5 – Giustizia

Il percorso di Resistenza nel quale siamo coinvolti ci mette oggi innanzi alla necessità di riflettere sulla Giustizia. Non si tratta semplicemente di prendere posizione in questa “guerra continua” contro la Magistratura che ci vede comunque schierati in difesa dello stato di diritto, della legalità, dell’indipendenza dei giudici contro il “fanatismo politico” che raccoglie la barbarie e la sconvolgente miseria del nostro tempo. Non si tratta nemmeno di cavalcare un’onda ideologica che raccoglie forze acritiche attorno a valori di convivenza civile prima di schiantarli contro la durezza dello scoglio e disperderli ancora una volta. Si tratta invece di ascoltare con umiltà e attenzione l’istanza di giustizia sostanziale alla quale ogni frangente della realtà sembra richiamarci:  i centri di identificazione ed espulsione, le fabbriche chiuse ai lavoratori dalle politiche industriali, le scuole pubbliche private ormai di qualsiasi risorsa umana e finanziaria sono solo alcuni dei luoghi nei quali il vuoto e l’abbandono sono stati colmati da forme radicali di ingiustizia delle quali, in qualche modo, siamo tutti responsabili. È venuto il tempo, crediamo, di interrogarci su cosa concretamente significhi la parola “Giustizia” per trovare delle risposte urgenti, necessarie, delle quali non possiamo fare più a meno: non ci troviamo solo alla vigilia di un appuntamento elettorale determinante per il futuro politico di questo Paese, ma siamo anche in vista di un referendum che sappiamo essere cruciale sotto il profilo sociale ed economico. Ad ognuno le sue valutazioni. Noi ci ostiniamo a sfruttare questo spazio per presentare le nostre e le vostre.

I. Giustizia e potere: la riforma costituzionale

Lo scorso 10 Marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge costituzionale per la riforma del Titolo IV della parte II della Costituzione, ossia quella parte della Carta dedicata alla Magistratura. Il testo, attualmente all’esame della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, tenta di rispondere alla necessità di rafforzare la posizione imparziale e indipendente del giudice non solo rispetto ad influenze esterne, ma anche rispetto a quelle derivanti dall’assetto organizzativo interno della magistratura, con particolare riferimento alle correnti politiche e ad altre forme associative. In secondo luogo, il legislatore costituzionale intende intervenire sull’esercizio dell’azione penale da parte del Pubblico Ministero modificando l’equilibrio attualmente sancito dalla Costituzione attraverso la cosiddetta separazione delle carriere e degli organi di governo (si avrebbero così due Consigli Superiori per garantire meglio la suddetta separazione): l’intento é quello di allontanare e tenere a distanza (separare) la figura del magistrato requirente da quella del magistrato giudicante nell’idea che questa contiguità comprometta l’imparzialità nell’esercizio dell’azione penale da parte del Pubblico Ministero e porti quindi ad un sostanziale disequilibrio tra le parti nel processo penale, in violazione del principio del giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione. In estrerma sintesi, questi appena descritti sono i due pilastri sui quali si regge riforma, la cui disciplina di dettaglio dovrà essere poi sviluppata dalla legge dello Stato in forza delle numerose riserve previste al fine di togliere copertura costituzionale a questa materia. Ciò non può certo essere privo di significato.

Proprio in questo punto, infatti, emerge il raccordo tra la prospettiva giuridica della riforma e la contingenza politica della quale questa é espressione: se é vero che la valutazione tecnica dei contenuti di questa proposta di riforma può ben condurre a valutazioni di carattere strettamente giuridico sull’opportunità o meno delle scelte effettuate in relazione alle necessità di organizzazione ed operatività del sistema, é anche vero che non é possibile comprendere la reale portata di queste ultime né prevederne e dominarne gli effetti se, nell’indagine sul testo, si prescinde dalle ragioni socio-politiche che hanno determinato il legislatore a proporre una modifica del testo costituzionale. In altre parole, davanti a questa proposta di riforma non é possibile prescindere dall’evidente interesse individuale che muove i soggetti titolari del potere legislativo: uomini e donne espressione a loro volta di una cultura, questa si, di maggioranza nel nostro Paese secondo la quale l’interesse collettivo (nel cui orizzonte si trovano valori come la pace e la dignità) non viene concepito come fine ma come preda dell’interesse privato, teso ferocemente alla conquista del potere. Ecco allora che l’invito a riflettere in termini di imparzialità su questa riforma assume un significato particolare che deve essere tenuto presente in qualsiasi ambito del nostro ragionare: la liberazione dall’ipersoggettivismo che conduce a (con)fondere le idee con le persone fisiche nelle quali queste si incarnano (Berlusconi ne é un esempio esemplare) non deve condurre alla neutralizzazione o ad una sottovalutazione del portato culturale intrinseco alla manifestazione stessa dell’idea. Questo portato culturale é, al contrario, sempre significativo: il fatto che la maggioranza parlamentare arrivi a proporre una riforma costituzionale intesa ad un ripensamento dell’equilibrio tra poteri significa che una determinata idea di giustizia non solo é viva e culturalmente radicata in una porzione significativa di popolazione, ma possiede anche le forze per imprimere il proprio segno nella realtà storica nella quale viene a collocarsi. Di questa idea di giustizia, di questa forza attiva nella contemporaneità, occorre prendere atto e farne oggetto di riflessione senza cedere a quel processo di rimozione immediata alla quale la semplificazione demagogica induce, facendo leva su prese di posizione aprioristiche o comunque determinate da scelte ideologiche statiche costruite sulla figura del nemico politico.

Proprio un invito volto a scongiurare il rischio di valutare acriticamente il testo in esame ha aperto il convegno di studi sulla riforma costituzionale della giustizia, tenutosi il 3 maggio presso la facoltà di Giurisprudenza a Bologna in occasione del quale penalisti e costituzionalisti hanno avuto modo di confrontarsi in un dibattito che ha messo in luce l’esistenza di diversi modi di interpretare il ruolo del giudice e del sistema giurisdizionale: visioni diverse ovviamente fondate su diverse idee di giustizia non legate, come si accennava, a diversi colori politici (come vorrebbero, nella loro miopia ed incapacità, gran parte della sinistra e della destra italiana) ma derivanti da diverse e profonde ragioni culturali che appartengono alla storia del nostro Paese. In questa prospettiva, la proposta di riforma ed il convegno che ne é scaturito hanno avuto sicuramente il merito di far emergere questa diversità sulla quale é bene soffermarsi a riflettere.

Per prima cosa, é necessario aver ben presente che ci si trova innanzi ad una contrapposizione tra diverse concezioni in ordine ad un elemento la cui portata trascende la dimensione tecnico-organizzativa: esistono diverse idee di Giustizia, diversi modi di concepire e declinare questo concetto. Si tratta dunque di un confronto-scontro su di un elemento fondativo dell’intera Nazione, un confronto che non si é esaurito nella fase costituente né durante il corso della storia repubblicana. Si comprende, allora, come i principi costituzionali concernenti la Giustizia, non riescano ad esplicare pienamente il loro portato fondativo: riescono a farlo in termini negativi, cioé in funzione di baluardo estremo a difesa dello stato di diritto democratico (ed é una funzione fondamentale come vediamo in questi giorni), ma non riescono a farlo in termini positivi poiché, nel declinare l’idea di giustizia accolta in Costituzione sul piano dell’organizzazione e dell’operatività in concreto del sistema giurisdizionale, si incontra una forma di resistenza contraria, esercitata in forza di una diversa concezione di Giustizia, deviante rispetto al principio stesso che si itende implementare e spesso intesa alla soddisfazione di una necessità evasiva rispetto al sistema giurisdizionale. Si crea dunque una sorta di crisi di cooperazione tra la Costituzione e la collettività o parte di essa, ciò che si manifesta attualmente in modo grossolano nelle continue forzature e attacchi operati dal Presidente del Consiglio nei confronti dello stato di diritto.
Ne consegue allora che la questione della giustizia deve essere affrontata in modo “radicale”, portando il discorso direttamente sul piano della consapevolezza e della coscienza collettiva, chiedendoci in primo luogo ed individualmente cosa intendiamo per “giustizia”, confrontandoci su questo senza fermarsi, come invece abbiamo imparato a fare, alla percezione di “ingiustizia” che deriva dal confronto quotidiano con la realtà.

Se quest’ultimo percorso conduce alla denuncia per esaurirsi poi nell’assuefazione, nell’allontanamento, nel disinteresse, il percorso dell’autocritica e della costruttività, partendo dalla necessità della denuncia, conduce invece ad una effettiva condivisione di quei principi fondativi senza i quali non potremo mai beneficiare di quella ricchezza data dalla differenza, dalla diversità territoriale ed umana che caratterizza e rende grande l’Unità del nostro Paese.

Esistono diversi modi per percorrere quest’ultima strada. Attualmente quelli ipotizzabili possono riassumersi in due tipologie. Da un lato, si può immaginare di rilanciare un discorso “costituente” in seno alle forze politiche esistenti a livello nazionale e locale, all’interno delle quali sviluppare questo confronto esteso, evidentemente, non solo all’ambito che qui stiamo prendendo in considerazione; ma a ciò sembra fare ostacolo la qualità degli interlocutori, come dimostra l’impossibilità di un dialogo tra istituzioni (si pensi al blocco totale del nostro Parlamento in questi ultimi anni), l’inesistenza di un flusso comunicativo tra il vertice e la base all’interno dei partiti e di tutte le altre forme associative-rappresentative, riflesso o conseguenza di quella tensione populista alla semplificazione alla quale si accennava all’inizio. Come é stato sottolineato nel corso del Convegno dal professor Morrone, la possibilità di percorrere questa strada “politica” verso un’effettiva condivisione di questi principi passa attraverso una “pacificazione” necessaria tra le forze in gioco, senza la quale non sarà mai tempo per una riforma costituzionale o comunque per un momento costituente. Questa “pacificazione” non consiste però nell’addomesticamento dello scontro ma deve tradursi, al contrario, nel cambiamento dei suoi presupposti e nella promozione dello stesso: lo scontro politico non sia mosso dalla brama di potere fondata sull’interesse individuale, ma sia finalizzato al perseguimento dell’interesse collettivo sulla base di una cultura moderna dello Stato e di un’etica pubblica della quale tutti devono essere chiamati a rispondere. Se non si opera questo mutamento genetico nessun risultato può essere raggiunto oppure, nell’ipotesi forse peggiore, potranno essere raggiunti solo risultati degradanti ai quali la collettività dovrà piegarsi, come del resto sta già accadendo a diversi livelli della nostra esperienza.

In questo contesto di “guerra civile” (secondo la retorica usata anche dal Presidente della Repubblica), cioè di guerra combattuta con armi civili che a sua volta costituisce drammaticamente il presupposto di guerre civili in senso proprio (come ci ha dimostrato la recente esperienza elettorale in Costa d’Avorio), risulta quanto mai necessario immaginare strade alternative, pensare nuovi modelli di azione per realizzare “fuori sede” questa fase costituente, ponendoci non come punto di partenza ma quale obiettivo finale una riforma costituzionale della Giustizia. É allora importante, in questa prospettiva, cogliere lo spunto offerto da questa proposta di riforma per dare nuovo impulso ad una riflessione che troppo spesso finisce per essere schiacciata sul cosa “non” sia giusto, quindi, come si accennava in precedenza, sul sentimento di ingiustizia suscitato dalla contemporaneità, senza materialmente chiederci quali siano gli interventi che invece possano realizzare un sentimento contrario. In questo senso, il convegno sulla riforma costituzionale al quale facciamo riferimento é stato particolarmente apprezzabile. Pur non affrontandola direttamente ed esplicitamente, non si é fuggita in questa occasione la domanda, cosmica sotto certi aspetti ma non per questo eludibile, sul “cosa sia la giustizia”, ma si é al contrario sviluppato un confronto che poneva al suo centro questa questione.

A tal proposito, non si è esclusivamente evidenziato come, piuttosto che una riforma “epocale”, sarebbe più opportuno dotare il sistema delle risorse necessarie al suo funzionamento oppure ripensarne la distribuzione secondo criteri di efficacia ed efficienza (una piena efficienza del sistema contribuirebbe in modo decisivo alla formazione di una coscienza collettiva in ordine a questi temi), ma si è anche affrontato un profilo assai significativo della questione, cioé quello inerente all’interesse nel nome del quale amministrare la giustizia,  in altre parole il criterio guida da seguire nell’esercizio di bilanciamento tra diverse esigenze pacificamente riconosciute come elementi necessari nell’organizzazione e nel funzionamento di una società democratica. Ci si é dunque posti il problema  del “se” e del  “modo” in cui può essere  identificato un interesse “prevalente” utile per definire ed applicare un principio di giustizia.

La questione é di stretta attualità e non solo grazie alla battaglia condotta dal Presidente del Consiglio nei confronti della Magistratura, ma anche per le recenti affermazioni del Presidente degli Stati Uniti a seguito delle operazioni militari che, come sappiamo, hanno portato all’uccisione di Osama Bin Laden in Pakistan, ciò che ha risvegliato un’immagine sanguinaria della giustizia, evidentemente non ancora estinta.

É dunque possibile identificare un interesse collettivo nel nome del quale sacrificare la posizione di minoranze o di singoli individui per il tramite dello strumento giudiziario o militare? La vendetta americana non ci insegna ancora una volta che il legame tra la volontà dei più ed il concetto di Giustizia è misurabile e valutabile solo in termini di sangue? La domanda può certo coinvolgere diverse questioni e suscitare diversi ragionamenti, basti pensare che ogni azione militare pone una questione di giustizia legata a sua volta ad una questione di “interesse” e non è assolutamente banale il fatto che questo genere di operazioni cerchino disperatamente nella Giustizia stessa il proprio fondamento legittimante. La questione si pone però nel nostro contesto in relazione al rapporto tra poteri dello Stato, più precisamente al rapporto tra potere esecutivo e potere giurisdizionale. Il desiderio di controllo dell’uno sull’altro ha spinto quindi il Governo ad incidere sulla figura del Pubblico Ministero che, nel disegno della riforma, viene spinto progressivamente sotto l’ala del potere politico parlamentare, schermo con il quale coprire un controllo di fatto da parte dell’esecutivo. L’idea sarebbe quella di modulare l’esercizio dell’azione penale secondo i criteri che la collettività, rappresentata dal Parlamento, ritiene più meritevoli di tutela, identificando cioè una serie di reati “meno perseguibili” in base a quell’interesse che, in un determinato momento storico, risulta maggioritario o, quanto meno, risulti installato al potere.

A parte l’insuperabile questione della necessaria indipendenza del magistrato inquirente dalla sfera politica ( Governo o Parlamento che sia) al fine di poter assolvere la sua funzione di esercizio dell’azione penale secondo modalità che si confacciano ad uno stato di diritto democratico (il rischio che il potere di governo si serva in definitiva della giustizia come suo braccio armato non può mai essere gestito fino in fondo), si pone qui la questione assai più problematica del contenuto della Giustizia. Se un esercizio libero ed indipendente ne previene infatti i diversi modi di strumentalizzazione e abuso a fini individuali, ciò non risolve la questione in ordine al “cosa” e al “perché” concretamente si chiede al soggetto giudicante; il fatto che il giudizio sia frutto di un’operazione condotta indipendentemente da influenze altrui non ci dice quale sia l’oggetto effettivo dell’esercizio di quel potere.

Parte della risposta a questo quesito trova luogo in una riflessione sulla deontologia del giudicare sviluppata con più ampio respiro su di un’altra pagina di questo numero. Per quanto interessa in questa sede, é invece interessante sottolineare come la riforma che si vorrebbe attuata da parte della maggioranza di governo sottointenda un’istanza di dominio proprio in ordine al contenuto dell’esercizio del potere per poterne poi determinare il contenuto, dominio realizzato per il tramite di un sostanziale spostamento di sede del momento giudicante: dalla naturale posizione di confine e garanzia tra la minoranza (spesso coincidente con il singolo individuo) e la collettività (posizione limite tra la popolarità e l’impopolarità nella quale il giudice viene a trovarsi fisiologicamente), si  immette la maggioranza nel possesso del soggetto giudicante o, meglio ancora, si rende sostanzialmente giudice la maggioranza stessa affinché questa possa soddisfare direttamente la propria necessità di giustizia che la storia ci ha insegnato essere spesso sinonimo di sete di vendetta.

Siamo dunque innanzi ad una palese regressione rispetto a quelle che sono convinzioni ormai pacificamente ammesse come irrinunciabili in materia giurisdizionale, ed è per questo che molto probabilmente questa riforma non riuscirà a raccogliere un consenso sufficiente per essere definitivamente approvata. Ciò non toglie che questa proposta si collochi in un contesto nazionale ed internazionale contiguo e favorevole alla filosofia del legislatore costituzionale, la quale si sostanzia nell’intenzione di servirsi della Giustizia quale strumento di potere politico, nell’illusione che questa possa essere amministrata, anche in buona fede, nell’interesse di un soggetto, individuale o collettivo che sia: le parole di Obama alle quale si faceva riferimento, la condizione degli immigrati nei centri di identificazione ed espulsione, i morti della Rivoluzione Nordafricana lo dimostrano. Per questo, davanti alla presumibile cassazione di questo progetto di riforma, la riflessione non deve assopirsi ma rilanciarsi e trovare ampliamento in questa seconda direzione.

II. Deontologia del giudicare

La “giustizia” della quale parliamo, in occasione di proposte di riforma costituzionale come quella approdata in questi giorni nelle commissioni parlamentari, resta, spesso volutamente (e, questo, è il caso), un concetto vago e astratto, capace di ricomprendere argomenti i più variegati: dall’organizzazione strutturale dell’istituzione giustizia, al risultato auspicato dal cittadino che intraprende il processo. In realtà, il primo di questi concetti attiene più precisamente all’architettura istituzional-costituzionale del Paese, il secondo descrive solo una parte di quel lungo camminoverso  la giustizia. A ben vedere, infatti, la giustizia non rappresenta altro che l’approdo terminale del processo che conduce dalla situazione patologica, l’ingiustizia, alla ricostituzione della fisiologia. Questo basilare “stampo” (ingiustizia – processo – giustizia) è suscettibile di essere estrapolato dal discorso tecnico giurisprudenziale, per essere applicato a innumerevoli manifestazioni del vivere civile.

Il primo e, probabilmente, principale problema che ci si trova a fronteggiare, ricorrendo a questo “sistema”, è quello di identificare, di “dare un volto”, all’elemento dell’ingiustizia che, a sua volta, presuppone una preesistente condizione di giustizia, frutto della ricomposizione di un’ancor più risalente stato d’ingiustizia, in un pericoloso regresso all’infinito o, meglio, in un’infruttuosa ricerca del “peccato originale”. Il primo problema è, dunque, un problema di relativismo: problema che trova nella sua denunzia e nell’accettazione della sua inevitabilità buona parte della sua soluzione. Bisogna accettare, perciò, come condizione imprescindibile per dare il la all’indagine, di prescegliere la situazione originaria di ingiustizia partendo da un suo contrario (situazione di giustizia), che sia però estraneo dal rapporto verticale del regresso all’infinito, collocandosi, invece, sulla linea orizzontale del paragone. In tal modo, una condizione che sentiamo a noi vicina o a noi appartenente, come esseri umani, come uomini o donne, come occidentali eccetera, diviene il termine di paragone per definire, a contrario una condizione di ingiustizia (o, ribaltando il ragionamento, d’ingiustizia). Al di fuori delle strette maglie del diritto, vi è la libertà di collocare questo termine di paragone in qualsivoglia posizione: anche illiberale, anche di minoranza.

La seconda fase, quella del processo, appare non meno irta di complicazioni, sol che si considerino le innumerevoli distorsioni che si possono in essa, in malafede, inserire, al fine di fugare il rischio di un decorso verso un risultato che rinneghi, o che si ponga in modo critico verso la condizione di giustizia che si era presa quale presupposto. Il rischio è quello di non far quadrare il cerchio, esercitando una non sempre benvenuta autocritica. Se nella prima fase si era resa necessaria una fissazione convenzionale, e quindi libera, di un inizio, in questa seconda fase occorre, invece, irreggimentare l’indagine intellettuale nei più stretti ranghi dell’onestà intellettuale. Bisogna, soprattutto, resistere alla tentazione di adeguare l’indagine al risultato auspicato, accettando l’aleatorietà intrinseca della speculazione empirica.

Solo una volta compreso questo imprescindibile postulato, si potrà affrontare la terza fase, della “scoperta” della giustizia, con la serenità e l’apertura mentale di chi si è messo in gioco col solo obiettivo di giocare. Un esito che si discosti dal presupposto-termine di paragone iniziale non rappresenta un fallimento, ma un ulteriore contributo sulla via del perfezionamento dell’idea, personale e assoluta, di giustizia.

Questo procedimento, che nell’agire umano si risolve in una deontologia, è rappresentativo di una delle declinazioni della resistenza-responsabilità del cittadino democratico. Infatti, elemento basilare e imprescindibile per una libera edificazione dell’identità di ciascuno è la capacità di giudicare e di saper costantemente rinnovare i propri giudizi. Tale elemento si corconda, poi, di non meno importanti caratterizzazioni: prima, fra tutte, la capacità-necessità di coniugare la proipria attività di giudizio con il contesto nel quale essa è praticata. Questa precisazione è fondamentale, perché permatte di tener separati lo spirito critico dalla cieca contestazione. Infatti, la premessa fatta circa la possibilità di fissare ovunque il nostro termine diparagone deve poi, necessariamente, confrontarsi con la volontà del cittadino resistente-responsabile di incidere nella propria realtà individuale e sociale. Tale incisione sarà tanto più possibile, quanto più omogeneo sarà il presupposto della critica all’ingiustizia. Ciò, è bene sottolinearlo, non implica la negazione del radicalismo della critica, ma prescrive una relazione di omogeneità, che è il requisito primo di ogni attività (processo) di comparazione.

Dunque, l’esercizio della giustizia nel vivere civile è cosa ben diversa dalla sua applicazione nelle aule di tribunale. In primo luogo, perché accetta come possibile e non necessariamente negativo esito una mancata riduzione della patologia a fisiologia, dovuta a un’evoluzione coerente ma autocritica, rispetto al presupposto che si è posto in partenza. In secondo luogo, perché, per l’elasticità degli stessi strumenti di giudizio (libertà nel fissare il presupposto, secondo la sola relazione di omogeneità), permettere di far rientrare nell’ambito del “lecito” un numero assai maggiore di manifestazioni di pensiero. A prima vista, sembrerebbe questo un vano esercizio d’opinione; ma questa affermazione si smentisce sottolineando quello stratto legame di proporzionalità diretta che lega la libera espressione del pensiere al rigore dell’onestà intellettuale data, nel nostro caso, dal basilare principio di omogeneità e dell’altrettanto fondamentale vincolo della volontà di incidenza nella realtà.

Ancora una volta, è possibile affermare come non vi possa essere una deontologia senza un impegno costante nell’esercizio della responsabilità che è, in questo caso, la responsabilità di praticare con onesta coerenza la critica e l’autocritica: vivide materie del giudicare.

III. Dibattiti sul giusto

Una riflessione sulla giustizia, nella libertà di astrazione che dovrebbe essere propria e, anzi, essere il motore di ogni analisi critica, permette di allargare lo spettro visivo a episodi che, di primo impatto, nulla sembrerebbero avere a che fare con questo concetto.
Giustizia, infatti, è prima di tutto un ideale, al quale, da democratici, dobbiamo riconoscere valore fondativo della nostra stessa esperienza di democrazia. Troppo spesso, però, l’ideale di giustizia è ritenuto soddisfatto dalla piana applicazione del diritto, sempre che non si sia in affanno anche su questo punto.
Giustizia, in secondo luogo e in conseguenza di quanto affermato, è un concetto che non può essere imbrigliato esclusivamente nell’ambito del diritto, ma che deve trovare più ampio respiro. Primo passo in questa direzione è il riconoscimento del valore del concetto di giustizia in ambito politico, nell’accezione più ampia di “politica”: quella che ricomprende anche l’agire dei singoli in un contesto collettivo (ad esempio quando esprimono un voto). Da questa rappresentazione della grandissima portata del concetto di giustizia nella riflessione contemporanela discende la necessità di limitare la nostra attenzione solo ad alcuni dei fatti di più stretta attualità.

Fra i dibattiti più interessanti, sui quali è possibile esercitare la nostra riflessione, vi è certamente quello circa il carattere dell’intervento militare internazionale in Libia: giusto o meno? La divisione fondamentale di vedute, in questa materia, rispecchia fedelmente quelle che sono le esigenze da contemperare nelle sedi delle organizzazioni intergovernative: da un lato, la necessità che la comunità internazionale avverte di saper dare risposte il più possibile efficaci rispetto alla realtà di fatto, dall’altro lato, la necessità di circoscrivere l’iniziativa, anche comune, secondo principi di diritto. Già a questo stadio della riflessione è possibile muovere un critica a quei tentativi di giustificazione delle ragioni favorevoli o contrarie all’intervento, astraendo uno di questi due aspetti dalla naturale e necessaria relazione di reciprocità. Ciò non implica che non sia possibile giungere a una conclusione che sia nettamente schierata a favore o contro un intervento militare, ma solo che, per far ciò, è necessario prendere in considerazione gli opposti interessi e le opposte ragioni e confutarle nel merito.
Fatto questo chiarimento, si può richiamare all’attenzione il concetto di giustizia per interrogarsi circa il punto nel quale vogliamo porre il centro della nostra riflessione, sulla prospettiva che vogliamo accogliere. La scelta più coerente, nel caso specifico, sembra essere quella di porsi a osservare gli eventi con gli occhi della popolazione libica. Per far questo, occorre confutare le pretese di chi vorrebbe opporre all’interventismo il principio di non ingerenza. Tale confutazione si basa su due assunti fondamentali. Primo: la non ingerenza è riferita non agli “affari”, come spesso si sente ripetere, accogliendo una visione distorta delle istituzioni (e, in questo, la politica italiana fornisce un grande aiuto), bensì al principio della sovranità degli Stati la quale, anche nei regimi meno democratici, occorre sia fondata sul consenso, per lo meno delle classi di potere. In Libia, non solo Gheddafi non gode della legittimazione popolare, ma ha dovuto anche assistere al venir meno dell’appoggio di buona parte del potere militare, nel momento in cui il mantenimento autoritario del potere si è tramutato in guerra civile. Ancora, rilevanti segmenti del potere politico hanno apertamente sfiduciato il leader, fino a giungere al riconoscimento, da parte di numerose Nazioni, del governo degli insorti, se non come unica autorità legittima, quanto meno come autorevole protagonista in un’auspicata soluzione pacifica del conflitto. Secondo: la libertà, qualsiasi libertà, non può mai essere il pretesto per comprimere, oltre un ragionevole limite, un’altra libertà. Anche nel rapporto fra lo Stato democratico e il cittadino sono ammesse giustificate restrizioni della libertà del secondo in ossequio ai preminenti interessi del primo, ma ciò non può mai tradursi in un sacrificio assoluto dei fondamentali diritti e delle basilari libertà (anche, se si riflette, nel caso della legittima privazione della libertà personale). Quando si ragiona di diritti umani inviolabili, riconosciuti a ogni essere umano in quanto tale, i confini politici non possono essere invocati a copertura della negazione di quegli stessi diritti. Il dovere che molte costituzioni democratiche affidano alle rispettive Nazioni, di riconoscere, promuovere e difendere i diritti inviolavili dell’uomo, non può dirsi limitato dal possesso di una particolare cittadinanza o dalla collocazione in particolare luogo geografico, e ciò è ancor più vero laddove si partecipi alla costruzione di «un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Sono queste parole fra le meno citate dell’articolo 11 della nostra Costituzione.
Alla luce di queste riflessioni e ponendosi nei panni dei ribelli libici, l’intervento militare internazionale non solo può dirsi giusto e doveroso, ma si può addirittura recriminare circa l’imprecisione e l’inefficacia delle misure adottare, nell’attuzaione di una risoluzione delle Nazioni Unite che autorizza il ricorso a tutte le misure necessarie a proteggere i civili minacciati, escludendo solo la possibilità di occupazione straniera, anche solo di parte del territorio libico.

Vista l’attinenza delle considerazioni svolte anche a una questione correlata a quella appena trattata, l’esodo di rifugiati e profughi dal Nordafrica verso le coste italiane, può qui richiamarsi qualche breve sottolineatura. Innanzi tutto, va ribadito come il compito di tutela dei diritti inviolabili dell’uomo non possa essere disatteso, a maggior ragione quando questa tutela possa essere realizzata entro i confini nazionali, con a disposizione i mezzi propri delle moderne democrazie e dei moderni Stati sociali. In secondo luogo, non si possono non condividere le perplessità di chi, di fronte alla più volte ribadita universalità di questi diritti e di queste libertà inviolabili, assiste agli ostinati rifiuti di cooperazione nell’affrontare il “problema immigrazione”. Tale cooperazione, è bene sottolinearlo, non deve per forza realizzarsi nella forma dell’ospitalità di “quote” di rifugiati, ma dovrebbe necessariamente avere quale punto di partenza la comprensione e l’ascolto delle richieste di aiuto che pervengono alle istituzioni sovranazionali dagli Stati più direttamente coinvolti nel fenomeno migratorio. Il primo, prezioso, vantaggio sarebbe quello di eliminare in via di principio i presupposti, sulla base dei quali si procede alla conclusione di accordi bilaterali con personaggi che, la Storia insegna, non tardano a rivelare la loro vera natura. Al contrario, le grandi democrazie dovrebbero esercitare la propria competenza ed esperienza in libertà e diritti per fornire, anche qui secondo l’ideale di giustizia che le permea, i mezzi più adeguati di integrazione, la quale, spessissimo, è per chi fugge sinonimo di salvezza.

La possibilità e la capacità, per le Nazioni democratiche, di riaffermare i principi fondamentali dello Stato di diritto, che all’interno di esse è in continuo perfezionamento (almeno tendenzialmente), è alla base del dibattito circa un’altra notizia d’attualità: la cruenta fine di Osama Bin Laden. Senza pretendere di rivolgere le nostre considerazioni in materia di pianificazione e conduzione di operazioni segrete, possiamo, riferendoci a questo evento, sottolineare con chiarezza l’incoerenza che ha portato alla rottura del legame che congiunge, nell’ideologia statunitense, la necessità della guerra estera al terrore alla volontà di riaffermazione (fino alla “esportazione”) della democrazia. Proprio nel momento simbolico, rappresentativo per antonomasia (ma, alla prova della realtà, falsamente) della vittoria democratica sul signore del terrorismo, la democrazia americana si è spogliata del proprio ideale di giustizia, in questo caso nel senso garantistico del termine, per procedere all’eliminazione, sommaria e foriera di dubbi e sospetti, del nemico. È stata persa l’irripetibile occasione di riaffermare la propria democraticità nel momento del “corpo a corpo” con il simbolo dell’ingiustizia. Una democrazia matura e responsabile avrebbe dato a Bin Laden un giusto (e storico, anche per le molte opportunità di approfondire la conoscenza dei terroristi rimasti a piede libero) processo, e una democrazia ancor più matura di quella statunitense (e, almeno da questo punto di vista, la nostra lo è) gli avrebbe risparmiato la vita: suo inviolabile diritto. Sarebbero state queste (il processo e la “grazia”) due fulgide riaffermazioni di un’idea alta di giustizia, ormai sepolta tra le rughe delle nostre vecchie, ma per certi versi ancor nobili, democrazie.

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