Futuro

Futuro

Come in ogni situazione di frontiera, alla vigilia d’un cambiamento, d’una partenza, sento il bisogno di fare una rapida riflessione su questo nostro primo “anno accademico” e sulle plausibili e auspicabili evoluzioni.
E’ chiaro che questo spazio ha rappresentato il momento di chiusura del vorticoso percorso di indagine interiore soggettiva, finalmente incanalata in un mezzo espressivo in grado di srotolarne i filamenti, disponendoli in ordine davanti agli occhi dell’altro. Rileggendo le pagine, è meraviglioso notare come dal confronto di “soli due” sia potuta scaturire tale complessità e, senza pretese d’autocelebrazione, profondità.
Indubbiamente, questo spazio ha consentito un lavoro di immersione alla ricerca delle proprie radici e di consolidamento delle stesse, in una dialettica scevra di pregiudizi. Quindi, è stato in grado di accompagnarci nella “fase uno” dello schema.
Ora, si apre un periodo in cui, pur nella diversità delle esperienze individuali, siamo chiamati a tentare l’esercizio di atterramento, alla ricerca della complicità; e, credo, a interrogarci sul ruolo che Orizzonte può avere in queste ulteriori fasi. Questione, certo, di non immediata soluzione, ma di sicuro interesse e sulla quale ciascuno potrà spiegare il proprio portato d’esperienza dei prossimi mesi.

In merito, ritengo opportuno aprire una nuovo discussione: “futuro”.

MdP 11 luglio 2010

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Rabbia nella parola

Una riflessione sul futuro necessariamente attrae a se considerazioni sul senso stesso del proprio lavoro. Attualmente, grava il peso di una profonda sfiducia, dettata in buona misura dalla profonda solitudine con cui viene ripagata la libertà degli uomini e delle donne di questo paese. Non rimane una questione di isolamento, di sottrazione, di non-condivisione dello spazio e del tempo che ci si impegna a combattere ( isolamento spesso frutto di una scelta individuale e necessaria ), quanto piuttosto un esasperante confronto con lo sguardo vuoto ( definitivamente? ) di chi ti accoglie o già lo ha fatto in passato! Questa è la solitudine, ciò che attraversa trasversalmente l’ideologia. Per questo non riesco ad immaginare in questo momento altra finalità per questo spazio se non quella di offrirsi come luogo di rielaborazione razionale della rabbia nella parola. La vaghezza di questa affermazione è voluta: sono troppi i capi impugnati in questa opposizione, troppo variegato lo spettro delle occasioni che quotidianamente si impone aprendo un sempre nuovo e amaro fronte di scontro. Non posso ricostruire, oggi, il mio resistere in una realtà ontologicamente unitaria senza pagare il prezzo di renderla onnicomprensiva, ed è quanto mi sento di affermare riguardo a questo spazio.

LV 6 agosto 2010

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Bisogno

L’attualità del riferimento alla solitudine, nel precedente articolo, e l’impellenza di una profonda e sincera comunicazione, mi spingono a scrivere, aggiornando questo spazio, nonostante l’atrocità della contingenza. Ma è tanto vero quanto paradossale che proprio in momenti di profondissima crisi la coscienza si ridesta, con rinnovato vigore, per offrire risposte dotate di rara immediatezza.

E’ proprio nell’esperienza della solitudine che ci è concesso soppesare lo spessore dei rapporti umani che, fino a poco tempo prima, ci permettevano di dirci tutt’altro che soli. Proprio nel momento del bisogno (parola fin troppo vituperata proprio in tali momenti) ci è concesso discernere la qualità dei legami, la forza delle relazioni e la longevità della fiducia: tutti elementi altrimenti presupposti.

La verifica circa l’efficacia della nostra condotta morale alla ricerca delle complicità è, nel bisogno, messa alla prova. Ed essendo la complicità, ora lo so, il luogo della speranza, è la stessa sussistenza di questa a esser posta in discussione.

Grazie al cielo, c’è spazio per più d’una risposta affermativa alla domanda: ” c’è speranza?”; ma quanta rabbia nelle mie parole!

MdP 7 settembre 2010

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Finitudine e divenire

La riflessione sollecitata dall’ultimo articolo mi ha portato a concentrarmi sulla stretta morsa di finitudine e divenire, dalla quale scaturisce uno stato di bisogno inteso quale condizione sintomatica di una problematicizzazione del senso di continuità immanente all’individuo. La radicalizzazione del pensiero, alla quale siamo costretti dalle circostanze, ha reso ancora più evidente il brutale rapporto di causalità necessaria che lega la prospettiva futura (individuale e collettiva) al confronto con la suddetta problematicizzazione: potremmo forse, un domani, dotarci di un linguaggio significativo perchè responsabile, o pronunciare una parola sinceramente ”appesantita” dal nostro portato esistenziale, pur sottraendoci oggi alla durezza inestimabile di questo confronto con il divenire?

La risposta, evidentemente negativa, porta a considerare la complicità quale unico spazio nel quale dispiegare l’ordine del discorso nella sua complessità, chiarendo, in questo modo, sia l’identificazione della stessa con il luogo della speranza sia la necessità di verificarne i presupposti al fine di garantirne la tenuta. Occorre dunque partire, con tenacia, umiltà e coraggio, proprio da questa verifica, adottando quale criterio generale la decostruzione capillare di ogni residuo di certezza rimasto per poi calarsi nell’impegno della scelta responsabile eformante, seguendo sempre la direzione della ricostruzione di concetti in modo visceralmente libero.

Sarà allora attraverso la pratica di questa metodologia che l’efficacia del nostro agire passato e futuro si dimostrerà reale. Se così sarà, come mi auguro, il nostro impegno potrà assumere i connotati della testimonianza che funge da tramite tra la Memoria e la Storia, permettendoci così, e solo così, di poter scolpire con forza e per sempre il valore della nostra Resistenza.

J’ai pu supposer vrai ce que je savais avoir pu l’etre, jamais ce que je savais etre faux.

Jean-Jacques Rousseau, Confessions

LV 6 ottobre 2010

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