1 – Crisi

Dopo un anno di lavoro sulle pagine di questa rivista, l’analisi del primo bilancio rende evidenti tanto aspetti vincenti quanto correzioni necessarie all’operazione culturale posta in essere attraverso la fondazione di Orizzonte. La scommessa, ambiziosa, di dare vita ad un luogo di riflessione e confronto libero, dal quale ricavare una sempre crescente consapevolezza della propria condizione di intellettuali-resistenti è stata vinta: fin dalla sua nascita, la rivista ha dischiuso le sue potenzialità assumendo un ruolo di riferimento tanto nella prospettiva personale quanto in quella del dibattito collettivo. Nonostante il suo carattere spontaneo, la sua struttura è stata in grado di assorbire l’enorme complessità di una riflessione critica che, come la rilettura rende evidente, ha esplorato senza confini l’intero campo dell’esperienza. Ma l’aspetto senza dubbio più gratificante è rappresentato dalla solida natura libera che questa rivista ha assunto: uno spazio di espressione dove la libertà viene ricostruita quotidianamente, attraverso il duro sacrificio della parola responsabile e critica, attraverso l’indagine compiuta instancabilmente secondo ragione nel tentativo costante di definire la propria posizione. Questo processo di liberazione appena descritto, fondato su di un atto di rinuncia approdato poi ad un’assunzione di responsabilità propositiva, è reso possibile in gran parte dalla presenza di Orizzonte e dalla sua qualità qui brevemente delineata. Questa base, fonte di enorme soddisfazione, è il terreno sul quale si costruisce il futuro.
Ma il futuro, che abbiamo immaginato per Orizzonte, dipenderà in larga parte dalla capacità di dare ulteriore coerenza e compiutezza a un lavoro che vogliamo sia, ora e sempre, propositivo e stimolante di un franco confronto. Tale confronto, però, come è stato chiaro fin da subito, mai potrà giovarsi della gratuità-anonimato dei contemporanei format di comunicazione, in quanto la partecipazione a un confronto che ha ad oggetto la responsabilità non può aversi se non nell’atto di responsabilità di inter-agire, esponendo la propria identità. Se ciò, in linea di principio, è risultato chiaro dagli albori di quest’avventura, non altrettanto efficiente è stata la traduzione del principio in prassi.
Qui si innesta la svolta che abbiamo immaginata per Orizzonte: dotare questo spazio di ritmi e confini pulsanti, ma certi, per permettere a questa testimonianza di farsi esempio e matrice di coinvolgimento. E proprio il coinvolgimento, la partecipazione, è alla base del primo numero del primo anno di Orizzonte, dopo un anno zero di vivifico e spontaneo magma intellettuale. Il presente numero tratta della “Crisi”, secondo un’analisi vasta che spazia dal generalissimo all’estremamente peculiare, per ri-disegnare la mappa dell’identità infranta dell’uomo contemporaneo, stretto tra pretese di assolutismo e degenerazioni da social network. Ad un discorso introduttivo (I e II) centrato sugli elementi cardine dell’agire etico pubblico e individuale, segue un’indagine introspettiva sull’elemento basilare del linguaggio macro-sociale e micro-sociale (III e IV), nell’intento di ripercorrere a ritroso le tappe della frantumazione di quella responsabile spontaneità, generatrice della partecipazione che per Orizzonte auguriamo.

 

I. Crisi degli ideali

Per comprendere con chiarezza l’oggetto di questo articolo, l’ideale, occorre fare prima riferimento al concetto di idea, del quale il primo rappresenta ovvia derivazione. In una prospettiva etimologica, idea è un concetto ricondotto al verbo greco vedere, dal quale è tratto il significato più prossimo di idea come sapere, conoscenza. La sfumatura che, però, vogliamo qui prendere a modello, è maggiormente legata al significato originario: si vuole parlare di ideale nel senso di visione: di proiezione, cioè, dell’idea nel tempo.

La funzione ottimizzatrice dell’ideale

La prescelta soluzione ha il pregio di chiarire meglio la funzione, che potremmo dire ottimizzatrice, degli ideali; funzione che semplifica il lavoro di ricerca di una definizione di ideale che, volontariamente, ci si asterrà dal dare. L’ideale o forse, meglio, l’idealizzare è una pratica di cristallizzazione della perfezione in una dimensione distante nel tempo, futura e mai pienamente raggiungibile del divenire. L’idealizzazione di un concetto altro non è che l’enunciazione della sua descrizione ultima, realizzata, piena. Quindi, la funzione dell’ideale è di permettere, tramite la descrizione di una perfezione inarrivabile, l’ottimizzazione del perfettibile: un concetto già ben presentato da una pensatrice del calibro di Hannah Arendt.

Natura politica degli ideali

Ma qual è il metro di giudizio della perfezione di un ideale? A quali criteri può l’uomo ricorrere per fondare universalmente o, applicando quanto detto, nei confronti di quanti più possibile tale descrizione idealizzata? Ben difficilmente egli potrà ricorrere a concetti introspettivi e privati, quali le proprie conoscenze e convinzioni personali: il discorso circa questa dimensione microscopica sarà approfondito altrove (II). Ecco che ci si avventura sull’impervio sentiero della scelta della verità. Storicamente, il bisogno di certezza degli esseri umani è stato soddisfatto, con esiti alterni, tramite diverse forme di legittimazione della verità (monarchie, oligarchie, autoritarismi, democrazie, diversi modelli di organizzazione delle chiese, ecc.), la quale si è prevalentemente mostrata nelle vesti della religione (fede) e del diritto (ragione). Mantenendo consapevole coscienza delle innumerevoli contaminazioni storiche tra questi ambiti, non può farsi a meno di notare e sottolineare la vocazione pubblica, politica del secondo, al contrario della prima, ontologicamente ripiegata sull’individuo, nella predominanza del suo rapporto con Dio e con conseguente dilazione delle tematiche universalistico-collettive all’oltre-vita (la giustizia divina, il Suo diritto, verrà). Quello della fede è un tema che sarà approfondito, ma sin d’ora è bene diffidare dal confondere il piano ontologico della stessa (la sua natura intrinseca di credenza) con il piano pedagogico dei comandamenti (la declinazione normativa). Non si sta, dunque, affermando il carattere antidemocratico della dottrina di fede, ma si vuole sottolineare la dimensione individualistica del problema principe della fede: il credere, che è fatto privato e perciò inidoneo a fondare la validità estrinseca (etero-rivolta) dell’ideale. Dunque, l’ideale, che deve ricercare il proprio fondamento e non può farlo nell’intimo dello spirito, dovrà rivolgere la sua ricognizione all’ambito pubblico-politico governato, a seconda dei luoghi e dei tempi, da princìpi che a loro volta rappresentano tentativi di ottimizzazione, ispirati da un ideale. Nel caso italiano, l’ideale liberal-democratico è il fondamento dell’organizzazione socio-politica dello Stato. In un simile contesto, assai diffuso nel mondo globalizzato, il fondamento di un ideale va ricercato nello stesso procedimento democratico elettivo. L’ideale sarà tanto più fondato quanto più condiviso. Tale considerazione ha un pregnante contenuto di relativismo, perché comporta l’accettazione della perfettibilità dello stesso sistema democratico, anche qualora questa dovesse esplicitarsi in una sovversione dell’ordine dato. A ben vedere, è questo il presupposto stesso della democrazia plurale. Riassumendo, il riconoscimento della natura politica dell’ideale discende dalla necessità di fondare lo stesso secondo i meccanismi propri del diritto pubblico, inteso come impalcatura sistematica della convivenza civile democratica.

Fonti degli ideali

Calandosi ancor più nell’indagine descrittiva dell’ideale, non può evitarsi un ragionamento a proposito delle forze che ne governano la formazione. In questa sede, si eviterà scientemente di considerare le mille variabili sociali, politiche e storiche connaturanti questa fase genetica, per concentrare l’attenzione su quelle categorie passibili di maggior generalizzazione. A ben guardare, gli ideali si reggono grazie all’azione sinergica di due forze, che a prima vista parrebbero antinomiche. Sono queste la rivoluzione e la resistenza.
Di rivoluzione si parla, avendo ben in mente gli esempi storici di affermazione di ideali rappresentanti un’istanza di rottura del continuum temporale: si pensi alla celebrazione, in questi tempi, dell’ideale unitario. La forza rivoluzionaria dell’ideale fa leva, in modo assai deciso, sulla funzione ottimizzatrice dello stesso. L’imperativo ultimo di ciascuna rivoluzione, la sua sintesi perfetta, viene tenuta alla larga dalla possibilità di consumazione, di fruizione, da parte dei rivoluzionari stessi; anzi, tale imperativo viene proiettato nella futuristica dimensione dell’inarrivabilità, onde assicurare ulteriore slancio al movimento rivoluzionario. La rivoluzione antifascista non può dirsi completata con l’abbattimento del regime, ma necessita della puntuale implementazione dei princìpi democratici, la quale è sospinta dall’idealizzazione del concetto stesso di democrazia.
Circa la resistenza, occorre un semplice cambiamento di prospettiva per comprendere come l’idealizzazione consenta, allo stesso tempo, di difendere efficacemente l’imperativo dall’aggressione di quelle forze, a loro volta rivoluzionarie, che tentano di minarne il percorso. E’ l’idealizzazione del concetto di democrazia che permette, a ben vedere, di assorbire le spinte antidemocratiche mediante il loro riconoscimento e la loro accettazione quali tendenze minoritarie. L’idealizzazione, fondata sul consenso all’imperativo affermato con la rivoluzione, conferisce allo stesso un rango rinforzato, che gli consente di resistere alle spinte contrarie o devianti. Sarà, certo, possibile un adattamento della costruzione fondata sull’ideale, ma mai un’alterazione di quest’ultimo, pena lo smarrimento dell’ideale stesso.

Consumismo degli ideali

Il passaggio fondamentale della presente analisi, è l’esposizione della forza trainante dell’ideale, nei confronti dell’agire post-rivoluzionario, che potremmo dire ordinario. Il motore del progresso, dell’edificazione razionale della costruzione fondata sull’ideale è l’impossibilità di “consumare”, di fruire lo stesso. Qualora così non fosse, il risultato sarebbe il consumismo degli ideali. Il consumismo altro non è che l’identificazione del progresso nella continua conquista di traguardi progressivi, e ha come prodotto principale lo scarto, che va ad alimentare altri, minori, consumismi. Il consumismo ha come unico ideale il consumo stesso, che è un fattore inconsistente, immateriale: è un modus vivendi. I promotori del consumismo, però, godono di una non irrilevante abilità, quella di concretizzare l’ideale del consumo, ingenerando la confusione tra il bene del consumo e il fine del consumare. Il primo, concreto, può meglio essere venduto, mediante la decantazione delle qualità e dei vantaggi. Il secondo, immateriale e infondato (perché, nell’accezione corretta, non condiviso nel senso democratico dell’espressione), presta o, nella realtà, presterebbe il fianco alle istanze anti-consumistiche, che fondano la loro critica precipuamente sul disvelamento dell’insussistenza-infondatezza del metodo consumistico. Il consumismo degli ideali è, dunque, la confusione premeditata del fine (l’ideale) con il mezzo (la norma, in senso ampio).

Crisi degli ideali

La contemporanea crisi degli ideali sta proprio in questo travisamento. Si crede raggiunto l’ideale tramite il semplice conformarsi al modus operandi prescritto in vista della sua irrealizzabile realizzazione. Il conformismo, dunque, è la crisi dell’ideale, che cessa di essere forza motrice del progresso (fine), per divenire strumento (mezzo) di livellamento, verso il basso, della società. Come termine di raffronto, a conferma di quanto sin qui sostenuto, può efficacemente essere presa la scena politica italiana, ma non solo. In barba agli elenchi dei valori tanto di moda in questi tempi, la partecipazione del cittadino alla politica avviene esclusivamente secondo una logia conformistica, di adesione a un modello fine a sé stesso. Si eviteranno, volutamente, riferimenti specifici, onde non compromettere l’efficacia dell’argomentare e, di conseguenza, la sua idoneità ad esser sottoposto a critica su un piano generale.

Liberal-democrazia

L’anima social-costituzionale del nostro paese può, non senza approssimazione, essere definita liberal-democratica, termine che fonde due dei principali ideali dell’occidente moderno. Il fatto che tanto l’ideale liberale quanto quello democratico attraversino un periodo di profonda crisi è indicativo della delicatezza del momento storico contemporaneo.
L’ideale liberale ha quale fulcro la libertà, intesa come massima estensione possibile della sfera dell’intangibilità della persona e delle sue estrinsecazioni, limitata unicamente dalla necessità di garantire agli altri la medesima possibilità di espansione. Il liberalismo è attualmente in crisi, in seguito a un travisamento concettuale del termine “intangibilità”. In una accezione costituzionalmente orientata, il termine sta a significare l’impossibilità di esporre la libertà personale e le sue declinazioni a intrusioni permanenti sia per durata sia per attitudine offensiva. L’attuale concetto di intangibilità, veicolato costantemente dalla peggior propaganda di destra, è in rapporto di sinonimia con quello di immunità, che è un’intangibilità assoluta e temporalmente indeterminata, frutto non del contemperamento tra interessi dialogicamente contrastanti (le sfere di libertà personali di ciascuno), bensì dell’arroccamento arrogante nella propria posizione di privilegio, a prescindere dai modi che hanno permesso di conquistare detta posizione, in spregio di qualsivoglia istanza altrui. Una riproposizione di una malcelata legge naturale del più forte, la quale farà apparire ogni concessione “democratica” al popolo come, appunto, atto di liberalità compassionevole: una democrazia negata. Il riferimento normativo immediato, di rango Costituzionale, dell’ideale liberale è l’articolo 2 della Carta Fondamentale. Questa norma si dimostra confermativa del ragionamento sin ora condotto, nel momento in cui instaura o, meglio, prescrive un inscindibile legame tra l’inviolabilità dei diritti dell’uomo (nella sua “forme” mono- e pluri-soggettiva) e l’inderogabilità dei doveri di solidarietà. Il compito di bilanciamento tra queste esigenze è rimesso alla Repubblica, che è cosa di ciascun consociato.
L’ideale egalitario soffre di un’altrettanto profonda crisi, meno pressante solamente a livello di percezione, a causa della sua attuale posizione minoritaria nel Paese. La democrazia come “governo del popoli” ha conosciuti, nell’ evoluzione storica, vari precipitati integrativi del suo significato. Un valido riassunto di questa evoluzione lo si trova nel terzo articolo della nostra Costituzione, apparentemente uno dei più conosciuti della stessa Carta. In realtà, nella percezione comune che si ha di quella norma, si assume una concezione assai restrittiva della stessa, limitandosi a citare e introiettare l’eguaglianza di fronte alla legge e, meno frequentemente, il divieto di discriminazione. Certo, già una compiuta implementazione di queste due declinazioni del principio di eguaglianza aprirebbe alla povera Patria nostra un futuro di sviluppo e progresso ma, in una visione che vuole essere, appunto, idealistica, ci sforziamo di considerare l’articolo 3 nella sua interezza. Anche in questo caso, si impone la segnalazione dell’imprescindibilità del riferimento al legame indissolubile che unisce il concetto di “pari dignità sociale” (onnicomprensivo delle declinazioni del principio d’eguaglianza) e l’atteggiamento progressista richiesto alla res publica. L’eguaglianza è dunque definita e prescritta non come stasi (quale ne è invece la generalizzata percezione: la difesa di un ormai anacronistico status quo), ma come elemento prodromico alla realizzazione dell’individuo. In un discorso di responsabilità, questo non può che tradursi nell’irrinunziabile obiettivo di ingenerare una presa di coscienza circa l’essere cittadino di ciascuno e le molteplici implicazioni di ciò figlie, vuoi in ambito social-pubblicistico (l’appartenenza e la partecipazione), vuoi in uno social-privatistico (la responsabilità e la resistenza). Questa è la dignità sociale di cui nessuno parla, perché la sua semplice citazione implicherebbe una presa di coscienza ben diversa: la constatazione di aver persa, nella stasi, la propria dignità.

 

II. Crisi del pensiero critico

Un approfondimento circa il pensiero critico, come contraltare della dimensione macroscopica degli ideali, si fonda inevitabilmente sul concetto di critica e sulla possibilità dell’uomo di esperirla: la capacità critica. Il termine criticafonda la sua etimologia sull’espressione greca “arte del giudicare”, il che già consente di intuire come la critica non valga fine a sé stessa, ma solo in relazione a un’arte, cioè a un’azione, una capacità umana. Il termine arte (tekne) va qui inteso, correttamente, come lavoro artigiano, impegnato e puntiglioso. Non una creatività autoreferenziale, non un vezzo, né uno stile. Il termine capacità deve dunque richiamare alla mente un’esperienza acquisita con metodico impegno, non un’innata peculiarità. Quanto alla critica, tenendo a mente il primordiale significato di giudizio, dovrà preferirsi una lettura mondana, microscopica, che ricollega il concetto alla vita di tutti i giorni, alle piccole cose. Si parlerà allora di critica come di una capacità di discernimento tra le alternative che si pongono e frappongono nella quotidiana esperienza del vivere. Questo non significa, a ben vedere, escludere ogni problematica di ampio respiro, politica o esistenziale, in quanto questi ambiti entrano in collisione e in relazione con l’esperienza giornaliera mondana in innumerevoli occasioni. Si tratta, quindi, di dotarsi di un metodo per operare al meglio le scelte esistenziali più basilari, senza certezza alcuna sulla loro esattezza, ma con consapevolezza del rigore adottato nell’opzione.

Funzione dell’autocritica

La critica così come descritta, estrinseca tutto il suo potenziale specialmente nel dialogo con l’io, vestendo i panni dell’autocritica, della critica introversa e introspettiva, garanzia di una eterodossia dialogica formativa del pensiero. Il fatto che il pensiero, inteso nel senso più intimo di deontologia intellettuale, di modo di essere, possa formarsi tramite un discorso a due voci tra l’io (che è l’essere attuale) e la capacità autocritica (che è l’essere potenziale), può destare perplessità: difficile è ammettere un dialogo tra un soggetto e sé medesimo, ma la descrizione delle funzioni dell’autocritica o, meglio ancora, delle due dimensioni della funzione formativa dell’autocritica, può correre in aiuto dei più scettici.
Il primo stadio, nel percorso formativo del pensiero, è quello del mutamento. Un individuo incapace di critica non fa altro che riaffermare il proprio essere immutabile, in un’indefessa testimonianza di perfezione, o di sufficienza, che abortisce ogni impulso evolutivo. L’autocritica, di contro, ha il vantaggio di trascinare l’essere (cioè la descrizione attuale che il soggetto compie su di sé), attraverso lo spazio del dover essere, fino allo stadio della perfezione. L’autocritica consente di immaginare il mutamento come già avvenuto, per dedurne le scelte deontologiche da compiere nel perfezionamento reale.
Ecco il secondo passo: la comprensione. L’individuo autocritico sveste i panni di sé stesso per riguardarsi secondo una diversa prospettiva, formulando un giudizio di adeguatezza al modello ideale immaginato.

Le dimensioni intimistiche dell’autocritica

Il procedimento di astrazione mentale deve necessariamente appellarsi ad un codice deontologico generale preesistente. Nella ricerca di questo minimum, il soggetto intraprende un approfondimento intellettuale del proprio essere, fino a individuare la propria matrice, il proprio credo. Questa dimensione intimistica dello spirito critico è storicamente ancorata a due macro-linee guida: fede e ragione (titolo, fra l’altro, di un’enciclica di Papa Giovanni Paolo II). Questi due “mondi”, non necessariamente antinomici, dotano la persona degli strumenti metodologici per determinarsi attraverso scelte consapevoli. La fede si fonda sull’altruismo e sulla dottrina della speranza. La ragione sull’egocentrismo e su di un relativismo mondano.

Autocritica e conformismo

In ogni scelta, anche quella basale tra fede e ragione, nonché nel contemperamento variegato di vari caratteri, fattore determinante è la libertà, la quale nasce dalla capacità che il soggetto ha avuta di dotarsi di una forte e stabile identità morale e intellettuale. Questo processo di edificazione di una propria deontologia trova nel conformismo imperante un insormontabile ostacolo. A livello filosofico, il conformismo si presenta come l’induzione alla rinuncia della propria identità e, di conseguenza, della propria libertà, in ossequio a una promessa di tranquillità-accettazione sociale che, solamente in virtù di una distorsione prospettica e filologica, viene percepita come un arricchimento personale.

Crisi dell’autocritica

Il conformista, dunque, rinuncia alla dimensione personale e protagonista della critica, smarrendo il prefisso “auto-” e accettando di sottostare a alla critica impersonale imperante del mondo consumistico moderno. L’incapacità di giudizio che ne deriva porta l’individuo a cercare rimedio ai propri limiti nell’arricchimento materiale e lo conduce, ove ciò non sia possibile, nel limbo dell’emarginazione, con evidenti ripercussioni, in entrambi i casi, sulla sua sfera formativa del pensiero. Questa formazione etero-indotta dell’essere distorce e annichilisce ogni afflato di libertà, inducendo a rinunce intellettuali con il ricatto di una materialità ricca e di una garanzia generalizzata di eguaglianza nella miseria di idee. Il conformismo mira a perdere il proprio stesso nome, mediante l’eliminazione dell’anticonformismo.

Testimonianza e verità

Il soggetto autocritico, al contrario, è per antonomasia anticonformista, in quanto sceglie in partenza di rinunciare a conformarsi finanche a sé stesso. L’anticonformismo non è altro che una percezione evolutiva della propria sfera intima, nella quale si fonda e forma il pensiero. Essere anticonformisti significa scegliere consapevolmente di metter in discussione, autocriticamente, ogni assunto dell’esperienza quotidiana e mondana, re-interpretandolo secondo il personalissimo pensiero che si forma, in un processo contemporaneo e interagente, nella stessa pratica del metodo anticonformistico e autocritico. Tutto ciò è possibile a un’imprescindibile condizione: occorre accettare e perfezionare una profonda e personalissima etica della verità, la quale comporta il continuo processo disvelamento-analisi-comprensione-contrasto delle proprie debolezze, affrontate secondo il meccanismo del termine di paragone idealmente perfetto. Mutamento (disvelamento-analisi) e comprensione-contrasto, dove con contrastare si intende la pubblicizzazione a sé stessi dell’esistenza di una debolezza e dei suoi possibili risvolti in chiave formativa dell’identità.La semplice pratica del metodo anticonformistico, basata sull’etica della verità, a prescindere dai risultati ottenuti, è in grado di porsi come termine di paragone, assumibile da chi si apre all’autocritica grazie all’esempio, alla testimonianza di libertà.

Orgoglio e altruismo

I principali e quotidiani ostacoli all’accettazione umile di un simile processo sono rappresentati da atteggiamenti profondamente radicati nei modelli adesivo-conformistici che abbiamo riassunto, semplificando, in fede e ragione, ma che, a ben vedere, sono connaturanti ogni impostazione politica (spesso pretestuosamente presentata come variegata). L’edificazione secondo ragione corre il rischio onnipresente di scivolare in una costruzione egoistica fondata sul rifiuto di ogni stimolo esterno, percepito semplicisticamente come imposizione. Questo frenetico e testardo arroccamento su posizioni di pensiero auto-prodotte e autoreferenziale sfocia ben presto nell’atteggiamento orgoglioso di chiusura o ogni confronto che comporti la messa in discussione della più minima acquisizione egoistica, generando un uso strumentale dell’atteggiamento offeso e un abuso della ritorsione (immunità). Da un confronto responsabile sulla reciproca perfettibilità si scade in un alternato assalto all’altrui difetto, secondo il dettato conformistico dell’appiattimento sulla mediocrità. L’edificazione secondo fede punta invece tutto sulla comprensione-accettazione delle proprie e altrui debolezze, secondo un’impostazione compassionevole che concepisce ogni essere umano come irrimediabilmente imperfetto e perfettibile solo mediante l’adesione a un comandamento calibrato non sul singolo, ma sull’umanità tutta. L’accettazione silente di questa generalizzazione produce una concezione e una pratica distorte dell’altruismo, inteso non come confronto edificante, ma come sterile compassione e aiuto materiale (stasi). La verità, in questo caso, non è mediana, ma deriva da un sapiente e responsabile bilanciamento-sbilanciamento di queste impostazioni a seconda della situazione concreta di ciascuno e in base alla propria volontà di impegnarsi in una dialettica eterodossa costruttiva.

Il pensiero critico applicato alla politica

Le corruzioni dell’io le ritroviamo nella politica, la cui dialettica ha da tempo lasciato spazio a scontri individualistici che trasportano problemi intimi e personali sul terreno “alto” degli scranni parlamentari. La politica, che dovrebbe essere il luogo di confronto di visioni idealistiche della convivenza civile, fugge dal proprio stesso compito per carenza di umiltà. Essendo l’ideale un’esperienza di futurismo, comportando la collocazione a distanza di tempo e spazio della ri-descrizione della condizione umana, spaventa. Nel tempo futuro degli ideali questi sussisteranno, come sussisterà lapolitica, ma non il politico, l’uomo politico. Ecco perché egli predilige il confronto su temi immanenti che sussistono a condizione che lui sussista. L’uomo che sceglie la politica ispirato da un’ideale è un uomo prestato alla politica, uno strumento di questa; l’uomo che la sceglie per consolidarvi la sua peculiarità umana e affermarvi il proprio personalissimo pensiero è un uomo che la asservisce e la mortifica, generando conformismo (“deleghe in bianco”) nei miseri e disamoramento negli umili.

 

III. Crisi della parola pubblica

La crisi della parola pubblica è quanto di più evidente nell’Italia contemporanea. Non occorre ripercorrere la carrellata di eventi che hanno segnato la storia recentissima del nostro Paese per accorgersi di come e in che misura la pratica dell’abuso e la sopraffazione che l’accompagna abbiano sostituito l’ambizione democratica di fissare il diritto nel gioco duro delle relazioni. Gli scontri dentro e fuori dalla Camera deiDeputati del 14 Dicembre 2010 sono emblematici e rappresentativi di un’indole collettiva viva, insofferente, stremata, rabbiosa ma incapace di trovare forme espressive efficaci quindi gravemente incapace di generare politica proprio laddove e nel momento in cui ve n’è la necessità più forte. La ragione di tutto ciò sta nell’esercizio costante del disinteresse rispetto ad una lettura onesta, o meglio, libera della storia e della realtà di questo Paese: lo dimostrarono i fondatori del Partito Democratico quando ( è un esempio tra i tanti ) rintracciarono, chissà dove, una presunta vocazione maggioritaria in seno alla sinistra italiana, lo dimostrano oggi Nichi Vendola con la sua Sinistra, Ecologia, Libertà imbevuta di personalismo mediatico di lezione berlusconiana e Gianfranco Fini nella sua fragrante e contraddittoria battaglia per l’affermazione dei valori democratico-repubblicani, condotta all’interno ed in nome di una destra visceralmente legata ad un animo fascista e populista che, mascherato sotto la retorica liberale e progressista dei comizi e della divulgazione intellettuale, non stenta a riemergere nelle esternazioni mediocremente infastidite a margine delle manifestazioni di piazza che si sono susseguite negli ultimi giorni del 2010. Questo approccio alla res publica ha trasformato nel tempo l’indipendenza degli individui in disgregazione, l’autonomia in individualismo, l’opposizione in emarginazione fino a rilassare quella tensione partecipativa che sostiene e muove la muscolatura di ogni democrazia: non la violenza, ma la forza, che è l’uso ragionato di un mezzo fisico e psichico, è ciò che viene meno in questo Paese.
Le responsabilità sono evidentemente distribuite fra tutti i cittadini prima di arrivare ai loro rappresentati ( è scontato ); esse sono ben ancorate ad uno spirito critico lentamente assopito nell’irresponsabilità, schiacciato da una cultura mediatica feroce che diffonde il credo della sottomissione in luogo dell’interazione, fino allo smarrimento della coscienza. La parola allora non può che entrare in crisi quale strumento e spazio di confronto esigente, pacifico, critico e responsabile nel quale si è creduto e ancora si crede in un estremo gesto di resistenza culturale. La convinzione rimane, nonostante tutto, quella di ritornare ostinatamente alla parola per cercare in essa il modo di chosifier, reificare la propria opposizione, senza promesse da mantenere o risultati da raggiungere, ma con urgenza e responsabilità affinché l’intelligenza della mano e la durezza della materia possano tornare ad incontrarsi.

La crisi della parola pubblica può quindi essere rintracciata nel passaggio, progressivamente più violento, delle relazioni civili da un ordinamento di diritti edoveri ad un ordinamento di privilegi e prevaricazione, passaggio che si traduce in un decentramento della parola democratica nel contesto socio-normativo in favore di una gestualità autoritaria sostenuta da un’ideologia disimpegnata, cioè antagonista di un impegno morale ed indisponibile rispetto al sacrificio volto alla definizione consapevole del corpo sociale. Tale passaggio si dispiega in termini di violenza crescente. La dimostrazione più esemplare nella sua atrocità viene dalla cronaca più recente: il 28 dicembre 2010 in provincia di Vibo, il signor Fontana ed i suoi quattro figli vengono uccisi con quaranta colpi pistola scaricati in una masseria dal vicino, stanco di subire insulti e invasioni di animali sul proprio terreno (La Repubblica,28/12/2010). I fatti costituiscono un emblematico esempio di risoluzione del conflitto attraverso il ricorso alle armi, ciò che rappresenta tipicamente lo smarrimento del diritto e della parola che ne è manifestazione diretta e garanzia nello stesso tempo. Èquesto un ottimo paradigma delle logiche che dominano il contesto relazionale attuale: la parola cessa di essere cardine dell’ingranaggio evolutivo lasciando il campo alla virilità confusa della violenza che esprime e impone se stessa nell’affermazione dell’uno sull’annientamento dell’altro. Questo fenomeno non solo determina un pericoloso depotenziamento del demos nella prospettiva di libertà ed autonomia, ma pone i presupposti della parcellizzazione dello stesso: quando il senso di giustizia e la necessità di liberazione non incontrano più quei riferimenti esterni ai quali l’evoluzione democratica ha condotto ma, ritornando indietro, legittimano la propria persona all’azione individuale, allora la frammentazione, prima, guerra civile, poi, sono ad un passo. La sensibilità di questo Paese, non certo vergine rispetto a situazioni simili, spinge verso l’affidamento ad un capo, un duce, un demagogo che conduca fuori dalla crisi guidando il popolo dietro le sue spalle. È la storia ad insegnarlo e la contemporaneità ne da pronta conferma: lo scontro tra Fini e Berlusconi, al quale la quasi totalità degli italiani ha assistito questa estate, è stato uno scontro demagogico tra demagoghi, e non uno scontro democratico tra democratici poiché ad esso era ed è completamente esterno il radicamento nel sentimento delle persone, quel sentimento che nasce dalla condizione libera degli individui e che porta sostegno non da stadio ma politico; del resto, il solco tracciato dall’operazione dello stesso Fini, nonostante l’apparenza, non è percorribile proprio perché finalizzato a stimolare un tipo di partecipazione uniforme , a stimolare forme di aggregazione attorno ad una bandiera facendo leva su questioni seducenti ma senza mai porre concretamente il problema di come e da cosa ripartire per costruire una identità nuova, formata sulla cultura dei diritti e dei doveri per giungere al riconoscimento della differenza e dell’indifferenza, ciò che invece costituisce il vero ritardo della democrazia italiana rispetto all’occidente.

La crisi della parola pubblica può quindi essere letta come una forma di fallimento della democrazia alla quale segue una fase di affermazione della demagogia. Considerato il fatto che l’insieme delle relazioni civili costituisce il cuore pulsante del tessuto sociale in quanto radice causale della comunanza che da semplice condivisione di un territorio si fa comunità, è interessante chiedersi quale siano le ragioni e le prospettive di questo fenomeno “controdemocratico”. Se, riguardo alle prime, è qui sufficiente rimandare alla riflessione iniziale sull’assopimento dello spirito critico individuale e collettivo, è invece opportuno riflettere sul quadro attuale in prospettiva futura, soprattutto in relazione ad una quanto mai probabile scomparsa di quella contropartita culturale che ha portato, fino a qui, alla costruzione di una solida architettura istituzionale incentrata sul diritto e rappresentata dalla Costituzione, estremo baluardo a difesa della dignità di questo Paese. Mi chiedo, in altre parole, cosa accadrà quando il rapporto proporzionale tra una cultura di impegno formata sulla parola ed una cultura di disimpegno ricostruita sulla prevaricazione inclinerà definitivamente a favore della seconda schiettamente in termini di risorse umane. Le possibilità di riscatto sono legate alla permanenza fisica di una resistenza intellettuale sul territorio oppure, allo stesso fine, deve prevalere la ricerca di unospazio di libertà?
L’idea è quella di evadere da un ragionamento lineare costruito attorno alla questione se “andare o rimanere” per ricostruire la questione in termini di qualità della presenza, fattore indipendente rispetto all’esserci o non esserci corporale. Il problema si ripropone ancora in chiave partecipativa. Il ritorno alla parola al quale si è accennato precedentemente è composto esattamente dalla necessità di sviluppare in chiave, appunto, partecipativa il legame con una cultura in vista di un percorso diverso, o meglio, in vista di un proseguimento di quel percorso lungimirante ed anticipatorio intrapreso nel dopoguerra sulla base della Carta Costituzionale, ma arrestatosi negli anni successivi. È in questo solco che occorre ricollocarsi. Per questo il ritorno alla parola: essa costituisce il primo momento di quell’educazione civica che, nella pratica, è costante opposizione ad ogni forma di prevaricazione; è proprio in questa impresa formativa che la ricerca di uno spazio di libertà si coniuga con l’impegno della permanenza, in una scelta che implica il coraggio della rottura e la pazienza dell’attenta ricostruzione in vista di quell’indipendenza reale che apre la strada ad un nuovo percorso.
La questione, risolta sul piano spaziale, si ripropone sul piano temporale: fino a quando e fino a che punto un’operazione simile può essere protratta a fronte di un conflitto sempre più pesante da sostenere? La domanda, invero, non può conoscere risposta. Ed è forse questo uno dei pericoli maggiori.

 

IV. Crisi della parola privata

La crisi della parola privata si sostanzia nell’allontanamento dalla parola operato dall’individuo in termini di svuotamento del linguaggio, operazione condotta in risposta ad un’esigenza estetica la cui tensione proviene sicuramente dall’esterno (adozione acritica di un linguaggio etero-determinato ed inteso quale fattore costitutivo dell’immagine personale), ma anche condotta in risposta ad una irresponsabilità/inconsapevolezza che invece appartiene ad un vuoto formativo interiore, rintracciabile nella biografia tanto collettiva che individuale. Se da un lato risulta del tutto evidente la relazione di dipendenza reciproca che lega queste due componenti, essendo la tensione esterna determinata dal contributo comportamentale dei singoli, dall’altro è bene tenere distinti i ragionamenti che li sottendono poiché essi obbediscono a logiche proprie ed autonome, sebbene convergano entrambi nel fenomeno di crisi della parola.

Per ciò che concerne la tensione esterna sopra citata, essa è perfettamente intellegibile nella quotidianità del contesto comunicativo teso alla soddisfazione del dettato filosofico consumistico: tanto il martellamento mediatico quanto la conversazione spicciola di tutti i giorni impongono una terminologia degradante ad esso propedeutica. Ed è bene intendersi: il degrado non deriva qui dallo smarrimento della forma o dalla rottura irriverente di un canone (fenomeni che, al contrario, sono intrinsecamente democratici quindi contro-consumisti), quanto piuttosto dalla perdita di consapevolezza che si lega, o quantomeno dovrebbe, allo strumento comunicativo. Il ragionamento si svolge in due tempi. In primo luogo, la tensione mediatica che attrae l’individuo è così forte che spesso questi è spinto a “comunicare per comunicare”, a trasmettere cioè la sua presenza pure et simple spinto dalla necessità di sentirsi integrato in un sistema purché sia. Quale significato assume il mio agire? Quale significato assume invece la mia presenza? Quale assunzione di responsabilità comporta la mia scelta in relazione al contesto in cui mi trovo? Sono tutte domande, queste come altre, che non trovano né tempo né spazio per essere poste, tanto meno incontrano risposte innanzi all’imperativo non di essere ma di esserci, di fare parte senza prendere parte in una compattezza percepita come un tutto che, pur negando la possibilità dell’abisso, non ne cancella il rischio.

In secondo luogo, gli ostacoli all’ingresso di un contesto comunicativo di questo tipo devono essere necessariamente azzerati: se la teoria vuole che il numero degli scambi (o meglio: delle possibilità di scambio) sia il più elevato possibile poiché ad esse sono legati popolarità e profitto, allora la pratica deve provvedere non solo ad incentivare la partecipazione, ma anche ad abbattere ogni sorta di barriera all’ingresso. Viceversa, sono le barriere all’uscita ad essere innalzate. Il metodo è relativamente semplice: l’abbassamento delle pretese si coniuga con lo spostamento della discriminazione dall’asse conoscenza-ignoranza all’asse più elementare appartenenza-non appartenenza, conseguentemente l’individuo viene messo nelle condizioni di partecipare al gioco anche se incompetente o privo di qualità, contestualmente vengono create le condizioni perché lo stesso non si senta marginalizzato a causa della sua inferiorità nel potenziale confronto ma percepisca esclusivamente l’incubo di essere rigettato all’esterno del gruppo sociale, in altre parole: si incentiva l’inconsapevolezza attraverso la promozione aprioristica della condizione umana senza coglierla nella sua oggettività rispetto al tempo, in modo tale che l’individuo non si possa trovare in nessun momento a fare i conti con la stessa. Per questo motivo le nuove tecnologie nel campo della comunicazione, radicalmente democratiche in quanto tali, finiscono per ricreare nuove forme di totalitarismo culturale: l’abbattimento delle barriere all’ingresso del sistema comunicativo e dell’informazione nasce liberale e muore tirannico a causa delle barriere all’uscita. Come posso pensare di ricavare dalla mia partecipazione attiva una personalità indipendente se la stessa viene poi misurata in base alla mia adesione o meno ad un social network? Ciò che viene guadagnato sul piano della libertà positiva di partecipare per essere viene perso sul piano della libertà negativa del non essere sul quale, a ben vedere, si gioca la vera partita democratica.
Per quanto interessa in questa sede, è ancora la realtà a soccorrere con il suo portato esplicativo: fa parte dell’esperienza di tutti la visione di un programma televisivo dove l’abbassamento culturale viene scientificamente divulgato per raggiungere indiscriminatamente la plenitudine degli individui nei termini e ai fini sopra esposti, e ciò avviene proprio a partire dal linguaggio in modo più o meno evidente, ingenerando una “analfabetizzazione” esistenziale idonea a diffondersi senza controllo. Ma fa sempre parte della nostra esperienza anche il declassamento o una discriminazione oggettiva fondata sulla semplice base dell’appartenenza ad una diversità culturale: la graduatoria dei concorsi ad ogni livello esprime sempre una percentuale di privilegiati che accedono al successo grazie alla loro aderenza ad un sistema che promuove il raggiro, la menzogna, il torbido pur di inglobare in se stesso nuovi individui. Il messaggio è chiaro: non conta la qualità del lavoro, non importa cosa fai e perché, per essere e avere occorre fare parte, all’esterno non c’è e non deve esserci nulla.

È quindi comprensibile che la parola entri in crisi: quale approdo intellettuale al termine di un processo critico volto alla socialità responsabile, essa non serve più anulla ed occorre convertirla in un fatto estetico che, invece di appartenenza, esige adesione. È dunque possibile affermare che sotto questo aspetto, la crisi della parola privata si traduce in una progressiva spoliazione della struttura linguistica fino a renderla pura forma, uno strumento dalla superficie liscia la cui fruibilità si lega all’idea di immediatezza ingenua diffusamente confusa con la pratica della spontaneità.

Per ciò che riguarda invece la dimensione interiore di questo fenomeno di crisi della parola, esso si manifesta in una scomparsa progressiva delle parole per dirsi, una incomunicabilità sostanziale rispetto a se stessi ed agli altri legata, come già accennato, ad un vuoto formativo a livello di responsabilità individuale, ciò che dà origine alla drammatica abdicazione dello spirito critico così come lo si legge nelle pagine e nelle parole della contemporaneità, segnate come sono dalla prepotenza e dalla prevaricazione. Anche in questo caso, non si tratta del rammarico per una perduta attitudine alla riflessione intellettuale di dubbia memoria, quanto piuttosto della ricerca di un metodo per pagare il prezzo di questa crisi che brucia ogni spazio di autonomia esistenziale, prima che economica. Così come nella più visibile dimensione pubblica, essa si dispiega in termini di violenza crescente anche, e soprattutto, nella prospettiva delle relazioni interpersonali dove va crescendo di giorno in giorno il disprezzo arrogante per il sacrificio in nome della convivenza, della continuità, della permanenza in termini di possibilità, reciprocamente riconosciuta, di realizzare la propria persona secondo regole condivise in quanto vissute con una soggettività libera e costruita su di un duro percorso di responsabilizzazione individuale. La crisi della parola può essere allora intesa, sotto questo aspetto, come scomparsa della parola quale strumento della personale narrazione, ossia di quel dialogo continuo dell’io con se stesso e con l’esterno. Un simile approccio, radicatosi nell’individuo grazie ad uno spirito critico narcotizzato, induce ad un racconto sempre meno responsabile che, sfiorendosi sempre più nella limitatezza del proprio orizzonte, lentamente accresce arroganza e violenza in risposta ad una frustrazione divenuta inesplicabile. Conseguentemente, tale racconto diventa necessariamente meno lungimirante, meno produttivo di idee e di vitalità, ciò che induce a quell’abbassamento delle aspettative che instaura una dialettica con la tensione esterna ad una comunicazione di basso livello sopra descritta.

La risposta a tutto questo, o almeno l’intenzione, è un ulteriore ritorno ad unprocesso educativo che dalla propria persona tenta di svilupparsi nel terreno della socialità, un lavoro attento sulla coscienza che possa, almeno, tener vivo un racconto diverso, un controcanto ispirato non dalla speranza ma dalla certezza dei propri diritti, della propria libertà. Tuttavia, la questione che si pone, paradossalmente, è ancora una questione di incomunicabilità: in che termini questo controcanto raggiunge il suo interlocutore, l’altro, se il radicarsi dell’irresponsabilità di questi è generato e coltivato da una, per quanto illusoria, sensazione di potere e affermazione? Può la parola smantellare l’arroganza per portare su di una strada di ricostruzione formativa più faticosa perché svincolata da una morale mistificatoria? L’idea sarebbe quella di una parola tesa a smascherare la falsità attraverso la proposizione di una diversa percezione dei fenomeni che si sviluppi poi in un percorso di volontà secondola necessità di verità alla quale anche l’ultimo residuo di buon senso costringe. Tuttavia, uno sguardo realista sulla contemporaneità porta a chiedersi volgarmente “per chi” e “per che cosa” valga la pena portare avanti questo discorso. Una riflessione attenta sulla vanità insita oltre i confini del proprio lavoro è l’ultimo riparo dalla cinica tentazione di lasciare al tempo di fare il suo gioco, ma questo è già materiale per altre pagine.

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