La Questione Meridionale

La Questione Meridionale

« Una società si eleva dalla brutalità all’ordine. Poiché la barbarie è l’era del fatto, è dunque necessario che l’era dell’ordine sia l’impero delle finzioni, poiché non vi è alcuna potenza in grado di fondare l’ordine sulla sola costrizione dei corpi coi corpi. Occorrono forze fittizie. L’ordine esige dunque l’azione di presenza di cose assenti, e risulta dall’equilibrio degli istinti per mezzo degli ideali. Il sistema fiduciario o convenzionale che ne risulta, introduce fra gli uomini vincoli e ostacoli immaginari i cui effetti sono ben reali … Il tutto non sussiste che per la potenza delle immagini e delle parole ».

Paul Valéry, note alfabetiche (A-Q) su Montesquieu.


Questo cristallino riferimento alla condizione di barbarie come condizione fattuale è preciso sunto dell’attuale ragionamento a proposito del depauperamento intellettuale. L’abbellimentodi una (o poche) di tante prospettive nulla è se non l’instaurare una convenzione, sulla strada che porta a edificare l’impero delle finzioni, all’interno del quale ogni gesto (finto) è giustificato astrattamente, mediante il richiamo ad un ideale non condiviso ma convenuto.
Io credo, al contrario, che il resistere nell’amore sia proprio il riappropriarsi (proponendola nel mondo) di quella primigenia dimensione di brutalità in cui imperante è il rapporto dei corpi coi corpi. Alla potenza delle immagini e delle parole la resistenza accompagna la dirompente portata del gesto, del fatto: uno strumento comunicativo immediato e per ciò stesso non suscettibile di fraintendimento. Da questa situazione di comprensione fattuale (immediata) del pormi nei suoi confronti, nasce nel prossimo la responsabile necessità dello scegliere.
A questo aggiungasi come lo spirito critico si ponga in questa dialettica quale strumento per sottolineare, nell’interlocutore, la presenza di cose che egli, volontaria vittima del dominante fascismo, ha reso – per sé stesso – assenti. E’ questa l’imperitura resistenza a tutto ciò che è dato per scontato e perciò rimosso. La messa in luce del carico di responsabilità insito in ogni azione (inazione compresa).

Nella comunicazione come fatto (…) la Resistenza assume la qualità di gesto immediato: come la rappresentazione teatrale, il gesto ribalta gli equilibri dialogici, rinuncia totalmente all’elaborazione bilaterale, rifiuta la logica contrattualistica, non prova alcun interesse per la soluzione conveniente, ha un unico scopo: imporre pacificamente all’attenzione pubblica ( qui, del pubblico ) un problema, una riflessione, una scelta. La comunicazione come fatto è per tesi anticonformista, anticipatoria, rivoluzionaria, spregiudicata ma essenzialmente responsabile e consapevole.

LV

Ho recentemente usufruito di queste conclusioni in una riflessione concernente il rapporto dell’Uomo del Nord con il racconto sull’Uomo del Sud, la cui libertà è limitata dallo strapotere della criminalità organizzata. Bene, non ascoltare questo racconto o relegarlo a una dimensione quasi folkloristica, rende assente una dimensione presente in ciascun italiano del Nord, il quale però la rimuove, fissando nel proprio orizzonte un ordine di valori (un ideale) che egli pretende differenti da quelli che ritiene causa dei mali del Sud. Sentir imputare a uomini e donne del Sud la responsabilità di “non saper/ non poter cambiare”, perché permeati di valori e usanze arretrate e non civili è volgare. Chi parla così, a mio avviso, ha smarrito la bussola della propria umanità. Una umanità ben più presente nelle condizioni di necessità (come la vita in terra di mafie) che non nella condizione di chi, per incolpevole fortuna, ha la possibilità di abbellirsi una di tante prospettive del proprio stare al mondo.

A questo punto sorge un interrogativo: chi, l’Uomo del Nord o l’Uomo del Sud, è inumano?
L’atto d’amore non sta forse nel riconoscere il proprio allontanamento da una dimensione di comprensione (presente) dell’altrui condizione? Non val forse la pena di cercare risposte e auspicabili soluzioni a questioni quali quella Meridionale nell’universale identità della condizione umana, piuttosto che ridurre il dibattito a disquisizione intorno alla divesità (assente)? Ragionamenti come questi non appaiono antisocialiantistorici in tempi, come quelli odierni, di palese infiltrazione (geografica e istituzionale)?

(Mi scuso per la forzatura, ma l’applicazione del discorso sull’amore è imprescindibile.
Creo, peratanto, una sottocategoria)

MdP 2o dicembre 2009

__________

Il vuoto della parola

i una tempistica lenta e non condizionata da pressioni esterne. Qui di seguito, un intervento che vuole essere un contributo ad una genesi piuttosto che una risposta.

La vicenda umana è segnata da continue esperienze trascrittive e descrittive: un costruire, con ossessione, la propria memoria ( a riguardo, vorrei citare ogni riga dei Dialoghi con Leucò).  Ogni trascrizione è in realtà granitica traduzione:  costituisce sempre uno scritto nuovo, con il quale l’individuo sottrae se stesso ed il mondo all’inferno dell’oggettività. Ogni descrizione, costituisce invece un rappresentarsi la realtà sulla base di quanto trascritto, ma soprattutto un rappresentarla: un renderla presente ed evidente ai nostri occhi ed agli occhi altrui:  così facendo, rigettiamo volontariamente noi stessi ed il mondo in quell’inferno al quale eravamo sfuggiti.  Questo lavoro di costruzione sulla memoria(necessario: vita ridotta all’osso dalla quale ri-cominciare), non è quindi un vivere malinconicamente il presente nelle forme del ricordo, ma un esercitare (sperimentare) la propria libertà nella pratica della parola con cui diciamoci diciamo.

Praticare la libertà attraverso la parola, significa dotare la libertà di parola di parole libere: oltre questo gioco lessicale, sta la realizzazione di un approccio intellettuale concreto nell’amore laico, un approccio dotato di una gestualità fattuale non mediata, ma meditata, che recupera quellabrutalità dei corpi sui corpi che è effettiva liberazione. Ciò che caratterizza l’uomo (del nord), non è per me l’insieme di valori che pone nel suo orizzonte, quanto piuttosto la parola svuotata di cui si dota per trascrivere (tradurre) e quindi descrivere (rappresentare) determinati momenti della propria vicenda. Rinunciando al lavoro sulla parola (che, come si legge,è pratica di libertà e costruzione di memoria) l’individuo accentua la distanza tra se e la sua condizione essenziale: a ciò porta l’oblio della necessità. L’individuo traduce quindi in se stesso la realtà con la parola vuota e con la stessa parola si risolve a descriverla, deponendo la propria responsabilità e consegnandosi al bisogno di aderire ad un ideale-convenzione per compensare la propria rinuncia. Su questo bisogno di adesione lavora il fascismo nuovo, disincentivando il lavoro sulla parola e, contestualmente, fornendo numerose convenzioni precostituite ( negazione del confine e della complicità ).

La storicità di questi ragionamenti, la loro dimensione sociale, presuppone un intenso lavoro sulla parola quale strumento (fatto) di libertà: solo così si può cogliere il senso ed il peso di unacondizione umana essenziale e comune, dalla quale partire alla ricerca di risposte. In questa chiave, infatti, occorre dare una lettura della differenza: laddove essa accede alla comprensione di questa identità di condizione, ecco che il differente viene collocato nella dimensione di complicità, dando vita ad un terreno di confine dove il conflitto viene accolto come forza motrice evolutiva ( brutalità dei corpi sui corpi: atto di amore ). Laddove invece la differenza viene tradotta e descritta con parola vuota, disimpegnata, irresponsabile, essa non accede più ad una consapevolezza ed è vittima immediata del fascismo nuovo che, elemento cancerogeno, finisce con l’impossessarsi dell’intero processo traduttivo-descrittivo: il differente viene posto fuori da una complicità incostruibile, viene strumentalizzato quale ideale di odio e barbarie, attorno al quale si costruisce finalmente la convenzione.

LV 24 dicembre 2009

__________

Un tragico vuoto

Le parole false non solo sono cattive per conto loro, ma infettano anche l’anima con il male.

Platone, Fedro, 420-410 a.C.

Il primo motivo di apprezzamento nei confronti de Il vuoto della parola è la scelta coraggiosa di indagine retroattiva su un elemento, a dir poco fondamentale, del nostro vivere civile e, perché no!?, del nostro Orizzonte: la parola. Per questo e senza resistenza alcuna, compio volentieri questo “passo indietro”. Lo faccio in totale sintonia con quanto già affermato a proposito di unauniversale identità della condizione umana, nella quale spero, prima di credervi. Ebbene, riportare il discorso a quella fenomenale convenzione che è il linguaggio (non solo verbale), mi pare vada proprio nella direzione giusta, alla ricerca di tale identità.
La platonica citazione serve, cristallinamente, a dare il la a un ragionamento che vorrei partisse, appunto, dalla Verità della parola. Il linguaggio, s’è già detto, è una convenzione e le convenzioni, ben si sa, si reggono sulla comune (di molti) accettazione della loro verità (basti ricordare la recente data della Natività: convenzionale). Per quanto concerne la parola, le parole, la convenzione si instaura non solo tra gli individui, ma anche negli individui; essa è figlia, dunque, di due verità: una verità esteriore (civile) e una interiore (intima). Quanto lega questi due “campi” della verità è l’esile laccio della coerenza.
Se due sono le verità, due saranno le menzogne e molti gli accostamenti possibili tra menzogne e verità. Una parola che sia civilmente vera e intimanente falsa sarà probabilmente una promessa creduta ma impossibile da mantenere. Al contrario, una parola esteriormente falsa ma intimamente vera, potrebbe essere una bugia a fin di bene o un’espressione raffazzonata, figlia della timidezza o del disagio. La doppia falsità genera parole vuote (disimpegnate) e la doppia verità (udite udite!) parole responsabili, parole di verità. L’intoppo di questo bel giuoco sta nell’asperrima possibilità di verificare le intime verità; una verifica possibile nella complicità, sulla quale è bene non dilungarsi nuovamente. Il giochino serve, però, a spiegare chiaramente il senso che io attribuisco alle parole di Platone: l’assidua pratica della menzogna esteriore porta all’impossibilità di recuperare e di esercitare la verità intima e minaccia questa verità di corruzione.
Riportando queste argomentazione al discorso storico-sociologico sulla questione meridionale, si comprenderà con maggiore chiarezza di cosa sia figlio l’allontanamento morale dell’Uomo del Nord dall’Uomo del Sud e si potrà rinvigorire nel significato l’espressione: smarrire la bussola della propria umanità. Credo che la voce dell’Uomo del Nord abbia tenacemente instaurato una convenzione civile (la convenzione della diversità e dell’irrimediabilità antropologica dei mali del Sud) atroce, che atrocemente scava nei più intimistici anfratti della sua stessa identià, corrompendola. Altri dicono: autoconvincimento.

Beh, caro Platone, credo che il male stia prendendo il sopravvento nelle nostre nordiche anime, e che ci stia riuscendo passando per l’angusta finestra della sudditanza alla convenzione. Mai come oggi urge un barbaro strepitante, una Cassandra che ci appresti un pretesto per sentire amare le nostre lacrime, quando ormai sarà troppo tardi.

Come can la straniera ha nari acute,
e fiuta per trovare odor di strage.

Eschilo, Agamennone (trad. Romagnoli), 458 a.C.

(Altri tragici motivi di apprezzamento verranno. Con l’anno nuovo.)
(Auguri)

MdP 28 dicembre 2009

__________

Appartenenza

I miei propositi erano tutti rivolti alla conquista della certezza e a rimuovere il terriccio mobile e la sabbia per trovare la roccia e l’argilla. E ci riuscivo abbastanza bene, mi pare, in quanto nel tentativo di scoprire la falsità e l’incertezza delle proposizioni che esaminavo, non attraverso deboli congetture ma mediante ragionamenti chiari e fondati, non ne trovavo mai di tanto dubbie da non trarne qualche conclusione certa, non foss’altro che questa: che non contenevano nulla di certo.

René Decartes – Discours de la méthode

Voglio partire da queste ben note parole di Cartesio che chiariscono, immediatamente, come la ricerca di una parola responsabile (verità intima che coincide con la verità espressa) passi necessariamente attraverso il ripudio di ogni convenzione. Il rifiuto di ogni convenzione prevede un’approccio critico nei confronti della propria opinione: diffido della mia parola civile(esteriore) smantellandola: nego, rigetto, mi stupisco dell’evidente non per beneficiare stupidamente di una perpetua irresolutezza ( scetticismo ), bensì per intensificare il lavoro sulla parola intima. Così facendo, rendo me stesso terzo rispetto alla parola civile e alla parola intima,sono in grado di giudicare ( con fatica ma doverosamente ) sulla veridicità o  meno della mia parola interiore.

E’ stato correttamente detto, nell’ultimo articolo, che il linguaggio è convenzione:  comune (di molti) accettazione della loro verità. Io affermo, rifacendomi a Cartesio, che la ricerca di una parola responsabile ( quindi: il resistere ) passa attraverso il rifiuto di ogni convenzione. Ogni parola responsabile parte quindi da un rifiutare il linguaggio come pura convenzione: resistere significa  praticare la parola per praticare la libertà, in radicale opposizione all’aderire alla parola che è un aderire alla libertà. In questo senso, la parola libera del resistente è una parolaanticonvenzionale. Su questo punto, per il vero, noto numerose affinità tra l’Uomo del Sud e l’Uomo del Nord: entrambi finiscono con l’aderire ad una parola, quindi ad una libertà, eteroimposta, o meglio, eterofferta, in modo vincolante, sotto forma di convenzione. Per quanto mi riguarda, infatti, la mistificazione della libertà proiettata sullo schermo dell’immaginazione dell’Uomo del Nord è in buona parte sovrapponibile all’immagine di libertà vigente in terre di mafie (aderire all’organizzazione criminale come unica strada di libertà materiale): entrambe escludono  la pratica (della parola,della libertà) mentre esigono ( con diversi tipi di violenza, chiaramente, ma pur sempre violenza ) l’adesione. La parola dell’Uomo non-resistente, sia esso del Sud o del Nord, non è libera in quanto non-anticonvenzionale.

Ma in cosa consiste la pratica della parola, oltre il rifiuto della convenzione? In cosa consiste il lavoro sulla parola intima? Come va formandosi la parola responsabile e, soprattutto, in che modo la parola responsabile non rigenera i meccanismi della convenzionalità?
A questi quesisti, all’ultimo in particolare, io posso solo tentare di dare una risposta.

In primo luogo, penso che il lavoro sulla parola intima, teso alla formazione della parola responsabile (pratica di parola e libertà), dopo il rifiuto della convenzione, sia dominato da un vero e proprio contraddittorio delle esperienze: tra queste diverse esperienze, lo spirito critico permette di selezionare in modo laico quelle più significative e quindi pervenire ad un terzo momento in cui la parola (intima) viene scelta. Sempre attraverso lo spirito critico e sulla base della parola intima, l’individuo seleziona ulteriormente la propria parola civile e responsabile: è con questa parola che si costruisce la complicità.

Per ciò che riguarda la complicità è doveroso rimandare a quanto è stato detto nella discussioneSulla socialità. Voglio però sottolineare come dalla complicità possano derivarsi nuove tipologie di esperienze, molto intense, da far confluire all’interno del contraddittorio di cui sopra. Inoltre, cercando di rispondere all’ultimo quesito, è possibile rintracciare nella complicità un fenomeno assai rilevante che sgretola ogni convenzione: l’adesione diviene senso d’appartenenza. Il senso d’appartenenza prevede necessariamente una pratica, non un’adesione: chi appartiene non cessa mai di criticare la propria appartenenza; chi aderisce, al contrario, non ha mai cominciato a farlo.

Auguri.

LV 31 dicembre 2009

__________

All’ombra del Becco (di Filadonna)

Il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti. Il passato che non c’è più – l’istituto della tortura abolito, il fascismo come passeggera febbre di vaccinazione – s’appartiene a uno storicismo di profonda malafede se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora. E il fascismo c’è sempre.

L. Sciascia, «Storia della Colonna Infame», 1973

Il rifiuto di ogni convenzione spinge irrinunciabilmente a porre sotto la lente dell’analista i soggetti, le persone con le loro esperienze, che delle convenzioni vengono prima.
Ogni percorso di resistenza è un sentiero poco battuto, ai più sconosciuto e sinistramente silenzioso: a tal proposito mi piacerebbe fare copia-incolla di tutto il De vita beata, ma mi accontenterò di ricordare l’invito di Seneca ad andare non dove van tutti, ma dove si deveandare. (L’eco di questo “si deve” è sublime). Ed è in un contesto del genere, dominato dalla ricerca delle proprie necessità, che io vedo dispiegare i suoi salvifici effetti il contraddittorio delle esperienze.
La testarda fissità del nostro sguardo sull’umano microcosmo (fissità di pavesiana memoria) disvela l’incommensurabile portato dell’esperienza (del metodo) alla complicità. Detto questo, ecco la mia risposta ad uno dei quesiti (e a tutti).
Il lavorìo sulla parola intima è l’artigianale curvatura della schiena sul proprio personale microcosmo, nel disvelamento di tutta la sua verità: è la ricerca convinta di una felicità intima, egocentrica ed assolutamente laica (nei sensi più volte esplicitati). Tale verità, offerta inparagone al prossimo è la moneta di scambio della socialità più onesta e proficua. La prima necessità è dunaque la costruzione collaborativa di una parola civile veridica perché complice, e non perché convenzionale (ecco l’appartenenza). Il più arduo compito del parlare responsabilmente è il non cedere alle blandizie degli adulatori, di chi cioè aderisce irresponsabilmente (= per fuggire la responsabilità delle scelte) anche all’esperienze minoritarie, anche alle lotte partigiane. Ecco perché l’Uomo che resiste è un arrabbiato (rileggere l’Apologia!), un Socrate vagabondo in continua ricerca d’ignoranti da appalesare. Mi è dunque impossibile negare che sia responsabile anche l’allontanamento degl’irresponsabili, l’intransigenza con gl’intolleranti, il silenzio contro i ciarlatani. Ma ciascuno di questi atti, per essere non violento, dev’essere caratterizzato affermativamente: dev’essere, cioè, propositivamente alternativo, pioché la mera negazione è la morte del contraddittorio. Ironica conclusione!

Credo allora che, se una minima comune utilità dell’Uomo del Nord può essere circoscritta, essa si sustanzî dell’intima ricerca di quella verità intrinseca alla nostra esperienza di nordici, e della sua proposizione nel confronto. Essere storicisti alla maniera di Sciascia, ma con le proprie parole e sulla propria Storia! L’Uomo del Sud faccia altrettanto e, forse, dall’autocritica nascerà una nuova prospettiva, nella quale guardare a quell’umana identità tanto sperata.
Altrimenti, s’è trattato dell’ennesimo vano florilegio; e siamo punto e a capo.

MdP 3 gennaio 2010

__________

Sovranità

Lo scrittore siciliano, citato nell’ultimo articolo, non lascia spazio ad equivoci: ogni libertà ( vera, cioè conquistata ) passa attraverso la pratica della propria memoria ( frequentarne i luoghi con i tempi che le sono propri: vivere il passato e giudicarlo continuamente nel presente ). Le alternative (possibili, anzi, evidentemente di maggioranza) a questa scelta di libertà sono due: lamalafede profonda e/o la stupidità, due forme, alternative o complementari, di adesione(laddove l’appartenenza è dominata invece da buona fede ed intelligenza: non un giudizio di valore, ma un dato di fatto).

La scelta di praticare la memoria in vista della libertà conduce ad una coriacea consapevolezza: l’individuo è politicamente sovrano di se stesso e come tale riconosce il suo prossimo. E’ da questa consapevolezza che discende il diritto politico di resistere, di opporsi, di dissentire ; sempre di qui, discende il diritto di rivendicare politicamente una fragilità, una vulnerabilità, a cui corrisponde, specularmente, il dovere di esercitare la propria forza e la propria solidità in modo responsabile ( civile ).  Il fascismo nuovo ( ma, così, ogni forma di fascismo ) lavora tipicamente sul ricordo per incidere ( elidere ) la sovranità dell’individuo ed inibirne, quindi, l’esercizio dei diritti: laddove la Storia non viene manipolata ad arte, il singolo viene spinto lontano dai luoghi e dai tempi della memoria.

Scavare, a mani nude, per recuperare la  sovranità della propria sfera politica è il primo gesto, di memoria e appartenenza, dopo la scelta di essere storicisti:  un dovere di resistenza a cui, ancora una volta a dimostrazione e testimonianza di una sostanziale identità umana comune,  Uomo del Nord e Uomo del Sud sono chiamati, insieme.

LV 5 gennaio 2010

__________

L’urlo

La parola di resistenza è parola di uguaglianza perché possiede profondità, perché dice il risultato di un’indagine.
Proprio in questo senso possiamo dirla idonea a risolvere quei conflitti superficiali in materia di inentità personale, “bypassandoli”. Questo costringe ad ammettere il grande carico di presupposizioni che grava sul rapporto complice e che l’allontana concettualmente dalla “normalità”.
La parola che afferma una differenza superficiale, anche ammettendone la buona fede, è un urlo capace, al più, di creare un effimero squarcio nelle personali convinzioni, un momento di spaesamento, al quale la volontà saprà far seguire il ricomporsi dell’inganno consueto.
Quello che vuole la parola responsabile e pesante, invece, è dotare l’interlocutore di un metodo; e ciò è possibile a condizione che indaghi la persona in questione fino a riconoscerne i tratti d’eguaglianza, per poi iniziare un percorso a ritroso, nell’edificazione di una complicità sempre maggiore. La parola responsabile è gesto. Quindi, il primo gesto del complice (responsabile) nell’incontro col non complice (irresponsabile, incosciente) è un gesto di spoliazione (ancora l’umiltà!), di rinunzia a ricorrere al proprio bagaglio di presupposti (fucina d’alterigia), per il semplice fatto che questi non avrebbero efficacia alcuna, salvo la momentanea puntura da urlo sopra accennata.
A livello di Questione Meridionale, questa parola indagatrice andrà impiegata per recuperare quel nucleo d’identità che lega l’Uomo del Nord all’Uomo del Sud, l’Integerrimo al Mafioso. Paradossalmente, la comprensione (e la successiva resistenza) nasce dal trauma antropologico della scoperta d’un’identità inaccettabile, proprio come sostenuto da Giovanni Impastato. Dunque, se pormi devo un interrogativo, è questo: quanto a fondo possiamo ritrovare questa traumatica identità nei due Uomini in Questione? e quali sono i principali pregiudizi generatori di pretese differenze che s’incontreranno nella strada a ritroso, verso la complicità?
La generalizzazione è un prezzo che sono disposto a pagare, pur di cercare risposta.

MdP 11 febbraio 2010

__________

Scavo

La peculiarità del pregiudizio, come risulta da un’elementare ricerca etimologica, è quella di costituirsi quale fenomeno antecedente rispetto al momento della conoscenza: un ante-porre quella fase decisionale che determina un agire futuro, inteso in senso lato. Il pregiudizio rimane comunque un giudizio, e come in ogni giudizio il cui oggetto sia, bene o male, determinato, il problema si pone in termini di fondamenta della stessa decisione: occorre cioè porre in essere un’indagine finalizzata ad identificare quegli elementi che hanno condizionato l’operazione decisiora per comprendere quindi la qualità del giudicare. Dalla qualità del giudizio dipende la qualità dell’agire che su quel giudizio si fonda, rilievo di non poca importanza benchè apparentemente scontato.

Come detto, il pregiudizio è un giudicare che precede la conoscenza, ciò che permette di effettuare immediatamente un duplice ordine di considerazioni sulla base di quanto è stato scritto in precedenza su queste pagine: il responsabile/resistente nè può essere artefice del pregiudizio nè può accettarlo come dato empirico; egli deve, anzi, combatterlo con la conoscenza: intraprendendo personalmente un’attività conoscitiva ( indagine fondata su umile spoliazione ) e pretendendo dall’interlocutore che intraprenda la medesima attività.

Da un altro punto di vista, si può cogliere come il pre-giudicare si collochi perfettamente in armonia con l’agire dell’irresponsabile/fascista, anzi, è questo l’atto tipico con il quale egli consuma la sua corruzione ( irresponsabilità ): nel momento in cui si trova a rielaborare il proprio experior, l’irresponsabile giudica quando ancora i tempi non sono maturi per la decisione, ossia quando la propria esperienza non è divenuta ancora conoscenza. La causa dell’irresponsabilità è proprio questa attitudine al pre-giudicare che assorbe in sé il rifiuto per il sacrificio (indagine) che la conoscenza esige ( e che il responsabile richiede all’interlocutore in vista della complicità ).

La meccanica del pre-giudizio è quella che l’irresponsabile tenta di imporre all’incosciente, sollevandolo dalla propria responsabilità personale per costringerlo ad un’adesione; la meccanica della conoscienza (indagine) è quella che invece il responsabile impone ( tramite il gesto della parola ) allo stesso incosciente, addossandogli la sua responsabilità personale nel volere la sua appartenenza.

Tentando di rispondere al quesito posto nell’articolo L’urlo, mi pare che la profondità alla quale possiamo ritrovare questa identià traumatica di cui parla Giovanni Impastato, sia direttamente proporzionale alla pervasività del pregiudizio fascista: tanto più questo sarà dominante, tanto più in profondità occorrerà scavare, il che comporta un diverso grado di intensità di quel duro sacrificio che il resistente è sempre disposto a compiere in nome della conoscenza/resistenza.

In secondo luogo, i pregiudizi che si incontreranno nel percorso a ritroso verso la complicità saranno gli stessi incontrati nella fase di “scavo”. Ciò che cambia è l’approccio allo scontro: colui che prima scavava, da solo, nel pregiudizio, ora lo combatte al fianco del neo-complice che, per tesi, è coinvolto necessariamente nella lotta. Il fascismo di cui parliamo  è però potente e squote con la sua potenza persino il resistente, imponendogli il rischio della fuga; ma questa è, del resto, l’essenza della complicità e del resistere stesso.

Ciò che mi inquieta è il confine tra il reale e l’onirico.

LV 15 febbraio 2010

__________

__________

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: