuale, si oppone al fenomeno dell’aggiramento della regola ( che è appunto fuga dal confine e quindi negazione della Resistenza) con un atteggiamento chiaro, coerente, responsabile e partecipativo, stimolando un ritorno al conflitto di confine; nella sua funzione di scambio, invece, essa alimenta il conflitto sul confine, richiamando ad una riflessione sulla necessità della regola al fine di rigenerare una cultura della legalità condivisa. Tutto questo, chiaramente, ricordandoci che la regola solo in ultima istanza e solo un piano generale sarà regola giuridica, rimanendo comunque valido il discorso fin qui portato avanti in relazione a quell’immenso arcipelago di norme che disciplinano la sfera dell’individuo senza appartenere all’ordinamento ( si pensi alle regole grammaticali, nel più banale degli esempi ).

Le infinite bozze di questo articolo testimoniano la difficoltà ( l’impossibilità ) di sintesi in relazione ai numerosi spunti offerti dall’articolo Corruzione civile. Lo stesso articolo che ho deciso di pubblicare non mi soddisfa: nella sua scarsa linearità, lascia aperta, ad esempio, la questione del perché si arriva a lasciare il confine tanto discusso, non essendo sufficiente un rapido accenno all’assenza di una cultura condivisa della legalità. Propongo di continuare su questa linea di “appesantimento” della riflessione per pervenire attraverso un confronto aperto ad un pensiero strutturalmente più chiaro.

LV 5 novembre 2009

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Identità

Il ministro per l’immigrazione Eric Besson ha annunciato il 26 ottobre l’avvio di un grande dibattito (…) [che] dovrebbe sensibilizzare le “forze vive della nazione” su questa domanda: “Cosa significa essere francesi oggi?”.
(…) Quando chiede “Cosa significa essere francesi”, il ministro per l’immigrazione e l’identità nazionale non vuole certo promuovere un nazionalismo ottuso, fondato sull’appartenenza etnica o di sangue. (…) Il messaggio del governo sembra essere un altro: l’apertura, l’uguaglianza dei diritti, il patto repubblicano, il rifiuto delle discriminazioni di razza e genere sono componenti dell’identità francese. Questi stessi argomenti, però, vengono usati come strumenti di isolamento ed esclusione per disarmare l’avversario, e alla fine si trasformano in altrettante ragioni per giustificare i respingimenti alle frontiere. In altre parole, se si invoca il patto repubblicano, è solo perché questo presuppone il rispetto delle leggi. Se si fa riferimento all’accoglienza, s’intende che questa è possibile solo a patto di avere i mezzi per garantire un’ospitalità dignitosa.
In questo contesto l’apertura, la tolleranza e l’uguaglianza, tutti elementi costitutivi della nostra identità nazionale, sono presentati e utilizzati come valori fragili, da applicare solo a un gruppo ristretto di persone, lasciando fuori, dopo un’attenta selezione, quelli che sono sospettati di non condividerli.
(…) Di fronte a questa perversione, l’unica cosa che possiamo fare è cercare di far passare anche la forza del nostro rifiuto come una caratteristica fondante dell’essere francesi.

Mathieu Potte-Bonneville, L’eterno dilemma dell’identità nazionale, Francia, 2009
Articolo pubblicato su Libération. Traduzione di Andrea de Ritis per Internazionale n. 820

Ecco una descrizione magistrale della corruzione civile di cui ho parlato. Sono ben poche le cose che mi sento di aggiungere alle parole del filosofo: voglio solo sottolineare un aspetto.
Un atteggiamento come quello del summentovato ministro, peraltro riproponibile in una miriade di manifestazioni sociali (censo, moda, religione, ricerca scientifica e storica, e altre ancora), denota una concezione negativa della convivenza civile: sono francesi “tutti tranne” o “soltanto coloro i quali”. Riflettere sulla concezione opposta, una concezione positiva (di “apertura”) che metta in luce gli elementi identitari condivisi e li promuova nel mondo, mette in luce la grezza staticità di un tale ragionamento negativo.
Quello a cui tende la resistenza (mirabilmente evocata in chiusura dell’articolo) è la promozione positiva di un valore (una regola) condiviso, realizzata attraverso lo strumento del confronto responsabile e complice: non una francesizzazione, ma una contrapposizione del sistema Francia con altri e diversi sistemi, sulla via che conduce al reciproco (mutuo) arricchimento. La strada della chiusura e del respingimento ha un solo immanente vantaggio: è più semplice.

MdP 6 novembre 2009

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E’ uno scandalo, ma non mi scandalizzo

Se la regola deve essere frutto di una contrapposizione tra sistemi tesa al mutuo arricchimento ( ciò che io chiamo confronto/scontro di confine ) allora, linearmente, la resistenza deve essere promozione positiva di un valore condiviso con il quale sedurre alla partecipazione attiva, coerente e responsabile.

Cogliendo lo spunto suggerito da Almodovar intervistato dal Fatto, non mi scandalizzo della corruzione civile poichè, come Moravia, ne comprendo le cause, seppure per linee generali. Del resto però, la rabbia si alterna allo sconforto nell’opporre il mio rifiuto di fronte a questa perversione. Più precisamente, mi ripeto, sono spaventato dall’immanente tensione al conformismo (fascismo) culturale che segna la società/socialità, conformismo tipicamente dotato di un linguaggio che svela tutta la sua brutale miseria in un sintassi  dominata dalla regola dell’esclusione e della prevaricazione: tutti trannesoltanto coloro i quali.

L’opposizione intellettuale riesce, dopo un duro lavoro, a trovare una sua declinazione nella vicenda sociale individuale, nel rapporto “faccia a faccia” con l’altro, conducendo ad una soddisfacente pratica democratica dei rapporti sociali che, con impegno costante, costruisce un egocentrismo sempre più vivo; tuttavia, trovo ancora difficoltoso dispiegare il resistere in termini, se così si può dire, di socialità pubblica: nel coltivare la mia presenza all’interno dell’agorà attraverso la più profonda dedizione alla comunicazione come fatto e scambio, nel mio tentativo di sedurre alla partecipazione attraverso la promozione del valore condiviso, mi chiedo se ci sia un modo e, subordinatamente, quale sia il modo per prendere la parola all’interno dell’assemblea collettiva.

Fuori dalla metafora, nel momento in cui chi resiste si trova a confrontarsi con la necessità di prendere una posizione politica, come reagisce alla corruzione civile? Fino ad ora, la mia reazione è sempre stata una reazione di sottrazione (rifiuto) nei termini esplicitati in queste pagine. Non ho partecipato alle primarie del Partito Democratico. Tuttavia, questa scelta è valida solo in quanto concepita come scelta a termine: l’orizzonte non può essere quello di un perpetuo rifiuto quale elemento costitutivo della propria identità. Inoltre, credo fermamente che l’attività di resistenza intesa come attività di confine, abbia bisogno, necessariemente, di credere in una dimensione politica del confronto tra sistemi, il che impone l’esigenza di chiedersi come risolvere la questione dell’astensione dal voto, ossia come convertire, anche nel lunghissimo periodo, il proprio rivendicare una libertà negativa in una sostanziale affermazione di libertà positiva. Mi pongo allora qualche domanda preliminare:

Chi resiste, va a votare?
Che senso ha, per chi resiste, il gesto del voto?
Colui che resiste e si propone come forza ri-voluzionaria, in che modo trova i suoi interlocutori nella corruzione civile?
Chi resiste, cosa si aspetta dai propri rappresentanti? In che modo pretende di interagire con essi? Quale tipo di sistema si aspetta che essi “oppongonano” nel momento della formulazione della regola?

LV 6 novembre 2009

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Apologia della speranza

Il tempo è un fattore cruciale. In tutti i campi.
Dalla personale percezione del tempo discende la nostra valutazione soggettiva dell’esperienza: un tempo concepito come occasione ci determina nel perseverare; un tempo vissuto come limite, al contrario, soffoca la nostra creatività.
Riappropriarsi gelosamente della concezione del tempo come occasione significa, primariamente, concedere un rinnovato valore alla speranza, a quella convinzione, cioè, che ad un agire determinato debba (non “possa”) corrispondere l’avveramento di una proiezione mentale. Quello che differenzia l’uomo che spera da colui il quale si (im)pone un obiettivo, è che il secondo svincola il raggiungimento di detto obiettivo dalla sua causa naturale (il fine giustifica qualunque mezzo). Sono, a ben vedere, due antitetiche concezioni dell’elemento “metodo” (esercizio di stile).
Porsi in un’ottica di speranza porta a concentrarsi sul proprio agire (egocentrismo), affinché tale condotta sia tenuta a generare i frutti sperati: è il rifiuto del caso come elemento imprescindibile dell’agire.
Allora, sì: il partigiano vota perché spera. Vota in primis per se stesso, in modo egocentrico, per raffinare il proprio agire nel mondo, ma libero da un ragionamento integralisticamente finalistico. Caricare il gesto del voto di tutta la propria responsabilità (impegno), è un agire irriconoscibile dall’esterno (un voto ad Antonio è sempre un voto ad Antonio), il che mi porta nuovamente a sostenere che l’incidenza della condotta di resistenza è inversamente proporzionale all’ampiezza della platea.
La resistenza rifiuta una comunicazione promozionele di massa, che è spesso autoritaria, e la sostituisce con il lento meccanismo della presa di coscienza, attuata tramite il continuo esercizio della scelta (esperito e proposto). La pratica costante e responsabile dell’intelligenza acquista chiaro significato alla luce della speranza: una speranza che concentra la forza negativa della resistenza sulla sua valenza sostanziale che è complicità. La ricerca di interlocutori si maneifestaab origine nella socialità sgravata, come già brillantemente spiegato, del pregiudizio sociale (il microcosmo della corruzione civile). E’, dunque, prima utilità della complicità il combattere il seme della corruzione, fin dal solco tracciato dall’aratro del nuovo fascismo, che mostra invidiabile maestria nel creare il terreno di coltura ideale per il disimpegno.
La pacifica arma della resistenza contro la corruzione è un’incondizionata speranza nel valore delle proprie virtù, costantemente rimesso al confronto complice, promotore di responsabilità.

Chi parla di voti inutili è totalitario e in malafede, i voti inutili possono essere utili se servono ad eleggere qualcuno e questo qualcuno di cui sopra sono io.

Antonio La Trippa, candidato del Pnr (Totò), 1963.

MdP 10 novembre 2009

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Vitalità civile

Che bisogno c’è oggi, in effetti, di democrazia? Con questa domanda ci spostiamo dalla parte della “società civile”. E’ lì la sua sede, il luogo della sua forza e della sua debolezza. Nel senso in cui se ne parla correntemente oggi, la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino “visioni del mondo”, che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica. Chiedono di prendere parte alla vita politica e di esprimersi nelle istituzioni: chiedono cioè democrazia. Se la società si spegne, cioè si ripiega su se stessa e sulle sue divisioni corporative, essa diviene incapace di idee generali, propriamente politiche, e il suo orizzonte si riduce allo status quo da preservare, o alle tante posizioni particolari ch’essa contiene – privilegi grandi e piccoli, interessi corporativi, rendite di posizione – da tutelare. Basta allora l’amministrazione dell’esistente; cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole, la garanzia dei rapporti sociali de facto. Di fronte a una società politicamente inerte può ergersi soltanto lo Stato amministrativo che si preoccupa di sopravvivenza, non di vita; di semplice, ripetitiva e, alla lunga, insopportabile riproduzione sociale.
Ma, se questo – la sopravvivenza – è il mandato dei governati ai governanti, ciò che occorre è soltanto un potere esecutivo forte e un apparato pubblico almeno minimamente efficiente. Non c’è bisogno di politica e, con la politica, scompare anche la democrazia. Infatti, mentre ci può essere politica senza democrazia, non ci può essere democrazia senza politica.
(…) Di per sé, il pericolo non è l’autoritarismo, anche se può facilmente diventarlo, le volte in cui si tratta di cancellare o reprimere istanze politiche non interagibili nell’aministrazione dell’esistente. Il pericolo immediato è la garanzia della stasi, cioè la decomposizione ulteriore della nostra società in emarginazioni, egoismi, ingiustizie, illegalità, corruzione, irresponsabilità.
(…) Qui si innesta il compito della società civile, nei numerosissimi campi d’azione che le sono propri, e delle sue tante organizzazioni che operano spesso ignorate e sconosciute, le une alle altre.

Gustavo Zagrebelsky, Democrazia in crisi, società civile pure,
La Repubblica, 7 novembre 2009; testo letto dall’autore il giorno 8 novembre 2009 all’incontro annuale di “Libertà e Giustizia”, Genova.

Riporto le parole del celebre giurista in primo luogo perchè ricostruiscono quell’invito rivolto alla società civile che la resistenza tenta di sostanziare: l’invito, cioè, ad avanzare un’istanza politica che trovi il proprio fondamento nei bisogni, attese, progetti, ideali, visioni del mondo collettive, laddove il termine collettivo deve essere letto ( e mi sembra chiaro nel testo riportato ) come insieme di partecipazioni attive e responsabili.
In secondo luogo, mi sembra che forte sia la connessione tra il testo riportato e la riflessione sulla speranza. Qui si parla proprio di un riappropriarsi del tempo e dello spazio quale primo atto democratico al quale il vivere civile deve tendere:  l’occasione viene dunque riconosciuta come conseguenza naturale di questo agire che sfocia nella speranza. La democrazia è occasione inscindibilmente legata alla speranza. L’alternativa è la garanzia della stasi, con tutto ciò che ne consegue. In questo contesto si innesta la questione del voto: come gesto di speranza ( quindi democratico, of course ), il voto realizza proprio questa riappropriazione a patto che venga caricato di quell’intensa responsabilità personale di cui, si è detto con chiarezza, esternamente non si può avere percezione.
Allo stato delle cose, ma non privo di dubbi, mi sento di affermare che innanzi alla scelta tra ilnon voto come atto di delegittimazione finalizzato a scardinare i rapporti sociali de facto ed il votare correndo il rischio di autorizzare indirettamente una logica personalmente inacettabile, penso sia più urgente e quindi di propendere per un gesto partecipativo direttamente attivo, un avanzare apertamente quell’istanza politica responsabile, a testimonianza di una vivace speranza civile. Del resto, con le parole di Zagrebelsky, c’è molto da fare ed occorre ridefinire i rapporti tra società civile e politica, ma tale ridefinizione, a mio modo di vedere, non può avere orgine da altro punto se non da una testimonianza di reale esistenza che trovi la sua ragione, ancora, in una vivida speranza.

LV 12 novembre 2009

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Collera

Vivere la speranza nella società contemporanea è, prima di tutto, atto d’amore. Ed è pensando primariamente all’amore che si fa lucida la durezza degli ostacoli che la speranza mira a sormontare.
Ascoltare nuovamente le parole di Pasolini, re-citarle, reinterpretare la realtà con il suo metodo violentemente intellettualistico, apre gli occhi sull’impossibilità dell’amore, e quindi della speranza, in questo mondo (ambito sociale).
Amare, oggi, è infondere e praticare l’amore in una realtà che rifiuta l’amore, che ne rende impraticabili le basilari declinazioni: penso al bieco irresponsabile simbolismo dei paladini (celtici) della croce. L’arsura di atti d’amore, di atti di verità, si fa intollerabile. Toglie il fiato, spinge la ragione nel letargo della coscienza: una pace indesiderabile.

Se non si grida viva la libertà umilmente
non si grida evviva la libertà.
Se non si grida evviva la libertà ridendo,
non si grida evviva la libertà.
Se non si grida evviva la libertà con amore,
non si grida evviva la libertà.
Voi, figli dei figli, gridate
con disprezzo, con rabbia, con odio,
evviva la libertà,
perciò non gridate evviva la libertà!
C’è una libertà vera e una libertà bugiarda,
ma è meglio essere eroi di quella vera.
Questo sappiate, figli dei figli,
che gridate evviva la libertà
con disprezzo, con rabbia, con odio.

Pier Paolo Pasolini, La Rabbia (1963).

Allora la speranza avrà senso, sarà, solo fuori da questo mondo: il primo vero atto di amore civile sarà il rifiuto di ogni schema precostituito, ma attuato con mezzi comuni. Un’egocentrica contrapposizione della propria persona al moderno sistema sociale, realizzata con metodi comunicativi non rivoluzionari, ma arrabbiati, nelle stanze domestiche care alla moderna civiltà. I luoghi del resistere e del desistere sono, finalmente, i medesimi. Il discrimine, la frontiera, va ricercata nell’agire: un agire consapevole della sua intrinseca, ma ignota, causalità.

Chi di noi andrà a stare meglio, occulto è a ognuno, salvoché a Dio.

Platone, Apologia di Socrate (ca. 399/388 a.C.)

MdP 15 novembre 2009

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Radicale libertà

Scrivo sorretto da un’euforica fiducia nascente: la parola vera è una parola di semplice felicità. Sprofonda la menzogna ed il resistere si dispiega nella sua gestualità radicalmente libera: un atto di coraggio al quale segue la coscienza del divenire in un’ininterrotta alternanza tra la spregiudicata consapevolezza ed una meditazione dell’ignoto laica, mai dogmatica, ma sempre molto religiosa. Arde la necessità: la resistenza pone il proprio pensiero in se stessa senza splendere, rispettosamente riconduce a sè il proprio sentimento ed è sempre pronta ad essere ciò che è.

La rabbia rabbiosa della decisione si scinde dalla paura;  l’impeto violento discende dalla ragione come il figlio dal padre e dalla madre: nella sua durezza l’amore più struggente, nella sua inaudita semplicità e naturalezza, la più complessa e inspiegabile sintesi della potenza. Non c’è vanità nel resistere ed è già tutto: un feroce agire nella speranza sgrana limpide le occasioni di vita seducendo irrimediabilmente alla perpetua gratificazione di un esistere mai assuefatto e sempre acceso che si declina necessariamente nella più difficile manifestazione dell’amore: la verità.

Alla stazione c’erano tutti, dal commissario al sagrestano; alla stazione c’erano tutti con gli occhi rossi ed il cappello in mano, a salutare chi per un poco senza pretese senza pretese, a salutare chi per un poco portò l’amore nel paese.

Fabrizio De Andrè – Bocca di Rosa (1967)

LV 17 novembre 2009

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Ricatto

Martedì, il presidente del Senato, Renato Schifani, comunica, in veste istituzionale, che l’alternativa immediata alla compattezza della maggioranza sono le elezioni anticipate. Mercoledì il Ministro per le riforme per il Federalismo, Umberto Bossi, ribadisce che il suo Partito, non pago di aver introdotto il reato di clandestinità, desidera affrontare il fenomeno dell’immigrazionemandando a casa, appunto, gli immigrati. Ieri la Corte di Cassazione ha sottratto per sempre da via d’Amelio la famosa agenda rossa di Paolo Borsellino. Oggi, invece, è il giorno in cui muore Brenda, transessuale coinvolta nel caso Marrazzo, trovata morta questa mattina nel suo alloggio romano.

Fino a che punto arriverà la brutalità violenta di questo ricatto? Cosa ancora dopo la morte, rimedio estremo dell’estrema miseria? Fino a che punto le maglie larghe e dolci della Democrazia italiana sono in grado di assorbire e tollerare l’inerzia  ottusa della sua gente?

LV 20 novembre 2009

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Obbligazione

Vani saranno i tentativi di costringerci all’intercessione presso questo potere prevaricatore: spuntata la lancia della seduzione sensuale, ecco dispiegate le vele della violenza fisica e morale con le quali insignificanti esseri umani sognano di traghettare la nave del potere oltre l’appariscente miseria della loro figura. Ma il vento che gonfia la vela è soffiato dalla stessa pubblica opinione che essi bramano di possedere attraverso lo stupro intellettuale e la minaccia: ignoranti, ignorano la disponibilità al tutto e per tutto di cui sono dotati coloro che con rabbia difendono il gusto integrale della verità. L’unico tacere che la ragione conosce è il tacere volontario: ecco l’estremo confine del potere.

Non alla conciliazione, ma all’evoluzione porta la resistenza che rifuta ogni tentativo di composizione: la composizione assopisce lo spirito svuotando la memoria, non ristora dalla fatica, abbandona l’intelletto alla forza coercitiva della menzogna. Il nuovo fascismo impone una parola conciliativa: una parola tenuta sul fiore delle labbra della quale l’individuo è mero custode privo di ogni onere attivo se non quello, eventuale, del trasporto. La resistenza, al contrario, impone la masticazione e la digestione di quella parola: l’individuo converte  il suo ruolo di custode depositario in artefice del nuovo, uscendo così dalla dimensione accessoria del proprio esistere ( al quale il fascimo nuovo costringe ) per riappropriarsi, culturalmente, di quell’obbligazione principale che consiste nell’agire civile partecipativo, responsabile e coerente. Obbligazione, del resto, per la quale l’individuo è tenuto nei confronti della società in modo personale ed illimitato: dall’espropriazione indebita di tale ruolo, da parte del fascismo nuovo, derivano una serie di conseguenze incontrollabili per il cittadino, come pure assistiamo quotidianamente: il disegno di legge sul processo breve, lo scudo fiscale, la morte di Brenda, le leggi razziali del 2008, le leggi contro la libertà di stampa, il Lodo Alfano, il caso Englaro…

L’operazione di chi resiste è di continuo stimolo della ragione teso all’adempimpento di un dovere civile. Non riesco attualmente ad identificare altro modo di essere uomo, prima che cittadino, se non quello che vede il mio agire proiettato costantemente alla ricerca ed alla chiarificazione di tale dovere nel più profondo rifiuto del disimpegno: ogni singolo gesto, anche nella più remota intimità, possiede un, seppure minimo, riflesso collettivo. Per questo motivo, a nulla posso negare il più gravoso carico di responsabilità, a nulla posso negare quell’estenuante ricerca di verità alla quale sono chiamato, anche dal più insignificante degli eventi. La più grossa corruzione di cui siamo protagonisti, attivi e passivi, è proprio quella di aver concepito, in un supremo atto di miopia, la possibilità di poter scindere l’essere in diverse identità sconosciute le une alle altre, pensando così di poter rinunciare almeno in parte al peso della ricerca senza dover sostenere il costo dell’esclusione sociale, ma dimenticandoci allo stesso tempo che la regola aurea della diversità è sempre accompagnata da un vivo principio di connessione: laddove l’uomo spezza tale principio, ecco che irrimediabilmente spezza se stesso.

LV 24 novembre 2009

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Diario Parigino

Scelta.
Una scelta di abbandono, anche momentaneo, di uno spazio permette di soppesare al massimo la portata che la nostra presenza ha in esso. Partire significa lasciarsi alle spalle, insieme al luogo fisico, quello metafisico del nostro agire al suo interno. Costringe, in poche parole, a reinterpretarsi al di fuori di un contesto civile noto.
Mi ritrovo allora a pensare, in queste ore, a quanto io sia il mio luogo: quanto sono Bologna e quanto Italia. Una scelta di abbandono è prima di tutto una scelta di abbandono di questi luoghi, per liberare il mio agire intellettuale da quella gabbia di materia che lo opprime e lo conduce.

Vigilia.
Partire è la grande occasione di scrollarsi di dosso le ansie e i pesi di una vita di impegno, una consapevole e impegnata scelta di disimpegnarsi in un attimo di oblio. Si vorrebbe farlo in punta di piedi, passando con leggerezza alle spalle delle proprie Questioni, lasciandole allibite della nostra assenza. Ma questo è un lusso non concesso: la mancanza è una condizione che va esperita con sofferenza, quasi a voler negare la stessa possibilità di un distacco che sia finalemente completo, per quanto momentaneo. Il suadente artiglio della nostalgia si nasconde dietro il dolce e sincero sguardo di chi ci saluta e resta. Ogni attimo, discordo, sguardo, gesto acquista nella vigilia la fulgida pesantezza dell’unicità.
E la partenza null’altro rassomiglia se non la speranza di un ritorno.

Paura di volare.
Una sfida lanciata al cielo è una sfida persa in partenza. Solo fallacemente convinto della perfezione della propria tecnica l’uomo può trovare in sé il coraggio di azzardare. Al resto provvede la società, con le sue nozioni di “convenienza”, “tempo”, “economicità”, “normalità”, “probabilità”. Il tutto per non avere paura.
Il tutto per non essere uomini.

Fra barbara gente.
Che cosa significa essere francesi? Niente.
La geografia non fa parte dell’uomo e la lingua non è che l’ultima delle sue forme espressive. Il resto è Europa, è un’Occidente sempre più imperativo e unificante, che relega gli elementi scardinanti tale unità nelle periferie, porti inaccessibili agli occhi. L’identità culturale non è che un esercizio di edonismo, condensato nell’esaltazione della similitudine: le differenze sono “private”, “personali”. Tutte le stranezze imputate dal mio popolo al popolo francese, e viceversa, sono particolari trascurabili, perciò rassicuranti.

Su tombe illustri.
Il monumento funebre preserva la comunità dalla paura di un incerto futuro: è un auto-attestato di stima. I propri meriti (che sono uomini) sono enumerati e disposti a imperitura memoria, finendo per rivelarsi una minaccia per chi vive il presente, timoroso della propria irrilevanza.
La morte, invece, è la più bassa manifestazione dell’umana natura, l’inevitabile riconduzione alla cenere che nemmeno una vita di ingegni può scansare. La memoria è un esercizio utile a chi ricorda, non a chi è ricordato. Ricordando, ci si costruisce la speranza di un’alternativa a che la morte rappresenti ciò che è: l’attimo in cui ci si congeda dalla vita con la stessa dignità che si ebbe nell’affacciarvisi. Nessuna.

Vetrine.
La frapposizione di uno schermo è sempre e comunque l’instaurazione di una gerarchia. La società pone le proprie merci a un livello superiore rispetto a quello dei propri componenti ma, subdolamente, fornisce loro l’unico mezzo per abbattere di volta in volta questa gerarchia: il denaro.
Sicché, la vita sociale si risolve nella lotta per accaparrarsi il più ingente quantitativo possibile di quella prima merce che è, appunto, il denaro.
Quindi, la ricchezza non è che la più frenetica serie di manifestazioni di forza economica per raggiungere quella posizione elevata che non si potrà mantenere, giacché la società dà, sì, possibilità, ma mai il potere.

Dalì.
L’uomo di fronte alla donna assume un aspetto di invidiabile solidità, salvo rivelarsi, una volta alle sue spalle, come il vano scheletro di sé stesso. Componente fondamentale e mai confessata del rapporto uomo-donna è, infatti, la sofferenza. Confessare la propria fragilità per riappropriarsi di una perduta spontaneità è considerato, nell’agòne sociale, un rischio folle.
Io credo, al contrario, che un amore vissuto nella fragilità e nella sofferenza, nuda e reciproca, sia la più sublime delle aspirazioni. Vivere negando la propria scheletrica fragilità è consegnarsi alla lenta agonia della speranza.

Riassunto a beneficio degli immeritevoli:
“Come è andata a Parigi?”
“Bene”.

MdP 24 novembre 2009

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Primus inter pares – Conferenza

Grazie al Cielo, nei giorni in cui la personalità collettiva di questo Paese scivola dolorosamente in fondo a quella fase patologica della propria esperienza caratterizzata dall’instabilità degli umori, delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé, dell’identità e del comportamento ( fino alla nausea cronica ), il professor Ruggeri, ordinario di diritto costituzionale a Messina, provvede a zittire magistralmente lo sciame di api operaie ed api regine il cuo ronzio giuridico, laddove non riesce a strappare un applauso, si rifugia immancabilmente nel solito eccesso di zelo che rende ogni contributo scientifico, invece che laico, neutro.

La questione non inerisce tanto ai rapporti tra politica e giurisdizione, il problema è trovare un punto di equilibrio tra esigenze di stampo politico/giurisdizionale e Costituzione. La domanda è: ce la fa la Costituzione? Di essa si serve la politica invece di asservirla? La sentenza 262/2009 sul Lodo Alfano è finalizzata a ristabilire le basi gracili dello Stato di Diritto, le quali sono in grave pericolo. Questa è la sua importanza, ed è per questo  che, nonostante i numerosissimi difetti, ci si auspica che la Corte continui ad emanare sentenze simili.

Antonio Ruggeri, intervento conclusivo alla conferenza Primus inter pares, Bologna, 25 Novembre 2009

C’è stato effettivamente bisogno di ribadirlo: per tre ore buone si sono alternati penalisti e costituzionalisti della scuola bolognese ed il lento stillicidio di idee  (perse, per lo più, in un misterioso tecnicismo tipico del grande giurista in pectore ) è stato interrotto esclusivamente da scroscianti applausi a-critici e da qualche intervento pregnante quanto significativo ( a mio parere: Sgubbi e Morrone su tutti ). Ma non è questo il punto. Un montaggio definitivo ha permesso di ricostruire un film allarmante: come è possibile un ragionamento giuridico che non affondi le proprie radici nella realtà di fatto? Come è possibile ragionare sul Lodo Alfano considerandolo esclusivamente quale prodotto legislativo, prescindendo dalla sua acclarata natura di atto politico di un singolo per se medesimo?

Se tali erano i presupposti, allora non è un caso che ieri si sia giunti a dipingere, in modo assai grave, un panorama semplicistico nel quale pur di ritornare alla politica si è disposti ad accettare un Lodo Alfano o una sua evoluzione sul modello francese di immunità parlamentare ( suggerimento del Sancta Sanctorum Barbera con plauso di Stortoni, tuttavia, a memoria, non mi sembra che Jacques Chirac, una volta al Governo, abbia tentato colpi di mano conditi da voti di fiducia per salvare la pelle, tanto meno i suoi capi di imputazione sono paragonabili a quelli del Premier, cosa che forse meriterebbe una riflessione invece di gettarsi a braccia aperte verso costruzioni istituzionali disegnate per strutture sociali ben definite e, forse, differenti dalla nostra sotto diversi profili).

L’intervento conclusivo di Ruggeri, oltre che dissetante sotto il profilo intellettuale, è stato la cartina tornasole della rivoluzione culturale in atto, strettamente connessa ( oserei dire consequenziale ) al nuovo fascismo: davanti al ricatto che sembra “esplodere” in questi giorni,  si ricercano soluzioni conciliative, compositive, che sfuggano da una logica di confronto/scontro e di presa di posizione responsabile per approdare, au contraire, ad una raffinata logica del disimpegno. Penso invece che a tutto ciò occorra opporre una presa di posizione razionale e quindi libera, decisa a consumarsi nella ricerca del cuore duro delle questioni, un’opposizione certo coraggiosa poichè aleatoria ma pervasa di speranza: tutto ciò io ho rintracciato ieri nella parola di Ruggeri che è riuscito a sottrarsi in extremis dalla vischiosa rete nella quale era stato attirato, e lo ha fatto con un gesto di resistenza paziente che ha chiuso il dibattito, almeno momentaneamente, non certo per una questione di tempo ma per una cruda questione di fatto.

LV 26 novembre 2009

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L’egoista, il corrotto e l’innamorato

Resistere è vivere in continuo equilibrio tra due opposte tensioni: fare egoistico tesoro della propria responsabilità e farne egocentrica e complice condivisione. Ai due estremi stanno il solipsismo e la corruzione morale. La società, la socialità sono negate da ciascuno di questi estremi.
Agire responsabilmente è esercitare il proprio mestiere di druido, miscelando ad arte questi due ingredienti della resistenza. Posto che non si voglia scadere nella povertà dell’egoismo, né ricoprirsi di una satura e corrotta ricchezza, viene da domandarsi dove mai risieda la determinazione ultima a resistere, timorosi di dover ammettere un’insensato autolesionismo.
Ma è proprio nel rifiuto della convenienza e della gratuità che affonda le redici la scelta negativa di libertà. Dunque, alla base di tutto vi è una volontà responsabilmente formata, atta a preservare l’uomo in quello stato mediano e oscillante fra opposte follie, resistere alle quali è complicare volontariamente il proprio orizzonte, responsabilizzando il proprio sguardo.
L’egoista e il corrotto vedono ciò che vede chi resiste, ma scelgono volontariamente di guardare solo a ciò che è, di volta in volta, semplicemente compatibile con essi stessi. Il corrotto è un essere privo di identità, votato esclusivamente a un peregrinare di sussistenza nella socialità dalla quale è dipendente. L’egoista, dal canto suo, ha chiuso la sua finestra sul mondo deponendo le armi dell’utilità del proprio agire sociale: basta a se stesso e si compiace di una verità che non può dimostrare, ma solo vivere.
L’esercizio del mobile equilibrio tra tali determinazioni è esercizio di amore: l’amore per se stessi che salva dalla corruzione e l’amore per il mondo, troppo grande per essere rinchiuso. Amare è un atto di forsennato egocentrismo, di rinuncia e al tempo stesso di affermazione: salva dalle follie e determina nel resistere.
Eccolo! l’amore laico, puro. L’amore che prescinde da ogni moderna aggettivazione, perché la rifiuta. Questo amore non si spiega in termini di eros, né di ordine sociale, né tantomeno in temini di felicità, essendo primariamente sofferenza, sacrificio ed essendo, secondariamente, inappagabile: dolceamara condizione di un sentimento che dall’uomo nasce e all’uomo ritorna, sempre insufficiente, dopo aver dell’uomo data testimonianza nel mondo.
L’unica mia arma contro il pericolo di vedere la mia anima stritolata tra le asperità di tale resistere è questa laica professione di fede nell’amore. Amen.

MdP 27 novembre 2009

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Fiducia

Parlare di amore in termini di resistenza, permette di cogliere un elemento strutturale della complicità, il quale viene spesso compromesso dalla povertà (così amaramente lontana dall’essenzialità) del contesto in cui il vivere sociale si anima.
La fiducia, quale fondamentale momento di resistenza, vuole essere l’oggetto di questo articolo, ed è nell’amore che l’agire complice si coniuga, senza errori, ad un agire fiducioso: la fiducia quale momento centrale della complicità trova la sua affermazione, incontrovertibile ed inattaccabile, nell’amore.

La fiducia si configura quale presupposto logico-sostanziale della speranza: se quest’ultima, come si può leggere in Apologia della speranza, può essere definita come il motore di un attento, responsabile, non casuale agire egocentrico, finalizzato alla generazione dei frutti sperati, allora si può aggiungere che la fiducia è quella condizione soggettiva iniziale che proietta i frutti sperati ( quindi perseguiti ) in una prospettiva quanto meno sostenibile ( credibile ). In altre parole: la speranza trova la sua ragion d’essere nell’idea che l’individuo ha del proprio futuro e l’agire di questo sarà tanto più determinato (speranzoso) quanto più intensa sarà la sua fiducia in quell’idea di futuro che si è fatto.

Ciò che drammaticamente accade, è questo: alimentando artificialmente la speranza e prosciugando meccanicamente la fiducia, il fascismo nuovo spinge l’esperienza dell’individuo oltre la sua aspirazione, costringendolo ad inseguire brevi e vuote soddisfazioni lungo un vano percorso esistenziale, spesso tragicamente prefabbricato secondo l’arte dell’egoismo. Ecco lapovertà alla quale risponde, feroce, l’amore: questo, in un’incessante opposizione, nutre la terra della fiducia per nutrire la radice della speranza, impone all’individuo una difficile assunzione di responsabilità, restaura il primato della necessità che torna a precedere il vivere, ad essa nuovamente teso, ed è la resistenza: vendetta dell’uomo contro la propria disumanizzazione.

Ragione ricomponga quindi i termini di questa vendetta e la faccia propria: un agire civile di responsabile opposizione non può prescindere da una conoscenza profonda dell’amore quale sintesi di ogni fenomeno di liberazione.

LV 1 dicembre 2009

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Critico spirito

La pratica dell’amore è un dispiegare faticosamente il proprio spirito critico.

Colui che sceglie di amare, (ri)comincia sempre da un processo di cognizione volto ad accertare la propria onestà: decostruire la propria rigidità e ricondurre lo sguardo verso la verità depositata sul fondo dell’insicurezza. Questo è il primo momento di impegno che però si ripropone continuamente nell’amare: amore è la costante disputazione attorno alla possibilità del proprio resistere. L’impegno è quindi, primariamente, un esigere onestà nei propri confronti; l’estrinsecazione può partire solo dal riconoscimento del proprio io come vero: se verità ed individuo non coincidono, allora non può esserci estrinsecazione in vista della complicità ma solo violento utilitarismo che porta ad un, seppure apparentemente solenne, individualismo etico ( suicidio: passaggio dall’umano al disumano ). L’amore è quindi geneticamente legato alla vivida liberazione: chi decide di amare necessariemente deve decidere di liberarsi dalla menzogna, costi quel che costi.

L’impegno, che è liberazione, come la bussola, indica la strada ma non porta a destinazione. L’individuo libero, impegnato, forte della sua scelta di resistenza, coglie allora l’estenuante e difficoltosa concretezza dell’amore laico: la pratica quotidiana di questo amore prevede che la libertà pensata (intellettuale) ottenuta sul piano delle scelte ( decisione originaria di combattere la propria rigidità ) sia portata sul piano della realità e quivi sostanziata attraverso quel comportamento che edifica la complicità. Questo comportamento (egocentrica promozione di Verità) è per me quel faticoso dispiegare il proprio spirito critico a cui ho accennato inizialmente.

E’ infatti attraverso la valorizzazione e la pratica di un approccio critico ( è bene ricordarlo: fondato su un’onestà dolorosamente guadagnata ) che si percorre la strada indicata dalla scelta di impegno originaria: strada nell’amore laico che conduce verso la verità. Tale percorso è segnato da una dialettica ( interiore quanto esteriore) dominata dalla regola dell’esigenza, la quale trova il suo fondamento ( la sua ragione d’essere quale regola di riferimento ) nell’autonoma e coraggiosa scelta di libertà: la strada dell’amore è lastricata dalla necessità.

Alla luce della necessità, resa palese dalla propria liberazione pensata, l’approccio critico rilancia continuamente la questione in termini di conquista progressiva: ogni atto risponde ad un’esigenza, negando così la propria gratuità eventuale, e contribuisce a spingere lungo la strada nell’amore.

L’approccio critico è, in conclusione, lo strumento con cui ci si oppone alle contingenze che spingono indietro verso la rinuncia alla propria libertà ( siano esse contingenze di carattere psicologico e derivanti dalla propria privata esperienza oppure violentemente imposte dal fascismo nuovo );  tale opposizione è per me faticosissimo amore e, quindi, resistenza: così diventa comprensibile la mia rabbia, il mio prendermi sul serio, il mio caricare di impegno e pesantezza anche l’attimo leggero e l’autoironia, in uno sfrenato amore mai gratuito che vuol rispondere a queste parole:

Diffidate sempre da chi è sempre così, da chi non ha autoironia, da chi si prende troppo sul serio, da chi è sempre arrabbiato, da chi non sa sorridere, da chi non sa amare gli altri.

Silvio Berlusconi, comizio a Piazza del Duomo, Milano, 13/12/2009

LV 15 dicembre 2009

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