Resistenza e amore

Resistenza e amore

Non rimane nulla della resistenza se essa non assiste la muta confessione della propria tragedia:vivere negando la propria scheletrica fragilità è consegnarsi alla lenta agonia della speranza.

Tale confessione è un gesto umano, folle: costringe ad un agire compreso eternamente entro l’autolesionismo e l’inconoscibile affermazione del proprio essere, un costante rifiuto della misericordia di se stessi accompagnato dalla più viva e antieroica sofferenza;  di tale agire, che è resistenza distillata, vanno seguite le tracce, a ritroso, discendendo la propria esperienza per poi risalire fino al presente, ricomponendo la frammentarietà con cui amore si manifesta potente,affinchè non ci colga impazienti, prima che impreparati, l’ansia di futuro. Di qui nasce,credo, la necessità di questa discussione.

Vedo nell’amore il più lucente degli atti fondativi: nell’ostinato percorso di resistenza sopra descritto, ci si risolve al più inaspettato sacrificio per chi  ha tentato di cogliere e ha colto l’altrui segreto, cimentandosi nella sottile ricerca di una rocciosa condivisione da poter esplorare. Ad esso, il resistente intende rivolgere la propria confessione, facendosi artefice di un gesto nel quale sublima il più netto egocentrismo. Già il solo desiderio è la prima pietra della propria libertà.

Fuori soffiava dolce il vento
ma lei fu presa da
sgomento
quando lo vide morir
contento.

Fabrizio de Andrè, Ballata dell’amore cieco, 1966

LV 28 novembre 2009

__________

La Verità nell’Amore

Le parole dell’amore laico vanno con pazienza estrapolate dal profondo silenzio di cui è circonfuso. L’intimità di un tale sentire rasenta l’indescrivibile. Per questo il suo disvelamento al mondo è atto al tempo stesso di fragilità e di coraggio. E’ il parossismo della condivisione e della complicità.
La dichiarazione della propria sofferenza è anche richiesta di aiuto ed è perciò invito pacifista alla scelta. L’intima condizione d’amore rivelata è imposizione della responsabilità di un eventuale abbandono, o di un’altrettanto eventuale, laico innamoramento. In ogni caso, l’atto d’amore realizza appieno la complicità, perché lega indissolubilmente la persona cui è appalesato a tale visione.
L’atto d’amore, mi si perdonerà se lo ripeto allo sfinimento, è atto di VERITA’. Non lo è nel senso che è sincero, o intellettualmente onesto (sono questi corollari), ma nel senso che mostra, testimonia una verità che è la più intima verità confessabile. Al prossimo è mostrato un abisso morale nel quale è chiamato a riconoscersi, potendosi sottrarre a questa responsabilità solo con la violenza (contro se stesso) del rifiuto della complicità.
Attuato questo rifiuto, potrà lasciare il proprio orizzonte riaffollarsi delle consuete disimpegnate visioni. Solo gli sarà impossibile dimenticare. Ecco perché l’atto d’amore è atto di verità ed è atto di memoria, poiché lega indissolubilmente la persona alle fonti della propria fallace natura, resa forte, nella socialità, da inganni consueti.
La condivisione, che è prima di tutto dono, di questo laico amore è l’apoteosi di un pacifismo responsabile e personalizzato: non una santa elargizione, ma una condivisione figlia di una scelta, della scelta di un prossimo cui chiedere un sofferente gesto di amore e complicità.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
Alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
Tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925.

[…] Durante il cammino, le folle gli si accalcavano attorno. 43Una donna che soffriva di emorragia da dodici anni, e che nessuno era riuscito a guarire, 44gli si avvicinò alle spalle e gli toccò il lembo del mantello e subito il flusso di sangue si arrestò. 45Gesù disse: “Chi mi ha toccato?”. Mentre tutti negavano, Pietro disse: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia”. 46Ma Gesù disse: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me”.47Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, si fece avanti tremando e, gettatasi ai suoi piedi, dichiarò davanti a tutto il popolo il motivo per cui l’aveva toccato, e come era stata subito guarita. 48Egli le disse: “Figlia, la tua fede ti ha salvata, va’ in pace!”. (Lc. 8, 42 – 48)

MdP 29 novembre 2009

__________

Fiducia

Parlare di amore in termini di resistenza, permette di cogliere un elemento strutturale della complicità, il quale viene spesso compromesso dalla povertà (così amaramente lontana dall’essenzialità) del contesto in cui il vivere sociale si anima.
La fiducia, quale fondamentale momento di resistenza, vuole essere l’oggetto di questo articolo, ed è nell’amore che l’agire complice si coniuga, senza errori, ad un agire fiducioso: la fiducia quale momento centrale della complicità trova la sua affermazione, incontrovertibile ed inattaccabile, nell’amore.

La fiducia si configura quale presupposto logico-sostanziale della speranza: se quest’ultima, come si può leggere in Apologia della speranza, può essere definita come il motore di un attento, responsabile, non casuale agire egocentrico, finalizzato alla generazione dei frutti sperati, allora si può aggiungere che la fiducia è quella condizione soggettiva iniziale che proietta i frutti sperati ( quindi perseguiti ) in una prospettiva quanto meno sostenibile ( credibile ). In altre parole: la speranza trova la sua ragion d’essere nell’idea che l’individuo ha del proprio futuro e l’agire di questo sarà tanto più determinato (speranzoso) quanto più intensa sarà la sua fiducia in quell’idea di futuro che si è fatto.

Ciò che drammaticamente accade, è questo: alimentando artificialmente la speranza e prosciugando meccanicamente la fiducia, il fascismo nuovo spinge l’esperienza dell’individuo oltre la sua aspirazione, costringendolo ad inseguire brevi e vuote soddisfazioni lungo un vano percorso esistenziale, spesso tragicamente prefabbricato secondo l’arte dell’egoismo. Ecco lapovertà alla quale risponde, feroce, l’amore: questo, in un’incessante opposizione, nutre la terra della fiducia per nutrire la radice della speranza, impone all’individuo una difficile assunzione di responsabilità, restaura il primato della necessità che torna a precedere il vivere, ad essa nuovamente teso, ed è la resistenza: vendetta dell’uomo contro la propria disumanizzazione.

Ragione ricomponga quindi i termini di questa vendetta e la faccia propria: un agire civile di responsabile opposizione non può prescindere da una conoscenza profonda dell’amore quale sintesi di ogni fenomeno di liberazione.

LV 1 dicembre 2009

__________

Depauperamento

La comprensione del fenomeno sociale contemporaneo, con tutte le precisazioni di circostanza scontate quanto necessarie (“condizioni personali e sociali”), discende dall’analisi del processo di depauperamento intellettuale dal quale, con tragico sarcasmo, ho sempre sostenuto possibile salvarsi con la cultura e l’autoironia. In realtà, la questione è un po’ più complicata.
Credo che il depauperamento riguardi non tanto la riduzione della disponibilità di mezzi per estrinsecare la propria personalità intellettuale, quanto piuttosto l’abbellimento di poche, preconfezionate prospettive di sviluppo di detta personalità. La sussistenza degli strumenti per costruire una società intellettualmente ricca rende ancor più sconcertante la costatazione della povertà.
Dunque, la povertà intellettuale è prima di tutto lassismo culturale: non-volontà di personale estrinsecazione e quindi, ancora una volta, disimpegno.
L’esercizio dell’amore, che è probabilmente l’esercizio più impegnato realizzabile, è la preventiva negazione dell’esistenza di una prospettiva conveniente e, per ciò stesso, univoca. Dunque il discrimine, e poi la scelta, tra bene e male, tra complicità e rifiuto, nasce da un principio non utilitaristico ma volontaristico: ancora un’affermazione egocentrica (ma non egoistica).

Qui, a mio parere, si inserisce il discorso sulla fiducia come laica fede nell’amore: la consapevolezza, cioè, nelle potenzialità del proprio mezzo di estrinsecazione d’identità intellettuale.
La scelta di resistenza nell’amore è, in questi termini, l’esercizio di una incondizionata predisposizione all’apertura, temperata dal costante esercizio dell’impegno: insolubile dicotomia tra una complicità potenzilmente illimitata (e asserita pubblicamente) e una complicità realizzata nell’intimo spazio di confine del resistere. Insieme.

Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

G. Leopardi, Il passero solitario (vv. 15, 16), 183

MdP 7 dicembre 2009

__________

Insicurezza

Si sgretola l’asfalto che sostiene la rigidità delle proprie posizioni.
Così, una volta consumato il lauto pasto dell’illusione, la voragine si apre: ogni rigidità nasconde la più clamorosa insicurezza ed ogni insicurezza culla, nell’agitazione, la più pura verità.

La scelta ( è una scelta! ) di amare rimane per me la più vivida e bella liberazione: conduce l’esistenza al rifiuto di tutto ciò che è percepito come accettabile ex ante, esalta il ruolo della ragione quale strumento e non fine, colloca la propria esperienza nella complicità dove l’altro el’altrui intensificano la prospettiva di fiducia scavando l’orizzonte. Non esiste amore nè resistenza laddove una gestualità soddisfacente, sotto un profilo “pratico” e coerente, non si coniuga con l’ebbrezza di un’esperienza diretta di quella verità sommersa dalla propria inspiegabilità: una resistenza (un essere) ai margini dell’amore è una non-resistenza (un non-essere) in quanto puro utilitarismo che costringe ad un vivere in ritirata privo di meta.

Il processo di impoverimento viene combattuto attraverso un ribaltamento dei suoi presupposti, attuato mediante la gestualità intellettuale di chi resiste nell’amore: invece di procedere dallaprospettiva al mezzo ( conosco la prospettiva ergo la so gestire ergo ti fornisco strumenti per giungere a quel tipo di esperienza ed azzerare così il costo della socialità: ecco la prospettiva preconfezionata ed abbellita ), il resistente procede inversamente dal mezzo alla prospettiva rendendo la complicità vero terreno di confine, terreno in cui la condivisione di quel sperimentare in prima persona un ignoto è ciò che traccia la strada del proprio esistere.

LV 10 dicembre 2009

__________

Tentativo di laicità

Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

G. Leopardi, A Silvia (vv. 26, 27), 1828.

L’amore erotico è una relazione intrisa di dominio: una lotta di sterili resistenze, tesa fondamentalmente ad ammantarsi del fascino caratteristico di ogni oggetto (non casuale parola) desiderato. Appare come l’istrionica danza dell’irrazionale, danzata da soggetti che hanno come unico scopo l’ingannare se stessi di aver questo amore determinato. Questo, a mio parere, è il procedimento logico (illogico!) che finisce per soffocare ogni corteggiamento sotto una spessa coltre di atteggiamenti (Atteggiare è “dare l’atto o gesto alle figure, acciocché esprimano gli affetti che si vogliono rappresentare”; Pianigiani) e malintesi.
Siccome non ho fatto esperienza del mondo fuori dal mondo, ho avuto occasione di vivere da protagonista tale situazione e di definire la detta danza, non senza pessimismo, valore aggiunto al nulla. Questo a voler significare esattamente come, in realtà, grande parte degli atteggiamenti erotici, nei rapporti interpersonali, finiscano per complicare ciò che altrimenti sarebbe più immediato e complice (ma non semplice!).
L’amore erotico è solipsistico.

L’amore religioso, al contrario, è il volontario smarrimento della propria identità nell’altro, finalizzato ad ottenere una perenne giustificazione della propria debolezza, preziosa moneta di scambio. L’amore diviene, in questo caso, semplice scusa del proprio disimpegno: “sono debole, vulnerabile perché innamorato”.
L’amore religioso è, con tutta evidenza, un atto di devozione (Devoto, “adoperato secondo la forza sua originale, vale «offerto in voto o al sacrifizio», e quindi «destinato a morte, danno, pena e simili»“; idem) compiuto nei confronti di un’altra persona. Tale atto presuppone la spoliazione del proprio “bagaglio identitario” e realizza, neanche a dirlo, una relazione di sottomissione.
L’amore religioso, con tutto il suo portato di immobilismo, di stasi intellettuale (generati dall’autoconvinzione d’essere l’un l’altro bastevoli) è il più alto simbolo della corruzione morale.

Per il discorso su solipsismo e corruzione morale, rimando a quanto detto in precedenza; quanto mi sta a cuore, ora, sottolineare è la sostanziale identità di risultato dell’applicazione degli eccessi della morale al fenomeno amoroso come generalmente inteso e conosciuto: come insieme, cioè, di amore erotico e amore religioso.

L’amore laico è, molto più semplicemente (ma, ahimé, solo a dirsi!) contrapposizione e quindi, prima di tutto, differenza. Qui la devozione, che è fiducia, si compie primariamente nei confronti dello stesso amore (“il resistente procede inversamente dal mezzo alla prospettiva”): chi resiste non domanda amore ma dall’amore esige. Questo è il concetto promotore della resistenza che la rende, per ciò stesso, attiva.
L’amore è la costante disputazione attorno alla possibilità del proprio resistere; alla portata, cioè, della propria estrinsecazione intellettuale nel mondo. L’atteggiamento non crea complicità, perché mente; la devozione nemmeno, perché nega l’io; l’amore laico edifica complicità, perché si esprime ed esalta nell’egocentrica promozione di Verità.

(Urge deuteragonista)

MdP 12 dicembre 2009

__________

Critico spirito

La pratica dell’amore è un dispiegare faticosamente il proprio spirito critico.

Colui che sceglie di amare, (ri)comincia sempre da un processo di cognizione volto ad accertare la propria onestà: decostruire la propria rigidità e ricondurre lo sguardo verso la verità depositata sul fondo dell’insicurezza. Questo è il primo momento di impegno che però si ripropone continuamente nell’amare: amore è la costante disputazione attorno alla possibilità del proprio resistere. L’impegno è quindi, primariamente, un esigere onestà nei propri confronti; l’estrinsecazione può partire solo dal riconoscimento del proprio io come vero: se verità ed individuo non coincidono, allora non può esserci estrinsecazione in vista della complicità ma solo violento utilitarismo che porta ad un, seppure apparentemente solenne, individualismo etico ( suicidio: passaggio dall’umano al disumano ). L’amore è quindi geneticamente legato alla vivida liberazione: chi decide di amare necessariemente deve decidere di liberarsi dalla menzogna, costi quel che costi.

L’impegno, che è liberazione, come la bussola, indica la strada ma non porta a destinazione. L’individuo libero, impegnato, forte della sua scelta di resistenza, coglie allora l’estenuante e difficoltosa concretezza dell’amore laico: la pratica quotidiana di questo amore prevede che la libertà pensata (intellettuale) ottenuta sul piano delle scelte ( decisione originaria di combattere la propria rigidità ) sia portata sul piano della realità e quivi sostanziata attraverso quel comportamento che edifica la complicità. Questo comportamento (egocentrica promozione di Verità) è per me quel faticoso dispiegare il proprio spirito critico a cui ho accennato inizialmente.

E’ infatti attraverso la valorizzazione e la pratica di un approccio critico ( è bene ricordarlo: fondato su un’onestà dolorosamente guadagnata ) che si percorre la strada indicata dalla scelta di impegno originaria: strada nell’amore laico che conduce verso la verità. Tale percorso è segnato da una dialettica ( interiore quanto esteriore) dominata dalla regola dell’esigenza, la quale trova il suo fondamento ( la sua ragione d’essere quale regola di riferimento ) nell’autonoma e coraggiosa scelta di libertà: la strada dell’amore è lastricata dalla necessità.

Alla luce della necessità, resa palese dalla propria liberazione pensata, l’approccio critico rilancia continuamente la questione in termini di conquista progressiva: ogni atto risponde ad un’esigenza, negando così la propria gratuità eventuale, e contribuisce a spingere lungo la strada nell’amore.

L’approccio critico è, in conclusione, lo strumento con cui ci si oppone alle contingenze che spingono indietro verso la rinuncia alla propria libertà ( siano esse contingenze di carattere psicologico e derivanti dalla propria privata esperienza oppure violentemente imposte dal fascismo nuovo );  tale opposizione è per me faticosissimo amore e, quindi, resistenza: così diventa comprensibile la mia rabbia, il mio prendermi sul serio, il mio caricare di impegno e pesantezza anche l’attimo leggero e l’autoironia, in uno sfrenato amore mai gratuito che vuol rispondere a queste parole:

Diffidate sempre da chi è sempre così, da chi non ha autoironia, da chi si prende troppo sul serio, da chi è sempre arrabbiato, da chi non sa sorridere, da chi non sa amare gli altri.

Silvio Berlusconi, comizio a Piazza del Duomo, Milano, 13/12/2009

LV 15 dicembre 2009

__________

Vitale esercizio

La lettura di Critico spiritoripetuta, mi porta sempre a sentire lievitare, dentro, l’affermazione:

La libertà, ogni libertà, può coscienziosamente essere asserita solo se consapevolmente esercitata.

La nostra generazione si trova a vivere in una condizione fatta di tante libertà che sono state da altri conquistate e, per questo, sono da noi date per scontate. Questo è il sunto di quell’ideale terreno di coltura, nel quale il nuovo fascismo foraggia i propri adepti. Credo che il più spassionato atto di amore che possiamo compiere nei confronti delle libertà che non siamo chiamati a conquistare sia, quanto meno, il loro esercizio critico. Questo semplice, profondamente umile gesto segna l’inizio di una pratica impegnata di fondamentale vitalità, nel senso più concreto del termine.

L’amore per la libertà si tramuta, così, nell’amorevole esercizio della libertà. Con gratitudine, certo, ma non senza una netta presa di responsabilità. Muoversi coerentemente in un universo precostituito rispetto a noi e che, presumibilmente, a noi sopravviverà è per me proprio questo responsabile esercizio della propria libertà al suo interno, indipendentemente dall’ampiezza di detta libertà la quale, per ampia che sia, risulterà rinnegata (dunque, perduta) nel disuso, che poi è il massimo disimpegno.

Ancora, imperante, la necessità di scindere il rifiuto (responsabile e impegnato e giustificato) dalla rinunzia (irresponsabile e disimpegnata e, soprattutto, spesso ingiustificabile).

La libertà non è facoltà di disimpegno da; è facoltà di impegno per – una partecipazione all’Essere stesso. Di conseguenza, l’autentica libertà non può mai essere raggiunta nell’allontanamento da Dio.

Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI.

MdP 17 dicembre 2009

__________

Frammento

Questo esercitare la libertà, che è incessante lavoro su esigui interstizi, apre la strada all’intelligenza. Così il resistere, con occhio attento e realistico, sulla sua intelligenza accende la propria splendente passione, dura roccia vulcanica: compattezza nascente da esplosione.

Ecco il peso ed il senso della speranza, nell’amore nuovo: non più (disperato) inseguimento di un’illusione alla quale la passione accede come fattore esterno, come corroborante influsso di credibilità autoindotta (ancora: disperazione!), ma una passione viva e potente alla quale l’illusione giunge come pioggia sul campo.

Relitti di una illusione, i gesti che dovevano realizzarla le sembravano sempre meno sopportabili, come quegli atti che, all’inizio di una passione, sono l’estasi e, alla fine, la sua espiazione.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, Milano 1989

LV 19 dicembre 2009

__________

Voci

Il dilemma su come comunicare nell’esasperazione nasce proprio da qui: dal saper soppesare sapientemente la propria distaccata oggettività (che è coerenza) con il lavoro insistente su ogni spiraglio di complicità (che è presenza). Un dilemma, semplificando ulteriormente, tra essere ed esserci.

La tentazione è quella di risolvere la questione, semplicisticamente, nell’ostinato rifiuto degli estremi: un esagerato distacco o un’invadente presenza. Va invece ricercata una soluzione assai più raffinata. Innanzitutto, tra i due atteggiamenti, quello che più s’avvicina alla deontologia della complicità è l’oggettiva e distaccata coerenza. È infatti questa che permette di far leva sull’altrui libertà e quindi sull’altrui consapevole scelta di intraprendere un percorso di complicità. Il guaio sta nel fatto che è proprio in questo momento, che è attimo, che si inseriscono le resistenze di cui discutiamo; ed è qui prima che altrove che il fascismo nuovo miete le sue vittime. Dunque, è da questo attimo che nasce la necessita, per chi resiste, di riconsiderare la teoria pura della complicità, alla luce delle circostanze concrete.

La retorica del fascismo nuovo parla all’individuo a due voci: da un lato lo persuade della propria autosufficienza nel compiere competitivamente le azioni positive (il successo sociale, l’arricchimento eccetera), dall’altro lo spinge a far leva sulla collettività (ristretta in senso fascista) solo quando si tratti di porre in essere azioni negative (il respingimento del diverso, il mantenimento dello status quo eccetera). Il risultato è una società fatta di tanti cerchi concentrici, fondati sull’esclusione di parte dell’insieme al quale appartengono, ed animati a loro volta da tendenze centrifughe (tutti gli italiani contro gli immigrati, ma a loro volta frammentati da mille discriminazioni). Colonna protante del sistema l’assunto secondo il quale ogni progresso individuale nesce da un’esclusione, perpetrata collettivamente: frazionamento della colpa (singolare), esaltazione del “meriti” (plurale).

Alla retorica bilingue del fascismo chi resiste deve sapero opporre la propria univoca coerenza: ennesimo indizio dell’inestimabile valore e peso delle parole resistenti. La parola più congeniale è la parola che veicoli l’Amore, in quanto parola idonea a disvelare senza resistenze la propria posizione e, al contempo, gravata di un valore intrinseco inestimabile che, se colto, induce responsabilità e dunaque scelta. Tale è una parola che impegna in una complice resistenza e impone (pacificamente) il reciproco rispetto, fondato sulla consapevolezza del valore dell’altro quale fondamentale compagno e interlocutore. La parola resistente, al contrario di quella neofascista, fonda la propria capacità comunicativa su di una preveniva unione nella complicità, ed estrinseca la propria forza edificando nuova ricchezza, che è ricchezza comune.
Un indefesso esercizio di coerenza (distacco) volto a moltiplicare le possibilità di contatto, per poi dimostrare con l’Amore il proprio portato risolutore all’altrui esasperazione; portato che in null’altro consiste se non in un’offerta di complicità dialogante sulla strada della comune e sempre rinnovabile resistenza.

La ricerca della complicità tramite la parola resistente, parola d’Amore, più che un potere, più che un dovere, m’appare un’ineludibile necessità.

MdP 13 maggio 2010

__________

Il paradosso della libertà

Non ci sono ulteriori fasi rispetto a quelle schematicamente descritte. Queste si susseguono in un moto circolare costante e privo di soluzione di continuità: la ricostruzione complice, il mutuo arricchimento, portano ad una nuova conoscenza di se stessi cioè ad un nuovo inizio. In questa dinamica si realizza la tensione progressista del resistere: l’agire responsabile teleologicamente orientato alla complicità ( in senso lato ) rende possibile una crescita collettiva  nel reciproco riconoscimento/arricchimento, nitidamente tangibile tanto nel breve quanto nel lungo periodo.

Il primo insegnamento della resistenza è quindi il paradosso della libertà: la conquista della propria posizione si dissolve ( tragicamente o comicamente ) nella mera emancipazione laddove non assista il duro ( perchè determinato esclusivamente da una volontà non coercitivamente ispirata ) sacrificio del ritorno ad un lavoro di conoscenza sulla propria persona. Proprio in questo ritorno il responsabile si distingue dall’irresponsabile: mentre quest’ultimo, laddove giunga a porre in essere un percorso di emancipazione, si soddisfa nel distinguersi ( separazione da un’originaria condizione al fine di cancellare dal cosmo una sofferenza ), il resistente ri-affonda nel conoscersi per rispondere alla necessità di costruire solidi legami di libertà che, essendo legami d’Amore, si calcificano nella compartecipazione complice alla formazione di una regola viva perchè di comune appartenenza. Si comprende quindi come l’irresponsabile finisca necessariamente per scivolare sotto l’ala del qualonquismo: il suo è un delirio di onnipotenza che si compie per svanire, la cancellazione del male attraverso la fuga dalla  decisione postula la subordinazione del proprio agire ad un sogno di potere che trova il suo campo d’esistenza nell’estetica, traducendosi in un edonismo arrogante e violento. La posizione di libertà ( rectiusdi libero arbitrio ) eventualmente conquistata dall’irresponsabile si declina a questo punto secondo criteri di gratuità: l’esercizio del dominio, non potendosi sviluppare sulla sostanza visti i presupposti, si scatena sull’apparenza. Nella distanza tra sostanza ed apparenza si innesta la prepotente ideologia dominante, dando vita a quella fenomenologia contemporanea su cui a lungo ci siamo soffermati in queste pagine. Il resistente, al contrario, mira ad azzerare la distanza tra sostanza ed apparenza concentrando il proprio agire attorno al momento della decisione, gestendo il suo libero arbitrio ( conquistato ) nel tentativo di riunificare la realtà su di un piano esclusivamente umano. Ciò mi da modo di tornare a riflettere sull’idea di speranza e di puntualizzare il mio punto di vista.

Quanto affermato da Monicelli durante Raiperunanotte ( estirpare dall’esistere la speranza quale elemento negativo generato dal potere al fine di controllo ) si colloca, a mio modo di vedere, in linea con la nostra analisi se ed in quanto il concetto di speranza viene collocato nella prospettiva umana ri-unificata dal resistente contro il fascismo e l’irresponsabilità: solo dove la sostanza viene a coincidere con l’apparenza, nella concreta materialità dell’esistenza umana vissuta secondo necessità, solo in quel momento di profonda libertà la speranza può essere intesa quale rifiuto del caso come elemento imprescindibile dell’agire ( MdP ). E’ quanto abbiamo sempre sostenuto, ritenendo la speranza elemento centrale dell’agire resistente ( Vd Apologia della speranza e seguenti ).  Nell’ambito, invece, di una dimensione irresponsabile, la speranza ben si presta ad assumere qualità di strumento di potere, alimentando l’idea di un futuro cambiamento in bene non determinato da altro se non dalla personale osservanza/adesione: in questo modo lo spirito critico si addomestica e l’individuo lentamente finisce narcotizzato come abbiamo più volte sottolineato. In questa chiave ho interpretato l’affermazione del regista italiano, come un invito a rifiutare un atteggiamento fideistico. Al contrario, la speranza non deve mai mancare nel cammino resistente: essa non potrà che  derivare dalla propria volontà critica,  avrà così per oggetto  esclusivamente il nesso causale che lega i propri gesti in un contesto di libero impegno nella realtà umana unificata.

Sulla scorta di quanto fin qui abbiamo detto, credo si possa concludere affermando che il resistente debba esaltare l’altrui portato risolutore valorizzando l’individuo per la sua volontà didare, cioè di inserirsi nel paradosso della libertà, volontà che, per quanto remota, è sempre presente. Questo deve essere il punto di partenza del resistente nella sua attività dialogica.

Tentando di ricostruire il discorso secondo lo schema proposto da Mdp, si potrebbe dire che il resistente “scommette” sull’altrui responsabilità poichè il rapporto con l’Altro comincia direttamente dal punto 2, ossia dal Dialogo nella diversità alla ricerca del portato risolutore senza la possibilità “storica” (salvo rare eccezioni comunque svincolate dalla volontà ) di poter dare avvio ad un lavoro sulla conoscenza di se stessi nella reciprocità: dal secondo punto quindi prende piede un percorso di complicità che culmina con la ricostruzione complice di cui al punto 4. Solo in questa fase si svela l’effettiva responsabilità dell’Altro: nell’ipotesi positiva, la ricostruzione complice sarà segnata da un nuovo “conosci te stesso” che a sua volta si svilupperà secondo il moto circolare del percorso di resistenza sopra descritto ( l’avanzare della resistenza nell’esperienza è assimilabile all’avanzare del carro grazie al movimento della ruota ). Mi sembra quindi che il percorso nella complicità possa dirsi iniziato solo nel momento in cui il ciclo ri-comincia grazie ad un reciproco riconoscimento di responsabilità, il che rende la necessità di abbassamento di questi giorni significativa ( evidentemente un nuovo inizio si è realizzato ), ma allo stesso tempo spiega la difficoltà di coinvolgere l’Altro nel vero e proprio resistere. Difficoltà sulla quale continuare a riflettere.

LV 28 giugno 2010

__________

__________

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: