7 – Il viaggio

«Viviamo in una realtà che mangia l’orizzonte: prosciuga la pozzanghera dei tuoi sentimenti prima che diventi un mare»

Pubblichiamo oggi un numero speciale di Orizzonte.  Speciale, in primis, perché conclude il primo semestre della nuova esperienza editoriale, iniziata a Gennaio. Inoltre, in quanto vi presentiamo un numero a più mani.

La nostra volontà di impegno critico, più volte testimoniata su queste pagine, ha trovato quale necessario e fisiologico sbocco una volontà ulteriore: collaborare. Nella ricerca di contributi esterni alla nostra riflessione sul viaggio ci siamo sforzati di mantener fede al nostro impegno di responsabilità, respingendo qualsiasi forma di gratuità e mondanità. Il nostro invito, per quanto circoscritto, non ha mancato di sortire reazioni contrastanti, a testimonianza del fatto che una profonda quanto significativa condivisione di tempi, luoghi e amicizia non sempre è, di per sé, sufficiente a stimolare una spontanea e genuina volontà di partecipazione.

Il viaggio è, per noi, non solo l’avventura intrapresa con la nuova formula di Orizzonte, ma anche il percorso di indagine intellettuale che ha trovato e tutt’ora trova in questa rivista un formidabile mezzo. Ma un numero che si limitasse a spiegare questa riflessione avrebbe significato un vano parlarsi addosso. Per questo abbiamo cercato e trovato una profondità ulteriore nelle riflessioni di Federico Ticchi, Cleo Feoli, Desiree Giudetti e Giulia Heuser. Il primo merito del loro impegno è stato quello di avere con noi condiviso la necessità di abbattere il muro della banalità che circonda, oggi, il quotidiano di un’intera generazione. Nessuna delle nostre storie si caratterizza per originalità o eroismo: l’obiettivo, infatti, non è quello di centrare un tale risultato, bensì quello di esercitare il nostro spirito critico su una realtà consueta, ma spesso incerta.

Il nostro intento è quello di versare il variegato contenuto della nostra identità in un confronto e in una condivisione che contrasti con decisione il restringersi dell’orizzonte. Perciò, intraprendiamo con questo numero un nuovo viaggio: il viaggio di portare il nostro lavoro nella terra altrui, di portare l’altrui nella nostra terra.

MdP LV

I. Parallelismo Erasmiano

Faceva un caldo asfissiante. Molto peggio dell’afa che ha invaso questi giorni Bologna. Ed erano solo le 8 del mattino di una normalissima giornata di metà settembre. Oddio, normalissima non direi. Venivo da una notte insonne, mi ero imbarcato da Orio al Serio su un Ryanair delle 6,05 del mattino, alle 8,30 ero arrivato a destinazione e alle 9 in punto scendevo alla fermata dell’autobus denominata “Avenida del Cid” . E qui finivano le mie certezze. Sapevo più o meno cosa avrei dovuto fare, ma non sapevo esattamente come muovermi e soprattutto non avevo la più che pallida idea dei risultati che avrei potuto ottenere, delle sfide che avrei dovuto affrontare. Non avevo appigli, agganci, conoscenze. Non parlavo la lingua, se non per spiaccicare quelle due parole necessarie per la sopravvivenza. Un sole accecante mi abbagliava, un caldo torrido mi opprimeva, ma per la prima volta sentivo davvero la libertà impossessarsi di me. Ora dipendeva da me. Avrei dovuto iniziare da zero con le amicizie, mi sarei dovuto impegnare per trovare una casa adeguata alle mie esigenze, sarei dovuto stare estremamente attento alle finanze, a come avrei speso i soldi. Dovevo conoscere la città. Avrei dovuto imparare i nomi delle strade, e come arrivare da un punto all’altro. Al mio arrivo ero in possesso unicamente di una mappa casereccia stampata dal sito di Google Maps, dalla quale non riuscivo a comprendere né l’orientamento né le distanze. Un fiume chiamato Guadalquivir attraversava la città. Ma non capivo se da nord a sud o da est a ovest. Sulla mappa avevo segnato con una X i luoghi che ritenevo strategici: lo stadio Sanchez Pizjuan, la Giralda, i Reales Alcazares, il Parque Maria Luisa, il parco dell’Expo del 1992. Avevo anche segnato la sede dell’Universidad, e i vari Lidl, Mercadona, Alcampo e Carrefour, perché ritenevo necessario prendere una casa vicino a questi per non dovermi spennare ogni volta che avrei dovuto compare qualcosa da mangiare. L’inizio di una nuova vita. Anzi, una nuova nascita. Quest’ anno sarebbe stato un viaggio dentro me stesso, esteriorizzando le mie reali capacità e mettendo a frutto quello che avevo imparato nella vita precedente. Non potevo fare affidamento al nido familiare che si era preoccupato di me in tutti questi anni. Sarei dovuto uscire dalle amicizie precostituite e tessere reti di rapporti nuovi, liberi da qualsiasi preconcetto e pregiudizio. Io avrei valutato gli altri per come si sarebbero comportati da quel momento, e gli altri avrebbero utilizzato lo stesso metro per valutare i miei comportamenti. Il passato non era conosciuto a nessuno, e soprattutto non interessava a nessuno. Gli errori che in un certo senso ti hanno marchiato nella tua comunità, qui scomparivano del tutto. Avrei dovuto scoprire nuove strade nei miei atteggiamenti, e forse finalmente sarei riuscito a comprendere davvero chi ero, e quali erano realmente le mie aspirazioni. L’Erasmus per me ha rappresentato questa vita parallela, questo viaggio che mi ha permesso di cambiare e di conoscermi meglio. Maturare una consapevolezza sui miei mezzi e sulle mie capacità, ma anche sui miei limiti. Proprio per tentare di superare questi limiti, senza presunzione e senza eventuale frustrazione nel caso in cui non ci fossi riuscito. Un viaggio che mi ha permesso di acquistare consapevolezza su me stesso, che ha riacceso la mia voglia di fare, di essere parte attiva nella vita e non subire passivamente gli accadimenti quotidiani. Voglia di partecipare. Di dare un senso e un verso alla propria esistenza. Un cammino compiuto grazie alla guida della lucente, affascinante, materna città di Siviglia.

Federico Ticchi

II. Viaggiate…

Bologna: un salto nel buio

G.
File. Stampa.
Dopo due minuti dalla mia stampante e’ uscita una immatricolazione fresca fresca, n°0000311895 per l’esatezza, all’Alma Mater Studiorum. File. Stampa : il programma del primo anno. Chissà di che cosa trattano Filosofia del Diritto o Diritto Costituzionale…
Un paio di giorni dopo, con questi due fogli piegati bene nella tasca di dietro dei jeans, salgo su un treno, un eurostar, a Santa Maria Novella e dopo un’ora sono a Bologna. E’ pomeriggio tardi ed e’ domenica; la stazione e’ gremita di persone e non c’e’ nessuno che mi aspetta o e’ venuto a prendermi, solo una città nuova fuori dai binari. Non conosco bene la strada per casa, mi guardo intorno mentre gioco con un nuovo mazzo di chiavi che ho in mano. Sono terrorizzata. Penso che non riusciro’ mai a far diventare e sentire come mie le linee e le forme di queste strade sconosciute e edifici nuovi. La solitudine e l’ignoto sono tale che so che da questo momento in poi non posso fare altro che creare.

C.
AZ 156, l’aereo non è cascato. 15 kg di valigia più dieci di bagaglio a mano.
Diciotto anni racchiusi in quattro pezzi di tela. Scendo dall’aereo, mi sorprende l’aria calda di un mese di settembre che fino ad ora non avevo mai visto col sole. Trovo la cameretta che mi ospiterà per il prossimo anno : muri bianchi, una scrivania gigantesca (Babbo sarà contento, dovrebbe invogliarmi a studiare). Mi si stringe lo stomaco. Ci siamo : di nuovo in Italia e non solo per i mesi estivi.
Di quei giorni non ricordo tanto : immagini confuse nelle quali spicca la figura di mia madre testimone del passato, spettatrice del mio futuro.

D.
Coda di 12km sull’autostrada A1. Direzione:Bologna.
Ecco come é iniziato il mio viaggio. Non sicuramente quello che mi aspettavo, ma pur sempre un inizio. Il mio.
Lasciare la propria terra, il proprio paese di pochi abitanti per trasferirsi in una grande città era un grande cambiamento che forse avrebbe dovuto spaventarmi ed invece mi eccitava, mi eccitava incredibilmente.
Troppo importante quel viaggio per potersi lamentare del caldo, della attesa, di un padre che ha intonato per tutto il tempo le canzoni di Lucio Battisti. Infondo le lacrime per amici, genitori e per tutto cio’ che mi aveva sempre circondato erano già state versate nei giorni precedenti. Ero l’orgoglio di tutti ; un altro giovane che decide di partire dal Sud, tipicamente conosciuta come terra priva di aspettative professionali, per entrare nella grande città del Nord, diventare qualcuno e ritornare, con il tempo solo per le vacanze, da vincitore, da « Dottore » o « Ingegnere » (a seconda della volontà del vicino di casa incontrato per strada).
Arrivo perfetto. Si scarica velocemente la macchina. La stanchezza é tale che le prime sensazioni passano velocemente senza troppe riflessioni profonde.

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Bologna: una città a misura d’uomo

D.
Grande, ma non troppo, accogliente, piena di studenti provenienti da ogni parte del mondo e piena di possibili confronti.
Ecco. Il confronto con due delle persone che stimo di più in assoluto ha portato a cambiamenti sconvolgenti. Ho sempre saputo quello che volevo fare nella vita, ma mai avrei pensato che tutto sarebbe cambiato, che un viaggio assolutamente organizzato in ogni più piccolo particolare, si sarebbe trasformato in un’avventura disorganizzata, piena di sconvolgimenti emotivi incontrollabili.

Questo é quello che é stato « causato » dalla conoscenza di un’italo-belga e di una italo-americana nata e vissuta a Londra ma con origini tedesche-ungheresi (Io : italiana al 100%).

Organizzazione del mio viaggio :
Approdare a Bologna, frequentare la facoltà di Giurisprudenza, laurearsi in tempo, fare due anni di praticantato, superare l’esame di avvocato, lavorare presso uno studio legale, ritornare alle origine nel Sud con il ragazzo storico del liceo e formare la famiglia sempre desiderata.

G. Approdare a Bologna, frequentare la facolta’ di Giurisprudenza (scelta del tutto casuale), ricercare stimoli, uscire da un ambiente che mi aveva lentamente soffocato e cercare di fare qualcosa di utile per il mondo.

C.. Approdare a Bologna, frequentare la facoltà di Giurisprudenza, imparare l’italiano, scoprire l’Italia, ripartire con le idee più chiare per non si sa dove.

Cos’è rimasto dopo aver conosciuto loro ?

Poco. Bologna, la facoltà di giurisprudenza, la laurea prossima ma per il resto niente é più come prima.
Come si fa a non cambiare con due amiche che hanno girato il mondo, che hanno voglia di cambiarlo, di migliorarlo e di migliorare loro stesse ?

C. e G. mi hanno lasciato il loro segno addosso.

Quattro anni passati a discutere in cucina tra la preparazione di pranzi, ripetizioni di esami o sdraiate sul letto in camera, mi hanno fatto capire che qualcosa nel mio viaggio cosi’ perfetto non andava. Lo stupore di C. di fronte alle certezze di una vita assolutamente priva di sbandamenti e di voglia di scoprire; il travolgente pathos di G. e la sua voglia di fare, rispetto alla mia quasi-arrendevolezza nei confronti del mio futuro, hanno generato il mio cambiamento.

E’ bastata una semplice domanda sul perché non pensassi di uscire da tutti quegli schemi mentali, da tutti quei limiti fisici e non, originati da anni di vita in una realtà piccola e preimpostata : in un istante, domande del tipo « Voglio fare l’avvocato ? » « Voglio rimanere in Italia ? » « E’ lui il ragazzo giusto? » non hanno più avuto risposte cosi’ scontate.
Perché fermarsi a diventare avvocato, se si può con sforzo e studio diventare magistrato ? Perché decidere di rimanere in Italia e trasferirsi di nuovo giù, quando ancora non si è scoperto cosa riserva il mondo là fuori ? Perché pensare che la persona che si è incontrata al liceo sia per forza la persona della propria vita ?

C. e G. davano risposte e ponevano domande diverse dalle mie.

C. Perché non mi sento di voler rimanere in Italia ? Perchè non voglio tornare in Belgio? Cos’è necessario per sentirsi a casa?

G. La mia casa e’ l’Italia? Che senso ha sempre ripartire senza conoscere mai bene un posto? Anche se le mie origini sono « nomadi», posso decidere di voler restare ?

Non sempre queste hanno portato a discussioni tranquille e pacifiche, ma anche a scontri accesi caratterizzati dal rispetto e dal libero confronto.
Perché loro abbiano scelto me, proprio non lo so, se e’ stato il caso o se ci siamo trovate, ma io so perché ho scelto loro.
Voglia di imparare, di apprendere, di migliorare. E quale modo migliore di farlo se non con due persone per cui si nutre una stima profonda ?
Probabilmente una componente fondamentale é stato l’ambire a non essere da meno.

G. Avere sempre gli occhi rivolti verso l’Europa e allo stesso tempo conoscere il significato di avere un profondo legame con la propria terra ed amarla nonostante tutto; imparare a credere nel proprio potenziale mettendo le cose in prospettiva e conoscere la bellezza di mostrare il proprio affetto; ma soprattutto non limitare mai i propri sogni.

C. L’astrattezza e la concretezza si confrontavano nei loro discorsi ed aiutavano me a capire quale fosse il giusto peso della bilancia. Due appoggi fondamentali : una base ferma verso la quale tendere, un cervello sempre in viaggio da adottare.

Dopo essere arrivate da tre mondi diversi, l’amicizia costruita in questi anni ha permesso a ognuna di noi di crescere. Oggi sempre di fronte a quel famoso tavolo da pranzo ecco le nostre decisioni. Quinto anno :

C. atterrerà oltreoceano. Direzione : Stato della California.

G. cercherà di dar concretezza al suo progetto di conoscenza del «sistema » mafioso. Direzione : Palermo.

Io, viaggio non troppo lungo ma privo di confini mentali. Direzione : Belgio.

A voi che leggete : “viaggiate ! viaggiate per conoscere, viaggiate per poter viaggiare ancora”.

To those who read : “you must travel ! you must travel to learn and travel to never stop travelling.”

A vous qui lisez : ” voyagez! Voyagez pour connaitre, voyagez pour pouvoir encore voyager. “

Cleo Feoli

Desiree Giudetti

Giulia Heuser

III. Ontologia del viaggio

La curiosità nei confronti del nuovo ed il fermento dell’attesa è la condizione più felice per l’essere umano.  In questa condizione, egli ritrova la propria realizzazione colmando il divario tra sé e l’espressione della cultura nella quale è calato: un intervallo di tempo colmo di fiducia, energia e  forza spirituale generate da una necessità di riscatto che inonda di umanità l’intera sfera relazionale. E’ esattamente questo status che spinge al viaggio: un’esperienza di spostamento che porta con sé un potenziale di cambiamento intrinseco già nella scelta stessa di partire prima ancora che questa si compia.

Non vuole essere questa un’occasione per spolverare la retorica dell’attesa né per ritornare sulla riflessione inerente al sacrificio responsabile che ogni scelta richiede, penso invece sia interessante fare alcune considerazioni sul viaggio inteso quale percorso di conversione laica cioè quale percorso di ricerca ostinata del vero attraverso la distruzione fisica del’idea. Continuo infatti a concepire il viaggio come una dimensione spazio-temporale nella quale sviluppare la sintesi coordinata della mente col corpo: l’elaborazione intellettuale dell’idea nella quale si intravede l’occasione di felicità/cambiamento viene a scontrarsi contestualmente con la fisicità del mondo sul quale poggia il proprio corpo. Da questa affermazione derivano alcune conseguenze importanti.

In primo luogo, il viaggio deve essere considerato come ricerca di verità: ricerca di un’entità non afferrabile ma sperimentabile, frutto della disintegrazione dell’io e della sua idea per mano del reale. In questo senso, nella definizione di “viaggio” si fa rientrare ogni scelta di cambiamento ed ogni partenza verso una nuova esperienza che comporti un mutamento dello spazio fisico e non solo mentale.

In secondo luogo, non è possibile scindere le due componenti “fisica” e “psicologia”: il viaggio assume una sua entità solo se composto da entrambe, altrimenti finisce per essere mera rappresentazione formale dell’una o dell’altra. Basti pensare, ad esempio, all’esperienza intellettuale della lettura: il cambiamento spazio temporale che avviene nella testa del lettore non è sufficiente per raggiungere la sperimentazione del vero: egli, all’apice del suo sforzo intellettuale, intuirà la verità, riuscirà a descriverla ed a comprenderne le strutture ma non potrà sperimentarla poiché la dimensione fisica viene lasciata ai margini di questa esperienza ( illusione del vero ). Da quest’ultima discende infatti la componente fisico-distruttiva che invece non riesce mai a compiersi pienamente nel recinto della propria psiche: sia che si tratti di una conferma sia che si tratti di una smentita, l’idea viene sempre smantellata dalla realtà lasciando l’individuo nell’afferrabile attimo di verità.

In terzo luogo, l’esperienza del viaggio secondo quanto si è detto comporta un sostanziale arricchimento dell’individuo: l’esperienza del vero è l’unica arma con la quale combattere la propria precarietà quindi la precarietà del mondo. Solo attraverso la durezza di questa esperienza ( gioiosa o meno che sia, ma sempre caratterizzata dalla dura solidità della pietra ) è possibile vincere l’instabilità generata dall’irresponsabilità e dall’offesa che non a caso si servono costantemente di strumenti utili ad allontanare l’individuo dalla materialità della propria dimensione smaterializzandolo in cellule deresponsabilizzate.

In conclusione, la necessità del viaggio viene a coincidere con una necessità di autodeterminazione e libertà, posto che queste possono implementarsi solo attraverso l’esperienza della verità. Il viaggio assume in quest’ottica una valenza ancora più pregnante stante la difficile condizione in cui veniamo tutti a trovarci: esso costituisce la risposta alla precarietà che abbiamo costruito, costituisce l’occasione per rigenerare la propria formazione e rilanciare la propria umanità verso un nuovo arricchimento che sfugge alle categorie del fallimento o del successo.

Lorenzo Viapiana

IV. Nostro Viaggio

Tutto ha inizio

fermandosi.

La lieve brezza d’un tempo leggero

nell’attimo d’un giorno

e nel silenzio di un luogo

più non basta.

Ed è fermezza. È peso.

L’uomo si finge e si pesa nel suo presente:

egli stesso tangibile prova

della propria attualità.

Nel timore, nell’indugio,

con novellata coscienza,

un nuovo viaggio esordisce.

Questo inizio

è volgendosi: è avanzata a ritroso.

Il peso della fermezza

e il senso d’un attimo e luogo

sull’orme antiche

son sparsi.

La fine di questa critica

è nuovo esordio.

L’ultimo viaggio

è rincorsa

a frenare chi non è più fermo

dal posar velleitari passi.

Ogni suo passo

è, per noi, un peso;

ed è, per lui, minaccia

di futura fermezza

e d’ulteriore strazio.

Attendere, udire,

seminare,

rincorrere:

questo è il nostro viaggio.

Ogni fermata due nuovi esordi:

doppia fatica.

Ma senza fermezza

non v’è coscienza.

E non v’è inizio;

e non c’è viaggio.

MdP

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