8 – Conoscenza e coraggio

Rientriamo oggi sulle pagine di Orizzonte. Alle spalle ci lasciamo la positiva esperienza di condivisione del nostro lavoro con gli amici che hanno firmato gli articoli del numero bimestrale. L’ultimo numero ha riscontrato un buon successo: questo ci incoraggia e ci stimola a riflettere su nuove prospettive di condivisione.
In questo numero, però, tentiamo di dar voce alle suggestioni che ci hanno accompagnato in questi mesi. Ci ritroviamo oggi a fare i conti con una realtà del tutto particolare: da un lato il ritorno della normalità con l’inizio del nuovo anno lavorativo, dall’altro un contesto che trasmette una sensazione quasi infernale che non si limita a seguire una direzione di segno opposto, ma incide profondamente sulla stabilità di ogni possibile prospettiva futura.
Pubblichiamo oggi due scritti che si collocano nel solco appena descritto. Con il primo articolo ci soffermiamo sul deficit formativo che discende dalla difficoltà contemporanea di vivere l’istituzione scolastica quale momento democratico. Con il secondo, prendendo a pretesto la recente proposta dell’onorevole Walter Veltroni, si indaga la necessità, propria di ogni volontà riformista, di radicarsi su solidi presupposti politici ed etici. L’imminenza dell’inizio dell’anno scolastico, ma anche l’evidente e preoccupante incremento di inconsapevolezza individuale e collettiva che ci sta portando oltre la soglia del baratro come Nazione, meritano una riflessione sull’insegnamento e sulla formazione che anticipi qualsiasi spiegazione di carattere economico, giuridico, sociologico di questa crisi. Non è più possibile rimandare la presa di coscienza in ordine ai problemi che corrodono le fondamenta della nostra democrazia, ciò è intimamente legato alla scuola, al suo sistema ed ai soggetti che la vivono.

Tuttavia, l’impellente necessità di un cambiamento, non può giustificare proposte supportate sì da buona volontà e competenza, ma drammaticamente manchevoli di credibilità, responsabilità, forza e coraggio.

I. Dall’inizio alla fine

Negli ultimi mesi l’onda della crisi é tornata a scuotere prepotentemente le nostre coscienze individuali. Durante testimonianza quotidiana di una precarietà strinata dalla luce di agosto e zittita dal cinguettio delle radio nelle auto in coda sulle autostrade verso la costa, come una lingua di fuoco é esplosa la dimensione materiale di questo fenomeno che «in cinque giorni ha cambiato tutto». Da quel momento si sono ovviamente innescati tutti i meccanismi di sopravvivenza politica ed economica che gli attori (i responsabili) di questa vicenda potevano porre in essere, macroscopicamente rappresentati dalla tanto discussa «manovra economica» oggetto, in questi giorni, di una difficile negoziazione. Contestualmente, e non casualmente, ha recuperato vigore anche una riflessione attorno al mondo della scuola pubblica.

Ciò é avvenuto, in primis, perché essa, da tempo, é oggetto di «disinvestimento» da parte dello Stato: una politica che spinge oggi a guardare a questa istituzione con diffidenza rispetto alle sue effettive potenzialità formative. Le misure che, presumibilmente, verranno prese al fine di colpire il personale scolastico ampiamente inteso, non sono altro che l’ennesimo atto di questo «disboscamento» selvaggio che continua ad infliggersi sulla società civile.

Il giorno 31 agosto Marco Lodoli ha quindi firmato su la Repubblica un articolo intitolato «Basta con la scuola del cuore – Le emozioni non si insegnano, ricominciamo a far pensare». L’articolo, come si intuisce dal titolo, mette in discussione una tipologia di insegnamento che, in buona fede penso, ha spostato l’asse della conoscenza dalla razionalità, dalla logica, dall’analisi e dalla sintesi al campo dell’emotività assumendo questo come l’unico campo di realizzazione del giovane. Ciò ha indebolito la scuola in modo micidiale poiché ha fatto si che questa istituzione finisse col calarsi nel flusso della « cultura del desiderio che vive di smanie istantanee, puntiformi e distruttive» alimentata da coloro che «agitano nei ragazzi solo l’emotività, come se la vita fosse solo sballo, divertimento, notti da inghiottire e giorni da dormire e corri dove ti porta il cuore». La scuola, in altre parole, da luogo di resistenza é divenuta, usando una terminologia molto decisa, luogo di propaganda; essa, per avviare un nuovo corso, deve tornare ad essere un’officina formativa all’interno della quale sia possibile restituire all’esperienza il suo valore ed il suo senso attraverso un lavoro che consista nel «tirare fili invisibili, cucire, legare e slegare, mettere in prospettiva, unire ciò che pare crudelmente diviso».

Come non concordare con Lodoli? La sua analisi appare già a pelle così lucida e vera, tuttavia prima di entrare più approfonditamente nella questione per rilanciarla, vorrei sottolineare un aspetto interessante e, a mio parere, rivoluzionario rispetto al contesto. Questa presa di posizione spezza infatti la «retorica dell’antagonismo», incentrata sull’identificazione del nemico e ricostruita in definitiva su di un atteggiamento radicalmente passivo che si manifesta nella riduzione delle cause di un problema a fatti oggettivi, addossati questi ad un soggetto ostile, simbolo di una causa contraria alla propria. Basti pensare alla questione dei (mancati) finanziamenti alla scuola pubblica: nessuno potrà mai negare l’incidenza di un fenomeno come quello dei tagli sul funzionamento della scuola (argomento sul quale, non a caso e per fortuna, sono state spese molte parole), ma é altrettanto difficile che una spiegazione così lineare ed, ormai, semplicistica possa condurre ad una comprensione delle cause effettive del problema quindi alla sua soluzione, e lo vediamo: dopo anni di opposizione in questa direzione, la questione, invece di risolversi, si é aggravata. Proprio questo approccio non soddisfa più: la necessità di verità, l’istanza di responsabilizzazione e l’insofferenza verso una complessiva sterilità sta lentamente ed inesorabilmente sviscerando l’inadeguatezza e l’incapacità di un’intera classe dirigente, qui ed oltre i nostri confini.

In secondo luogo, mi appare assolutamente interessante il tentativo dell’autore di condurre una «riscossa» morale ed economica all’interno di un’istituzione ricostruendola attraverso un esercizio di radicale autocritica: alla rottura della retorica convenzionale viene fatta seguire una retorica decostruttiva indirizzata verso l’indagine individuale sul proprio «io», inteso sia nella sua accezione relativa al capitale umano, sia nel suo materializzarsi come soggetto istituzionale. In altre parole, dopo aver depurato il campo retorico dal senso di afflizione e dalla conseguente condizione di passività, l’autore riesce a sfuggire dalla tentazione di riprendere una cieca battaglia a difesa della scuola, ciò che la storia contemporanea legittimerebbe ampiamente alla luce del contesto nel quale veniamo a trovarci. Così facendo, l’articolo pone le basi per un percorso di conversione che é presupposto necessario di quella rivoluzione antropologica di cui abbiamo assoluto bisogno: la scuola come matrice formativa diventa paradigma di un cambiamento sociale ed economico costruito sul passaggio dall’etica del disimpegno all’etica dell’impegno e della responsabilità.

Non si vuole, qui, promuovere l’idea di una scuola finalizzata alla creazione di automi dotati di strumenti per realizzare perfettamente operazioni meccaniche, ma l’esatto contrario. I tempi, del resto, sono maturi per tentare la coniugazione tra una formazione tesa al sacrificio ed un’educazione incentrata sulla più ampia sensibilità emotiva. In questo senso, occorre tener presente che, per quanto le emozioni, stando con Lodoli, non si possano insegnare, esse costituiscono nondimeno quell’evento psichico che funge da ponte necessario tra l’impulso naturale e quell’evento culturale che é il sentimento, elemento cognitivo attraverso il quale perveniamo alla fondamentale conoscenza di ciò che proviamo. É un fatto, questo, che non é possibile ignorare: nessun individuo ed, in ultima istanza, nessun sistema democratico può permettersi di rinunciare al lavoro sulla conoscenza di sé inteso quale flusso emotivo-razionale; ciò é stato ampiamente dimostrato da numerosi studi, in particolare da quelli di Martha Nussbaum incentrati sulla necessità dell’insegnamento delle materie umanistiche in una società democratica. La conoscenza del sentimento deve continuare ad essere uno dei pilastri del sistema scolastico: l’ampia conoscenza dello spettro emotivo, che un tempo era affidato alla narrazione mitica, oggi passa attraverso la descrizione letteraria alla quale l’individuo deve necessariamente approdare nel suo percorso formativo. Ci si deve chiedere, allora, dove stia il punto di incontro tra questo tipo di approccio educativo ed il recupero di una dimensione dell’insegnamento maggiormente incentrata sulla «ratio ed il logos». Si tratta, a ben vedere, di una questione di metodo alla quale la stessa Martha Nussbaum ha tentato di dare una risposta con il suo studio sul «metodo socratico».

La studiosa americana si riallaccia infatti alla riflessione qui proposta proprio nell’idea che «il modello di sviluppo umano sia legato alla democrazia, poiché l’avere voce nelle questioni politiche che governano la propria vita é ingrediente basilare di una vita umanamente degna». Essa attribuisce all’istruzione un ruolo centrale nella formazione di individui liberi ed indipendenti, ponendo a sua volta la questione di metodo che pure noi ci stiamo ponendo. Secondo la sua interpretazione, la metodologia socratica «incoraggiando la presa di posizione attiva di ciascuno, finirebbe col promuovere anche una cultura della responsabilità» fondata sull’esercizio critico costante e tesa alla determinazione di una «cultura pubblica fortemente critica», necessaria al fine di arrestare quella deriva di cui siamo testimoni. Il metodo socratico, incentrato sulla necessità del ragionamento critico, forgia quell’egocentrismo responsabile al quale accedono poi i valori democratici nei quali l’individuo trova la sua realizzazione sociale, unico rimedio possibile contro l’alienazione, l’emarginazione, l’odio razziale ecc. Per comprendere, é sufficiente pensare che il campo d’esistenza del diritto, la possibilità stessa che una regola possa esistere come cardine delle relazioni civili quindi come fonte di civiltà, dipende direttamente dal grado di libertà e indipendenza che l’individuo ha raggiunto grazie al suo percorso formativo: l’individuo che non ha avuto accesso o non ha voluto accedere a questa libertà non può comprendere né sentirsi partecipe della regola che diverrà per lui esclusivamente cardine di rapporti gerarchici, impositivi, autoritativi in netto contrasto con l’insieme di relazioni e di principi che costituiscono la democrazia.Su questa consapevolezza, la scuola, come il teatro in antichità ed ancora oggi, non deve cessare, pena la barbarie, di costituirsi quale momento democratico, quale ambiente privilegiato per l’imprescindibile dialettica tra la dimensione privata e la dimensione pubblica dell’individuo.

Il metodo socratico, in questo senso, risponderebbe esattamente all’esigenza di approfondire questa consapevolezza ponendo quale base del percorso un comportamento autocritico dell’individuo che, indirettamente, viene così stimolato ad una conoscenza mai scontata, mai eteroimposta ma, al contrario, sempre partecipata e sperimentata. Su questa base, si potrebbe dunque pervenire alla soluzione del quesito che ci siamo posti inizialmente: una simile metodologia sarebbe in grado di sostenere i due aspetti del percorso formativo, formando una corteccia critica che preservi dalle derive conformiste/autoritarie che il sistema non é in grado di estinguere. In altre parole: non si chiede al sistema scolastico di risolvere direttamente, caso per caso, un fenomeno di adeguamento del soggetto ad un imperativo eteroderivato, ma si chiede invece che il sistema sviluppi nell’individuo la capacità individuale di reagire criticamente all’impulso esterno. Si pensi al rischio, al quale si accennava sopra, di un insegnamento eccessivamente incentrato su di un aspetto meccanico che, a fronte delle numerose nozioni apprese dal soggetto, finisca per rendere lo studente un mero esecutore estinguendo la sua soggettività in nome della sua operosità. Secondo quanto appena detto, lo studente nel quale sono state sviluppate facoltà critiche finirebbe per recuperare autonomamente, magari in un periodo successivo, il suo spazio di consapevolezza emotiva controbilanciando positivamente l’aspetto negativo della sua formazione e riuscendo a reinvestire il capitale formativo che gli deriva dall’aver sperimentato un’esperienza deviante rispetto ad un percorso ideale, ciò che non sarebbe possibile altrimenti: né il sistema sarebbe in grado di riequilibrare la posizione del soggetto (si cadrebbe in percorsi di «recupero» che puzzano di fascismo) né lo stesso riuscirebbe a trovare in sé le risorse per rielaborare l’esperienza vissuta.

Ecco allora come il metodo fin qui proposto abbraccerebbe i due aspetti dell’insegnamento riunendoli in unico proposito: fondandoli entrambi su di un approccio critico ed innescando un percorso di consapevolezza autonomo, esso rende, per l’individuo, l’apprendimento un fatto effettivamente strumentale alla propria crescita, secondo un meccanismo che progressivamente va facendosi sempre più sottile: invece di isolare la sensazione, l’emozione sperimentata, la conoscenza, egli finirà per associarle  ad altre, a verificarle di continuo per mezzo di altri strumenti subordinando la dimensione individualistica alla dimensione della conoscenza pluralistica. In questo spazio ricavato dall’individuo, sprofondano, fondendosi, gli elementi costitutivi di quella condizione di libertà e indipendenza di cui tanto necessitiamo e della quale la scuola, nell’imminenza di questo inizio che sembra piuttosto una fine, deve ricominciare a farsi carico.

Lorenzo Viapiana

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Marco Lodoli, Basta con la scuola del cuore, la Repubblica 31 Agosto 2011
Umberto Galimberti, Professore, ma che me ne faccio di Dante?, D la Repubblica 27 Agosto 2011
Martha Nussbaum, Non per profitto, il Mulino 2010

II. Partito Democratico, democrazia e riformismo

La rete è un meraviglioso laboratorio di legami e di saperi, uno strepitoso strumento di giustizia sociale conoscitiva ma, nel suo discorso pubblico, alimenta semplificazioni e il suo stesso linguaggio formale, pollice in su o in giù, rimanda a banalizzazioni esasperate, ad un mondo di tifosi in cui lo spazio per la razionalizzazione e la costruzione si fa più esile. Tutto tende a esser corto, emotivo, estremo. Proprio quando avremmo più necessità di pensieri lunghi, di progetti grandi, di tempo per realizzarli.

Walter Veltroni, lettera a Repubblica, 26 agosto 2011

Il riscatti di popoli è spesso legato al coraggio di pochi. Il sovvertimento di un ordine definito ha quale necessario presupposto l’edificazione e la fissazione dell’ordine stesso. Questo è vero in ogni ordine giuridico, per ogni sistema di potere, ma la democrazia, con i suoi meccanismi prudenti e ponderati, sa meglio di altri sistemi assorbire le pulsioni rivoluzionarie. Anche a ciò si devono il clamore e la vasta eco che la guerra civile libica ha suscitato e suscita nell’opinione pubblica occidentale. Il sistema delle garanzie, sul quale la democrazia si regge, ha quale non secondaria conseguanza una relativa stabilità dell’ordine dato di fronte ai tentativi di un suo sovvertimento, collocando il punto di rottura nella perdita della maggioranza: alternanza, più che frattura. Ciò che un sistema democratico, quale quello italiano, ha  in più rispetto a uno autoritario, come quello libico ora alle strette, è la capacità di gestire un regime di “ordinaria amministrazione”. I regimi autoritari, al contrario, vivono di eccessi e straordinarietà, e trovano con costanza, nell’assopirsi della propria forza prepotente, la propria fine. Ecco perché ragionare di rivoluzione, all’interno di un panorama che veste già i panni della democrazia, oltre che utopico, rischia di essere controproducente. Ogni pulsione riformista va interpretata nel proprio contesto di riferimento e va vissuta secondo le prospettive che tale contesto offre. Questo spiega i diversi approdi delle proteste in Libia e in Spagna: la repressione nel sangue di un dissenso destinato a un’altrettanto sanguinosa vittoria, e la fina anticipata (e probabilmente insufficiente, agli occhi degli indignados) di una legislatura.

Alla luce delle considerazioni svolte, si potrebbe essere portati a pensare che l’attuale stasi politica, economica e civile italiana altro non rappresenti che una fase di “ordinaria amministrazione” di una democrazia che attende l’alternanza. Ma ciò non sarebbe vero. L’Italia soffre di una cronica allergia al cambiamento e alla diversità, che ha quale radice un’altrettanto inguaribile incapacità di percepire la necessità del cambiamento stesso: di qui la nostra abitudine di risolverci, e agire, in extremis. La genesi e la comunque auspicabile approvazione delle recenti manovre economiche ne sono l’ultima dimostrazione, in ordine di tempo. Ma il carattere forse più significativo è quello proprio del primo degli interventi economici del governo: quello che rimandava il grosso delle entrate e, quindi, dei sacrifici, alla venuta del successivo esecutivo. Questo atteggiamento, non inusuale, è rappresentativo meglio di qualunque altro della mancanza di coraggio della politica italiana; ed è la fonte di quell’inettitudine al cambiamento democratico che spinge fette sempre più grandi dell’opinione pubblica a invocare soluzioni “tecniche”.

In questo orizzonte s’inserisce la proposta riformista di Veltroni, che è il vero oggetto di questa analisi. Al di là della condivisibilità nel merito delle singole proposte, ciò che più si apprezza è il metodo. La volontà, cioè, di riprendere il discorso evolutivo e d’alternanza della democrazia, sollevando lo sguardo dal contingente per proiettarlo in una dimensione progressista e strutturale. Nella sua lettera a Repubblica, l’ex segretario del Partito Democratico (PD) chiama il Paese, e in primo luogo le forze politiche dello stesso, al cambiamento, tentando di riallacciare il legame democratico con un elettorato sempre più scoraggiato e disilluso.
Ma la volontà riformista di Veltroni è legata strettamente, quanto alle sue potenzialità e possibilità, alla storia recente del PD stesso, che ha decisamente deviato, nel suo percorso, dalle concezioni veltroniane, fino a togliere il terreno da sotto i piedi a quello che è il presupposto e la base della filosofia di Veltroni: la vocazione maggioritaria.
Lasciati in disparte i retroscena che lo dipingono come il carnefice di un governo Prodi nato morto, va riconosciuta la radicale diversità che ha caratterizzato l’esperienza da leader di Veltroni rispetto a quello stesso governo. E questa differenza sta proprio nella diversa vocazione che animava quelle due realtà: una coalizione prigioniera di un sistema elettorale giunto al parossismo dell’inefficienza, e una neonata (ma non certo “nuova”) forza politica con la velleitaria e futuristica idea di “andare da sola”. Del resto, la volontà di semplificazione del quadro delle forze politiche è ben chiara anche nella versione 2011 del credo veltroniano, che porta in dote al futuro politico dell’Italia una proposta di riforma della legge elettorale in senso bipolare (termine che si può leggere, traducendo il Veltroni-pensiero senza timor d’eccedere, “bipartitico”: modella USA, in sostanza).
La critica che si piò muovere a Veltroni, posto che si condivide il suo slancio riformista, nonché la maggior parte dei temi, è quella di avere gettato la spugna troppo presto e d’aver così lasciato che il PD s’incamminasse a ritroso verso il modello Ulivo, tanto da togliere credibilità e fattibilità alla proposta riformista in questione e anche, ci si può spingere ad affermare, allo stesso ruolo dell’ex segretario all’interno del partito.
Ma sarebbe ingiusto addossare su Veltroni tutta la colpa del probabile insuccesso delle sue proposte, nonché del venire a esistenza delle premesse di tale insuccesso. Ciò che ha determinato il venir meno dell’indispensabile fiducia nell’ardito progetto del Veltroni leader è stata la miopia tanto dell’apparato politico del partito, quanto, è amaro dirlo, della sua stessa base elettorale. Se si riflette e si ricorda, una delle prime colpe che furono rimproverate a Veltroni, con Prodi ancora in sella, fu quella di aver stretto un dialogo con l’arcinemico Silvio Berlusconi, resuscitandolo (a dir dei detrattori) da un oramai irreversibile torpore politico. E, di più, la colpa capitale che ha portato al taglio della testa dell’allora segretario è stata proprio la sconfitta elettorale contro Berlusconi. Queste due presunte colpe sono anche le due migliori esemplificazione della miopia di dirigenti e base del PD. Proprio la vocazione maggioritaria che Veltroni aveva immaginata (e, in parte, realizzata) quale fondamento per il suo partito, se non altro all’interno della sinistra italiana, imponeva di adottare un linguaggio a un metodo diversi da quelli tipici del periodo, e tutt’ora in auge. L’obiettivo era distogliere l’attenzione ossessiva dalla lotta personale contro Berlusconi, focalizzandola sulla costruzione di una credibile alternativa che fungesse da base, per la realizzazione di quel disegno riformista oggi riproposto. Forse, a Veltroni, la prospettiva di dare al PD la forza propria dell’omonimo partito statunitense, sfruttando la collaborazione (e i voti) di Berlusconi, non è apparsa poi così raccapricciante; sentimento, invece, prontamente suscitatosi nell’opinione pubblica, soprattutto a sinistra. La sconfitta elettorale è stata, perciò, ingiustamente attribuita solo alla linea veltroniana, senza tenere in debito conto la disastrosa eredità del governo Prodi e i venti nazionalisti che sferzavano l’Europa tutta. Per cui Veltroni, che si era posto come obiettivo un piano A, è stato messo da parte per l’insuccesso nel piano B: il piano Berlusconi. Così è finita, sul nascere, l’avventura di un PD a vocazione maggioritaria.

La prova di ciò, e dell’irreversibilità del dietrofront del PD, deriva da due ulteriori vicende del presente del partito. La prima è la campagna per la raccolta di firme per un referendum parzialmente abrogativo dell’attuale legge elettorale, la quale campagna ha ricevuto l’appoggio dello stesso Veltroni. A ben riflettere, quella del referendum è una scelta obbligata, proprio alla luce del fallimento dell’esperienza maggioritaria. Quel PD avrebbe realizzato una riforma elettorale di semplificazione del panorama politico (e partitico) attraverso un accordo, appunto politico, tra le forze a vocazione maggioritaria dell’allora parlamento (il PD e un titanico PDL in salsa post-predellino), per poi giocarsi le sue chance di governo nella successiva tornata elettorale. Ovviamente, non è dato sapere quali ricadute effettive ciò avrebbe avuto sul futuro politico italiano, ma certamente si sarebbe imposta quella semplificazione della rappresentanza che costituisce la precondizione per riforme strutturali, quale quella (oggi nuovamente auspicata da Veltroni) della riduzione del numero dei parlamentari, impraticabile e a rischio iniquità nell’attuale panorama politico clientelare e incerto.
La seconda vicenda è la debolezza dimostrata dal partito di fronte alle insistenti proposte di governo tecnico: l’esatto contrario di quella forza della politica che il progetto di Veltroni aveva inteso ricostituire e che oggi egli ripropone, auspicandola. Al PD di oggi manca il coraggio per proporre autorevolmente e coerentemente la propria alternativa e lo dimostra palesemente con la propria incertezza di fronte a scenari proposti che, lungi dal rappresentare soluzioni “Democratiche”, spingono il Paese sulla via di una oligarchia tecnocratica.

Da un lato, l’abdicazione definitiva alla vocazione maggioritaria e alle ambizioni di protagonismo politico, dall’altro, l’incapacità di riaffermare con forza la centralità della soluzione politica e della propria soluzione sono le ragioni dell’irrealizzabilità degli odierni auspici veltroniani.
Alla base di tutto, però, c’è il fraintendimento ancestrale, il peccato originale che ha seppellito la giovane leadership di Veltroni nel PD: l’illusione di poter imporre, nel recinto democratico, il rovesciamento di un leader (Berlusconi), senza la responsabilità, il coraggio e la forza di dare all’alternanza fisiologica della democrazia un fertile terreno in cui radicarsi.

E, allora, di fronte a proposte di riforme anacronistiche perché prive dei presupposti politici, non senza rammarico, si ribadisce: onorevole Veltroni, non si sarà arreso troppo presto?

MdP

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