9 – Esperienza e racconto

Pubblichiamo, oggi, un nuovo numero di Orizzonte. Con esso ci proponiamo di proseguire una riflessione che cerchi di unire, nel suo complesso, i distinti aspetti della contemporaneità alle loro fondamenta, alle cause che determinano gli effetti di cui tutti noi siamo a conoscenza. Questa indagine richiede un’operazione critica molto complessa che non sempre porta i frutti sperati. Tuttavia, é esattamente questo il luogo dove praticare questo sforzo: numero dopo numero portiamo avanti un nostro pensiero in modo frammentario ma unitario ed ogni contributo diventa, di volta in volta, materiale necessario per la ricostruzione del nostro discorso. In questa ottica, intendiamo, a partire dall’anno prossimo, rinnovare la struttura di questa rivista per rendere ancora più approfondito l’impegno che essa ci richiede. Non vogliamo anticipare altro.
Questo numero prende spunto da una riflessione suggerita da Baricco in occasione del Festival della Letteratura tenutosi a Mantova lo scorso settembre. Ci si vuole concentrare sulla accresciuta importanza che la «narrazione di storie» ha assunto nell’esperienza quotidiana a scapito dei fatti, questo soprattutto in termini di affermazione individuale e di rapporti interpersonali. I nodi da sciogliere sono la questione della precarietà e della perdita di alcuni valori come la certezza, la credibilità, l’integrità, ciò che avrebbe determinato uno smarrimento complessivo dell’individuo nella sua dimensione privata ed in quella collettiva.

I. Le esperienze sono pietre

In occasione del Festival della Letteratura, tenutosi a Mantova tra il 9 e l’11 di settembre, é stata data l’opportunità ad Alessandro Baricco di intervenire su di uno scritto di Benjamin concernente la figura del narratore. La riflessione proposta verteva sulla centralità che la «narrazione di storie» ha progressivamente conquistato nell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi: «siamo una società che si gioca sulle storie ogni sua decisione, noi scegliamo, compriamo storie e non oggetti, votiamo storie e non persone», «vince chi ha una bella storia, comanda la storia migliore…sembriamo disposti ad abbandonare i fatti, non ci interessa più come stanno le cose, ci interessa che qualcuno ci racconti una storia coerente e noi la scegliamo». La storia o, meglio, la narrazione della storia sarebbe quindi diventata un mezzo di affermazione sociale, economica, culturale della quale ognuno di noi si serve nella propria esperienza. Occorre soffermarsi sulla portata di queste affermazioni.

In primo luogo, é necessario prendere atto del riscontro fattuale della riflessione fin qui proposta: per rintracciarne un fondamento empirico di quanto si sta dicendo, basti pensare all’uso costante dei social network, dei blog e della rete in generale grazie alla quale siamo in grado di diffondere, di narrare la nostra storia senza più alcun limite. Non si tratta però di una mera questione di «narrabilità» infinita (potenzialmente, infatti, questo blog potrebbe essere letto da tutte le persone del pianeta), ma è possibile fare qualcosa di più, cioè «inventare» la propria storia e rendere superfluo l’elemento della veridicità sul quale essa stessa afferma di fondarsi, facendo si che l’irreale diventi realtà e prescindendo, in definitiva, dall’esperienza effettiva di ciò che si racconta come vissuto. La realtà virtuale, alla quale abbiamo accesso e della quale possiamo essere protagonisti, ci permette di svincolare la «realtà materiale del fatto» dalla sua «narrazione» fino al punto che la falsità viene ad incidere sulla realtà modificandola, guidandola, determinandone l’evoluzione proprio perché la «narrazione» viene assunta come strumento principe dell’affermazione individuale. Provando a descrivere questo fenomeno in altri termini, é come se dalla narrazione dell’esperienza fossimo passati alla narrazione dell’immaginazione: la nostra vita, diventata un romanzo fatto di immagini, musiche, esperienze fantastiche selezionate secondo il gusto del nostro lettore, finisce per essere apprezzata, amata e rispettata in base a quanto la storia abbia colpito l’animo del suo spettatore, in base alla nostra capacità di raccontare ciò che vogliamo sia creduto, pensato, desiderato, seguendo quello schema tipico che porta ad apprezzare la lettura di un libro o la visione di un film. E infatti é così: abbiamo smesso di leggere o di andare al cinema per passare ore ed ore davanti al profilo facebook di un amico o di un’amica, davanti al blog di qualche individuo sconosciuto che ci racconta, insisto, la sua storia della cui effettiva veridicità non possiamo e non vogliamo assolutamente sapere niente poiché non é quello il dato che ci interessa. Ciò non deve stupire, anzi, é un fenomeno spontaneo poiché non abbiamo fatto altro che sostituire in modo elementare una narrazione ad una nuova narrazione, un narratore con un nuovo narratore, un’esperienza fantastica con un’esperienza ancora più fantastica. Il problema non sta dunque in questa scelta individuale di preferire una forma di racconto ad un’altra, un grammatica con una diversa alla quale ci sentiamo più affini, quanto piuttosto nella confusione che é venuta a crearsi tra realtà e finzione: se nel romanzo i ruoli sono chiari (autore-narratore-romanzo-protagonista-lettore), in questa nuova struttura narrativa essi sono sovrapposti e non é più possibile capire fin dove si spinge la portata dirompente della finzione, ciò che rende irrimediabilmente precaria e incerta non la realtà, ma la percezione di essa: colti in questa sovrapposizione di categorie, ci troviamo ad essere soggetti passivi di un divenire che percepiamo come radicalmente instabile.

Su quest’ultimo aspetto é interessante soffermarsi ulteriormente. Se é vero, come si diceva all’inzio, che alle spalle di ogni moderna narrazione si trova una volontà di affermazione che affonda le sue radici nell’illusione di onnipotenza, data dall’abbattimento di ogni barriera (fisica e morale, a questo punto), e se é vero, inoltre, che non sono più tangibili i confini tra veridicità e menzogna, allora é necessariamente consequenziale che ogni rapporto interpersonale sia minato internamente da un difetto di credibilità, di affidabilità, certezza. Se partiamo dall’assunto iniziale secondo il quale «ci interessa solo che qualcuno ci racconti una storia coerente» per ridiscendere la riflessione fino a questo punto, non possiamo approdare ad una conclusione diversa: chi può assicurare, ad esempio, che sia effettivamente io, come dichiaro, a scrivere questo articolo, a narrare la mia storia? Nessuno, eppure sulla base di quanto qui scritto ci sarà qualcuno che trarrà delle conclusioni sulla mia persona, sul mio modo di ragionare ed argomentare, conclusioni che incideranno non più su di un piano virtuale, ma sulla realtà nella sua concretezza; io stesso, del resto, rivolgo queste parole ad ignoti, non saprò mai, ex ante, chi le leggerà ed avrò una certezza del tutto relativa rispetto all’identità di coloro che eventualmente lasceranno un commento. Dovremmo poi chiederci (e qui sta il punto) se ci interessa veramente sapere se effettivamente sia io, piuttosto che altri firmando con il mio nome, a scrivere questo articolo. La risposta, evidentemente negativa, rivela una silenziosa perdita di interesse per il valore della certezza o, quantomeno, una sua perdita di rilevanza all’interno di quell’assetto di valori che regge una società fondandone i rapporti, le interazioni delle quali la società stessa é composta. Questo, come si vede, non é dunque un valore che esaurisce la sua funzionalità su di un piano meramente organizzativo/operativo ma, al contrario, é l’argine che difende dall’arbitrarietà e dall’abuso di cui, non a caso, oggi soffriamo in modo acuto. Questa necessità di narrazione, secondo queste nuove forme fin qui descritte, ha portato quindi allo smarrimento di un valore fondamentale per la convivenza civile, ma prima ancora si é smarrito, o lo si é smesso di perseguire, a causa di questi nuovi orizzonti nei quali siamo calati, un componente fondamentale della dimensione individuale del singolo, dato da quell’insieme di certezze «pure» derivanti dal fluire di un’esperienza certa non tanto nella sua prospettiva evolutiva, quanto piuttosto nella sua dimensione storica. Su queste esperienze che sono pietre poggia la crescita e la responsabilità dell’individuo: la precarietà, la prepotente barbarie di questi tempi, trovano forse spiegazione proprio nello sgretolamento di questi sassi in una frana che trascina tutto.

Nello sforzo di contemporaneità al quale siamo chiamati, occorre rinunciare all’istinto di negarsi all’evoluzione, al progresso, allo sviluppo delle vicende umane anche quando queste inevitabilmente finiscono per complicarsi costringendo ad una vita di resistenza. Allo stesso tempo, non é pensabile, come già più volte é stato detto su queste pagine, rassegnarsi e/o compiacersi di questa condizione: occorre qualcosa di più, qualcosa di segno positivo, una condotta attiva tesa nella ricerca di una soluzione. In quest’ottica, ed in relazione alla riflessione qui sviluppata, mi sembra che un punto di partenza possa essere costituito dallo sforzo storicistico posto in essere proprio nel momento in cui ci si trovi a ricevere, ad ascoltare o condividere la «narrazione di un storia», oppure nel momento in cui ci si trovi ad essere, a nostra volta, narratori. Con queste parole intendo far riferimento ad un modo di approcciarsi alla realtà tipico dello studioso Storico, il quale applica un metodo di ricerca della verità fondato sulla distinzione tra ciò che é provato, ciò che é plausibile, ciò che é inverosimile e ciò di cui si é dimostrata la falsità. È l’insofferenza per la menzogna, per la falsità, che spinge all’applicazione di questa metodologia caratterizzata dalla centralità dell’elemento probatorio: solo ciò che si fonda su di un riscontro concreto può essere assunto come riferimento certo sul quale costruire l’impalcatura della propria esperienza. Non voglio chiudere la questione ma solo prendere una posizione al suo interno: quale può essere il ruolo della Storia, intesa prima di tutto come metodo, e, soprattutto, può essere effettivamente questa la strada da percorrere per rimediare a quella radicale instabilità alla quale prima ci si riferiva? La personale opinione di chi scrive é che proprio il passaggio da una «narrazione dell’imaginazione» ad una «narrazione storica dell’esperienza», caratterizzata da un’esigenza di chiarezza e certezza, possa segnare il passaggio da uno stato di caos, nel quale ci troviamo sotto ogni profilo, ad uno stato razionale nel quale, quantomeno, sia possibile tentare di ricomporre il quadro ad oggi fortemente disgregato. Sono solo supposizioni?

II. Il coraggio della realtà

Quanto più un fatto d’attualità si rivela eclatante nel momento in cui assurge agli onori della cronaca, tanto più l’opinione pubblica vede la propria capacità di avere memoria di tal fatto condizionata dalla sua permanenza in primo piano. L’avvicendarsi delle notizie è l’anticamera di un dolce oblio. Lo sforzo di fare una informazione ponderata e attenta, sempre più titanico nella civiltà time-less, impone invece di concentrarsi nell’attribuire a ciascun evento un peso sì differente, ma calibrato sulla portata intrinseca del fatto, e non sulla sua attitudine a generare audience.

A pensarci bene, è la stessa differenza che separa il mercato del mais da quello degli strumenti derivati. Il primo, nella visione liberista che la gravità della crisi ha dato l’illusione d’aver respinto, si limita a fornire il presupposto per la florida espansione del secondo. In tal modo, può accadere, e in effetti accade, che si scambino quantità di mais che non hanno rispondenza alcuna con la produzione reale, di gran lunga inferiore alle quantità scambiate. Questo perché il mercato dei derivati (futures) si basa prevalentemente su aspettative incerte, rischiose e, perciò, redditizie. Poco male, si sarebbe portati a pensare: non si tratta d’altro che di un gioco perverso tra i partecipanti a tale mercato, che trascorrono il tempo a cercar di fregarsi l’un l’altro. Ma è qui che avviene il sortilegio sul quale si basa parte della spiegazione dell’attuale crisi economica: il reale (il mais) crea il virtuale (il future) ma, meraviglia, il virtuale si ribella alla propria dimensione e inverte il rapporto, determinando un rapporto di incidenza difficilmente concepibile. Il virtuale torna nella realtà e la modifica: sulla scia della corsa del mercato virtuale, il mercato reale, contagiato dalle aspettative del primo, ne è influenzato. E il prezzo del mais sale. Ecco che non siamo più di fronte al folle gioco di pochi, ma alla tragedia di molti: di coloro i quali vedono ridotta la propria razione di cibo, anche se la produzione di mais non solo non si è ridotta, ma è, anzi, aumentata. Una cosa è il fatto, altra è il simbolo.

Wow. Questo il commento della Casa Bianca alla notizia del conferimento a Barack Obama del Premio Nobel per il mantenimento della pace, “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione fra i popoli”. Probabile che buona parte della sponsorizzazione del Presidente statunitense si debba al famoso discorso all’università de Il Cairo, che sancì l’impegno della diplomazia a stelle e strisce nella soluzione del conflitto israelo-palestinese, oggi tornato in auge, con l’affievolirsi dell’impatto mediatico della primavera araba. Come opportunamente segnalato da Abraham Yehoshua (La Stampa, 10 ottobre) la dichiarazione d’intenti americana è rimasta tale, con buona pace della sinistra israeliana e del popolo palestinese, oggi destinatario del veto statunitense sulla domanda di riconoscimento dello Stato palestinese, presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È difficile pensare che, con le difficoltà interne e visto l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale, il Presidente manterrà fede al suo proposito, delegittimando nei fatti la motivazione del premio. Si è premiato un simbolo, un’aspettativa, sulla scia di un’euforia da rinnovamento politico più che giustificata, dopo otto anni di presidenza Bush, ma non giustificante, a modestissimo mio parere, un tale riconoscimento. Altrettanto non può dirsi del premio a Xiaobo o, quest’anno, alla Lisistrata liberiana Leymah Gbowee e alla voce del dissenso yemenita (forse il più lontano dalla luce dei riflettori) Tawakkul Karman. Più controversa la scelta della presidentessa liberiana Ellen Johnson Sirleaf, simbolo della riscossa delle donne africane in politica, ma anche, fra l’altro, madre politica dell’introduzione nel proprio paese dell’odiosa pena capitale, a conferma di quanto insidioso sia il terreno che gli accademici intraprendono quando fanno convergere le proprie scelte su personaggi della politica: arte del compromesso.

Forse parlare della politica italiana potrà apparire un salto in basso. La sopravvivenza claudicante dell’attuale governo e della sua maggioranza ha ormai un effetto disarmante nei confronti di quei critici che rifiutino di fare ingresso nella mischia delle fazioni: da mesi, ormai, i contenuti latitano se non sono imposti alla nostra discussione da organismi sì autorevoli, ma non certo protagonisti di un assetto costituzionale liberal-democratico (si veda, ad esempio, la lettera indirizzata da Trichet e Draghi al nostro esecutivo, che lo ha determinato nell’intrapresa dell’ultima manovra economica). La simbologia è forse l’unico collante in grado di frenare la diaspora dei parlamentari di buona volontà dai ranghi del capo. Forse;perché è difficile frenare il mal-pensiero che vuole questo resistere attribuito a considerazioni di portafoglio (l’ottenere l’agognato vitalizio o la ricandidatura). Ciò che però è innegabile è che la politica “materiale”, quella che si confronta con “i problemi reali del Paese” (espressione inflazionata e vittima d’un uso spesso a sproposito), è costantemente ricacciata sullo sfondo e virtualizzata nella lotta per la sopravvivenza di simboli e leader. Tutto ciò con scempio, verbale e di fatto, della responsabilità cui è chiamato ogni soggetto che vada a ricoprire pubbliche cariche. Paradossalmente, quella predisposizione al sacrificio che la politica impone, cantandosi costretta, alla cittadinanza latita proprio in coloro che dell’impegno pubblico rappresentano la più sublime delle manifestazioni, tanto che ormai anche gli accorati appelli di chi quell’impegno s’indugia a dimostrare (il Capo dello Stato) risuonano d’una vaga eco.

Finalmente, si può tentare qualche considerazione d’ordine generale. Osservando distaccatamente le tante manifestazioni della nostra attualità, senza pretesa alcuna d’onniscenza e consapevoli che ogni manifestazione sociale, per il fatto stesso di essere tale, comporta una necessaria dose di superficialità, non si può però tacere un’allarmante manifestazione di inesperienza. Di incapacità, cioè, di misurarsi concretamente con le più alte manifestazioni dell’umana natura, di attraversare l’esperienza essendone attraversati, con l’ambizioso obiettivo di spostare più avanti e più in alto gli obiettivi futuri. L’elogio della creazione che viene proposto in questi giorni di ricordo di un personaggio come Steve Jobs dovrebbe necessariamente essere ricondotto a un ragionamento di questo tipo. Può affermarsi che il genio, la capacità dell’uomo di misurarsi con sé stesso e con il mondo che lo circonda con aria di sfida, sta perdendo la propria capacità di “contagiare”, di generare circoli virtuosi? E, se si risponde affermativamente a questa domanda, non è forse parte della responsabilità da ricercarsi proprio fra coloro che sostituiscono l’imitazione virtuosa con una viziosa adulazione? E, ancora, non può essere questa la causa dell’impossibilità di quel tanto invocato ma mai praticato rinnovamento della classe politica, del mondo della finanza, dei modelli di civiltà e di persone?
Forse non siamo capaci, non abbiamo l’esperienza necessaria per essere artefici in prima persona del nostro divenire, che è un problema di cultura; o forse, ma non so se più o meno ottimisticamente, non siamo ancora pronti a confrontarci con necessarie esperienze, che è un problema di coraggio.

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