Resistenza e libertà negativa

Resistenza e libertà negativa

Propongo di andare a fondo a questo tema al quale hai accennato ( e ti ringrazio per averlo fatto, sai quanto mi stia a cuore la questione ). Non riesco infatti ancora a percepire come pienamente soddisfacente la sola enunciazione di questo principio del sottrarre se stessi, o meglio, dalla pratica quotidiana dello stesso non riesco ad assorbire altro che il tenace convincimento che esso sia imprescindibile. In buona sostanza, questo riappropriarsi di una libertà negativa a cosa approda? Non può essere un mero successo personale che si traduce inevitabilmente in minuscoli ma decisivi fallimenti della socialità. In che termini questo gesto necessario dell’astensione può essere proposto in termini dialogici? è possibile farlo?
Come ultima questione, mi pongo il problema di come la ponderazione, di cui giustamente fai un elemento essenziale di questo discorso, possa essere sostenuta, quale siano i confini che la distinguono da un compromesso irrimediabile, in quale modo può essere compresa da chi si trova “dall’altra parte del fiume”? è giusto porsi questo tipo di problema oppure è preferibile gettare anche su questo campo la propria pretesa di superiorità nell’attesa di una reazione altrui?

A questi quesiti non riesco a dare una risposta convince benchè ne senta l’urgenza.

LV 7 ottobre 2009

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Quello che cerco l’ho nel cuore, come te

Art. 5

La resistenza si esalta nel più determinato egocentrismo.

Per capire quanto proficua possa dimostrarsi l’affermazione della libertà negativa, va compresa la fondamentale differenza che separa l’egoismo dall’egocentrismo.
Egoismo è l’amore esagerato di se stesso e del proprio interesse, anche con danno altrui (Garzanti). Visto nell’ottica della sottrazione di sé, questo concetto porta ad immaginare ogni rinuncia come un’allontanamento dell’altro, concepito come necessario ai fini del proprio interesse di onestà intellettuale. Va da sé che una condotta di questo tipo impoverisce ogni relazione interpersonale, oltre a colorare la figura di chi lo pone in essere delle fosche tinte dell’ostinatezza capricciosa. L’egoista allontana il prossimo poiché lo sonsidera irrimediabilmente diverso e compie un’atto, pur nella sua impalpabile istantaneità, di prevaricazione intellettuale. Da questo momento in poi, ogni rapporto sarà, appunto, gratuito e mediocre, per non dire superficiale. E’ la morte della comunicazione, nella sua accezione più pesante e responsabile possibile.
Egocentrismo è porre la propria persona al centro di ogni relazione, subordinando a se stesso ogni valutazione della realtà (Id.). In questo caso non si ha la frapposizione di una barriera, ma il perfezionamento di un filtro. Attraverso il processo di sottrazione di sé la persona si determina nella propria posizione di resistenza, senza però rinunciare a calare tale posizione nella realtà quotidiana. Dunque chiarisce esclusivamente il punto di partenza e si fa consapevole del proprio limite: il proprio ego. Quell’ego che l’egoista vuole esclusivo, mentre l’egocentrico si limita ad accettare come principale medium nel rapporto con la realtà che lo circonda. Ecco dunque che la persona che entra in contatto con l’egocentrico prova non già la sensazione di avere di fronte un ostinato asceta, bensì un soggetto umile e consapevole, che per primo vive il sacrificio del distacco. L’egocentrismo si argomenta autobiograficamente, con un costante riferimento alla propria storia; non si alimenta dell’egoistica pretesa di raggiungere una condizione desiderata a priori, a scapito di ogni rigurgito di razionalità.
L’ego posto al centro è recettivo a tutta una serie di arricchimenti, compatibili con esso stesso, lasciando un ruolo da deuteragonista al prossimo, all’altro visto come metro di confronto e misura della propria ricchezza intellettuale. L’ego irrimediabilmente isolato è un ego condannato a morte.

“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.” (Mt. 11, 25)

MdP 7 ottobre 2009

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Tentativi di ricostruzione per una resistenza sostenibile

La rinuncia altro non è che un gesto di rottura irrimediabile, finalizzato al recupero della propria libertà, negativa quindi attiva. Rimettere in gioco quotidianamente questo tipo di presa di posizione è forse il punto d’equilibrio di tutta l’impalcatura: significa riconoscere ed accettare (direi addirittura anelare) la sovranità del confronto dialogico proprio nel momento in cui si disconoscono i metodi con cui questa sovranità viene amministrata. Su questa affermazione viene detonata la bomba dell’egoismo: la rinuncia si converte necessariamente in una proposta, si persegue di fondo un interesse collettivo, a nulla rilevando che la collettività sia ristretta a due persone o poco più: ciò che conta è che ci si trovi innanzi ad una fattispecie aperta, ad una proposta alla quale sia possibile aderire. L’io approda quindi ad una piena prospettiva egocentrica:esce dal castello, abdica la sua causa autoreferenziale per collocarsi nel centro del reticolo sociale, esposto al fuoco incrociato della dialettica violenta. Le regole del gioco in qualche modo sono scritte, l’attenzione si sposta necessariamente sul modo in cui queste norme vengono applicate dopo la loro enunciazione. Quel che accade nei fatti è tragico: la rinuncia svela la sua natura richiamando a se una gestualità sempre più radicale, seguendo una proporzionalità inversa rispetto all’evoluzione del sistema dal quale ci si è voluti emancipare. E’ questo il meccanismo che riapre la strada verso il solipsismo, quella stessa strada che in sede di enunciazione delle regole si è voluto chiudere energicamente: una rottura crea i presupposti per una rottura più sottile che a sua volta crea ulteriori presupposti per altre rotture e così via, fino alla formazione di un microcosmo nel quale ogni intervento è passibile di sindacato, dove ogni situazione potenzialmente un’astensione e se questo non accade molto spesso è semplicemente per puro istinto di sopravvivenza. Tutto ciò, in estrema sintesi, per sottolineare come la scelta della rinuncia, cristallina sotto un profilo filosofico, conosce una sua realtà fattuale assai problematica, realtà, questa, dominata da un rischio incombente, ossia che la prospettiva egocentrica dalla quale si è preso piede si trasformi poi in una prospettiva egoistica.Tutto ciò, corroborato dall’immanente necessità di identificarsi come entità minoritaria e di essere riconosciuti come tali nei giudizi sul nostro valore: nel momento pratico l’atteggiamento “mediano” dell’io(con tutto ciò che comporta questa posizione), sul quale si fonda la prospettiva egocentrica, stenta a realizzarsi;nel momento del confronto ( attenzione:soprattutto quando c’è incontro piuttosto che scontro) la tendenza non è più quella di volontà reciproche di apertura che prendono piede da uno stesso punto di partenza (la rottura) e si dirigono verso un accrescimento reciproco: si scatena una corsa verso l’interno della torre e ci si batte per trascinare dentro le proprie mura il nostro interlocutore. Questo è per me un possibile fallimento immanente alla rinuncia quando questa viene dedotta in fattispecie concreta: la riproduzione di un modello dal quale ci si è voluti distaccare,un modello fondato in definitiva sulla prepotenza, quasi un ribadire un’impossibilità materiale di realizzare un proposito contrario e giusto. Non è così, non può esserlo. L’alternativa è per forza la resistenza che però, a questo punto, deve essere anche resistenza contro se stessi, contro un istinto che non è semplicemente di sopraffazione, ma è quella spinta ad utilizzare strumenti dei quali siamo portati a dare per scontata la conoscenza. La resistenza arriva quindi a comporsi di tre momenti necessari: la rinuncia (rottura) con il sistema e la relativa presa di coscenza, la distruzione e la ricostruzione del mondo secondo un metodo di razionalità cartesiana con il quale ottenere una posizione più radicata nel medio della prospettiva egocentrica, ricavando così strumenti “puliti”, con i quali lavorare nel momento del conflitto, sia esso inerente all’attività di opposizione oppure sia esso riguardante la resistenza nei confronti di noi stessi di cui sopra.

LV 8 ottobre 2009

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Immortale è chi accetta l’istante

Leggo i “Tentativi di ricostruzione (…)” e una pagina dei miei diari e ancora viene in mio soccorso Pavese:

E’ un lungo sonno cominciato chissà quando
e tu sei giunto in questo sonno come un sogno.
Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.

La condizione di resistenza affonda le sue radici in lontane convinzioni. A questa solidità storica si aggiunge la forza delle argomentazioni speculative a sostegno della nostra determinazione. E’ un lungo sogno cominciato chissà quando, nel quale prima o poi si insinua un sogno funesto che riporta (risveglia) alla realtà.
L’interrogativo sulla sostenibilità mi riporta all’asserita ineliminabilità del non razionale, inteso come tutto ciò che crediamo non corrispondere ai parametri della nostra scelta.  San Matteo vide nascere il suo sentiero di santità dal banco dell’esattore: forse la dimensione di chi resiste è una dimensione di compromesso tra presente e passato (se non altro quello prossimo)? Non credo. Per lo meno mi sono convinto che:

Art. 6

La ricerca intellettuale non porta a rimpiangere, giacché non soggiace allo scorrere del tempo.

Per quanto tale ricerca sia posta in essere da un individuo in divenire, è questo un divenire che non la sfiora, perché riguarda aspetti del tutto marginali (crescere, apprendere, dimenticare) rispetto alla piena consapevolezza di sé che mai abbandona chi sceglie di resistere:

Art. 7

Il giudizio sulla ricerca si risolve nella misura della propria onestà intellettuale.

Chi cerca accetta serenamente l’unico giudizio al quale può volontariamente ed interamente sottomettersi: il proprio. L’ascolto prestato alla propria coscienza costringe l’uomo a soppesare di continuo i risultati del suo pensarsi. Ogni scelta, ogni gesto calibrato nella menzognera quotidianità sarà intimamente pagato in un inappellabile intimo giudizio. C’è dunque una perenne tensione tra la resistenza e l’abbandono, risolta dalla certezza assoluta dell’approdo: l’autocommiserazione che è la più severa delle sentenze.
Forse la sostenibilità della resistenza può essere trovata nell’esercizio continuamente onesto e soprattutto palese di questa giurisdizione: la strenua difesa di un’onestà intellettuale. Ma spesso vacillo: penso primariamente all’impatto sconcolgente che può avere sulla condizione di chi si sottrae la forza coinvolgente dell’amore. Ed è di nuovo dubbio.

MdP 8 ottobre 2009

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Prima ero morta, ora lo so

Per il gioco della creazione occorre un sacro dire di si: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.

Friedrich Nietzsche – Così parlò Zarathustra

Questa corda tesa sopra all’abisso che è il nostro incedere lento verso l’orizzonte, conferma ancora una volta l’esattezza delle parole di Pasolini:i problemi non vanno risolti ma vissuti. Ma di questa esperienza in prima persona non rimane che un nudo vacillare di cui ci facciamo carico ogni volta prima di imbarcarci verso lo smarrimento. Quel sacro dire di si non è altro che un sacrificio necessario, onda d’urto contro la quale è doveroso schiantarsi. Questione di istanti, di singoli istanti che sigillano il crollo dell’illusione ma nel crollo, nel tracollo, si materializza la vera conquista quando l’uomo vuole la sua volontà. Per questo, sempre è un sorriso a dispiegare l’arte della più profonda e vera comprensione.

LV 9 ottobre 2009

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Atto di dolore

Correvano ambedue insieme, ma l’altro discepolo precedette Pietro nella corsa e arrivò prima al sepolcro. Chinatosi, vide le bende che giacevano distese; tuttavia non entrò. (Gv. 20: 4, 5)

Ho profuso nella corsa il massimo sforzo e la più grande determinazione. Il tutto confidando nella capacità che ha la corsa di coordinare il tempo e il movimento, così accorciando l’attesa. Ma, al mio arrivo, ho trovato l’uscio divelto e il sepolcro vuoto. Mi sono allora voltato a guardare la strada percorsa e ho viste lungo essa, una ad una, le occasioni di comprensione gettate alle ortiche. E ho capito: porsi un obiettivo è prima di tutto cedere a una proiezione mentale.
Questa incarna alla perfezione l’oggetto della mia resistenza. Resisto alla mia potenziale autodistruzione, resisto per disarmare la mia fede e conquistare (veramente) la mia vetta, con passo calibrato. Ma il mio cammino, questa volta lento, trae origine da un’intima professione di genuinità e di apertura all’altro, come compartecipe delle mie intuizioni.
Sappia questa lentezza diradare le tinte fosche del futuro e restituirmi al mondo purificato dalla violenza e dal dolore.
Amen.

MdP 12 ottobre 2009

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Lo scandalo del contraddirmi

Art. 10

L’essenziale è invisibile agli occhi.

Scrivo animato da un profondo desiderio di semplicità. Questa semplicità è inaspettatamente la conquista che ho conseguito su queste pagine. Ogni tentativo di decostruire le nostre idee ha portato irrimediabilmente a sviscerarne il comtenuto imprescindibile, spogliandole di ogni pretesa completezza. Il pensiero si è fatto estemporaneo strumento di indagine della realtà, cessando di presentarsi nella sua inestricabile pesantezza.
Solo ora sono in grado di avvistare l’approdo del riappropriarsi di una libertà negativa. La conquista-costruzione della propria posizione di resistenza non è un metodo di affermazione all’interno di un sistema precostituito, ma la costruzione-creazione di un sistema nuovo che sappia porsi in costante e lacerante dialettica con il primo. Noi non poniamo in essere le rinunce per poter essere dagli altri giudicati (come “diversi”) secondo il loro sistema, ma per costringerli a mettere in discussione il sistema stesso: che é sistema morale, sistema di valori, contenitore di quotidianità, retroterra spirituale.
Sotto questa luce, i “minuscoli ma decisivi fallimenti della socialità” cessano di apparire tali (spesso solo a noi, ahimé). Nel senso che essi sono sì fallimenti, ma solo se giudicati mediante un orizzonte di valori che noi scegliamo di mettere in discussione, in posizione di terzietà (ecco la “dissociazione”). L’approdo dunque è irragiungibile all’interno della dimensione sistematica alla quale si rinuncia: ogni atto di libertà negativa verrà sempre visto come violento, perché figlio dell’ipocrisia di chi vuole se stesso assolto secondo le leggi che rinnega. L’affermazione di un diverso orizzonte, invece, crea un confronto fra diversità. Questa dialettica fra sistemi sovrani rinuncia alle reciproche ingerenze, sacrificate sull’altare di quel di più che si brama, insieme, di costruire. Chi rinuncia a questa missione commette sì un atto vilento, ma di una violenza che ricade prima di tutto su se stesso, primo colpevole della propria miseria.
Dunque la socialità non si misura più in termini di superiore (di una superiorità morale-intellettuale spesso pretesa) versus inferiore, bensì in termini di complice versus non complice. Laddove è chi rinuncia alla complicità ad escludersi dalla ricerca dell’approdo, non chi in tale ricerca crede ad escluderlo, tacciandolo di inferiorità o di incapacità di comprendere.
Inutile dire quanto sparute siano le schiere dei complici, anche solo potenziali. Ma se così non fosse, non potremmo chiamarla Resistenza.

Lo scandalo del contraddirmi…

MdP 12 ottobre 2009

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Didascalia

La conclusione delle tue parole evidenzia una comprensione comune e decisiva, linea di confine tra un prima ed un dopo, grande primo successo di questo lavoro. Io mi permetto di elevare a norma statutaria quanto hai affermato, essendo questo estrema sintesi di un ragionamento, a mio parere, rivoluzionario:

Art. 11

La socialità non si misura in termini di superiore versus inferiore, bensì in termini di complice versus non complice.

Di qui la freschezza di un ragionamento nuovo ma soprattutto la riprova incontestabile della forza di questo lavoro.

LV 12 ottobre 2009

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Prime reazioni

La rivoluzione copernicana del nostro ragionare chiaramente apre il varco per una serie di nuove considerazioni. Nel momento sociale, non ha più ragione d’essere una pretesa di superiorità che si aspetta di essere distrutta dall’altro, il quale così facendo attesta una sua (altrettanto) presunta superiorità, in un gioco continuo di azione e reazione, invasione e controinvasione che porta in definitiva all’annientamento del rapporto. Tutto ciò si converte in termini di complicità e non complicità.Non viene meno la dimensione del conflitto, della resistenza, è la sua grammatica che viene a modificarsi: si passa da un tu originariamente separato dall’io ad un noi. Un noi comprensivo al suo interno anche della lotta e della diversità, ma pur sempre un noi.Il rapporto sociale, a ben vedere, rimane necessariamente rapporto conflittuale, che esige un essere violenti senza fare violenza (Pasolini), esige una gestualità netta nel confronto tra diversità ma esclude la violenta prepotenza della prevaricazione: se la psiche che governa il conflitto sociale è in grado di mantenere saldo il noi riconoscendone la sua composizione eterogenea, allora il terreno della complicità è pronto. Chi evade da questo terreno cerca in tutti i modi di imporre la sua ortodossia attraverso la politica del terrore, tenta di invertire il piano della realtà attraverso la menzogna. Coloro che rimangono sul terreno della complicità non devono rinunciare a proporre la propria parola oltre il confine, la quale non può però essere ”venduta alla causa altrui”, deve rinunciare agli schemi della violenza con la quale l’ortodossia cerca di penetrare surrettiziamente il campo della complicità. Nella rinuncia a questi schemi sta il nostro rinunciare, sta il senso della riconquista di libertà negativa mediante autoesclusione da un metodo. Ma occorre stare attenti: come hai perfettamente sottolineato, c’è un gesto di esclusione originaria che non è stato compiuto da noi, bensì da coloro che dal campo della complicità ( dal noi ) ha deciso di evadere, presentandoci, una volta sedotta la moltitudine, come violenti abdicatori, come professori di eresia, come traditori di una convenzione sociale che trae legittimazione da una arbitraria imposizione di sistemi attorno al quale si è creato uno zoccolo compatto, non da concreta e libera adesione a proposte condivise. LA rivoluzione copernicana alla quale ho accennato sta proprio nell’aver messo a fuoco questo meccanismo, nell’aver compreso in modo chiaro quali siano le posizioni di partenza per non continuare a costruire teorie fondate su sottili errori di valutazione. Cambiano allora, in prima istanza, le aspettative reciproche nel confronto: non ci si attende una monolitica dimostrazione di forza uguale e contraria, quanto piuttosto una presa di posizione posta in termini di messa in discussione. La nostra attività, che si riconosce fermamente sul terreno della complicità, diventa attività di conoscenza che altro non è se non dissoluzione della compattezza del mondo. Un’attività che è rivolta primariamente a noi stessi, non ancora padroni di una piena libertà negativa e quindi incapaci ancora di liberarci fino in fondo di quella dimensione sistematica alla quale si rinuncia; attività però costantemente rivolta all’esterno rispetto a noi stessi: voce costante che, in un tempo unico, si fa travolgere senza cessare, incrinando irrimediabilmente qualsiasi tentativo di violenza mettendone in discussione i presupposti;ma si fa anche  attività promotrice di un conflitto complice, aumentandone il grado di consapevolezza, rilanciando ogni volta la posta giocando al rialzo, creando sempre nuovi spazi di immaginazione e deponendo qualsiasi aspriazione di risoluzione, in altre parole, si fa spinta continua verso l’orizzonte.

LV 12 ottobre 2009

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Roberto Saviano e resistenza

Scrive, Saviano,su la Repubblica di oggi,  nel suo articolo Io, la mia scorta e il senso di solitudine:

(…) Mi viene chiesta anche l’adesione a un “codice deontologico” come ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali regole? Io non sono un poliziotto, nè un carabiniere, nè un magistrato. Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare. E non avrò mai bon ton nei confronti delle organizzazioni criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri. (…) La battaglia che porto avanti come scrittore è un’altra. E’ fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico.

La tensione ad incidere sulla percezione culturale del fenomeno deve essere la stessa che anima la nostra Resistenza, battaglia della parola raccontata che cresce nel suo spazio emancipato. Dal tutto e per tutto a cui siamo disposti discende perlacea la sostanziale impotenza di questa agitazione, violenta e frustrante, di un mare che tenta , senza tregua, di inabissarci.

LV 16 ottobre 2009

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Provincia

Il terreno della complessificazione è un luogo nel quale non è possibile sostare: inevitabile, altrimenti, è l’approdo alla vanitosa speculazione. La conquista di questo spazio, per essere reale conquista, presuppone  una fuga immediata dallo stesso: la parola semplice deve tendere al complesso ma il complesso, una volta raggiunto, ferocemente richiama il semplice. La scelta di ricchezza, allora, è sempre scelta di povertà, l’incapacità di comunicarmi in questi giorni, forse di capire, ne è la testimonianza: un maleodorante dogmatismo laico, un inesistente universalismo della ragione, un’igene fastidiosa che altro non è se non vigliacca profilassi: conversione indolore di violenza in distacco, presuntuosa convinzione di poter pervenire ad una spiegazione.
Ora è’ così giusto questo passo che mi porta attraverso la provincia che abito, è così forte la tentazione di raccontarla per sempre, di far mia quella parola che le è propria, radice affondata in prassi remota. Eppure, anche questo cammino rimane un ritorno.

Se domani io partissi tu saresti felice?

LV 17 ottobre 2009

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Profezia e realtà

Ha ragione Pasolini. La rivoluzione antropologica alla quale stava assistendo avrebbe portato all’affermazione del fascismo del consumo, al fascismo dell’individuo conformato, ben diverso e ben più pervasivo da quello che lui stesso definiva paleofascismo, fondato su valori antitetici al consumo, quali ad esempio il patriottismo, il moralismo, il clericalismo ecc.

Ora questo tempo non è più tempo per profezie: ci troviamo innanzi ad un fascismo in atto,l’omologazione repressiva, ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre (*),è attualità in evoluzione, non possiamo considerarla un rischio, un’eventualità. Dobbiamo aver ben chiaro il fenomeno con il quale ci stiamo confrontando, uscire dalla visione pessimista e dotarci di una visione realista.

Una visione realista ci impone almeno due affermazioni preliminari:

  1. questa nuova forma di fascismo, questo totalitarismo del consumo, ha vinto: prendiamo atto che il totalitarismo conformatore ha azzerato ogni distinzione tra individui. Attualmente, ogni distinzione è pura distinzione nominale: mi dico di sinistra, mi dico di destra, ma conformemente al resto degli individui aderisco ad un unico modello comune di benessere, edonismo e leggerezza al quale non sono disposto a rinunciare, neppure in nome dell’ideologia che affermo di seguire.  Tale omologazione caratterizza poi l’individuo nel momento sociale, nelle forme che abbiamo visto negli articoli precedenti, realizzando il sogno di conformismo assoluto peculiare di ogni regime totalitario.
  2. Il totalitarismo del consumo sottrae necesariamente all’individuo la sua libertà di scelta originaria: sotto le scelte coscienti, c’è una scelta coatta ormai comune a tutti gli italiani: la quale ultima non può che deformare le prime ( * ).  L’individuo, sotto il regime totalitario, non può esistere come singolo e di conseguenza è opportuno che egli neppure possa concepire il fatto di esserlo: l’individuo deve sentire una necessità di appartenere, non di essere; la libertà non può essere percepita come assunzione di quell’enorme rischio che è la propria individualità. Per una maggiore chiarezza, occorre esplicitare anche il corollario necessario di questa affermazione: non ci troviamo davanti ad una massa che ha voluto l’uguaglianza ed ha lottato per questa;è  il potere a volere che ogni individuo sia uguale all’altro, l’uguaglianza è un dono bianco offerto alla massa, uno strumento con il quale compattare l’uniformità. Vi è un’enorme differenza: l’uguaglianza voluta e conquistata annienta il conformismo promuovendo quel nucleo di identità grezza sul quale l’individuo costruisce il proprio particolarismo; l’uguaglianza come dono è invece strumentale al conformismo proprio perchè cerca di distogliere da quel nucleo di identità, promuovendo l’abbattimento del particolarismo.

Mi associo, in linea di principio, a quanto si è detto: occorre palesare quanto il rifiuto della rinuncia comporti in realtà una rinuncia più grande. Tuttavia, come ho detto, questo non è più tempo di profezie e non abbiamo più innanzi a noi, giovani fascisti,pericoli o eventualità da evitare. Ciò che prima era profezia ora è realtà: possiamo ancora ragionare in termini di “cosa fare per convincere sull’esattezza della nostra condotta partigiana” ? C’è ancora spazio per tentare una seduzione in extremis? Possiamo ancora considerare utile ai nostri fini rivoluzionari (stricto sensu ) la via mediata dell’intervento culturale oppure questo fascismo vigente ci costringe alla scelta obbligata tra lo scontro diretto e l’emigrazione definitiva in un eliteautonoma?

Io ho paura, lo dico senza problemi. Quello che è successo ieri a Giurisprudenza qui a Bologna in occasione della conferenza di Travaglio mi ha terrorizzato perchè è stata una nuova conferma: il nuovo fascismo, forse più vero di quello tradizionale, ha vinto e la sua vittoria può conoscere smacchi ma non sconfitte, neppure parziali. Non c’è più proposta proponibile alla massa senza che questa la brutalizzi, la laceri, la violenti e la trasformi sostanzialmente in un evento del totalitarismo. Non c’è più uno spazio di coscienza autonoma tra individuo e fascismo: la prima è stata scalfita e posseduta dal secondo; chiunque tenti di inserirsi in questo spazio inesistente necessariamente muore soffocato.

Non per questo intendo abiurare alla Resistenza, la parola centrale rimane coraggio. Alla luce di quel che è accaduto ieri, il nostro lavoro assume un’importanza ancor più imprescindibile. La nostra non-violenza morale come rifiuto di ogni moralismo; il nostro rfiuto della parola e dell’esistenza gratuita; il nostro sottrarci ed opporci al totalitarismo vigente; il nostro ricercare un’uguaglianza come promozione del particolarismo deve oggi conoscere un salto di qualità. Non possiamo rinunciare alla Resistenza ma, al contrario, portare coraggiosamente sul fronte Orizzonte stesso, fare di esso un atto sovversivo. Brutta parola. Penso tuttavia alla pubblicazione di pagine in forma cartacea, alla pubblicizzazione di questo spazio. Qualcosa di simile. Coraggio significa, più credibilmente, dato lo stato delle cose, avere almeno la forza di pensare che un intervento di questo tipo sia possibile. Parliamone.

* P.P.Pasolini, Scritti corsari.

LV 22 ottobre 2009

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Diniego

L’Orizzonte è il fronte.
Per questo non possiamo portare la Resistenza agli uomini, ma dobbiamo conquistare uomini alla Resistenza. Il coinvolgimento soggettivo porta spesso a prescindere da descrizioni altrimenti irrinunciabili: Orizzonte è un fenomeno determinante a patto che ci si ponga in una prospettiva interna ad esso. Visto dall’esterno è nulla.
Non dobbiamo mai dimenticare come questo spazio nasca da una preesistente complicità, da una mutua condivisione degli assunti basilari di questo lavoro che è Esigenza. La presentazione di una realtà a un pubblico che deficita degli strumenti per comprenderla è spot. E’ affidarsi alla sorte: gettare una rete sempre più grande, nella speranza di una pesca sempre più ricca. Questo produce una sproporzione tra mezzi e risultato e induce a sperperare l’identità grezza di questo spazio, deprezzandolo.
Per altre vie, per altri porti/ verrai a piaggia (Inf. III, 91-92), non per un’elezione gratutita o casuale. In questi termini si spiega, opinio mea, la richiesta di un sacrificio e l’allontanamento della gratuità antidemocratica. Io sono un essere umano senziente, razionale, impegnato. Non untalent scuot: non farò scempio della mia onestà intellettuale in ossequio a una compagnia che sì, è vero, spesso bramo.

“Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. (Mc 1, 17-18)

Chi vuole seguirmi lasci le reti, compia egli il mio percorso di rinuncia e di presa di coscienza, mi faccia pervenire un tangibile segnale della sua complicità, anche il più misero: io non elargirò, non gratuitamente, il sapere delle mie conquiste.
Sulla divulgazione cartacea, così come su qualsiasi formula promozionale non complice, pesa il mio veto.

MdP 23 ottobre 2009

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Chiarimento

Non c’è niente che mi stia più palesemente a cuore della pretesa di sacrificio nei confronti dell’altro. Ciò che si è detto, ed il modo stesso in cui si è portata avanti la discussione fino ad oggi, non possono lasciare dubbi riguardo alla mia presa di posizione nei confronti di questo lavoro, riguardo alla mia totale abnegazione in questa lotta contro l’elezione casuale o gratuita,contro lo spot contro qualsiasi forma promozionale non complice e non frutto di Esigenza.

Il mio intervento precedente ( Profezia e realtà ) non intende operare una manipolazione genetica di Orizzonte che, sotto il profilo delle scelte fondanti, come ad esempio quella di non portare la Resistenza agli uomini, ma conquistare uomini alla Resistenza, rimarrà immutato fino all’ultimo dei suoi giorni. Qui non c’è spazio per riforme costituzionali perchè in quella che è la nostra costituzione ideale non troviamo regole ma principi fondativi che fungono da condicio sine qua non del nostro resistere.

Le mie parole, che partivano dall’analisi di una situazione, volevano porre il problema di come continuare la nostra Resistenza piuttosto che dare una risposta definitiva. La sciagurata provocazione della pubblicazione cartacea non era una seria dichiarazioni di intenti ma un tentativo di portare sotto i riflettori la necessità, che sento sempre più forte, di assumere una posizione ancor più decisa nella Resistenza. Mi assumo totalmente la responsabilità della scarsa chiarezza dalla quale ha preso piede un enorme fraintendimento. Ciò che ho scritto deve essere letto alla luce di un religioso rispetto per i principi di cui sopra, deve essere cioè collocato in una prospettiva di assoluta continuità con quanto fatto fino ad ora, non di rottura.

Ciò che mi chiedo, in definitiva, è quale natura deve assumere questa posizione ancor più decisa, quali sono gli atti possibili di resistenza una volta che si è compreso che resistere significa resistere ad un fascismo culturale. Il quesito è aperto, in primis, verso me stesso. Per questo, come già ho suggerito: parliamone.

LV 23 ottobre 2009

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Metodo

Nel luogo delle libertà non c’è fraintendimento. La dialettica presuppone la conoscenza immediata delle rispettive posizioni. Il bisognio di riaffermare alcuni concetti basilari del mio vivere questo lavoro non dipende certo dalle proposte per una sua evoluzione, le quali tutte sono lecite.
Siamo dunque giunti al terzo e ultimo punto della Proposta di lavoro sulla socialità in modo quasi fisiologico. L’errore da non compiere, a mio avviso, è il confondere una ricerca teorica di soluzioni con la loro adozione pratica. Non sono certo due compartimenti stagni, ma sono due campi di sperimentazione situati in tempi diversi. Predico umiltà non per un’ostinata e contraria vocazione francescana, bensì semplicemente perché desidero portare nel mondo una proposta la più raffinata possibile.
Dopo pochi giorni di Orizzonte, rischiamo di cadere vittime di una mitridatizzazione autoindotta. L’allargamento nel mondo del nostro spazio ha un implicita valenza rivoluzionaria, come tale valenza ha avuta la creazione dello spazio stesso: questo va di continuo tenuto presente onde fugare l’irresponsabilità.
Il rifiuto del pregiudizio sociale non deve condurre a costruire un pregiudizio diverso, fondato sulla convinzione che le personali conquiste siano le conquiste di tutti. Questo non equivarrà ad affermare una pretesa di superiorità nella misura in cui si riconoscerà la propria posizione di resistenza come strumentale ad un costante (ma inevitabilmente difficoltoso) ampliamento della platea partigiana. Ogni passo va spiegato, ogni mutamento compreso, ogni sfumatura motivata: solo in questo modo la nuova, genuina socialità a cui puntiamo potrà essere ricondotta a coerenza.
Vorrei rimarcare come ogni conquista intellettuale e razionale compiuta in questi giorni debba considerarsi un mezzo, uno strumento di incisione della realtà sociale e non un fine ultimo. Da questo punto di vista, forse anche il termine stesso, conquista, non riesce a sottolineare appieno tale peculiarità.
Ergo, un invito: cominciamo ad interrogarci su quali atti di coraggio (teorici prima, pratici poi) risultino più adeguati alla comunicazione della resistenza al mondo, mantenendo consapevolezza della scelta di sacrificio responsabile che si vuole pacificamente imporre. Parliamone.

MdP 23 ottobre 2009

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Obiter dictum

L’ansia e la rabbia, eruttate come lava da quel vulcano che è l’esperienza vissutaesistenzialmente, in prima persona nelle forme della propria esistenza ( Pasolini ), sono impetuoso e necessario incedere oltre i confini della ragione. La grandezza di questo spazio sta anche nel suo sapersi confrontare con i violenti effetti di tali eruzioni, offrire termini di confronto immediati e possibili, facendo si che nessuna esplosione rimanga insignificante urlo silenzioso.

LV 24 ottobre 2009

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L’egoista, il corrotto e l’innamorato

Resistere è vivere in continuo equilibrio tra due opposte tensioni: fare egoistico tesoro della propria responsabilità e farne egocentrica e complice condivisione. Ai due estremi stanno il solipsismo e la corruzione morale. La società, la socialità sono negate da ciascuno di questi estremi.
Agire responsabilmente è esercitare il proprio mestiere di druido, miscelando ad arte questi due ingredienti della resistenza. Posto che non si voglia scadere nella povertà dell’egoismo, né ricoprirsi di una satura e corrotta ricchezza, viene da domandarsi dove mai risieda la determinazione ultima a resistere, timorosi di dover ammettere un’insensato autolesionismo.
Ma è proprio nel rifiuto della convenienza e della gratuità che affonda le redici la scelta negativa di libertà. Dunque, alla base di tutto vi è una volontà responsabilmente formata, atta a preservare l’uomo in quello stato mediano e oscillante fra opposte follie, resistere alle quali è complicare volontariamente il proprio orizzonte, responsabilizzando il proprio sguardo.
L’egoista e il corrotto vedono ciò che vede chi resiste, ma scelgono volontariamente di guardare solo a ciò che è, di volta in volta, semplicemente compatibile con essi stessi. Il corrotto è un essere privo di identità, votato esclusivamente a un peregrinare di sussistenza nella socialità dalla quale è dipendente. L’egoista, dal canto suo, ha chiuso la sua finestra sul mondo deponendo le armi dell’utilità del proprio agire sociale: basta a se stesso e si compiace di una verità che non può dimostrare, ma solo vivere.
L’esercizio del mobile equilibrio tra tali determinazioni è esercizio di amore: l’amore per se stessi che salva dalla corruzione e l’amore per il mondo, troppo grande per essere rinchiuso. Amare è un atto di forsennato egocentrismo, di rinuncia e al tempo stesso di affermazione: salva dalle follie e determina nel resistere.
Eccolo! l’amore laico, puro. L’amore che prescinde da ogni moderna aggettivazione, perché la rifiuta. Questo amore non si spiega in termini di eros, né di ordine sociale, né tantomeno in temini di felicità, essendo primariamente sofferenza, sacrificio ed essendo, secondariamente, inappagabile: dolceamara condizione di un sentimento che dall’uomo nasce e all’uomo ritorna, sempre insufficiente, dopo aver dell’uomo data testimonianza nel mondo.
L’unica mia arma contro il pericolo di vedere la mia anima stritolata tra le asperità di tale resistere è questa laica professione di fede nell’amore. Amen.

MdP 27 ottobre 2009

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Vitale esercizio

La lettura di Critico spiritoripetuta, mi porta sempre a sentire lievitare, dentro, l’affermazione:

La libertà, ogni libertà, può coscienziosamente essere asserita solo se consapevolmente esercitata.

La nostra generazione si trova a vivere in una condizione fatta di tante libertà che sono state da altri conquistate e, per questo, sono da noi date per scontate. Questo è il sunto di quell’ideale terreno di coltura, nel quale il nuovo fascismo foraggia i propri adepti. Credo che il più spassionato atto di amore che possiamo compiere nei confronti delle libertà che non siamo chiamati a conquistare sia, quanto meno, il loro esercizio critico. Questo semplice, profondamente umile gesto segna l’inizio di una pratica impegnata di fondamentale vitalità, nel senso più concreto del termine.

L’amore per la libertà si tramuta, così, nell’amorevole esercizio della libertà. Con gratitudine, certo, ma non senza una netta presa di responsabilità. Muoversi coerentemente in un universo precostituito rispetto a noi e che, presumibilmente, a noi sopravviverà è per me proprio questo responsabile esercizio della propria libertà al suo interno, indipendentemente dall’ampiezza di detta libertà la quale, per ampia che sia, risulterà rinnegata (dunque, perduta) nel disuso, che poi è il massimo disimpegno.

Ancora, imperante, la necessità di scindere il rifiuto (responsabile e impegnato e giustificato) dalla rinunzia (irresponsabile e disimpegnata e, soprattutto, spesso ingiustificabile).

La libertà non è facoltà di disimpegno da; è facoltà di impegno per – una partecipazione all’Essere stesso. Di conseguenza, l’autentica libertà non può mai essere raggiunta nell’allontanamento da Dio.

MdP 17 dicembre 2009

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Posizionamento

La ricerca della coerenza e la nostra volontà di comunicarla, non possono prescindere da un lavoro interiore di ricerca di una posizione, di uno stare che appaia convincente, prima che a chiunque altro, a noi stessi.
Una delle principali difficoltà, da noi già evidenziata in queste pagine, sul cammino del responsabile, ma in generale di ogni induviduo che desideri affrancarsi dallo stato di corruzione morale, è proprio lo stato più o meno avanzato di contaminazione, che intimidisce e costringe al silenzio, nel terrore di compiere affermazioni tacciabili d’ipocrisia.
La sensazione che ho è che sia necessario una sorta di anno zero dell’ego. Indubbiamente, per quanto possibile, è opportuno indirizzare il nostro agire attuale, contemoraneo, alla correzione degli errori passati, ma è altrettanto necessaria la capacità di rinnegare le condotte irreversibili, senza timore di essere diminuiti nel nostro spessore. La semplice attuazione pedissequa di questo principio m’appare come irruento gesto d’esempio.
Dunque, la resistenza come reazione ha un nuovo piano sul quale prodursi: quello intimistico e individualistico. Recuperare, per poter dire “no” agli altri, la capacità di dire “no” a sé stessi.

[…] sono sgomento di fronte all’ acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo. Che dichiarano apertamente il loro scetticismo in ordine all’ inutilità della protesta, quasi che protestare fosse diventato imbarazzante. Ma le personalità più grandi del nostro tempo, i Nelson Mandela, i Vaclav Havel, non hanno mai provato questo tipo di imbarazzo. Purtroppo la famiglia e la scuola, per non parlare dell’ intero sistema mediatico, inoculano sistematicamente tale virus. Ci predispongono al più totale conformismo. Per questo è fondamentale riabituarsi alla resistenza contro i falsi idoli del nostro tempo.

George Steiner, La Repubblica 5 Novembre 2009,
intervista di F. Marcoaldi.

MdP 14 aprile 2010

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Sulla propria natura

Anche, semplicemente, ragionando sul significato storico della resistenza è possibile prendere coscienza di come il gesto umile si ponga alla base del concetto stesso di resistere. Proprio da questa considerazione il resistente deve partire per respingere ogni atteggiamento altezzoso e porsi al riparo dal pregiudizio. Il processo di atterramento, la cui necessità è indiscutibile, soltanto superficialmente può essere visto come un disfarsi di quanto “appreso” nel percorso di resistenza, per riscoprire la propria natura.

Mi è possibile affermare ciò, considerando come il resistere incida profondamente sulla mia natura, determinandomi nelle scelte e, quindi, nell’esercizio della libertà, soprattutto negativa, che è valore supremo della resistenza stessa. L’atterramento, dunque, è quanto di più lontano possa esservi dal fingersi qualcuno che non si è; al contrario, è comunicarsi per come si è divenuti, sforzandosi di rendere tale comunicazione comprensibile all’altro che, in quanto non ancora complice, non ha la possibilità di attribuire a molte delle nostre espressioni il giudizio di scontatezza che noi affibbiamo loro.

Il fatto che si prediliga sottolineare quel nucleo di identità che può porsi alla base di ogni relazione tra esseri umani non singifica che non sia opportuno e anche dovuto rimarcare delle differenze. Nel fare ciò, però, è necessario adoperarsi affinché esse non siano avvertite come mere peculiarità, figlie dell’imperante qualunquismo che porta a scegliere il proprio essere e il proprio atteggiarsi secondo criteri di moda e gratuità. Questo lo considero un punto fondamentale, di inaudita concretezza. Qui la responsabilità sta nell’impegno perpetuo per far affiorare le ragioni intime di ogni propria determinazione, facendo attenzione a non ingenerare muta adesione, ma responsabile impegno; il che è possibile attraverso la messa in luce delle altrui potenzialità risolutrici che non sono innate, ma vanno scelte e coltivate al di fuori del recinto dell’ideologia imperante e deprimente.

Schematicamente, potrebbe tratteggiarsi un percorso di resistenza in fasi:
1) “Conosci te stesso” (→ Edificazione del resistere responsabilmente);
2) Esercizio democratico di umiltà-atterramento (→ Dialogo, nella diversità, sul reciproco portato risolutore);
3) Complicità (→ Scelta autonoma e comune d’impegno = anno zero);
4) Ricostruzione complice (→ Mutuo arricchimento).

MdP 19 giugno 2010

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