3 – Partecipazione democratica

Il numero di Orizzonte che proponiamo questo mese ha avuto quale evento ispiratore la manifestazione del 13 febbraio scorso. Da essa abbiamo sentito alzarsi un impellente interrogativo circa la possibilità e il senso, oggi, di una genuina partecipazione dei cittadini alla democrazia; e abbiamo deciso di fare di questa il centro di un ragionamento che spaziasse dal suo tradimento, nelle forme dell’insussistenza di una vera opposizione (III) e di un’incapacità comunicativa mediatica (II), alla sua resistenza-riaffermazione (I), al suo intuibile futuro (IV).
Nel solco di quanto affermato nel Comunicato contro-culturale, consideriamo inequivocabile e indispensabile gesto di protesta, contro l’indebolimento della democrazia partecipativa, l’esercizio costante del democratico diritto d’opinione e di critica inteso, però, non come comunicazione “del gesto e dell’urlo” ma come esercizio alto di responsabilità ontologica.
Solo se e quando posta dinnanzi alla coerenza morale e alla pertinenza critica, la retorica di regime si sgretola, mostrandosi in tutta la sua banalità. Ed è proprio a questo risultato che mira il nostro gesto di partecipazione, con l’ambizione di essere da esempio per quanti, con parole e coraggio, vorranno ispessire le fila partigiane degli odierni resistenti.

Questo è tutt’altro che un atteggiamento di rottura, in quanto presuppone e ricerca una dialettica. Questo è, al contrario, il metodo forse più democratico di difendere quell’unità nazionale in questi giorni celebrata. L’impegno critico per un secondo Risorgimento si fonda sulla volontà che i prossimi 150 anni di storia italiana siano scritti partendo dalla condivisa premessa democratica, nata nel1861 e consacrata, con bellezza e lungimiranza, dai padri costituenti nel 1948, non a un caso proprio all’indomani di una profonda crisi democratica, vinta, a caro prezzo, dalla Resistenza.

I. Primavera nordafricana

La miccia che accende la protesta: Mohammed Bouazizi. Mohammed era, a dispetto di tutte le romantiche ricostruzioni tentate dai media internazionali e locali, con strazianti interviste a familiari e laconici commenti delle forze di polizia, nulla più di quelli che sulle nostre spiagge godono dell’appellativo di vucumprà. Con il suo banco errante, Mohammed si dedicava al commercio al minuto di merci ottenute a credito. Era, a ben vedere, uno degli ultimi è più umili anelli economici che congiungono il popolo numeroso ai palazzi dorati dei signori del petrolio e della finanza, e ai dittatori. Nella rappresentazione supponente e “antica” che l’Europa e tutto il mondo occidentalizzato si fanno del continente nero, persone come Mohammed sono individui incapaci di democrazia e, ancor prima, di rivendicazioni democratiche. Come ogni incapace, l’Africa è da sempre considerata una terra da guidare, da condurre. A questa volontà, romanticamente fondata sugli ideali europei più fulgidi e illuminati (diritti umani, eguaglianza, legalità, democrazia…), i secoli hanno sostituito un insieme di considerazioni utilitaristiche, che rientrano oggi nell’aura di un orribile termine: realpolitik. E con “real” non ci si riferisce certo a realistico, bensì a materiale. E la “materia” per antonomasia, in realpolitik, è il soldo. Ecco che, allora, dalla colonizzazione degli ideali, che presuppone e prospetta l’esportazione dei principi, si scade in un baleno nella ricerca della stabilità. La stabilità è come un morbo. E lo è non solo perché comporta spesso una immunodeficienza della democrazia, seppur venduta agli occhi dei popoli e degli osservatori internazionali come il presupposto necessario della pace e del progresso, ma anche perché, come il morbo, rappresenta il punto d’arrivo di un processo di contagio, con la peculiarità che questo processo è quello che meno interessa a chi per il morbo “fa il tifo”, cioè a chi insegue il soldo. Minimale è la differenza tra i diversi approdi possibili alla stabilità, che sia l’edificazione di un’embrionale democrazia (Afghanistan) o il rovesciamento di un regime da parte di un secondo regime (Libia). Il minimo comune denominatore è il risultato: l’impotenza della democrazia, che magari esiste nella forma. Perciò, se un venditore di merci a credito assumerà il democratico atteggiamento della protesta, contro le autorità che immotivatamente sequestrano i suoi beni, non potrà che finire con il vedere le proprie pretese infrangersi, all’impatto con il muro di scenografia del regime di turno. In questo momento di oppressione, il sentimento democratico esasperato di Mohammed ha saputo regalare al popolo un esempio truce di ribellione alla sudditanza, testimoniando l’ultima e indefettibile sovranità della volontà umana. Dalla scintilla che ha provocato la sua immolazione, il fuoco si è propagato, fino a interessare una superficie superiore di sei milioni di chilometri quadrati a quella del vecchio continente, e una popolazione pari alla metà di quella europea: da Dakar a Kabul. E proprio in questo passaggio si cela un’interessante considerazione in merito alla portata mediatica del fenomeno rivoluzionario, che è riduttivo definire magrebino. La semplice riflessione sulle dimensioni geopolitiche del fenomeno importa un mutamento di prospettiva circa la portata delle proteste, la quale ci sfugge per un errore fondamentale: sulle ali dell’entusiasmo dell’ennesima conferma circa il ruolo determinante delle nuove tecnologie, abbiamo lasciato che a raccontare la rivoluzione fossero solo gli incerti fotogrammi da MMS e gli anonimi video diffusi via Facebook, facendo mancare l’apporto didascalico e informativo del giornalismo, dal quale solo sarebbe potuta derivare un’informazione come quella sopra riportata. La carenza di spiegazioni, probabilmente, è figlia dell’assenza di decisione con la quale la comunità internazionale è rimasta alla finestra, passando dalla volontà di non ingerenza all’attuale minaccia di utilizzo della forza armata.
L’attinenza della questione con una riflessione sulla partecipazione democratica non necessita di precisazioni ulteriori. Di certo, il contrasto tra il rosso del fuoco e del sangue e il grigiore di un’Europa arroccata e incerta, impantanata in una crisi economica da crescita zero virgola è quasi fastidioso alla vista. Da un lato, la rivoluzione di quanti ambiscono al rovesciamento delle negazioni della democrazia, dall’altro, le proteste (per altri versi esasperate) di chi assiste impotente alla corruzione di democrazie storiche, ad esempio: il movimento di protesta del 13 febbraio scorso, in Italia. Questo confronto tra storie all’apparenza assai diverse, ostracizzato dalla gran parte dei media nazionali, finisce però per imporsi autonomamente nelle coscienze dei componenti di quella parte di popolazione italiana che, più d’ogni altra, subisce gli effetti della corruzione democratica. Un immediato riflesso di ciò è rappresentato dalla moderata percezione di quella che il governo, ormai emigrato a Pontida, ha con tempismo mediatico etichettato “emergenza immigrazione”, con tanto di nomina di un commissario straordinario. Ciò che fa venir meno il consenso a questo ritratto del presente è l’ormai metabolizzata convinzione delle fasce più esposte alla crisi della nostra società, circa il definitivo crollo, anche nell’immaginario, del sistema-Paese precedente la crisi economica. L’Italia non è più la dorata fortezza da depredare con una immigrazione criminale, la quale peraltro non ha mai prediletto l’entrata secondaria di Lampedusa, preferendo il portone delle Alpi orientali, bensì essa rappresenta un paese vecchio e in stagnazione economica, la cui forza propulsiva più vivifica, almeno nel Mezzogiorno, resta la malavita organizzata. L’esule libico che fugge da un Paese in fiamme, per cercare riparo nella democrazia che ha cercato di imitare (o “importare”), rischia di cadere dalla padella nella brace. Ma, a prescindere dal suo destino, egli si fa comunque latore di una storia ricca di significato, capace, per la forza delle parole pronunciate e degli sguardi, di infrangere quella barriera mediatica e culturale che tenta con ostinata costanza di ridurre il risorgimento a barbarie.
Ancora, sempre in tema di mercificazione dell’umanità e dei suoi valori, è necessario sottolineare ulteriormente il potere distorsivo dei ragionamenti di convenienza economica e finanziaria. Da un lato, vi è un Occidente che per danaro chiude gli occhi per decenni su sistematiche violazioni di quei diritti umani che pretende di porre a fondamento della sua stessa società; dall’altro, uno spietato dittatore come Gheddafi che, per vincere le resistenze di valorosi militari, i quali incontrano la morte a braccia conserte, per non macchiare le proprie mani col sangue dei fratelli, ricorre alla stessa ricchezza che l’Occidente gli ha procacciata, assoldando spietati mercenari.
I giovani sono il cuore delle proteste: combattono per l’ammodernamento del proprio paese, nel quale hanno compiuto studi che, per il ritardo culturale accumulato dalle dittature nell’universo globalizzato, non sono riconosciuti a livello occupazionale né in patria, né tanto meno all’estero, dove incontrano anche il problema della discriminazione razziale. Mohammed, classe 1984, è stato solo il primo di centinaia di giovani che hanno sacrificato la propria esistenza, o perdendo la vita o vedendola sfiorire in prigionie senza diritti, per la causa democratica. Tunisia, Egitto e Libia hanno per la prima volta conosciuta una rivolta fondata sull’identità generazionale di chi sente oppresso il suo potenziale propulsivo (in economia, politica, cultura…) dalla maglie strette della dittatura, non importa se e quanto illuminata. Da questa riflessione ne discende una seconda, immediata: la laicità delle proteste. Pur con la presenza, sullo sfondo, di organizzazioni filo-islamiste, tutte le proteste hanno ad oggetto questioni “laiche”: dalla carenza d’acqua al rincaro del pane, dalla disoccupazione all’assenza di libertà d’informazione. Tutti indicatori facilmente e imparzialmente misurabili dagli attenti osservatori, e che si sottraggono alle strumentalizzazioni moralizzanti e religiose sulle quali i leader storici magrebini hanno fondato il loro potere. Non a caso il dittatore libico ha rievocato lo spettro di Osama Bin Laden, peraltro con tratti farseschi («Quel che sta accadendo a Zawia è una commedia: gli uomini di Bin Laden hanno distribuito le droghe nell’acqua, nello yogurt, nel cibo agli abitanti, che armati stanno devastando la città», Corriere della Sera, 24 febbraio 2011). La laicità della protesta è interessante perché, mentre, da un lato, le manifestazioni testimoniano una secolarizzazione diffusa delle questioni sociali, senza lasciar spazio alle suddette speculazioni, da un altro punto di vista, salta agli occhi come non sia la laicità a condurre alla rivoluzione, bensì la rivoluzione stessa a generare laicità o, quanto meno, a sospingere la futura formazione sociale verso un assetto laico del potere. Ed è su questo obbiettivo che si gioca la mano chiave di questa immensa partita per la democrazia. La discesa in campo delle opposizioni al fianco dei dimostranti può aprire un percorso di riforma istituzionale radicale, ma necessita sempre, e Tunisia docet, del controllo democratico che, in mali estremi, non potrà fare a meno di atteggiamenti di rottura, se non propriamente violenti.

La democrazia non solo si edifica democraticamente(che non per forza significa pacificamente), ma democraticamente va condotta nel suo perdurare. Questo è il più prezioso insegnamento che, sui barconi dei profughi, ci giunge da oltre mare; questo il fiore della primavera nordafricana da cogliere e impiantare nel franoso terreno della nostra stanca democrazia.

II. Pluralismo e informazione

Una delle unità di misura più dirette, per quantificare il tasso di partecipazione democratica di un paese, è il rapporto tra i mezzi di informazione e l’opinione pubblica. Questo principio generalissimo, suscettibile di essere poi calato all’interno delle contingenti realtà regionali, è portatore di non secondarie implicazioni.
Le annose disquisizioni in tema di informazione hanno riguardato, nel nostro Paese, prevalentemente i temi del conflitto di interessi, della concorrenza tra diversi mezzi di comunicazione e dell’accesso all’informazione da parte dei cittadini. Tutti ragionamenti, questi, inevitabilmente introversi, rivolti alla realtà peculiare della nostra Repubblica. Una prospettiva comparatistica non si è mai imposta, se non nella forma del richiamo dell’esempio straniero virtuoso, come strumenti di critica non sempre efficace. Un mutamento di prospettiva si è avuto con il prepotente affermarsi, anche nella realtà tutto sommato tranquilla della vecchia Europa, di ineludibili richieste di ascolto, da parte di popolazioni fino ad allora escluse dal grande circus mediatico occidentale. Se, prima, il trasferimento “clandestino” di informazioni si aveva per vincere l’intricato filtro del segreto di Stato (Abu Ghraib), più di recente l’informazione è divenuta il veicolo delle rivendicazioni di popoli oppressi e senza voce (Iran prima, Libia poi), in aperto contrasto con un segreto non solo di Stato, ma esteso alla comunità internazionale tutta, salvo lodevoli quanto marginali eccezioni. Il ruolo delle nuove tecnologie è di innegabile importanza ma, e ciò è vero per tutti i mezzi di informazione, esse hanno rappresentato solo il veicolo dell’informazione. Il diritto ad informare e ad essere informati, infatti, non può pascersi esclusivamente della capacità materiale di trasmettere informazioni, ma deve costantemente ricercare la comprensione, o la comprensibilità, delle informazioni stesse. È in questa riflessione che si inserisce la notazione, altrove svolta, circa il rischio di fraintendere un’informazione frantumata e incostante circa le rivolte nordafricane. 

Conoscere per deliberare. Tre parole di Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica italiana, bastanti a sottolineare come l’informazione si ponga alla base stessa della democrazia, essendo questa a sua volta fondata sulla scelta, che è voto, fin dai suoi albori (si pensi al referendum del ’46). La centralità dell’informazione fa della sua difesa e della sua promozione due momenti imprescindibili nella difesa e promozione dell’assetto democratico stesso. E tale difesa e promozione deve estrinsecarsi in tutti e tre i momenti formativi dell’informazione stessa: la rilevazione della notizia, la sua comunicazione e la sua metabolizzazione.
Ma la notizia, elemento basilare e presupposto di questa suddivisione, rischia di non esserlo più, per la necessità di introdurre l’elemento “notizia” nella suddivisione stessa, come primo elemento, a difesa della coerenza stessa del fare informazione. Questo processo di inserzione della notizia tra gli elementi da difendere e promuovere nasce dalla necessità di dotare il sistema dell’informazione degli anticorpi per resistere agli attacchi delle menzogne e manipolazioni varie, ben evidenziate da Roberto Saviano nel suo monologo sulla macchina del fango. Infatti, e paradossalmente, può assistersi in questi tempi al sacrificio della verità al fine di manipolare quel procedimento democratico fondato sulla conoscenza einaudiana. Si punta tutto, cioè, sulla metabolizzazione forzata della notizia, a prescindere non solo dalle modalità di comunicazione, sempre più scarnificate e impoverite di argomenti (salvo sterili opposizioni e faziosità da bar sport); non solo dalle modalità di rilevazione delle notizie stesse, con pubblicazione di fantasiosi racconti di altrettanto fantasiosi autori; ma addirittura, ed è qui che il trio si fa quartetto, prescindendo dall’esistenza stessa della notizia, facendo assurgere a tale ruolo la semplice congettura, il sospetto o la maldicenza. Tutto questo si inserisce, volendo prestar fede alla lezione di Saviano, in quel processo di livellamento (aggiungiamo noi: verso il basso) necessario a far di tutta l’erba un fascio, acciocché la colpa divenga debolezza, il reato peccato e la menzogna fraintendimento. Un atteggiamento di resistenza democratica dovrebbe appuntarsi, dunque e in primo luogo, sul recupero della dignità della notizia, che importa necessariamente la sua verità. Il cittadino è quindi chiamato a sobbarcarsi del compito, ulteriore e imposto dalla contingenza, di verificare se non le notizie, per lo meno le fonti delle stesse, indagando la capacità di queste ultime di assolvere con onestà e trasparenza al compito della rilevazione della notizia. Il concetto di pluralismo dell’informazione, alla luce di questo ragionamento, si tramuta in una medaglia a due facce: da un lato, il pluralismo dell’informazione, cioè la pluralità di fonti, dall’altro il pluralismo nell’informazione, cioè la verificabilità delle notizie e delle fonti dalla più ampia collettività possibile. L’informazione, se non può essere il prodotto di un mestiere praticato nella limpidezza della deontologia, deve essere l’oggetto di una riconquista democratica. In questo solco dovrebbe inserirsi l’esperienza dei nuovi mezzi di comunicazione, come i social network.
Il “dossieraggio” o macchina del fango colpisce, dunque, in modo diretto la notizia (che non esiste, non essendo tale il fatto posto a fondamento dell’informazione) e in modo indiretto, logicamente, le modalità della sua rilevazione. Ma altrettanti problemi possono riscontrarsi nel momento della comunicazione della notizia, che è il momento in cui entrano in gioco, in prima persona, i media intesi nel senso più stretto di “mezzi”. In questa fase, il tasso di democraticità si misura sulla base della più ampia condivisione possibile delle (e del più libero accesso praticabile alle) notizie. Qui la realtà italiana deve fare i conti con dati a molti noti: il minoritario “consumo” della carta stampata, in favore della televisione, complice un arretramento tecnologico imbarazzante in materia di accesso alla rete. Anche nell’era del digitale, controllare la televisione significa controllare la principale porta di accesso delle notizie. Questa malattia del pluralismo è forse la più grave, in quanto limitatissimi sono i margini di manovra dei cittadini, di fronte all’atteggiamento compatto di tutte le forze politiche nella difesa dello status quo. Ciò a cui il cittadino democratico può essere richiamato è, in ogni caso, un utilizzo più responsabile dei mezzi a sua disposizione, senza scadere nelle de-responsabilizzazioni generate dalla gratuità (web) né negli smarrimenti allucinogeni da pay-per-view.
Sulla scia di quanto affermato in conclusione dell’articolo sulle rivoluzioni nordafricane, va sottolineato come, anche qualora si giungesse alla restaurazione di un’informazione responsabile nei momenti sin’ora trattati (notizia, rilevazione, trasmissione), si rischierebbe comunque di cadere per imprudenza o leggerezza a pochi metri dal traguardo, sul terreno della metabolizzazione della notizia. Determinante, infatti, è la traduzione critica del linguaggio mediatico, al fine di rendere i dati comprensibili e “digeribili” dalla collettività. L’esempio fatto nell’articolo citato riguarda proprio questo aspetto: il rischio di lasciare testimonianze dirette, dall’ineludibile portata evocativa, in un anonimato figlio dell’incuria critica. A maggior riprova di ciò, si prenda l’ulteriore esempio del casoWikiLeaks: quanto determinante è stato il lavoro giornalistico compiuto sulla massa sproporzionata di documenti, nella loro comprensione sistematica da parte dell’opinione pubblica? WikiLeaks rileva notizie (che sono tali per l’autorità della fonte e l’innegabile interesse pubblico), pur nell’opinabilità dei metodi utilizzati (è l’annosa questione della legittimità democratica del segreto di Stato), le comunica nel modo più democratico possibile (gratuitamente, in rete, in più lingue) ma, per il passaggio finale al “consumatore”, ritiene di avvalersi di un rapporto economico con i giornali, accettando il rischio di un’interpretazione dei crudi dati nella loro metabolizzazione. Ciò porta a concludere che l’informazione può dirsi pluralista solo laddove soddisfi i requisiti democratici in tutte le sue fasi, soprattutto nell’ultima e più delicata che, per la sua portata intrinsecamente politica, richiede il costante esercizio di quella dialettica contraddittoria alla base del vivere democratico.
Un atteggiamento democraticamente partecipativo, che nel nostro tempo e nella nostra realtà può definirsi di resistenza, non potrà dunque prescindere da un continuo impegno civico in difesa del proprio diritto a essere correttamente informati, per amore non solo del proprio sapere, ma anche del proprio essere individuo e delle proprie possibilità di contribuire nella società fattivamente e con responsabilità. Il pluralismo non si può garantire con il bilancino (si pensi alla “alternanza” di argomenti nei talk show, proposta dalla fantomatica bozza PdL in Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI), perché pluralismo non significa compresenza di diverse verità, bensì esercizio critico multilaterale su un dato di verità cristallizzata, la quale deriva dall’esperimento coerente e trasparente del processo notizia-rilevazione-trasmissione. Le corruzioni di questo processo trasformano il dibattito delle opinioni (sulla verità) in dibattito sulle opinioni; e, dove nessuno ha torto, non v’è ragione.

III. L’opposizione presupposta e il presupposto dell’opposizione

Uno degli aspetti più interessanti della rivolta nordafricana é la perseveranza della rabbia, la permanenza del corpo sulla pietra della piazza contro il regime fino al sacrificio per la libertà, fino alla cacciata del dittatore. L’insieme dei corpi sui corpi contro il regime, notte e giorno riuniti nella lotta pacifica per offrire a loro stessi, a quei corpi, la semplice possibilità della libertà, dimostra che l’agire in opposizione, senza soluzione di continuità, costituisce un elemento fondativo ed imprescindibile per un regime democratico. Il riferimento di questa riflessione non é evidentemente quello delle maggioranze o minoranze parlamentari che identificano un partito o una coalizione in opposizione ad un’altra, quanto piuttosto il temperamento individuale educato all’esercizio critico rispetto alla propria condizione di cittadino. Non essendo sufficiente recarsi alle urne per esprimere un voto, l’esperienza della democrazia consiste invece in una contestazione costante rispetto a se stessi, atteggiamento che confluisce poi in un spirito critico collettivo in costante tensione ed indirizzato verso una prospettiva evolutiva al cui centro é posta la cittadinanza nel suo insieme. Se il concetto di opposizione, la sua pratica e la sua diffusione, sono determinanti per l’effettiva riuscita di una democrazia (ciò che può essere identificato in una condizione nella quale il più alto numero dei cittadini si trova nella possibilità di determinare e realizzare la propria persona attraverso un impegno esercitato nella libertà) allora la degenerazione del suddetto concetto decreta la crisi dello stesso regime democratico. Guardando alla quotidianità, cercando di non rabbrividire, l’assunto sembra essere confermato. Ci sarebbe da interrogarsi rispetto all’agire oppositivo dei singoli rispetto alla propria persona, pratica venuta meno nei più in favore di un atteggiamento adesivo e acritico che spinge ad un’arroganza becera, ma ciò che più interessa in questa sede é evidenziare come la degenerazione del concetto di opposizione si declini in termini di travisamento del proprio ruolo in coloro che si propongono come protagonisti di un’azione politica riformista o, più semplicemente, tesa verso la costruzione del cambiamento. Non si può tuttavia ragionare riferendosi ai partiti politici tout cour, ci si troverebbe costretti a prendere in considerazione variabili difficili da definire come la corruzione, per finire poi fuori strada e perdere il senso del discorso. Questo atto di volontà apolitico che distoglie lo sguardo dall’apparato rappresentativo attuale impone, al contrario, uno scrupolo del tutto politico, cioé quello di avviare, nella collettività, un processo di ricostruzione etica che possa rimediare nel tempo a quel precariato formativo di cui l’intera società civile paga le conseguenze. Per questo motivo, sembra particolarmente significativo riferirsi alle forme di partecipazione alla vita politica universitaria, ma anche a tutte le manifestazioni susseguitesi negli ultimi mesi, entrambe le fattispecie testimoniano infatti di una libertà viva nella quale sperare. In entrambi i casi, si può identificare un nucleo di persone lungimiranti che responsabilmente si attivano per coinvolgere attorno al loro temperamento propositivo, riscontrando un grande successo rispetto alla riuscita dell’iniziativa in sé, senza riuscire con sistematicità a convertire la visibilità ottenuta in concreti risultati. Non si faccia confusione: é fin troppo evidente che nessun risultato può essere conseguito nel breve termine di una manifestazione, ciò che si mette in discussione é l’effettiva attitudine di queste iniziative a determinare un effettivo mutamento nella percezione dei fenomeni in chi vi partecipa ed in chi vi assiste. Non mancano esempi contrari, cioé di successo sotto questo punto di vista, che mettono a fuoco ancor meglio il senso del discorso: si prenda, ad esempio, un programma televisivo come “Vieni via con me”, pensato e realizzato da Fabio Fazio e Roberto Saviano. In questa trasmissione, piaccia o non piaccia, chiunque si é trovato innanzi ad almeno un quesito rispetto a se stesso, alla propria dimensione pubblica ed individuale, chiunque si é trovato a fare i conti con lo sgretolarsi di quelle certezze monolitiche e lineari che tengono a distanza il peso della necessità e sulle quali si edifica l’architettura di ogni fascismo. Un tale risultato non può essere attribuito ad uno speciale (cioé anormale, irraggiungibile) spessore culturale degli autori o alla loro importante presenza mediatica, quanto piuttosto al coraggio di non annegare alcuna contraddizione nel magma della retorica ma, al contrario, scegliere di indagare su di esse con responsabilità e profondità tale  da costringerle ad una resa quanto meno temporanea. É possibile affermare la stessa cosa di una manifestazione come quella delle donne? Oppure delle riunioni di Sinistra Universitaria a Bologna e delle iniziative da essa organizzata, come ad esempio la conferenza di Marco Travaglio dello scorso anno? Non si vuole chiudere la questione ma prendere una posizione all’interno di essa. A parere di chi scrive, la risposta negativa alle domande di cui sopra deriva proprio da quel travisamento del proprio ruolo di cittadini che la crisi del concetto di opposizione ha ingenerato. Non si può, come invece si tende a fare, considerare il proprio diritto/dovere civile quale mero adempimento rispetto ad un dover essere distante oppure quale missione gestoria rispetto ad uno status quo da conservare, in nome del quale e del benessere che da esso deriva attivarsi senza, per altro, mettere mai in gioco davvero la propria posizione; occorre, invece, vivere liberamente la problematicità delle questioni a prescindere dalla loro ampiezza, dando continuità e coerenza al proprio agire, fuggendo da una retorica suggestiva ma statica e, a ben vedere, conservatrice per farsi inevece carico di un vero e proprio progetto di responsabilizzazione e liberazione che può scaturire solo dal chiarimento delle questioni relative alla propria identità, cioé ponendo un rimedio a quella lacuna di consapevolezza in cui tutto il discorso si riassume. É su questi punti (identità, libertà, incoerenza, irresponsabilità..), e non sui morti, che si consuma l’immensa differenza tra la resistenza nordafricana ed il resistere italiano, ne sia dimostrazione l’esito differente: dopo più di un anno e mezzo di contestazioni a fronte di atti indifendibili, Silvio Berlusconi rimane al potere a differenza di suoi ex colleghi (e alleati) godendo della fiducia di un Parlamento colluso che discute su riforme contrarie a qualsiasi principio di diritto, di buona amministrazione, di giustizia, di equità sociale.

Un’altra chiave di lettura può però essere fornita spostando la prospettiva dall’esterno all’interno di questi fenomeni di partecipazione ed analizzando da questa posizione la degenerazione del concetto di opposizione. L’impressione é che questo venga dato per presupposto negli interlocutori, ossia esistente, vivo, attivo nella coscienza degli individui quando esso, al contrario, va progressivamente spegnendosi. Questa presunzione di sussistenza produce un ordine del discorso aberrante: recuperando una riflessione già sviluppata su queste pagine, ci si accorge proprio da una manifestazione come la citata conferenza di Travaglio all’Università di Bologna di come un fenomeno critico, sostanziale, provocatorio si converta in un’occasione di adesione estetica, estemporanea, in via definitiva neutra. Ciò accade preché la parola non incontra una coscienza democratica negli individui, inconsapevoli della loro potenzialità critica che invece era data per scontata: un’intera operazione fallisce poiché eretta su di una componente di fatto inesistente, un vuoto di corrispondenza che genera quel crollo inevitabile che si perfeziona con lo spegnimento dei microfoni, con il ritorno a casa magari con qualche foto o qualche voltantino distribuito lungo il corteo, uniche tracce di qualcosa che é ricordo senza mai esser stato esperienza. Al cotrario, il lavoro di Saviano sulla camorra parte da un presupposto diverso: nessuno sa, nessuno può avere un’idea concreta di ciò che viene narrato, occorre non dare nulla per scontato nello spettatore e nel lettore ma rispettarlo e persino pretendere da lui la capacità di capire autonomamente, di qui la necessità di raccontare funzioni umane ridotte all’essenzialità, colte nel flusso della narrazione, azzerare la distanza tra testo e contesto per suscitare nell’altrui coscienza la necessità di opporre a se stesso un nuovo, una realtà che derivi dalla propria sensibilità grazie all’esperienza della conoscienza.
Applicare una simile metodologia o, meglio, adottare questo tipo di approccio nell’iniziativa politica determinerebbe una formazione solida degli individui nel momento di partecipazione, recupererebbe un’opposizione salda a presidio dello spazio democratico nel quale impiantare la propria identità e portare avanti un percorso collettivo. Ma chi e quanti sono coloro realmente interessati ad una simile missione.

IV. Referendum

Sulla necessità di una democrazia diretta

Molte sono le possibili considerazioni rispetto alla qualità dell’azione collettiva esercitata dalla società civile nel nostro Paese. Importanti iniziative riescono a stimolare e raccogliere la necessità di reagire ad un sentimento di indignazione e subalternità rispetto ad una cittadinanza intravista ma mai vissuta pienamente e questo desiderio di essere parte di un cambiamento attraverso l’esercizio del proprio diritto-dovere di partecipazione democratica si concretizza nell’essere fisicamente in piazza, nelle aule scolastiche, negli uffici, nei teatri e nel web per portare alla luce un’insofferenza senza più rifugio. Così, questo sostrato che diviene strato della società si muove in modo coinvolgente verso l’attuazione di quei valori laici posti a fondamento della Repubblica contro l’odioso abuso economico ed esistenziale che genera questa miseria sempre più irrimediabilmente radicata nel costume e nell’educazione impartita ad ogni individuo. Questa agitazione, questo nervosismo convertito in esasperazione, si fa sempre più corposo ma non trova sintesi politica, non riesce cioé ad incidere direttamente poiché tagliato fuori, in assenza di una rappresentanza nella quale ritovarsi, dall’esercizio del potere politico per eccellenza, cioé il potere legislativo e regolamentare oggi piegato senza ritegno all’interesse di individui o gruppi di individui, in un’apoteosi tragicomica. In questo vuoto rappresentativo si disperdono la forza e l’energia di uomini e donne il cui impegno si dissolve progressivamente nella disillusione o nella demagogia ma non cessa per questo di esistere in quanto tale, cioé quale sentimento vivo suscettibile di stimoli sempre nuovi. In questa prospettiva assume un particolare interesse l’iniziativa referendaria promossa dall’Italia dei valori che ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale per sottoporre agli elettori quattro quesiti referendari concernenti l’abrogazione di alcuni articoli della legge 51/2010 recante norme in materia di impedimento a comparire in udienza (meglio nota come “legge sul legittimo impedimento”); l’abrograzione della legge 133/2008 negli articoli relativi all’installazione sul territorio di impianti per la produzione di energia nucleare; infine, attraverso due quesiti distinti, si domanda l’abrograzione di alcune  norme in materia di privatizzazione delle acque pubbliche.

Il referendum quale strumento di democrazia diretta

Quale strumento d’esercizio della sovranità popolare, il referendum vincola il legislatore alla volontà del corpo elettorale che, in tal modo, si riappropria del proprio potere sovrano entro i limiti sanciti dalla Costituzione. Questo strumento di democrazia diretta permette ai cittadini di correggere eventuali distorsioni o abusi realizzati dal potere legislativo attraverso l’abrograzione di singole norme che deviano l’adempimento del contratto sociale verso la realizzazione dell’interesse privato attraverso lo sfruttamento della cosa pubblica. Da un punto di vista giuridico-costituzionale, il referendum consiste in uno strumento equilibrizzatore attraverso il quale viene garantito l’accesso del corpo elettorale all’esercizio del potere legislativo in determinate materie, seppure con efficacia riparatoria-correttiva e non preventiva-creativa, in ossequio al principio di sovranità popolare sancito dall’articolo 1 della Costituzione. Da questo primo punto di vista, é interessante notare che strumenti di democrazia diretta come il referendum rispondono alla necessità estremamente attuale di arginare il potere legislativo laddove questo si discosti dall’interesse generale e le forze politiche esistenti non siano in grado o non siano interessate a ricondurre questo entro la sua funzione propria. Si coglie allora l’opportunità di un referendum in questo frangente storico dove, come si é detto, sembra molto difficile dare continuità e coerenza all’intenzione politica dei privati cittadini: il quesito referandario, conferendo poteri diretti ed immediati al corpo elettorale in ordine ad una norma di legge ben identificata, risolve la necessità di una sintesi politica e compatta l’opinione attorno ad un obiettivo preciso, effettivo, ineludibile sul quale la base attiva della società civile può formarsi per poi giungere, in una fase successiva, ad esprimere dei propri rappresentanti eleggibili. Si può affermare allora che, in questo momento di fervore privo di geometria, uno strumento come il referendum può avere una portata dirompente e non dovrà stupire la durezza della campagna referendaria nella prossima estate.

Il referendum come strumento contro il regime

Oltre alle precedenti considerazioni di carattere generale valide, in realtà, per qualsiasi strumento di democrazia diretta, occorre sviluppare una riflessione più precisa rispetto ai quesiti che saranno concretamente sottoposti al voto. Essi, oltre ad un’ovvia valenza sotto il profilo strettamente giuridico, avranno una palese portata politica poiché registreranno l’effettivo consenso popolare attorno al governo. Chiedendo agli elettori di avvallare o respingere le norme relative al legittimo impedimento ed alla costruzione di centrali nucleari si vuole sondare la tenuta del governo Berlusconi in ordine all’intera azione governativa racchiusa tra i suoi estremi della politica economico-energetica e della questione giudiziaria che attanaglia il Premier. Tra i due poli si trova il federalismo fiscale ad essi necessariamente legato. Per questo motivo dalle urne uscirà con chiarezza l’opinione della società civile, non attraverso azioni indirette ma con l’abrogazione di norme che costringerebbero il Governo, salvo dimissioni, a cambiare rotta, ipotesi per la verità assai remota. Oltre l’auspicio scontato di un referendum partecipato in modo da raggiungere un quorum di consapevoli, mi preme sottolineare ancora la portata dirompente del referendum nell’attuale contesto. Con l’esercizio di questo strumento si apre, in primo luogo, una campagna referendaria nella quale il dibattito si focalizza verso obiettivi immediati, molto concreti, raggiungibili. In questa dinamica, il singolo individuo si trova coinvolto in prima persona, si sente direttamente resposabile delle sue scelte perché immesso in un ruolo percepito come alla sua portata e questo lo incentiva ad una presa di coscienza critica, consapevolmente o meno. In terzo luogo, come già si é sottolineato, la concretezza dell’obiettivo e l’immediatezza del risultato compatta l’opinione, non la disperde poiché la pone in un orizzonte temporale dilatato ma compreso entro un inizio (coincidente con l’inizio della campagna referendaria) ed una fine (lo scrutinio dalla quale emerge l’esito del referendum). Per questo lo strumento di democrazia diretta si offre come arma incontrollabile a portata della società civile che, attraverso il referendum, può incidere seriamente sulla vita politica del Paese concretizzando il proprio malcontento. Credo che ognuno di noi debba osservare e capire la prossima campagna referendaria per aprire una vera e propria stagione di esercizio democratico costruito attorno allo strumento del referendum per sfruttarne, estremizzando volutamente, le sue potenzialità rivoluzionarie. Ritengo che coloro che si sentono nella necessità di agire per un cambiamento, a partire dagli autori e dai lettori di questa rivista, dovrebbero assumere un ruolo attivo di impulso per il referendum e parteciparvi fisicamente ed intellettualmente. Su queste pagine si seguirà con attenzione e si contribuirà all’evoluzione di questa imminente esperienza democratica.

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