2 – Fascismo nuovo e cultura

In giorni di pubblica violenza verbale e ludibrio di ogni morale, consideriamo pressante e inderogabile una presa di distanza che abbia quale oggetto l’affermazione e la difesa di una cultura alta e nobile, ormai relegata fra i miseri ranghi della resistenza contro-culturale. Questo è il motivo che ci induce a pubblicare, in parziale sostituzione dell’editoriale, un comunicato-manifestodel nostro ormai irrimediabile distacco dall’imperante e irresponsabile mediocrità. Ma è anche la ragione per la quale pubblichiamo un numero che ha l’ambizione di riportare la cultura al centro: al centro non solo dell’attenzione, ma anche di un minoritario, difficile, utopistico dibattito sull’essenza della cultura stessa e delle sue tante manifestazioni.
Da quest’ambizione discende l’apertura di uno spazio come “Parole Resistenti”, teso al confronto e al coinvolgimento in un lavoro di ricerca letteraria espressiva di resistenza e, assieme, liberazione.
La gravità e il continuo aggravamento della pubblica deficienza intellettuale rendono improrogabile una presa di posizione netta, che non comporti, però, mai la sottrazione alla dialettica democratica, anche qualora essa si faccia dialettica di minoranza esigua. È in quest’ottica che Orizzonte si dota per la prima volta di uno strumento di partecipazione attiva dei lettori, oltre al citato “Parole Resistenti”, attivando una newsletter interattiva, alla sottoscrizione della quale chiama tutti coloro i quali si sentano di condividere queste poche ma radicali dichiarazioni d’intenti.Il numero di febbraio è volto all’analisi delle corruzioni e distorsioni del nuovo fascismo (Incipit) che contribuiscono a svalutare e offendere la cultura, vilipesa dalla politica (I e II) e dimenticata dalla società civile (III e IV). 

Incipit

Non è difficile, sulla scorta delle letture pasoliniane, rinvenire nell’immediata contemporaneità i tratti caratteristici di quel “fascismo nuovo” di cui tanto si è discusso nel corso del primo anno di Orizzonte. Il potere della civiltà dei consumi ha infatti divelto il seme che la Resistenza aveva piantato in seno alla società civile, rivoltando il suolo democrarico per impadronirsene. È questa forma di potere che ha portato, oggi, alla rottura del patto sociale per l’incapacità e l’indegnità di un’intera classe politica che di essa, sposandola, si  è fatta carico. Una rottura, questa,  che sembra rimettere ciascuno nei suoi primitivi diritti per riprendere la sua libertà naturale a scapito di una libertà convenzionale fallita ma che, tuttavia, rischia di esaurirsi nella semplice interruzione o nel cambiamento della dialettica tra corpo politico e cittadini, nulla garantendo in ordine alla permanenza dell’ideologia, al proliferare delle cause che hanno spinto ad uno stato di crisi. Tanto più che questa forma di potere legata al consumo, che chiamiamo fascismo nuovo, è riuscito nel tempo a plasmare un corpo sociale intellettualmente uniforme, riducendolo ad una identità unitaria che può essere compresa nella sua statica e prepotente monoliticità solo se colta in una dimensione meta-politica o pre-politica: se, infatti, ci si spinge oltre o se ci si arresta prima del momento politico, nel quale sono cristallizzate le possibilità democratiche sotto forma di istituzioni, si percepisce con chiarezza una compatta uniformità di pensiero che trova origine nell’espropriazione dell’esperienza individuale ed esprime un’idea integralista del mondo.
Questa laicità eteroimposta che solo il consumo, nella storia, è riuscito a realizzare, dimostrandosi più incisivo e rapido di ogni altro processo di secolarizzazione, ma soprattutto più efficace di ogni forma di totalitarismo, impone, quanto meno, un approccio scettico rispetto alla possibilità di un concretoscarto in avanti generato da questa fase di rottura. La riflessione su fascismo nuovo proposta in questo numero vuole allora essere un tentativo di superamento rispetto a questo scetticismo: quale primo atto di fiducia in questa libertà naturaleritrovata intendiamo continuare, approfondendola all’interno di questo numero, un’operazione di consapevolezza e progresso, un’operazione che si caratterizzi, in questa fase, nella decostruzione del fenomeno e dei suoi effetti.
L’obiettivo di questo articolo è quello di mettere in luce l’incisività del fascismo nuovo su quell’insieme formativo di costumi, credenze, valori ed abitudini condivise e trasmesse di generazione in generazione nelle quali si identifica tanto l’individuo quanto la collettività alla quale questi appartiene. Il fascismo nuovo dei consumi incide infatti sulla cultura, innescando un processo di trasformazione antropologica che trova il suo tratto caratteristico nell’elevazione del benessere ( distorto in edonismo ) e della fama ( intesa quale alto grado di condivisione della propria immagine, svincolata da un’accezione valoriale ) a fattispecie assorbente rispetto ad ogni altro fattore culturale: tutto ciò che realizza cultura ( in senso amplissimo ) viene ricondotto ai termini del benessere o della celebrità per poter essere consumato e monetizzato. Il consumo diventa l’estrema sintesi di ogni momento culturale ma, contrariamente a quanto si possa immaginare, ciò che avviene di conseguenza non è una materializzazione della cultura, quanto piuttosto una sua smaterializzazione: se l’orizzonte spaziale e temporale di una componente culturale viene ricondotto a quello della notorietà e della produzione di benessere allora si estingue la possibilità di sviluppare una tangibilità ontologica ( materialità ) oltre il momento. Per questo motivo, l’annacquamento delle qualità culturali degli individui non costituiscono la conseguenza del materialismo ma del suo contrario: avere di più, essere celebri nell’accezione appena vista, bene-stare ed incrementare incessantemente questi fattori diventa l’unico riscontro possibile della sussunzione in una cultura smaterializzata, pena l’alienazione, tipicamente radicata nella metropoli dove l’affermazione individuale in questi termini diventa più difficile per l”estensione e la densità del territorio. Diventa così evidente l’espropriazione dell’esperienza dell’individuo, reso incapace di sperimentare e quindi precario se non sorretto da elementi materiali che fissano, nell’istante incerto, la sua prosperità.
E’ possibile, a questo punto, concludere che la cultura neo-fascista del consumo sia una cultura smaterializzata che costringe l’individuo in una prospettiva sincronica impedendogli, attraverso l’espropriazione dell’esperienza, uno sviluppo diacronico ( ciò che lo costringe in uno spazio pubblico immobile calato in un eterno presente ) e polarizzando la sua realtà tra benessere e fama. Nell’approfondire questa analisi, è possibile identificare alcune dinamiche tipiche che si sviluppano all’interno di questo contesto culturale. In primo luogo, visti gli elementi strutturali di questa cultura, ciò che immediatamente accade è una conversione dell’attività culturale dell’individuo, il quale finirà per ricondurre spontaneamente la sua operazione ( per esempio politica ) ad una ricerca di fama nel benessere e viceversa, contribuendo a realizzare quella che potrebbe essere definita la cultura del benessere e della fama. Da un altro punto di vista, invece, i fruitori di questa operazione ( secondo lo stesso esempio: gli elettori ) e membri attivi di questa cultura, saranno a loro volta portati a ricercare ed assorbire il significato culturale della loro esperienza esclusivamente in termini di fama e benessere ( condizioni tipicamente soddisfatte dal cosiddetto leaderismo ); ciò può essere invece definito come cultura nel benessere e nella fama, volendo così mettere in luce come si smarrisca la capacità di identificare come culturale elementi discostanti da questi due fattori.
Sono, questi aspetti appena descritti, elementi di una fattispecie unitaria che testimonia una trasformazione portata ormai a compimento, con gli effetti della quale occorre confrontarsi. Gli articoli che seguono vogliono praticare questo confronto secondo una filosofia di resistenza rispetto a questa nuova cultura prodotta dal nuovo fascismo, la quale ha reso non solo in-culturale ma addiritturaanti-culturale ogni tentativo di emersione fondato su di una libertà individuale tesa verso un arricchimento comune di cui questa rivista vuole farsi responsabile. 

I. La cultura sfiduciata

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.»
Questa analisi nasce dall’attualità e dalla necessità di una riflessione circa la cultura, intesa in un’accezione istituzionale. La cultura, per intendersi, ministeriale. In giorni mediaticamente convulsi, con spettatori stretti nella morsa di rivelazioni triviali e incredibili esercizi lessicali, il rischio è di perdere contatto con la dimensione temporale della vita pubblica italiana. Il che, da un lato, è un bene, perché rende ancora più opprimente il sesno di stasi che si avverte attorno alle istituzioni, con esiti, anche concreti, allarmanti (dati sulla crescita e l’occupazione, sfiducia nella moneta unica, aumento dei debiti pubblici, ecc.) ma, dall’altro lato, ingenera una forma fisiologica di smemoramento. È in questo clima che è stato metabolizzato senza alcuno strascico, salvo orgogliose dichiarazioni di stampo calcistico (“siamo al quattro a zero per noi”, A. Alfano), un evento di tutto rilievo per la politica e la società civile italiane: il voto sulla mozione di sfiducia al Ministro dei beni e delle attività culturali, Sandro Bondi, il 26 gennaio 2011. Ma, prima ancora di concentrarci su questo peculiare avvenimento, è opportuno ripartire dalla fonte dell’attuale patologica situazione della cultura in Italia. Le parole in apertura di questo articolo sono quelle che i padri costituenti consegnarono all’articolo 9 della Costituzione della Repubblica italiana: la Carta Fondamentale. Se un’uniforme conoscenza della Costituzione stessa potesse presumersi come radicata nella società italiana, la semplice giustapposizione del testo dell’articolo 9 a quello della cronaca politica degli ultimi anni, sarebbe sufficiente a rappresentare corpo e conclusione di questa riflessione. Ma, vuoi per chiarezza, vuoi per masochismo, è necessario un’approfondimento.
L’articolo 9 si inserisce nel corpo dei principi fondamentali della Repubblica. Uno dei molti caratteri che consentono di parlare della nostra Carta come di una delle più lungimiranti della cultura giuspubblicistica moderna è la visione dei principi alla stregua di fonti di impegni per lo Stato. Così, l’articolo 3 assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli produttivi di diseguaglianza; analogamente, nell’articolo 4, a fronte del dovere di ogni cittadino di concorrere, con il proprio lavoro, al progresso materiale e spirituale della società, si rinviene il dovere della Repubblica di promuovere l’effettività del diritto di quelli al lavoro; ed un analogo compito di promozione le è assegnato nei confronti delle autonomie locali (art. 5). Questa impostazione consente di considerare i principi non solo nella loro dimensione enunciativa, bensì anche in una prospettiva diacronica e programmatica, facendo in modo che essi diventino il megafono delle legittime pretese dei cittadini nei confronti dello Stato sociale. La natura programmatica assegna al progresso sociale, politico e culturale di una Nazione i caratteri dell’ambizione: un’evoluzione sempre perfettibile, sulla strada del pieno sviluppo della persona (art. 3). Questa descrizione trova accoglienza piena nell’ambito della cultura: per antonomasia il luogo dell’espressione alta dell’identità di una Nazione, tanto che si potrebbe attribuire alla nostra Costituzione una vocazione culturale. In questi termini andrebbero intesi i riferimenti costituzionali alla promozione e allo sviluppo della cultura. È, anzi, significativo notare come, nel testo costituzionale,  il momento dinamico della promozione sia anteposto a quello, solo all’apparenza statico, della tutela di paesaggio e patrimonio. In realtà, le due proposizioni sono tese a instaurare un legame saldo tra i due momenti, in un’impostazione assolutamente condivisibile. Una impostazione dalla quale deriva la necessaria interazione di queste due fasi perché possa aversi un’attuazione, pur nell’accezione programmatica e sempre perfettibile di cui si è detto, del principio. Specularmente, per potersi avere, e la si ha, una degradazione del principio a sterile utopia, è sufficiente la disapplicazione di anche una sola delle due fasi, ma la contemporaneità non è certo avara di inadempienze, ed eccelle in omissioni.
Ecco due estratti dalle due mozioni presentate alla Camera dei Deputati e respinte il 26 gennaio scorso: la prima a firma del centro-sinistra, la seconda del terzo polo.

(…) la cultura è stata considerata, nei fatti e con dichiarazioni esplicite, non come un fattore di crescita civile ed economica, ma come un costo per la collettività, da ridimensionare con progressivi tagli degli stanziamenti del bilancio statale e con iniziative volte a snaturare il valore e la finalità del nostro patrimonio culturale;
(…)

(…) le politiche pubbliche per la cultura sono fondamento indispensabile della civiltà italiana;
la qualità, la vastità, le stratificazioni del patrimonio culturale italiano – impareggiabili nel mondo – esigono un adeguato e sempre più integrato e complesso sistema di esercizio della tutela, stabilita dall’articolo 9 della Costituzione ed attribuita esclusivamente allo Stato;
le missioni della tutela del patrimonio e del paesaggio, della valorizzazione e gestione dei beni culturali pubblici e privati, della promozione delle attività culturali, dello sviluppo delle produzioni culturali, esigono la piena assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti costitutivi la Repubblica, in base alle loro rispettive competenze ed attraverso l’individuazione delle risorse indispensabili per farvi fronte;
tale assunzione di responsabilità è cruciale per la definizione stessa dell’identità nazionale contemporanea dell’Italia, compito specialmente significativo in occasione del centocinquantenario dell’unità;
l’Italia trae elementi e valori fondamentali per il proprio ruolo nel mondo proprio dalla dimensione culturale, peraltro simboleggiata dal primato conseguito con i siti ed i contesti definiti patrimonio dell’umanità dall’Unesco;
(…)

Due testi che denunziano con precisione le lacune strutturali, peraltro non imputabili esclusivamente all’attuale Governo, relative a ciascuno degli aspetti evidenziati: la tutela e la promozione. Al di là della progressione scelta dai padri costituenti, non può certo negarsi come, nella percezione comune, si consideri la tutela prodromica alla promozione. In forza di ciò, la politica del ridimensionamento dei fondi destinati alla cultura ha generato danni che sono stati imputati prevalentemente alla fase della promozione, considerando la tutela il livello minimo, essenziale, sufficiente di mantenimento dello status quo patrimoniale. Proprio da questo dare per scontata la tutela del paesaggio e del patrimonio nascono la sorpresa e l’indignazione per i crolli di Roma e Pompei dell’anno passato. Una riconquista dell’attaccamento civico alla cultura in senso istituzionale non può, dunque, che nascere dal sovvertimento di questo comune sentire, che slega la tutela, il possesso della cultura dalla promozione, dall’estrinsecazione della stessa.  Il “possesso”, da parte del cittadino, del patrimonio culturale del popolo cui appartiene inizia, con tutta evidenza, nella conoscenza del patrimonio medesimo. Questa considerazione consente di mettere in relazione lo stato di abbandono del patrimonio artistico e culturale italiano e, più in particolare, l’incapacità dello Stato di tutelarlo e, soprattutto, promuoverlo con lo speculare stato di abbandono della cultura nel suo stadio formativo: l’apprendimento. La capacità di uno Stato di valorizzare il proprio patrimonio culturale è, seguendo questo ragionamento fino al fisiologico approdo, direttamente proporzionale alla sua capacità di formare individui consapevoli di questa “ricchezza”. Tale consapevolezza, tralasciando volutamente gli impedimenti di ordine tecnico-materiale conseguenti agli indiscriminati “tagli” alla formazione, non può edificarsi esclusivamente nella celebrazione di una nobiltà svanita (rappresentativa, in modo lampante, della tendenza, tutta italiana, a “vivere di rendita”), ma deve trarre vivifico nutrimento dall’analisi critica delle potenzialità attuali che la cultura manifesta nella formazione e nella crescita di ciascun individuo. Tale analisi critica deve essere accompagnata e sfociare a sua volta in una esperienza contemporanea della cultura, cioè libera da ogni atteggiamento: il significato attuale del nostro patrimonio deve essere svincolato da una dimensione nostalgico-conservatrice, per approdare ad una vitalità dinamica. Occorre uno sforzo critico che che conduca da una fase statica di ammirazione e contemplazione ad una fase dinamica di sperimentazione.

Volendo tornare al voto di sfiducia, constatate le ragioni fondate delle mozioni e preso atto dell’esito politico discordante rispetto a esse, è impossibile astenersi dal sottolinearne l’assoluta assenza di pertinenza con la realtà di fatto del nostro Paese, lontana anni luce dai palazzi del potere. La sfiducia alla cultura è, infatti, già stata votata, nei fatti, da tempo. Nel tentativo di responsabilizzare i consumatori nei confronti del proprio acquisto, spesso ci si spinge ad assimilare la spesa, il consumo al voto; applicando questa formula alle istituzioni preposte a tutela e promozione della cultura, potrà ravvisarsi un costante atteggiamento di sfiducia nei confronti della cultura, il quale si sintetizza nel brillante aforisma tremontiano: “la gente non mangia di cultura” (che ebbe forza addirittura maggiore delle mozioni di sfiducia, portando il Bondi a minacciare dimissioni). La salvezza del Ministro non è nemmeno lontanamente equazionabile non solo alla salvezza della cultura (figuriamoci!), ma anche a un’espressione di volontà dei rappresentanti del popolo italiano in favore della politica culturale sin’ora condotta dal Governo: le motivazioni sottese sono ben altre.
Questa conclusione, con più precisione, è riferibile a un discorso di ordine generale circa la politicizzazione dell’apolitico. Senza perdersi qui in esempi, è evidente come i molteplici ambiti che vanno a comporre il concetto generale di cultura, che dovrebbe essere il libero luogo di espressione delle contrastanti idee e di quelle progressive,  soffrano ontologicamente di un impoverimento del dibattito intorno ad essi, figlio dell’appiattimento delle ambizioni sulla dialettica del politico agone. L’intellettuale, cioè tanto l’uomo di cultura quanto tutto ciò che è manifestazione culturale, dovrebbe essere per natura apolitico. La cultura, al contrario, appare fagocitata nel profondo di effimere e povere diatribe. Basti citare, a titolo di esempio e rimanendo nell’oggetto dell’articolo, il modo in cui il Ministro ha propugnato la propria poltrona, concedendo una sostanziale delega in bianco al Sudtirolel Volkspartei per la gestione dei monumenti del Ventennio situati in provincia di Bolzano, in cambio dell’astensione sulle mozioni. È stato così mercificato, in poche ore, l’oggetto di un dibattito antico e prezioso in tema di identità, che da anni vedeva confrontarsi le diverse anime (italiana e tedesca) di quei territori. Questo semplice esempio equivale a un’espressa denuncia del macroscopico paradosso, che vede la fiducia al responsabile istituzionale della cultura fondarsi, almeno in parte, su di una violazione dello spirito dell’articolo 9 della Costituzione, alla luce della disposizione che, all’articolo 117 lettera f della medesima Carta, riserva la tutela dei beni culturali all’esclusiva potestà statale. Ecco perché la conclusione di questo discorso non può che essere la rilevazione di una dissociazione tra la fiducia politica e la sfiducia di fatto alla cultura.

II. Il corpo negoziato


La vicenda che investe il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel cosiddetto Rubygate colpisce, infrangendoli, molteplici aspetti dell’idem sentire de re publica e privata, cioè quell’omogeneità e condivisione sulle questioni di fondo che costituiscono l’integrità culturale di una nazione. Proprio questa forzatura della morale pubblica ha portato ad una spontanea rottura del patto sociale da parte della società civile che si è riaggregata attorno alla riaffermazione dei principi e dei valori posti a difesa della dignità umana.  La voglia di libertà e democrazia che si percepisce nella rabbia e nell’indignazione dei cittadini sta facendo emergere la possibilità effettiva di aprire un nuovo corso, la possibilità di dare vita ad una terza o, più onestamente, ad una seconda Repubblica. L’ottimismo e l’entusiasmo non devono comunque cedere alla tensione populista ed agli attacchi repressivi ai quali la dialettica democratica è esposta, anzi, deve raccogliere ogni forza al suo interno per portare avanti una riflessione importante su questioni fondamentali anche in futuro, dopo lo slancio di questi giorni.
Proprio il Rubygate, del resto, quasi fosse una summa di quelle componenti allarmanti che determinano l’incancrenirsi della democrazia in Italia, ha paradossalmente conferito unitarietà ad un moto critico diffuso, sollevatosi nei confronti di un solo uomo e della sua indegnità morale e politica, ma che sottende e presuppone di fatto il ben più esteso rigetto di quell’etica irresponsabile e offensiva che ha generato la figura del politico o delpotente quale dispensatore del privilegio: dal disprezzo e dall’abuso della pubblica amministrazione ( esemplificata dalla telefonata del premier alla questura milanese che ha originato a suo carico l’accusa di concussione ) fino alla violazione continua della sensibilità di genere, maschile e femminile, praticata e ostentata nella più bassa mediocrità, un emergere progressivo della verità che ha finito per contrapporre dignità ed autorità.
All’interno di questa riflessione ad ampio raggio, l’aspetto che qui interessa maggiormente per la sua gravità è la conversione del corpo da fattispecie intangibile in elemento negoziabile,  il quale, nella sua veste di oggetto di scambio, finisce per attrarre interamente su di sé il fulcro della negoziazione. Questo fenomeno, oltre che estinguere progressivamente ogni istanza meritocratica, porta a raggirare un principio fondamentale come quello dell’indisponibilità del proprio corpo, attraverso l’offerta di prosperità e benessere come contropartita all’uso dell’altrui fisicità. Oltre ogni valutazione sulla dignità che converrebbe alla carica di Presidente del Consiglio ed a ogni essere umano, il fatto che Berlusconi sia autore di questo comportamento fa sì che diventi palese una pratica sommersa ed abituale,  un abuso la cui abitualità ha fatto sì che si radicasse un costume e si normalizzasse un’estetica poi portata al potere. Sono chiare le connessioni con temi sviluppati in altri articoli: il corpo negoziato viene a costituire il punto di raccordo tra la cultura del benessere e la cultura nel benessere, rendendo possibile il confronto tra l’aspirazione al modello culturale e lo stato attuale dell’io colto nella sua rituale ricerca di fama e benessere.  In questo senso, il corpo diventa la chiave di volta del fascismo nuovo, passando dall’essere il luogo della scoperta di sé in una prospettiva diacronica divenuta impossibile all’essere il luogo dell’evasione da sé per fuggire l’oppressione di una dimensione esclusivamente sincronica, divenendo la sua mercificazione ( ma anche altre forme di autolesione ) una forma di espropriazione radicale dell’esperienza individuale auto o etero indotta. La reazione a questo fenomeno di mercificazione del corpo deve farsi carico di questa problematica per dischiudere una riflessione che porti ad una coscienza di genere diffusa, dinamica ma radicata, aperta ma tenace, che possa sostenere tanto gli uomini che le donne in una resistenza per i diritti  all’indomani delle manifestazioni di questo periodo ed in vista di un possibile nuovo corso. La movimentazione delle donne ( e degli uomini ) della prossima domenica può/deve essere una reale occasione controculturale, un primo passo mosso collettivamente dall’indignazione verso quella consapevolezza la cui assenza ha fatto si che solo oggi e solo in relazione ad atti gravissimi sia stata organizzata una manifestazione così importante. 

III. Diritto allo studio

Nella convinzione che esista un inscindibile legame tra il momento della manifestazione della cultura e il momento della sua formazione, si propone, di seguito, una serena riflessione sulle distorsioni che i metodi e le concezioni imposti dal nuovo fascismo ingenerano nel momento formativo culturale per eccellenza: il mondo accademico. Questa riflessione, è bene sottolinearlo già in punto di introduzione, si pone quale obiettivo una analisi di tipo intellettuale delle cause prime di queste distorsioni, arrestandosi, volontariamente, ad un piano generale di trattazione della materia, pur lambendo, ove necessario, argomenti di stringente attualità.

Quale termine di raffronto, in base al quale misurare le potenzialità e gli effetti della retorica neo-fascista, è utile richiamare una tendenza, contemporanea, che involge larga parte dell’ordinamento accademico italiano: la tendenza, in sintesi, a un allontanamento di sempre più studenti dalle materie di ambito umanistico, solo in parte compensata con l’aumento globale degli iscritti nelle nostre università. Si vuole, dunque, considerare se, e in quale misura, è possibile tracciare un parallelismo tra, da un lato, un atteggiamento socio-politico refrattario a dotarsi di fondamenti culturali solidi e, eufemisticamente, poco incline a incentivare l’acquisizione e manifestazione della cultura e, dall’altro, l’esercizio, da parte del singolo, della libertà di scegliere il proprio percorso formativo.
Nella scelta tra percorsi formativi universitari non potrà, certo, non scorgersi l’importante influenza dell’ambiente sociale di riferimento. Senza scomodare gli innumerevoli luoghi comuni in materia di clientelismo e nepotismo italiani, basterà qui sottolineare come difficilmente un momento cruciale come quello della formazione superiore, allargando volutamente il contesto a ricomprendere anche l’universo dei licei, sarà vissuto senza interferenze non strettamente riconducibili all’oggetto della scelta. Volendo citare, quale esempio, il caso non raro del figlio che si incammini sulle orme del padre, o la figlia della madre, potrà entrare in gioco, prescindendo non senza imbarazzo da argomentazioni di natura economica (delle quali si avrà modo di trattare più oltre), potrebbe individuarsi, quale motivazione plausibile, la volontà di ripagare il genitore dell’affetto e della stima, affiancandolo nella vita lavorativa, arricchendo ulteriormente un rapporto familiare, anche nella fase adulta dello svolgimento della professione. Pur nell’astrattezza dell’esempio, appare facile notare come la scelta medesima sarebbe comunque dettata, o influenzata, da un fattore di valutazione esterno al soggetto che sceglie. Esterno da un punto di vista culturale, di personalizzazione del proprio percorso formativo, lungi dal volersi sottrarre ai valori citati a esempio alcun riconoscimento.
In realtà, però, calare queste argomentazioni della concretezza della vita di tutti i giorni non può non significare richiamare il riferimento, costante ai limiti dell’assillo, al momento, successivo e quindi esterno all’oggetto della scelta, dello “sbocco”. Nessuno pretende di negare, non almeno in questa sede, la necessaria interdipendenza che lega la scelta dell’indirizzo accademico all’esercizio della futura professione. Semplicemente, questo secondo momento della vita di ciascun individuo (salvo quei ventinove giovani italiani su cento), l’attività lavorativa, si pone già in un momento concettuale estraneo a questa analisi. Congruente con essa è invece la rappresentazione che della vita lavorativa viene evocata in punto di scelta, spesso mediante il ricorso all’esperienza altrui o a esempi coevi, senza garanzia alcuna della fondatezza e dell’attualità di entrambe le fonti. Volendo spingere l’analisi agli estremi, potrebbe giungersi ad affermare che, il riferimento allo “sbocco”, il quale viene fatto proprio per dare concretezza maggiore a una scelta che apparirebbe altrimenti aleatoria, sia in realtà fondato su una realtà dai piedi d’argilla, con la non secondaria né innocua conseguenza di risultare inadeguato.
Rimandando le conclusioni, è bene concentrarsi, in principio, su cause, natura ed effetti delle distorsioni che possono contaminare, permeandola, la società civile contemporanea. Indubbiamente, come ebbe già a notare Pasolini, grande merito in questo campo è da riconoscersi alla più o meno consapevole scelta del società occidentale di virare decisamente in direzione dell’ El Dorado della civiltà dei consumi, facendo della moneta l’unica ricchezza concretamente e intuitivamente misurabile da chiunque. Vide, così, la luce, dopo la musica, la seconda lingua universale artefatta. Questo aspetto, lontano nel tempo e nella memoria dell’uomo, sebbene cruciale e di grande interesse, di per sé solo non basta a dare spiegazione al declino delle materie umanistiche, essendo sufficiente richiamare alla memoria la ben differente condizione della quale godevano gli intellettuali in periodi storici i quali, seppur non riconducibili alla civiltà dei consumi, avevano il merito di remunerare i colti, tanto in danaro, quanto in riconoscimento sociale. La letteratura, inoltre, è piena di esempi di grandi letterati che rinunciarono ad agi e ricchezze per rispondere con coerenza a un proprio ideale dell’essere intellettuali. Un segnale della presenza di valori, ulteriori a Mammona, che oggi ha perso gran parte della sua forza.
L’incamminarsi della società occidentale sulla strada del profitto, presto imitato dai paesi in via di sviluppo, lo si è detto, è insufficiente a fondare la crisi attuale del momento formativo della cultura umanistica, potremmo dire classica. L’elemento decisivo, in grado di dare una lettura al fenomeno, è la distorsione, ingenerata e perpetrata dal nuovo fascismo, tra i concetti di valoreutilità.
A questo punto, come direbbe il grande Totò, è opportuno aprire una “parente”, per richiamare alla memoria un motivo ricorrente delle ultime campagne elettorali (e delle future, se questa sciagurata legge elettorale dovesse permanere): il voto utile. Tale richiamo ha il non secondario vantaggio di fondare ancor meglio l’argomentazione qui prospettata. Il ricorso alla retorica del voto utile ha, quale fonte, una interpretazione distorsiva dell’architettura disegnata per la Repubblica italiana dai padri costituenti; quale natura, il carattere propagandistico, efficace perché fondato sull’anzidetta distorsione, che conduce al fenomeno della delega al capo della responsabilità civica; quale conseguenza, lo spostamento della conoscenza e della responsabilità dall’oggetto delle stesse, che è l’esercizio del più fondamentale diritto democratico di libertà, alle conseguenze dell’esercizio del diritto, esercizio che viene in tal modo influenzato in maniera determinante da una proiezione mentale che, a ben vedere, appare priva di fondamento. Ciò è facile a sostenersi, una volta che si verifichi la tenuta della retorica del voto utile alla luce della prassi: ci troviamo, nei giorni di redazione del presente numero, nelle more di una crisi del Governo italiano appoggiato dalla maggioranza più ampia di tutta la storia repubblicana. Il che dimostra, sia consentita un’ulteriore divagazione, come il problema non sia tanto il legame tra la volontà popolare e la sua espressione nel volo utile, bensì nel legame fallace tra il voto utile e i suoi “utilizzatori finali”.
Argomentazioni analoghe vengono svolte in materia di formazione universitaria. Solo che, in questo campo, i fautori e sostenitori dell’utile hanno saputo prescindere dal cambio di nomenclatura parlando, invece che di laurea utile, di laurea valevole, mantenendo intatta, a parole, una connotazione valoriale della formazione. Quanti destini sono stati scritti, sulla base della considerazione secondo la quale una laurea in medicina vale molto di più che non una in giurisprudenza, a sua volta assai più valevole di una in scienze politiche o in lettere? Il concetto di valore, concetto distorto, ingenera un procedimento del tutto assimilabile agli esempi già fatti. Il termine di paragone non è attuale e la scelta, di conseguenza, è infondata. Paradossalmente, la scelta dello studio non ha quale protagonista il soggetto attuale (lo studente), ma è focalizzata su di un protagonista potenziale (il professionista). Questa distorsione ha carattere fondamentale e macroscopico, e da essa ne discendono innumerevoli altre. In primis, val la pena di richiamare quella per la quale tutte le suggestioni e gli arricchimenti, anche e soprattutto extra-curriculari, che derivano dal mondo universitario e che agli universitari sono indirizzati, vengono respinti o sottovalutati, alla luce di una proiezione fallace del proprio io, incompatibile, in quanto proiezione, perché inattuale. In secondo luogo, può citarsi un’ulteriore distorsione prospettica: quella che comporta la percezione del percorso di studi non come un progresso formativo, che ha quale motore e quale fuoco l’individuo e le sue qualità (attuali e potenziali), bensì come una procedura di certificazione di una propria attitudine alla materia prescelta. Tale distorsione finisce per generare soggetti irreprensibili dal punto di vista della preparazione tecnica, ma estremamente poveri dal punto di vista umano (umanistico) dell’arricchimento valoriale, dell’attitudine al confronto multidisciplinare e, quindi, della versatilità, la lacuna forse più rilevante fra quelle scontate dai neolaureati italiani all’ingresso nel globalizzato mercato del lavoro.  A chiusura dei un’elencazione solo esemplificativa delle molteplici distorsioni, vale la pena di citare come la contaminazione possa andare anche oltre il contesto strettamente universitario, andando a ripercuotersi sulla selezione stessa della “forza lavoro”. L’Italia è forse l’ultimo dei Paesi europei che tuttora fonda la ricerca dell’impiego sull’aspetto formale delle certificazioni, in controtendenza rispetto ad economie ben più floride che concentrano la competizione concorrenziale nell’accesso al lavoro sulle qualità umane concrete. Un lampante ossimoro è ispirato dalla giustapposizione delle pratica dei colloqui, invalsa oltre Manica, con interessantissime aperture anche a studenti di materie ben poco “attinenti”, secondo la logica italiana (lo studente di filosofia di Cambridge ammesso ai colloqui d’assunzione in una multinazionale di strategy consulting), al meccanismo italiano della selezione dei docenti per le supplenze (liste e punteggi). E cosa potrà mai esservi di meglio della critica situazione della docenza per illustrare la crisi della formazione?!
La retorica della laurea valevole, dunque, comporta il sovvertimento del concetto di valore, ricollegando la scelta dell’individuo non all’attualità della formazione culturale propria, ma al coefficiente potenziale di arricchimento che viene enunciato, in promessa, all’atto della propaganda invasiva. Il fine dello studio diviene l’agiatezza, non la formazione. Questo processo, causato dallo svuotamento del concetto di valore, e connaturato dalla serie di distorsioni suddette, ha quale causa ultima il restringimento della libertà individuale, ravvisabile tanto nella retorica del voto utile, quanto in quella della laurea valevole, ma con l’aggravante nel secondo caso, di accompagnarsi al sacrificio della formazione che è sacrificio, in ultima analisi, dell’indipendenza. L’impoverimento culturale che discende da una scelta che, quando non inadeguata, sarà comunque indebolita da un atteggiamento inconciliabile con le sollecitazioni che potranno derivare dall’esperienza di ciò che si è scelto, sebbene concretamente non quantificabile in ricchezza, e dunque in benessere, potrà in ogni caso condurre a risultati fortemente penalizzanti, rispetto a una scelta calibrata sulla persona e attuale. Ma la corruttela, lo si è visto, è tale da avere raggiunti anche stadi ulteriori dell’esperienza di vita individuale, disincentivando questo atteggiamento coerente con la condanna all’emarginazione: l’esatto contrario del riconoscimento dell’intellettuale come individuo di valore. Volontà coartata.
Queste ultime considerazioni conducono alla seconda macro-distorsione di cui occorre trattare. Essa ha ad oggetto la figura odierna dell’intellettuale.
Perché un’incentivazione basata sul lucro possa aver senso e mantenere intatta tutta la sua forza persuasiva, occorre, necessariamente, che il suo opposto, cioè ciò che si vuole disincentivare, appaia espresso in una grandezza omogenea raffrontabile. È, quindi, necessario, “monetizzare” lo “sbocco” successivo a una scelta di tipo umanistico. In tal modo, una divergenza penalizzante, prima sostenuta solo a parole, diverrà quantificabile in euro, e pertanto comunicabile nel globale linguaggio della moneta. Da questa prospettiva, tesa a depauperare ogni riferimento ad aspetti non attinenti al lucro, nasce l’iconografia del precariato. Precario è ormai appellativo dispregiativo assoluto, oltre che esordio di ogni moderno ricatto. Affinché il ricatto sia efficiente, poi, occorre che l’intero sistema occupazionale, in special modo quella terra di mezzo che lega formazione e mondo del lavoro, sia concepito precipuamente per la produzione di precarietà. Tale risultato si raggiunge privando di contenuto, e dunque di valore, ogni peculiare qualità; il che riporta alla mente l’esempio comparativo tra il nostro sistema e l’angl0sassone.
Ma, anche qualora si volesse oltrepassare tale fase, spingendosi a considerare quella dell’affermazione individuale nel mondo della cultura (poniamo, ad esempio, quello della letteratura), s’imporrebbero numerose considerazioni su altrettante micro-distorsioni. Volendo seguire una impostazione diacronica, verrebbe da considerare, quale primo argomento, la possibilità di raggiungere tale affermazione a prescindere dal percorso di studi (seguendo l’esempio, si pensi al politico, magari nemmeno laureato, romanziere), ma questo è, in realtà, il punto d’approdo della riflessione. Il ragionamento deve partire dal momento di consacrazione assoluta del proprio essersi affermato: il premio. In una prospettiva che si mantenga saldamente ancorata a valutazioni qualitative, le quali involgano la tecnica, l’arte, il contenuto e altre qualità attinenti la manifestazione culturale di ogni specifico settore, il premio non può che assumere il valore di riconoscimento. Il termine stesso, riconoscimento,implica la preesistenza del dato oggetto del riconoscimento stesso. Il premio come riconoscimento, dunque, è volto a certificare un’insieme di qualità note o manifestate in potenza. Potrebbe dubitarsi dell’utilità di un premio che sia mero riconoscimento di una qualità nota o conoscibile/prevedibile. Per riconoscerne l’utilità occorre compiere un’ulteriore passo avanti. L’utilità del premio si misura nella fase successiva alla sua attribuzione. In questa fase, l’utilità si misura secondo due differenti parametri: l’incremento di ricchezza del premiato, oppure il contributo qualitativo che dal premio deriva a una collettività più o meno ristretta.
Il primo parametro è quello oggettivo e distorto del nuovo fascismo. Il premio è concepito secondo un’accezione terrena di vincita, il che contribuisce a circonfondere ogni riconoscimento della nebbiosa aura dell’aleatorietà. Il premio passa dall’essere risultato di una discriminazione fondata sulla competenza di chi valuta e sulle qualità intrinseche di chi è valutato all’essere il frutto di un tele-voto (un prefisso che richiama la lontananza che separa votanti e votati), ancorato all’appeal dell’eletto (il baciato dalla fortuna) e alla consistenza numerica degli elettori (la volontà popolare: richiama niente?). Ecco che il successo che deriva dal premio diviene a sua volta monetizzabile in termini diaudience, di tirature e, approdo inevitabile, denaro.
Agli antipodi di questa distorsione si colloca, invece, il secondo parametro evocato in precedenza. Il carattere essenziale del premio dovrebbe essere la sua attitudine a riconoscere la qualità, la quale di per sé stessa è già dotata di forza espressiva, che è a sua volta una delle qualità riconosciute. Il premio dovrebbe quindi fungere da garanzia per ciascuno circa le qualità di un’opera che sono a essa intrinseche, non a essa conferite dal premio. Nel solco dell’esempio prospettato, la letteratura, quello appena accennato è il discrimine tra il classico e il caso letterario:sempiterno il primo, evanescente il secondo. Un premio alla qualità arricchisce l’autore, prima che di denaro (non volendosi qui negare la necessita che anche il mestiere del letterato sia adeguatamente remunerato, anzi), di responsabilità: la responsabilità di far sopravvivere le qualità della propria opera alle aggressioni del consumismo (la notizia più diffusa circa l’ultimo premio Nobel per la letteratura è stata la sua indole politica liberale di destra); la responsabilità, ancora, della propria influenza culturale. I contenuti intellettuali non sono merce di scambio, della quale è possibile disinteressarsi una volta conseguito il giusto corrispettivo; essi vanno difesi e coltivati nella loro fisiologica evoluzione.
Tutto questo è volutamene ignorato dal fascismo nuovo, che sospinge con blandizie verso la mercificazione persino del sapere. Questo processo ha quale approdo un contesto in cui la qualità del sapere diviene sempre più legata alle possibilità economiche dello studente, scoraggiando i meritevoli in favore degli abbienti (abbienti danaro o abbienti fama), e ai suoi investimenti (o di chi è in grado di sorreggerlo economicamente, influenzandolo inevitabilmente) nel percorso di studi. Non è difficile riscontrare in un tale contesto una tensione alla prosperità piuttosto che alle capacità. Questo è un circolo virtuoso o vizioso?
Si conclude, con queste righe, la storia di un’espropriazione. Nel momento in cui si espropria l’individuo della sua indipendenza e della sua libertà nella valutazione (la quale dovrebbe informarsi, lo dice il termine stesso, a un ortodosso concetto di valore) delle componenti culturali del proprio esistere, si restringe e s’impoverisce l’orizzonte delle scelte formative al campo immanente e materiale del profitto, il quale, dis-velato dalla critica alle distorsioni, appare in tutta la sua nuda povertà. 

IV. Giorno della memoria: l’oblio infranto 

Il 27 gennaio scorso si è celebrato il Giorno della memoria, nella data in cui, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli di Auschwitz. La memoria che in tale giornata si evoca è la memoria delle leggi razziali, della classificazione del “bestiame” umano secondo gradazioni di arianesimo, dei ghetti prima riempiti al colmo e poi spolpati con i treni della morte, delle deportazioni al massacro, delle carneficine. A questa brutalità, coeve a questi eventi, i decenni di ricerche storiche e processi hanno aggiunto raccapriccianti testimonianze di collusione e colpa, sino a tinteggiare il quadro di orrori evocato, pur nella consapevolezza dei tanti eroici gesti di difesa dell’uomo, nel termine Shoah.

Ma il Giorno della memoria non rivela la propria importanza solamente per via degli oggetti della memoria stessa, ma vuole essere anche e soprattutto l’occasione per rinverdire e mantenere la pratica del ricordare: l’esercizio “fisico” della memoria. Per questo, gli atteggiamenti tenuti in occasione di questa ricorrenza possono e debbono essere valutati alla luce di questa duplice consapevolezza, mettendo in luce l’ipocrisia di chi, soprattutto a livello istituzionale, fonda la sua partecipazione alla giornata sulla mera evocazione dei truci fatti. La mera evocazione si riduce a un atteggiamento descrittivo del passato, rinunciando ad essere memoria, cioè atteggiamento prescrittivo del presente. Il primo spinge alla semplice suggestione, alla sterile empatia, e relega gli orrendi esempi dell’olocausto fra gli argini di un passato irripetibile. Un atteggiamento responsabile di memoria, al contrario, costringe all’interrogazione costante della propria coscienza e alla comprensione a tutto tondo degli avvenimenti, al fine di ravvisare nel presente i pericoli di un ripetersi di simili atrocità.
Un simile atteggiamento è comunemente percepito come esagerato, e questo accade proprio per un appiattimento della memoria sull’evocazione dello stadio ultimo della Shoah: lo sterminio. Ciò consente di relegare fra le assurdità ogni critica che paventi una degenerazione della liberal-democrazia, nata dalla resistenza, suscettibile di condurre ad esiti destabilizzanti per la pace. Al contrario, la pratica attiva della memoria come denunzia delle tante e sottili analogie tra un presente da difendere e un passato da conoscere e interpretare è la manifestazione più alta della critica alla società. Questo assunto sarà però condivisibile in misura sempre maggiore, solamente qualora si proceda a un’assimilazione progressiva di un dato fondante le potenzialità critiche del ricordare: la responsabilità.
Perché memoria e responsabilità possano legarsi è necessario, in primo luogo, abbandonare un atteggiamento evocativo, come sopra descritto, e dotarsi di una visione il più possibile aderente a una concezione dell’agire umano imperniata sulla durevolezza dei suoi effetti. È necessario, cioè, concepire il proprio agire non come limitato al momento attuale dell’azione, ma esteso alle conseguenze durevoli dello stesso. Ciò contribuisce a fondare ogni valutazione circa il proprio operato sulla base di un’arco temporale dilatato, fino a ricomprendere aspetti ulteriori, non ultimi la compatibilità e la coerenza fra le diverse azioni.
Questa impostazione è oggi totalmente estranea alla dialettica e alla prassi istituzionale, le quali sono, al contrario, fondate su comportamenti effimeri e valutati fine a sé stessi. In sostanza, viene perpetrata una costante negazione della permanenza di ogni atto, parola, giudizio. Questo è il principale sintomo dell’attuale immobilismo politico e sociale in Italia e non solo. L’unico carattere della vita pubblica italiana contemporanea che gode di perpetuità è la capacità di sostituire e contraddire, con tempi televisivi, ogni elemento espressivo. Tutto questo è ben lontano dal rappresentare l’evoluzione fisiologica e positiva di una dialettica interna alle istituzioni, magari finalizzata all’attuazione delle millantate riforme; al contrario, se ne deduce una tendenza costante all’avvitamento sulla staticità.
Non solo, dunque, è possibile affermare un’incapacità di praticare la memoria responsabile, ma è addirittura possibile riscontrare una quotidiana consuetudine revisionista, volta a sovvertire i fondamenti stessi della civile dialettica. Esempi ve ne sono molti: basti citare l’evocazione dello spauracchio del “comunismo” come appellativo per le opposizioni; ma, più in generale, la pratica del revisionismo, incapace, da un lato, di estrinsecare i propri effetti distorsivi nell’ambito dei valori trascendenti (arduo negare l’olocausto), dall’altro, riesce perfettamente a legittimare il preteso e falso rinnovamento perpetuo dei protagonisti della politica, che spacciano un cambio di nomenclatura per una mutazione di orientamento ideale e valoriale. È naturale da ciò dedurre come la salvezza del cittadino, di fronte a questo spettacolo di povertà, non possa ricercarsi altrove, se non nella pratica responsabile della memoria quale esempio primo di partecipazione civica alle sorti della propria Nazione. Allo stesso modo in cui gli storici reagiscono ai tentativi di demolizione delle certezze relative alla propria materia, i cittadini sono chiamati a reagire di fronte alle contraddizioni dei politici, forti della convinzione che l’edificazione genuina del consenso dovrebbe aver principio nella coerenza deontologica e non nella sapiente esternazione dello spot giusto al momento giusto, magari in palese contraddizione con le precedenti campagne pubblicitarie. Un discorso, questo, che manifesta i tratti dell’utopia, ma anche la lucidità della denuncia.
Ma, anche nell’imperversare della tempesta nazista non è difficile immaginare quale sorte sarebbe toccata a elucubrazioni che prospettassero il sovvertimento del piano diabolico. Eppure, la liberazione di Auschwitz ha avuto il significato miliare di strappare il velo che nascondeva l’orrore dell’olocausto, consegnando alla memoria le nere pagine della storia mondiale. Queste sarebbero divenute oggetto della pratica responsabile qui descritta e della strenua difesa dei tanti uomini responsabili che se ne sarebbero fatti carico.
Anche la battaglia contro l’ipocrisia, contro la politica dell’oblio, contro la pratica anti-culturale della transitorietà come stile di vita potrà vantare una simile ambizione, forte della quale potrà tentare la scalata al muro di omertà che, la storia insegna, nasconde ogni nefandezza, finanche agli occhi degli stessi carnefici. Ecco, dunque, il senso del Giorno della memoria che ci sentiamo di riaffermare qui: la memoria non solo dell’orrore, ma anche degli esempi di memoria, da imitare ciascuno nella propria veste di uomo e cittadino.

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