6 – Il dubbio

All’indomani delle elezioni amministrative e a poche ora dai referendum, il sentimento dominante è il dubbio. Esso non spinge, tuttavia, alla stasi, bensì impone interrogativi e stimola riflessioni.
Ci chiede di forzare la nostra capacità di comprensione, spingendo il nostro sguardo al di là dell’istmo della disinformazione.
Quale il significato delle proteste di Puerta del Sol? Che peso dare all’esito delle elezioni amministrative italiane? Come interpretare il turning point al quale sembra trovarsi una forza come la Lega Nord, fino a poco fa lucky number della politica?

Queste le suggestioni e le domande che guidano questo sesto numero, senza mai tralasciare la traccia di fondo dell’impegno e dell’osservazione responsabile e indipendente, condizioni imprescindibili dell’esistenza stessa di questo spazio di riflessione.

Monologo sul dibattito

Questo articolo, probabilmente, apparirà legato meno di altri all’oggetto del presente numero. Ciò che, però, in queste poche righe, si vuole trattare è il rapporto che vi è fra l’informazione, nella veste dei media privati, e la determinazione degli elettori circa la propria scelta, nel segreto dell’urna.
Il caso particolare che ha fatto sorgere la necessità di questa riflessione è la campagna intrapresa dalla pay tv Sky per la realizzazione di dibattiti televisivi tra i candidati alle elezioni amministrative. Il confronto televisivo fra candidati è una realtà piuttosto consolidata in varie democrazie occidentali: è celebre l’esempio dei dibattiti che precedono le presidenziali statunitensi. La convinzione che sta alla base di questa pratica è che essa sia indispensabile non solo per formare la coscienza degli elettori circa la scelta che sono chiamati a compiere, ma anche per verificare la capacità dei candidati stessi di affrontare il confronto, da un lato, con gli sfidanti, dall’altro, con i giornalisti. Ma la premessa fondamentale è che la struttura dell’organizzazione politica dello Stato in questione sia sostanzialmente e formalmente bipolare, per non dire bipartitica (come nel caso americano). Deve, cioè, esservi una direzione comune alla volontà politica, che si esprime nella legislazione elettorale, e alla volontà mediatico-imprenditoriale, che si pone come conseguenza della prima e la implementa. L’approfondimento informativo, che deriva dall’impegno dei privati al servizio delle regole democratiche, rappresenta una fisiologica evoluzione di queste e si pone a tutela del diritto dei cittadini a un consapevole esercizio del diritto di voto.

La campagna di Sky Italia si inserisce in un panorama mediatico nazionale in condizioni a dir poco pietose. Le televisioni generaliste si affannano in una concorrenza al ribasso (della qualità dei prodotti, degli ascolti e degli introiti), logorate dalle ingerenze politiche di turno; la diffusione della rete fatica a far breccia nel nostro medioevo tecnologico; e la carta stampata rimane unamedium d’élite, all’interno del quale la qualità e l’indipendenza sono relegate in posizione minoritaria. Questo panorama porta alla paradossale affermazione per la quale l’indipendenza e le capacità giornalistiche, merce rara, possono essere trovate nella “provincia” italica del “regno” mediatico di un magnate come Rupert Murdoch. Si arriva al punto di considerare Murdoch stesso in opposizione al protagonista italiano del conflitto di interessi: Silvio Berlusconi. Se si trova la lucidità per riflettere sulle caratteristiche di molte branche dell’impero dell’australiano (Fox News?), ci si rende conto della precarietà di queste osservazioni. In realtà, l’offerta della piattaforma satellitare (che, per lo più, occupa una posizione largamente maggioritaria, per non dire monopolistica, nel mercato delle pay tv) è strettamente correlata alla domanda che viene dalla realtà italiana: nell’ambito dell’intrattenimento, Skyinterpreta il ruolo del concorrente; ma, nell’ambito dell’informazione, dell’inchiesta, della cultura, il suo ruolo risulta egemone, salve rare e precarie eccezioni nel servizio pubblico. Questo contribuisce a una polarizzazione della gran parte del pubblico che non si riconosce nella televisione generalista e, con relativo sforzo economico, sceglie Sky. Questo discorso non intende sminuire in alcun modo la qualità dell’offerta di questa rete, ma solo sottolineare come tale offerta non si ponga in antitesi (o come alternativa) al modello generalista, ma come essa si presenti quale portatrice di contenuti e varietà ulteriori, comprese l’informazione di qualità. Su questo si basa il vantaggio qualitativo che riconosciamo in Sky. Vantaggio che si sarebbe potuto ridurre se la “rivoluzione digitale” fosse stata dotata di una minima credibilità: se, cioè, fosse stata attuata per implementare l’eguaglianza fra le tante voci del panorama informativo italiano, e non solo per togliere a esse un pretesto di lamentela.

Fatto questo breve ragionamento in premessa, possiamo comprendere meglio perché la campagna per i dibattiti televisivi sia stata vissuta come una rivendicazione democratica contro un potere oscurantista. In realtà, le modalità per informare gli elettori sono molteplici, e molte di esse posseggono un’efficacia maggiore rispetto al dibattito televisivo. Ma sarebbe inutile enumerarle ora, perché dall’analisi critica dello stesso metodo del dibattito potremo cogliere gli elementi patologici che pongono la nostra democrazia a un livello imbarazzante nella classifica della libertà di informazione. I dibattiti televisivi fra candidati, in primo luogo, comportano la necessaria semplificazione di selezionare un portavoce, spesso un leader, che si faccia carico dell’espressione del pensiero di partito, elidendo forzosamente la complessità e varietà di vedute propria di ciascuna formazione sociale, prima che politica. In secondo luogo, il contingentamento dei tempi impone di trattare una vasta gamma di materie in maniera superficiale (“sloganistica”), sempre che i candidati stessi posseggano la dote della pertinenza ed evitino di far virare il dibattito su questioni pretenziose e irrilevanti, quando non su menzogne denigratorie. Ancora, il meccanismo domanda (del moderatore)-risposta-replica contribuisce a concatenare l’evoluzione del discorso, che spesso trova un termine solo temporale, e non logico, nella proposizione della successiva domanda.

Nella necessità di rimanere ancorati alla realtà del nostro Paese, però, consideriamo di primaria importanza due caratteri-difetti del dibattito televisivo formato Sky : la vocazione maggioritaria e la tendenziale irrilevanza dell’apporto giornalistico.
Il sistema politico-istituzionale italiano, pur con incessanti tentativi di stravolgerne la struttura mediante leggi elettorali tragicomiche, resta improntato a una distribuzione proporzionale dei consensi elettorali: in quest’ottica si collocano il sistema di elezione del Senato della Repubblica (su base regionale), che è una delle due gambe del Parlamento, nonché la possibilità di operare un voto disgiunto (ad esempio al candidato sindaco e a una lista che non lo appoggia) nelle elezioni regionali e dei comuni sopra i 15.000 abitanti. Ma, più in generale, basta guardare all’attuale conformazione delle forze interne al Parlamento attualmente in carica, che pure è il frutto di una tornata elettorale che ha imposto una drastica semplificazione, per accorgersi della grande complessità che caratterizza la politica italiana. Questa caratteristica, che per i fautori della piena rappresentatività è una qualità intrinseca del sistema democrazia, è rispecchiata, sul piano formale, dall’insieme delle regole che tutelano la cosiddetta par condicio, nel corso delle campagne elettorali. Appare evidente come queste regole impongano un aggravio nella fruizione dei messaggi elettorali, che si moltiplicano, nonché determinino una tendenziale equiparazione di forze maggioritarie e minoritarie. Invero, però, entrambe queste notazioni sono temperate nella pratica, che vede una sostanziale tendenza alla semplificazione dei messaggi e a conferire un maggior minutaggio alle forze maggioritarie. In ogni caso, questa tendenza sostanziale non può valere a modificare l’impostazione formale delle regole del gioco, che dispongono di un meccanismo ad hoc per essere cambiate. Questo punto è cruciale, perché consente di evidenziare la forzatura insita nel tentativo di imporre nella sostanza un modello informativo che stride con queste regole. Nessuno potrà negare che, contro l’esigenza democratica di avere un dibattito fra i portavoce (o candidati) di tutte le forze in campo, confligge l’interesse imprenditoriale e mediatico di concentrare il confronto attorno alle posizioni di pochi (spesso due) leader, prevalenti sugli altri per consensi e, quindi, per audience. L’intrapresa unilaterale di una iniziativa come quella della realizzazione dei dibattiti televisivi tra i rappresentanti delle forze maggioritarie (vedi Moratti vs. Pisapia) si presenta come un tentativo di forzare il dato formale delle regole del gioco mediante la legge del più forte, spendendo sul mercato televisivo una forza che dai caratteri dello stesso mercato deriva, come si è sopra dimostrato. L’imposizione del sostanziale sul formale implica l’agire incontrollato e incontrollabile del più forte, che potrà permettere di portare le sue convinzioni agli estremi, dettando esso stesso nuove regole del gioco: questo si è verificato quando Sky ha deciso di celebrare ugualmente un “dibattito”, sottolineando l’assenza di un candidato che aveva rifiutato il confronto con un cartello con su scritto il suo nome. Doppia violenza: silenzio e stigma sociale, con buona pace della par condicio.
La condizione patologia principale, che espone il nostro paese al rischio di vanificare ogni sforzo di ricondurre l’agire dell’elettorato nell’ambito della ragionevole responsabilità, è però un’altra. È la scomparsa, più volte denunciata su queste pagine, della figura del giornalista. Questa scomparsa è degnamente rappresentata all’interno dei dibattiti televisivi, nei quali il ruolo del giornalista si divide tra quello dell’assist-man, che pone argomenti leggeri e superficiali di confronto, e quello del moderatore, che svolge il diligente compito del vigile del tempo. La presenza di giornalisti che possano vantare un’autentica indipendenza, caratteristica che è negata in principio nell’analisi della nostra realtà (salve marginali eccezioni), sarebbe in grado di dare nuovo vigore a forme di informazione alternative a quella del dibattito frontale, quali l’inchiesta: ben più approfondita e ben più in grado di dare effettivo rilievo alla regola della par condicio, non solo fra i candidati, ma anche dei candidati di fronte a una informazione indipendente. Al contrario, l’opinione pubblica del nostro Paese sembra aver smarrita la capacità di discernere tra i professionisti dell’informazione e quelli della politica, creando generalizzazioni spesso ingrate e irragionevoli, e privandosi, con ciò, di una preziosa arma nella quotidiana battaglia della partecipazione e del cambiamento.

Da questa condizione distorta origina il dubbio che accompagna molti di noi alle urne. Alcuni di noi faranno fronte a ciò con la propria determinazione e il proprio sacrificio di ricerca di una consapevolezza sgravata dalle corruzioni del sistema mediatico attuale. Ma ciò non basta e, soprattutto, non è democratico, perché trasforma un inviolabile diritto in un gravoso onere.

L’ambiguità del successo

Martedì 7 Giugno si è tenuto a Bologna un incontro estremamente interessante con gli autori del libro La felicità della democrazia, Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky. In particolare, il direttore di la Repubblica  e l’ex presidente della Corte Costituzionale hanno avuto modo di rispondere alla provocazione che gli era stata lanciata dal presidente del Partito Democratico, Rosy Bindi, la quale si è loro rivolta domandando se avessero scritto le stesse cose anche oggi, dopo le elezioni amministrative che hanno visto il centro-sinistra uscire vincitore dalle urne.  La questione ha senso poiché i due autori mantengono da tempo una posizione critica nei confronti della forza politica maggioritaria in seno all’opposizione: ne denunciano, seguendo tracce differenti, l’inerzia e la mancanza di presenza democratica intesa come radicamento nel tessuto culturale, ciò che porta ad un inevitabile depotenziamento di quella vocazione maggioritaria che vorrebbe essere la caratteristica essenziale del Partito Democratico.  Ma l’approccio critico dei due intellettuali si è concentrato soprattutto in un lavoro sull’assopimento nel quale l’Italia è immersa da anni: le distinte pubblicazioni che hanno visto la luce sono sempre confluite in un’operazione di difesa della Costituzione, sia sotto un profilo tecnico-giuridico sia sotto un profilo materiale, come è accaduto, per esempio, in occasione delle campagne per la libertà di stampa alle quali noi tutti abbiamo partecipato.

E’ dunque stimolante vedere come abbiano reagito al risultato delle recenti amministrative coloro che, come gli autori di questa rivista, si impegnano ormai da tempo nel denunciare quel problema di inconsapevolezza ed acriticità sottostante alla dimensione culturale italiana. In altre parole, è doveroso analizzare il risultato elettorale persistendo nell’esercizio critico per depurarlo dall’entusiasmo e cogliere il vero significato di questa espressione della sovranità popolare dal sapore rivoluzionario. La provocazione della Bindi ha dunque il merito di indirizzare verso questa direzione.

La riflessione proposta dai due autori nell’occasione del 7 Giugno si è mossa da una presa di coscienza comune: il centro-sinistra ha dimostrato di possedere una capacità di autonomia culturale che ha permesso di reagire al fango della destra, affermandosi come forza catalizzatrice di quelle energie che l’hanno spinto alla vittoria. Su questa base occorre però approfondire la riflessione: secondo diverse impostazioni, si è riconosciuta la necessità di rintracciare, all’interno della compagine di opposizione, una forte alternativa politica in grado di reggere il peso di una battaglia contro il pensiero unico degli ultimi anni; alternativa che attualmente non esiste in termini unitari, ma è diffusa, per non dire dispersa, nel magma della società civile che trova forme di espressioni occasionali.

Occorre quindi dare vita ad un soggetto politico che sia in grado di dare continuità allo slancio di cui gode, in queste ore, chiunque sia estenuato dal berlusconismo. Questa è la sfida alla quale sono chiamati i partiti attualmente all’opposizione. Dall’analisi critica del voto emerge esattamente questo dato: a vincere è stato il centro-sinistra, ma la vittoria mette in luce la frantumazione dello stesso. Laddove il Partito Democratico è riuscito a far eleggere i propri candidati ( come a Bologna ), è stato un partito come Sinistra Ecologia Libertà a permettergli di evitare il secondo turno; in altre città addirittura sono stati eletti sindaci esponenti di partiti atipici rispetto all’asse politico tradizionale, come nel caso di De Magistris, ex magistrato esponente dell’Italia dei Valori, ma anche nel caso dell’avvocato Pisapia a Milano. Si può rintracciare in questo fenomeno un duplice significato.

In primo luogo, il fallimento della vocazione maggioritaria Democratica. E’ un’ulteriore conferma di quanto abbiamo sempre sostenuto: la componente rinnegata che distingue il centro-sinistra italiano, rendendolo vincente, è la sua capacità di assorbire in sé e valorizzare un pluralismo culturale che si costituisce quale espressione diretta ed immediata della biografia sociale del nostro Paese; questa caratteristica si contrappone ad una vocazione maggioritaria segnata da una tensione conformista e populista che, lungi dall’essere estemporanea rispetto alla nostra Storia, viene invece interpretata dalla destra e da quella parte di sinistra che ha tentato di riscrivere la propria natura secondo queste categorie.

In secondo luogo, se occorre ripensare la propria natura politica in termini pluralistici, uscendo quindi dalla miope logica delle maggioranze, occorre, di conseguenza, rilanciare il confronto al fine di pensare nuove forme di coalizione, nuove forme di cooperazione nella amministrazione ( concetto diverso rispetto a quello di “gestione” ) del potere. In questa prospettiva l’elezione a sindaco di figure come Pisapia e De Magistris lanciano un segnale forte: l’entità chiamata a governare deve essere un soggetto in grado di coniugare la propria tradizione culturale con la forza d’urto intesa alla rottura del “sistema”, una figura dotata della caratura politica necessaria per rinvigorire un insieme di valori fuori dall’intreccio di potere che sostiene la cosiddetta “casta”; un soggetto che troverebbe l’occasione di agganciare la propria identità ad obiettivi concreti ed immediati, come la riforma della legge elettorale, seguendo un modus operandi che ritroviamo infatti nelle campagne elettorali dei candidati vincitori a Napoli ed a Milano ( si pensi, rispettivamente, alla risoluzione della questione rifiuti ed alla questione EXPO nel capoluogo lombardo ).

Come si vede, la sfida alla quale sono chiamati i partiti di opposizione, in particolare il Pd, ma anche la società civile, è una sfida che richiede umiltà e lavoro sulla propria identità: è necessario partire da qui per reinvestire un grande successo e accedere alle questioni forti della nostra società, come l’immigrazione, l’ingiustizia sociale, la crisi economica. La sensazione, invece, è che di questa necessità non vi sia consapevolezza: si tende ad interpretare il voto come l’avvallo degli elettori rispetto ad un fare politico, come se non fosse stata l’indegnità altrui ma il proprio merito ad aver suscitato una reazione tanto radicale. Del resto, se questa distorsione non ne costituisse il presupposto, la stimolante provocazione della Bindi non avrebbe senso e forse non avremmo dovuto aspettare il 2011 per assistere ai festeggiamenti milanesi e napoletani.

Il buio oltre la Lega

Della recente sconfitta elettorale del centro destra è stata data una duplice interpretazione: da un lato, si è sottolineata l’errata lettura della situazione da parte del grande comunicatore, Silvio Berlusconi, il quale non ha saputo sfruttare il suo enorme potenziale mediatico imbastendo la campagna elettorale dei suoi candidati sull’ennesima menzogna, sulla schizofrenica battaglia personale contro la magistratura, sulla paranoia dei comunisti e delle loro bandiere e toghe rosse: tutto ciò ha rivelato una condizione intellettuale e fisica estenuata quando invece, in altri tempi, proprio la brillantezza della sua presenza aveva saputo coprire la mediocrità del berlusconismo e la povertà dei suoi contenuti; dall’altro lato si è sottolineato come il corpo elettorale abbia voluto lanciare un segnale di riscatto morale, trovando negli esponenti di una sinistra atipica ( De Magistris e Pisapia ) quella sintesi politica di cui, proprio dalle pagine di questa rivista, avevamo denunciato la mancanza in occasione delle manifestazioni del Popolo Viola e della manifestazione delle donne “Se non ora quando”, solo per citarne due tra le numerose che si sono susseguite in quest’ultimo anno. Berlusconi è rimasto dunque schiacciato sotto le macerie della sua stessa personalità: non ha saputo sfidare il proprio codice genetico per modificarlo a fronte della scarsità delle sue forze ed ha fallito, stritolato dal populismo e dalla demagogia che lui stesso ha sviscerato da questo Paese per mezzo della corruzione mascherata da capacità imprenditoriale, con la demagogia nascosta sotto il velo del sogno, con la volgarità e la bassezza spacciate, finché ha potuto, per leggerezza ed immediatezza.

Questa, in estrema sintesi, è stata l’analisi critica che abbiamo potuto leggere sulle pagine dei giornali di queste ultime settimane, senza distinzione di colore politico. E’ stata, del resto, una reazione quasi spontanea nella sua profondità: un moto istintivo nel quale è confluita tutta la carica e l’insofferenza di questi anni nei quali l’Italia ha assistito all’offesa, alla forzatura, alla sovversione di un insieme di valori sui quali si è costruita una Nazione, per quanto sia difficoltoso pronunciare questa parola e ragionare secondo queste categorie rispetto al nostro Paese.

Ad ogni modo, non vi è stata la sconfitta del solo uomo Berlusconi, è stato assestato un duro colpo al berlusconismo latamente inteso, ossia a quel fascismo culturale colto nelle sue varie declinazioni che, a loro volta, hanno dato prova di non saper reggere l’urto della necessità sociale: laddove si è trattato di far fronte ad una richiesta concreta, tangibile ed evidente di risposte politiche ( in particolare per quanto riguarda l’economia ), neppure un partito come la Lega è riuscito ad emanciparsi da un dettato populista improponibile per l’elettorato, dimostrando così la propria incapacità ad essere una forza autonoma rispetto a quella incarnata dal Premier, né al nord né in tutto il resto del Paese. Di questo forse non si è parlato abbastanza.

Si tende infatti a tratteggiare la Lega Nord come il partito uscito dalle urne sconfitto a causa degli errori ed orrori politici di Silvio Berlusconi, come se l’appena scoperta debolezza di questo partito fosse indotta dalla presunta debolezza del leader del PdL: simul stabunt, simul cadent, in un gioco degli specchi che comunque vede entrambi gli attori perdenti.  L’idea che sembra emergere dalla nebbia padana è che se non si fosse seguito il capo allora forse qualche voto in più lo si sarebbe raccolto.  Se questo ragionamento può avere un senso nella prospettiva del calcolo dei voti e delle percentuali, non può averlo sul piano dell’autocritica e della consapevolezza, suonando sinistramente come l’ennesimo mezzo per distrarre l’opinione pubblica dal cuore dei problemi.

C’è infatti da chiedersi, Berlusconi a parte, quale dividendo elettorale abbiano restituito alla Lega le politiche sull’immigrazione disegnate dal Ministro dell’Interno Maroni, quale beneficio reale abbia portato al Paese il messaggio xenofobo perpetrato quotidianamente dai ministri dalla cravatta verde e dai governatori con spilla del sole delle Alpi. A cosa hanno portato, tra le altre cose, lo sforzo normativo per un federalismo in edizione padana e l’ostruzionismo parlamentare contro provvedimenti che obbligano le cariche pubbliche a prestare fedeltà alla Carta Costutizionale? L’estetica di Bossi, Calderoli, Cota, Zaia non ha perso per il suo legame con il potere compromesso, ma perché rifletteva e riflette anche oggi un’ideologia che ha fallito come avanguardia politica, perché non ha saputo riempire di contenuti la sua retorica nazionalista come invece riesce a fare, per quanto discutibile, il Front National francese e buona parte dell’estrema destra europea. Ha fallito perché ha stancato i cittadini con un messaggio vano, colmo di paura ed odio nei confronti della diversità, smentito da una realtà di fatto segnata da una crisi economica che non permette più di trovare rifugio e consolazione nella discriminazione razziale ma che, al contrario, spinge verso la ricerca di forme sempre più accentuate di solidarietà sociale.  Queste sono le questioni sulle quali una classe politica competente dovrebbe riportare l’attenzione dell’opinione pubblica: il fatto che non avvenga è sicuramente sintomo del prevedibile tentativo di salvare e dare continuità ad una posizione fin qui mantenuta, ma allo stesso tempo conferma quello stato di assopimento nel quale siamo calati e che ci rende intimamente disponibili a tutto questo.

L’auspicio, in questo “domani” che sembra poter cominciare, è, ancora una volta, che nell’ambito della sinistra italiana si possa avviare una riflessione costituente proprio su questi temi: sottrarle alla demagogia per riappropriarsi veramente di parole lontane come “integrazione”, “condivisione”, “unità”, “impegno”, “accoglienza” “responsabilità” è un’operazione tanto complessa quanto necessaria; del resto, però, la Storia sembra offrire un decisivo insegnamento: a vincere è stato chi, queste parole, ha avuto almeno  il coraggio di pronunciarle.

La porta del sole

Il 24 maggio 2011, il quotidiano ginevrino Le Temps, pubblicava una vignetta di Chapattecartoonist pachistano di nascita, che rappresentava le mura della fortezza Europa assediate, dall’esterno, dalle giovani folle magrebine inneggianti alla “revolution“, dall’interno, da una folla di altrettanto giovani cittadini europei, al grido “revoluciòn“.

Effettivamente, l’interpretazione dominante del fenomeno di Puerta del Sol, con la sua capillare propagazione in Spagna e, più recentemente, fuori dagli iberici confini, è stata nel senso di sottolineare un parallelismo tra queste due “rivoluzioni”. Crediamo, però, che questa visione non risponda appieno alla verità dei fatti, e che finisca, secondo differenti modalità, per sminuire la portata di entrambi i fenomeni, in scia a una tendenza alla semplificazione propria dell’universo mediatico occidentale, che paga, anche in questo ambito, un notevole complesso di superiorità.

In primo luogo, limitando l’osservazione al panorama italiano, è opportuno sottolineare come un avvicendamento tra i due fatti non vi sia stato a livello di attenzione dei mezzi di informazione. Non solo non vi è stato un “passaggio di consegne”, ma si è, anzi, assistito a una equiparazione dei due avvenimenti sul piano del disinteresse generale: da una parte, il caso Libia, presto affiancato dai tragici eventi siriani e yemeniti, è divenuto sempre più palcoscenico di una tecnologica guerra N.A.T.O., con i ribelli spostati in secondo piano, se non quando impegnati a denunciare i torti subiti dalla stessa coalizione; dall’altra, le ragioni e il carattere della protesta spagnola sono stati relegati lontano dalle luci della ribalta all’indomani del voto amministrativo spagnolo.

Altra cruciale differenza è la collocazione dell’evento-protesta nella parabola biologica della democrazia: le rivolte arabe si pongono in un suo auspicabile momento genetico, le proteste spagnole sono dirette a sottolinearne la fase patologica, prova ne sia il fatto che queste ultime sono state comunque in grado in incidere, influenzandola, su di una consultazione elettorale. È importante cogliere l’essenza delle rispettive rivendicazioni, per poter collocare le stesse in un orizzonte critico più ampio, ma fedele alla realtà. Il problema del precariato, uno fra i tanti segnali che arrivano dalle piazze spagnole, può paradossalmente essere risolto anche prescindendo dal quell’organizzazione democratica che è al centro della sanguinosa battaglia degli oppositori di Gheddafi e consorti. Nella debole democrazia italiana, retta dallo Statuto Albertino, fu possibile al Partito Fascista raggiungere il potere anche grazie alla promessa del salario minimo garantito, poi seguita dalla criminalizzazione di scioperi e serrate.
In realtà, ogni protesta è un fondato monito per noi osservatori europei, sia che la voce provenga da fuori, sia che giunga da dentro i nostri confini, se davvero vogliamo farci promotori e difensori degli ideali democratici sui quali la gran parte delle nostre Nazioni si sono fondate. Certo, piuttosto che a tante Nazioni, sarebbe preferibile poter far riferimento a un unico popolo, a un continente o a una Unione, ma la pratica democratica impone di perseguire incessantemente l’autocritica, e gli orecchi non possono ignorare lo stridore ingenerato dal contrasto tra il semestre di presidenza dell’Unione, affidato all’Ungheria, e le liberticide leggi e la nefanda costituzione approvate in quel Paese.

Delle rivolte nordafricane ci siamo già diffusamente occupati nei numeri precedenti, sottolineandone la vicinanza ideale e culturale: un carattere che si può riconoscere anche nell’esperienza spagnola. Ma, proprio per la diversa collocazione nell’evoluzione democratica, quest’ultimo evento merita di essere preso a pretesto per approfondire ulteriormente il discorso intorno alla partecipazione democratica. In particolare, ci interessa interrogarci sulla capacità delle esperienze reattive, attuate in difesa dei valori democratici (come il diritto a un equo stipendio o a poter formare una famiglia), di tradursi in positivi stimoli per la macchina democratica. La pesante vittoria dei popolari in Spagna, ha contribuito ad alimentare illazioni circa l’inutilità, dal punto di vista più strettamente elettorale, del movimento di Puerta del Sol. Anche questa affermazione, anch’essa semplicistica, non ci sentiamo di condividere. L’opposizione del movimento al bipolarismo politico è stata interpretata dalla maggior parte dei commentatori, prima del voto amministrativo, nel senso di una prevedibile ascesa dei partiti minoritari, come la Sinistra Unita. Un risultato di simile portata non si è avuto e da ciò si è fatto discendere l’insuccesso delle proteste di piazza.
In realtà, il comportamento dei giovani spagnoli è perfettamente coerente con gli obiettivi di difesa del valore democratico della partecipazione, del quale denunciano la lesione proprio a opera di un sistema sostanzialmente bipartitico e totalizzante. L’astensione dal voto, ancor più che un voto non convinto, rappresenta il massimo sacrificio e quindi la massima forma di pacifica protesta che possa attuarsi nel presente dei giovani di Puerta del Sol. Più la politica si ostina a ignorare questa forma di resistenza civile, più i ranghi di quella che si definisce, ancora semplicisticamente, anti-politica si infoltiscono. Da questo punto di vista, l’esperienza italiana appare già in uno stadio più avanzato, con il sempre più rilevante fenomeno del Movimento 5 Stelle, in grado, percentuali alla mano, di eleggere rappresentanti nel Parlamento nazionale.

La grandezza della democrazia sta anche nel fatto, in primis, di essere in grado di concepire e accettare non soltanto una protesta-reazione contro il potere, ma anche una protesta-reazione contro il sistema che a tale potere ha dato origine; in secundis, di saper in ogni caso ricondurre queste pulsioni nell’alveo del dibattito e del confronto democratico (come i Movimenti 5 Stelle dimostrano). Il dubbio dei giovani di Puerta del Sol non è un dubbio paralizzante e incapace, è anzi forma di radicale e democratica protesta. La vera domanda è: chi sarà in grado di recepire queste istanze e farne cemento per l’edificazione di una nuova, migliore, libera e unita Europa?

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