4 – L’ora di resistere

Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini.

Piero Calamandrei

L’insistenza di questo ritorno continuo sul tema della Resistenza e del resistere matura oggi nella necessità di un numero ad essa interamente dedicato.  Il nostro temperamento ci spinge infatti ad enfatizzare quella dura coerenza che fonde la lotta per la liberazione alla creazione di un’identità in un concetto emotivo e razionale possibile e contemporaneo, testimoniato nell’operazione di memoria e praticato nel quotidiano impegno critico di opposizione. Con questo spirito ci affacciamo alla festa del 25 Aprile, occasione sempre unica per far emergere quella tensione intellettuale sottostante alla nostra rabbia che confluirà organicamente nella seconda edizione di Parole Resistenti al Parco Storico di Monte Sole, appuntamento per il quale Orizzonte ha già creato una pagina di discussione ed uno spazio dedicato nel quale pubblichiamo i testi che saranno letti ad alta voce in questa occasione del 25 Aprile. Con lo stesso spirito ci affacciamo anche sul Mediterraneo, sul Mare di Mezzo che riunisce nello stesso ordine del discorso la riflessione sull’Unità italiana, sulla Resistenza, sulla guerra civile in Libia e sulla Resistenza siriana, sulla lotta per la libertà degli individui che sulle coste del nostro Paese in queste ore viene cancellata da decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri.  Di questa posizione nella quale veniamo a trovarci, in senso geografico ma anche storico-sociologico, intendiamo farci carico assumendoci la responsabilità di un lavoro su parole difficili con l’ambizione di costruire in noi stessi una lucida consapevolezza di quanto sta avvenendo. La pubblicazione di questo numero vuole seguire la traccia di questo percorso tortuoso attraverso tre articoli che trovano il loro baricentro nella Rivoluzione nordafricana, costantemente sullo sfondo di una riflessione che intende ricadere radicandosi sul nostro territorio.

I. La nostra guerra

Quella che nel numero precedente abbiamo presentata e descritta come una primavera nordafricana si è rivelata, con il passare dei giorni, l’inasprirsi dei conflitti popolari e la focalizzazione dell’attenzione internazionale sul territorio libico, una guerra civile. Uno spettacolo di sangue la cui regia è firmata dalla mano occidentale che regge lo scettro del potere economico e militare (con il silenzio assenso di potenze che hanno visto scemare il loro attaccamento a ideali politici in favore di convenienze economiche), e la cui sceneggiatura è intessuta da una copertura mediatica totale e totalizzante. La prima, istintiva sensazione che si ricava, immergendosi nella lettura dei diari di guerra, è quella di un conflitto al quale è espropriato il ruolo di protagonista: la guerra civile è in realtà lo sfondo, la scenografia di una recita diplomatica a più voci, nella quale i grandi interrogativi hanno quali soggetti non già i libici, che divengono invece l’oggetto dell’azione dell’Occidente e dei suoi Stati nella gestione della crisi (che è termine che, non a caso, rimanda a considerazioni di politica economica)Per cui, appare ben più pressante la soluzione del dilemma circa il coinvolgimento delle potenze nel comando delle operazioni militari e nei vertici internazionali, che non la comprensione intima degli elementi propulsivi e di resistenza che oppongono le fazioni del popolo libico, in una lotta fratricida. Ma è questa una sensazione che merita un ragionato approfondimento.

La semplice enumerazione delle parti in causa di questa vera e propria guerra non è cosa semplice. In primo luogo, appare difficile discriminare nettamente fra le avverse fazioni del popolo libico.
Da un lato, per quanto riguarda le verdeggianti folle che serpeggiano tra le vie tripoline, non si può liquidare sommariamente il sentore di finzione che, da osservatori, tali assembramenti inneggianti ci rimandano. E ciò risulta confermato da una riflessione che si soffermi sulla contraddizione in termini che si palesa nell’accostamento delle pacifiche manifestazioni della capitale (e dei feudi tirannici) allo stato di militarizzazione perenne del territorio libico stesso, per cui non può non definirsi quantomeno oscuro il fatto che in una vasta metropoli non trovi spazi di espressione alcun movimento di contestazione. Questo è forse il segno più lampante della violenza tirannica. Spesso, i mediaindugiano su aspetti quali la corruzione o la minaccia nei confronti di quanti si spingono in strada a sostenere il leader, con ciò intendendo denunciare l’assenza di genuinità delle proteste, senza nulla dire degli oppressi: di coloro, cioè, i quali trovano la via alla libera espressione del proprio pensiero sbarrata dalla coartazione dei propri diritti, quando non dalla violenza fisica. In realtà, l’aspetto forse più interessante da indagare, nell’ambito di una guerra civile come quella libica, è il radicamento del consenso intorno alla figura di Gheddafi, nonché la retorica sulla quale esso si regge. Forse, la piana e bipolare struttura del conflitto presentataci dai mezzi di comunicazione (Gheddafi contro Resto del Mondo) sfugge a un confronto franco con la realtà dei fatti. Già abbiamo segnalata la sensazione che vi sia una regia, palese ma distante, del conflitto nelle mani dell’Occidente, che tenta di farsi arbitro del contendere ma, ancora forse, è possibile ipotizzare una complessità ulteriore: che vi siano, cioè, due visioni popolari distinte della Libia (visioni implicanti necessariamente ideali che spaziano dall’anti-colonialismo, all’islamismo, fino al laicismo liberale), al di sopra delle quali vigili, con interessata ingerenza, la somma di Gheddafi e dei suoi mercenari. Dunque, la prima e atroce corruzione che deriva a un popolo dall’assoggettarsi al potere dispotico di pochi sta proprio nella perdita del controllo sulla propria capacità di autodeterminazione. Conseguenza di ciò è la stasi, per la quale non solo alla fazione avversa al tiranno è negato ogni diritto e ogni libertà, bensì persino a chi della tirannica ascesa è fautore è negato ogni progresso, visto l’impegno costante delle dittature per il mantenimento della status quo di miseria e lontananza del popolo, di qualsiasi bandiera esso s’ammanti.
Ecco perché, dall’altro lato, appare assai rischiosa l’identificazione del male assoluto e contingente in Gheddafi, senza considerarne cause e genetica. È chiaro che bersaglio della lotta armata dei ragazzi di Bengasi non può che essere il potere e chi lo detiene e rappresenta ma, se per abbattere statue e palazzi possono essere sufficienti una cieca rabbia e un armamentario improvvisato di piombo e coraggio, non altrettanto potrà dirsi per una ragionevole e pacifica democratizzazione del Paese: Iraq docet. Ed è proprio alla luce di questa non marginale notazione che può essere descritta come strabiliante la scelta, dolosamente ripetuta nella Storia, delle grandi democrazie di porre in essere interventi sempre più energici sui campi di battaglia e sempre meno decisi nelle aule parlamentari, per non parlare dell’uso di quel grande vettore di democrazia e benessere che potrebbe essere l’economia: con qual pecunia il dittatore ammansisce i rimorsi di militari e mercenari?

Queste considerazioni ci portano a interrogarci più da vicino circa gli interessi confliggenti.
In questo ambito, è naturale assistere a una commistione tra le mire del tiranno e quelle della fazione a lui fedele, pur con non irrilevanti distinguo. Nella ristretta cerchia del potere, infatti, di gran lunga prevalenti appaiono due ideali o, meglio, due culti. In primo piano, vuoi per insistenza della retorica vuoi per rilievo dato dai media, vi è il culto del leader invincibile. Tale culto, paradossalmente nel caso libico, nasce da un evento che è la negazione stessa dell’invincibilità: un colpo di stato o rivoluzione, che dir si voglia. Non a caso molte delle rivoluzioni fittizie che impegnano una vasta fetta dei popoli del Terzo Mondo sono state edificate sulla retorica del ritorno al passato: quello sì, nel comune pensare, percepito come durevole, se non incancellabile nei valori (Iran?). Allo stesso modo, Gheddafi non ha perso tempo per tornare a sbandierare lo spauracchio del colonialismo, il nuovo contro cui il suo regime si era insediato, riportando la Libia a uno stato di primigenia libertà. Questo discorso porta alla necessaria sottolineatura di quella che è forse la più efferata delle atrocità perpetrate dai regimi, dal Terzo Reich alla campagna tibetana cinese: la commissione di crimini contro l’umanità in ossequio alla coerenza della menzogna. A questa fragile architettura concettuale si aggrappano le motivazioni di chi tenta di giustificare i massacri di manifestanti in piazza, da Tienanmen a Sana’a. Il senso di rabbia che pervade, alla vista degli atroci sviluppi della “resistenza” di Gheddafi, deriva per la maggior parte dalla convinzione circa l’insussistenza della causa in nome della quale tali atrocità sono perpetrate. Qui è tracciata la linea di displuvio tra l’impostazione retorica del regime e le convinzioni delle masse popolari, anche le più vicine al tiranno. E in questo momento concettuale, quello cioè della necessità di legare potere e consenso, la retorica di regime si esprime nel più poderoso sforzo. Ma, prima, è bene accennare al secondo culto al quale il manipolo dei potenti deve devozione: il culto dell’invincibilità del denaro o, forse meglio, della sua inesauribile attitudine a comprare potere. Buona parte del terrore indotto da un despota nella popolazione deriva dalla consapevolezza del carattere sempreverde della tirannica forza che la popolazione opprime. Il ricorso ai mercenari per stroncare la pervasiva ed energica contestazione suona come un richiamo forzato alla memoria dei sudditi della capacità del potere di parlare la lingua della moneta, compresa e apprezzata universalmente. Agli occhi degli osservatori occidentali, invece, suona come il più barbaro degli atti di corruzione, ciò che non basta a cancellare incertezze e incoerenza dell’Occidente stesso. Dalla somma di questi due culti, opportunamente riflessi da supini mezzi di disinformazione, il dittatore ricava un’immagine che lascia i luoghi del diritto e della politica per approdare in quelli della mitologia e del mistero. Il sovrano assoluto, detentore dell’illimitato potere, diviene mistico taumaturgo dei mali del popolo, secondo ricette note alla sua sola scienza di druido del bene e del male, di esorcista delle paure degli umili. Ma, affinché si renda necessario il ricorso a un esorcista, occorre che vi siano demoni da esorcizzare. E questi demoni, questi fantasmi vanno creati ad arte, quando non esistono o se, più semplicemente, si vuole distogliere l’attenzione dai demoni della tirannia. In altre parole, la dittatura o crea liberamente rapporti di causa-effetto tra i mali del popolo e questi fantasmi, ovvero altera rapporti causali già esistenti sostituendo al vero soggetto (spesso il tirannico “io”) un fantasma. Ecco da dove nasce quell’armamentario di frasi fatte e anatemi mandati a memoria che affollano la mente e i discorsi dei leader (anche europei) che a questa ideologia consacrano la loro carriera. Ecco quindi l’Al-Qaeda revival, la vana retorica della resistenza al neocolonialismo politico e al neo-neocolonialismo economico rispolverati dal leader libico, quali anelli di una giuntura altrimenti insussistente con il popolo “sovrano”.
Passando alla fazione opposta, a quelli che per comodità riassumiamo nell’espressione “i ragazzi di Bengasi” (età media: 18 anni!), è utile mantenere il ragionamento nella sua massima semplicità e schematicità. Ciò che contribuisce ad amplificare le valutazioni circa il fenomeno ribelle, a seconda che si militi tra i fautori della democrazia a ogni costo (quelli che, per non sbagliare, armano i caccia) o fra quelli della sovranità nazional-territoriale assoluta (quelli che, per non disturbare, spengono il telefono), è in fin dei conti un dato unitario. Da qualunque prospettiva venga osservata la sollevazione popolare, infatti, non potrà negarsi la preminente volontà di ingenerare un passaggio dalla certezza del diritto, rappresentabile in un futuro di dittatura e privazioni, al diritto all’incertezza: la bramosia, cioè, di cancellare un certo presente per lasciare una terra bruciata sulla quale edificare un incerto futuro, come insegnano i recentissimi e, rispetto alla Libia, ispiratori casi di Egitto e Tunisia. Nella prospettiva che qui accogliamo, la preoccupazione che prima si presenta a considerarsi riguarda la capacità degli insorti, nell’ipotetica previsione di un completo successo, di gestire non tanto l’energia propulsiva dalla quale la rivolta è scaturita, quanto piuttosto il dissenso che dell’abbattuto regime rappresenterà l’avanzo. I rischi più concreto sono, da un lato, l’annientamento materiale della dialettica democratica prima ancora di aver instaurato una democrazia, dall’altro lato e ancor più probabilmente, l’eliminazione solo formale del passato che, se ha il pregio di rischiarare il panorama dell’imberbe democrazia, porta però con sé una inevitabile carica di rancore, figlia della mancata integrazione degli sconfitti. Le vicende narrate sulle logge massoniche, sugli apparati deviati del potere clericale, sulla trattativa Stato-mafia, fino alle recenti proposte in tema di ricostituzione del partito fascista non sono che gli italici capitoli di questo più generale racconto.
E l’Occidente, di quali auree e democratiche motivazioni veste il proprio impegno? In ogni caso di intervento militare di pace (espressione ormai divenuta figura retorica a sé stante) si assiste alla contrapposizione tra “umanitaristi” e “complottisti”. I primi sono il precipitato del Bush pensiero: rappresentano, cioè, una versione edulcorata della retorica della guerra d’offesa come mezzo di difesa (la miglior difesa è l’attacco, recita del resto l’adagio). Non essendo più prudente annunciare una nuova battuta di caccia al terrorista (il celeberrimo ancora latita) si preferisce fare oggetto della propria azione i diritti umani violati e destinatari dei propri dardi i violatori di questi diritti, anche se non sempre è agevole distinguere quale sia il mezzo (o la premessa) e quale il fine (o l’obiettivo strategico). I secondi, dal canto loro, privilegiano una visione economicistica del conflitto, anche se spesso riducono la portata della loro critica, appuntandola sull’unico bene che, pare, gli eserciti stranieri anelano a conquistare nel Terzo Mondo: l’oro nero. A noi pare possibile, però, rendere ancor più crudo e provocatorio il ragionare sull’atteggiamento occidentale, ovviamente premettendo un dovuto “se sbaglierò, mi corrigerete“. Nel contegno occidentale si può cogliere un sentore di gelosa invidia: di timore, cioè, di perdere la primazia nella costruzione e conduzione della democrazia o, con altra espressione, di consentire a che si edifichi una democrazia senza l’apporto e, dunque, il merito occidentale. È questo l’atteggiamento del “io c’ero” che, in prima battuta, può essere percepito come lodevole profusione di sforzi al servizio della rinascita democratica o dell’accesso alla democrazia dei paesi non democratici, ma che, e qui è la provocazione, rischia di sconfinare in una coartazione della libertà popolare e individuale. Questa coartazione non è certo equiparabile a quella posta in essere dal regime di Gheddafi, ma può, in principio, a essa essere assimilata, soprattutto laddove si consideri che, fra le molteplici modalità del “esserci”, viene prescelta la più cruenta, netta, invasiva (seppur con le accortezza del caso: no fly zone) e inappellabile, preferendola ad altre e più concilianti i differenti interessi. Siamo sicuri che da una rivoluzione autogestita non sia in grado di nascere una matura democrazia, paragonabile a quelle che invecchiano nella nostra Europa? E, soprattutto, come si porrebbero gli interlocutori occidentali di fronte al frutto di tale rivoluzione, qualora esso dovesse rivelarsi più “grande” delle “grandi democrazie”? Da queste domande può farsi discendere la provocatoria conclusione che vuole l’Occidente tra quelle forze che si frappongono tra il furore popolare libico e il suo obiettivo: il diritto all’incertezza, che è anche diritto alla novità e al meglio. Forse, ma qui ci spingiamo volutamente nel terreno della speculazione utopistica, il miglior contributo che l’Occidente e i democratici che lo popolano possono dare a fenomeni come quello libico non è un “invito” (militare) alla certezza, bensì un incentivo (laico, pacifico e, soprattutto, democratico) a una maggiore incertezza, al meglio, al nuovo: verso una nuova sovranità popolare.

Dall’Occidente il campo visivo può essere esteso alla comunità internazionale tutta, il che offre spazio a considerazioni alquanto lineari. Per ciò che riguarda l’Italia, le contraddizioni in materia di rapporti bilaterali con la Libia, nonché le incertezze in sede di intervento armato, sono state ormai sin troppo discusse e criticate, anche in questo caso non senza argomentazioni e giudizi sommari. Da un lato, i sostenitori di una politica estera intransigente dimenticano la natura stessa della politica quale arte del compromesso (non del compromettersi: bacia mano, eccetera), dall’altro, i seguaci della realpolitik considerano merce di scambio, nei munifici rapporti internazionali, l’identità e la dignità stesse della Patria. Anni di politica estera condotta in prima persona da Berlusconi hanno contribuito, complici la debolezza economica e lo scarso impegno in sede europea e internazionale (con lodevolissime eccezioni, come la moratoria sulla pena di morte), a dare dell’Italia quell’immagine burlesca che ha fatto in pezzi buona parte della nostra credibilità. A questo va aggiunto il singolare argomento con cui l’intervento militare è stato sostenuto da uomini di governo, secondo cui una partecipazione italiana avrebbe fatto acquistare tono alla nostra voce nel richiedere aiuto in caso di “emergenza immigrazione”. È di questi giorni il triste epilogo che ha lasciato di stucco Governo e Chiesa; epilogo per nulla sorprendente: nato da un atteggiamento infantile ricattatorio e seguito da una reazione isterica altrettanto bambinesca, con annessa minaccia di lasciare l’Europa. Un ruolo chiave è riservato alla Lega Lombarda che, al contrario della Lega Araba fermamente schierata in difesa del popolo libico dalle tiranniche violenze, si riscopre portatrice di un pacifismo pilatesco, che rischia di essere smascherato come la copertura di un più genuino complesso di superiorità e di un sempreverde nazionalismo in salsa padana.
Il morbo della contraddizione, in verità, è contagioso e si è spinto oltre oceano a condizionare l’azione degli Stati Uniti, da sempre in prima fila negli interventi di difesa ed esportazione della democrazia. La memoria delle sabbie mobili irachene è troppo viva e le elezioni di midterm troppo vicine per rivendicare un ruolo da protagonista in una missione dall’incerta fortuna. D’altro canto, però, la Storia non mente e parla di un costante interventismo a difesa degli ideali, dei diritti e dei valori su cui gli U.S.A. si reggono, ma racconta anche sottovoce, per non farsi udire da chi accusa solo di caccia al petrolio, le mirabolanti opportunità del businness della ricostruzione. Obama poi, con alle spalle un premio Nobel per la pace conquistato col discorso de Il Cairo, non può certo concedersi di scadere nella violenza bruta.
Le ambizioni di chi deve cambiare od occultare i propri connotati di politica estera e di chi vuole, perché deve, mantenersi nell’ombra trovano conforto negli organismi internazionali, dalla cui legittimazione si è saputo altre volte prescindere. La diversità di vedute e di contingenze politiche nazionali, in uno con le fisiologiche difficoltà della mediazione, fanno dell’O.N.U. un elefantiaco strumento che alterna veemenza “a strascico”, perché spesso trainata dall’iniziativa forte e irrevocabile di una grande potenza, a imbarazzanti silenzi-assensi sulla propria impotenza. Ma l’Organizzazione è un’assemblea di Stati i quali, nel momento in cui ne criticano l’adeguatezza, compiono in realtà un’autocritica sulla propria immaturità politica o sulla propria incapacità diplomatica.

La scelta di limitare l’intervento armato all’imposizione di una no fly zone nasce proprio dall’assenza di una forza trainante (la Francia avrebbe voluto, ma mai potuto), unita all’impossibilità di tacere rispetto a un fenomeno che, è bene ricordarlo, investe non solo la Libia ma, in modi e con tempi differenti, un’estesissima area politicamente ed economicamente sensibile. Subito dopo l’adozione della risoluzione, si è dato il via al valzer delle pretese e delle condizioni in campo militare, in una intestina lotta per il comando: occorreva raggiungere un compromesso fra la politica del “io c’ero” e l’efficienza necessaria al successo, affinché l’affermazione d’esserci non si ritrovasse in futuro inequivocabilmente riferita a un disastro, con immane sforzo in termini di nonchalance e revisionismo. Da questo cilindro è stato estratto il coniglio della N.A.T.O., il che ha comportato la remissione dell’iniziativa in mani militari, limitando la capacità di incidenza delle rappresentanze politiche dei Paesi coinvolti. È così che un conflitto, giunto oramai al primo mese di durata, lascia le prime pagine dei giornali e i palinsesti televisivi (salvo eclatanti casi di fuoco amico), consentendo agli attori un’insperata disinvoltura, mentre sulla scena si riaffaccia, dopo innumerevoli morti, la soluzione diplomatica.

Venendo alla nostra condizione di cittadini e al nostro ruolo di osservatori interessati, è significativo prendere le mosse dalla “nostra” decisione di impegnarci in un conflitto armato. L’Italia, come sappiamo, ripudia la guerra mossa per attentare alla libertà di altri popoli e per risolvere controversie internazionali. In ossequio alla precisione, bisogna rimproverare un certo pressappochismo tanto a chi si limita a citare il ripudio, come se l’Italia avesse consacrato nella Costituzione un divieto al proprio diritto di ricorrere alle armi anche per offendere, quanto chi, per far rientrare i conflitti sotto l’egida dell’articolo 11, si spinge a dilatare oltremodo il concetto di difesa. La guerra in Libia, se riguardata secondo il canone maggioritario, depurato delle provocatorie critiche mossegli in questa sede, non può certo dirsi mossa per attentare alla libertà del popolo libico, laddove si accetti la presunzione di falsità delle manifestazioni in sostegno del regime. Né, tanto meno, può affermarsi che la coalizione dei volenterosi intervenga in soluzione di una controversia internazionale, non essendo ravvisabile nemmeno il carattere del conflitto separatista-secessionista. Secondo l’interpretazione convalidante della comunità internazionale, siamo in presenza di un intervento a sostegno di una forza riconosciuta come legittima, al fine di proteggere la libertà di un popolo, affermandola definitivamente.
Ciò che nessuna interpretazione, per quanto sottile e ardita, potrà però escludere è la portata, in termini di impegno politico, economico e quindi civile, di un simile intervento. Il principio di democrazia imporrebbe che il popolo venisse consultato circa una decisione così delicata; la necessità e l’urgenza di porre in essere un intervento efficace escludono la possibilità di ricorrere a una consultazione diretta. Per questi motivi la legittimazione popolare a un intervento militare non può che derivare dal voto di chi il popolo è chiamato a rappresentare: il Parlamento. Il fatto che non si sia provveduto a tale consultazione rappresenta un vulnus nell’assetto democratico della nostra repubblica. Inoltre, spostando il ragionamento su di un piano politico, non si comprende come la legittimazione popolare possa essere invocata come imprescindibile, quando si tratta di garantire al premier un sereno esercizio dell’arte del buon governo, ed essere invece relegata a mera opzione, peraltro percorribile soloex post, quando in gioco è il ruolo dell’intero Paese sulla scena mondiale. Ci sia, infine, concessa un’ultima provocazione: se basta un solo voto parlamentare per fare di una ladra e meretrice la nipote di un Presidente che con essa non condivide né il nome né la nazionalità, non sarebbe altrettanto facile fare di Gheddafi, all’improvviso, un nemico e affermare, con Orwell, che LA GUERRA È PACE?

In quanto spettatori, interessati ma fisicamente distanti, noi cittadini italiani subiamo il condizionamento inevitabile di chi ci racconta, od omette di raccontarci, i fatti di nostro interesse. Tralasciando notazioni preliminari circa lo stretto rapporto che intercorre tra media e regimi, ci limitiamo ad alcune considerazioni peculiari circa il caso libico, così come rappresentate e narrate nel regime di Gheddafi e nell’Italia del ventennale conflitto di interessi e dell’oligopolio informativo.
Nel nostro Paese, abbiamo assistito da un repentino passaggio dal “racconto del bacio”, nel quale i rapporti bilaterali di amichevole intesa tra Berlusconi e il leader libico venivano esaltati come simbolo della pace post-coloniale, a un revival della diplomazia, in una realtà (la nostra) da anni refrattaria a ogni interesse di politica estera, alimentando un nuovo serbatoio di consenso sul quale l’avanspettacolo della politica ha potuto e saputo avventarsi. L’improvviso riapparire in video degli inviati di guerra, pur ammantati dell’eleganza e del candore richiesti per edulcorare i reportage dal (hotel a mote miglia dal) fronte, ha risvegliata una vocazione internazionalistica da tempo sopita nel dibattito politico interno, aprendoci a un umiliante confronto con la realtà di altri paesi. Pertanto, una delle principali occupazioni dei media di regime in Italia, quella parte cioè della televisione che risponde direttamente e indirettamente al potere, consiste in questi giorni nella ricostruzione di una credibilità internazionale latitante, nonché nel rifornire il piano lessico dei telegiornali dei termini tecnici della guerra, sinonimi di competenza e impegno diretto. Anche il nazionalismo francese, da molti portato in risposta alle magre critiche delle opposizioni, non può essere per noi foriero della consolazione del “mal comune, mezzo gaudio”, perché in quel Paese è ben visibile il legame saldo e genuino tra elettorato e maggionanza di governo, con il particolare vincolo che stringe gli elettori al Presidente eletto direttamente: tale legame è stretto sulla base della sottoscrizione di un programma dal forte contenuto identitario (da un punto di vista politico del termine). In italia, al contrario, la realtà del PdL è trasmigrata da quella (per la verità ferma allo stadio degli auspici) di partito maggioritario che sappia riunire e guidare la destra moderata italiana a quella di un farraginoso comitato elettorale che non può fare a meno di attingere linfa politica da un partito, per ora minoritario, come la Lega Nord, forte invece del suo radicamento e del saldo patto elettorale che la legittima, pur nell’opinabilità dei contenuti. Per questo, e non solo per le colorite esternazioni alle quali i leghisti ci hanno abituati, il rilievo mediatico della visita dell’anglofono Frattini negli U.S.A. non può essere neppur lontanamente paragonato a quello delle esternazioni euro-scettiche del Ministro dell’Interno. In una realtà nella quale la politica è relegata a elemento del palinsesto televisivo non sorprende che, proprio sul teleschermo, si consumino le lotte di potere (Vendola e Renzi sono altrettanti esempi, sull’altra sponda, pur con doverosi distinguo in fatto di contenuti e maniere). Quella realizzata dai mezzi di comunicazione televisiva, vista la scarsa rilevanza di altri media, è una intestina espropriazione della politica dalle mani del popolo, a cui viene impedito di partecipare ma che è costantemente invitato ad assistere: il cittadino si fa spettatore.

Spettatore è, senza mai essere stato cittadino, il suddito libico, costretto in una concezione dei mezzi di comunicazione come megafono del regime: segno tangibile del suo potere e della sua ricchezza. La Libia vive dunque il morbo italiano nella sua fase cronica e degenerativa. La retorica tirannica, dall’apparizione sul rudere dei bombardamenti statunitensi alle visite nelle scuole, non è che una imperterrita professione di menzogna, rispetto alla quale le masse si trovano incapaci di difesa. Internet, con la sua capacità pervasiva, ha contribuito a diffondere il dissenso (la contro-informazione), ma ha anche, con la sua immediatezza e indecifrabilità, favorito il diffondersi della menzogna oltre i confini, colpa che esso condivide con tutti quei mezzi di informazione che hanno scelto, nell’era telematica, di adeguarsi al metodo di internet. Mediante questa porta sempre aperta a contenuti a fruizione diretta è possibile ai regimi totalitari raggiungere quelle classi occidentali estremistiche o nostalgiche, consentendo l’amplificazione del falso. Proprio a questa finalità è teso l’espediente di mostrare i corpi carbonizzati di presunte vittime di raid alleati sulla Libia: corpi che sono svelati, si badi bene, solamente ai cameraman, interdicendo l’accesso ai giornalisti.
Proprio quel filtro del quale abbiamo parlato nel numero scorso, quello che consente la fruizione di un’immagine, e quindi l’instaurazione di un dibattito, solo dopo l’accertamento dell’attendibilità della fonte, è il grimaldello con il quale infrangere la capziosa architettura che lega i regimi mediatici. Laddove manchino le figure professionali in grado di fare ciò o, come crediamo sia nel nostro caso, laddove queste soffrano dell’ostracismo mediatico riservato al dissenso sistematico, devono essere i cittadini a sostituirsi a, o a collaborare con esse per preservare l’onestà intellettuale del racconto che un popolo svolge su sé stesso.

Anche questo atteggiamento partecipe, attento e responsabile rischia però di non essere sufficiente, nel momento in cui i mezzi di informazione di regime non si limitano alla mistificazione del presente, rivolgendo la loro attenzione sul passato. Il revisionismo, infatti, non è solo nella proposta dell’On. Carlucci di istituire una commissione di inchiesta sull’imparzialità dei testi scolastici rei, a suo dire, di infangare il buon nome del Presidente del Consiglio e del Governo, ma è soprattutto nelle tante piccole mistificazioni che popolano il racconto della Storia recente. In primo luogo, e l’esempio ora citato ne è significativo, viviamo nell’era dell’opinabilità della Storia, che è il derivato diretto della scomparsa dei fatti e ne condivide la causa: la mancanza di competenza nelle riflessioni estemporanee che, però, affollano i mezzi di comunicazione ben più delle scrupolose ricerche e dei ponderati studi. Non solo. A ciò va aggiunta la totale incapacità del circuito mediatico, salvo rare, lodevoli e celebri eccezioni, di compilare una storia delle opinioni, la quale sarebbe il principale strumento per mascherare l’incoerenza e l’ipocrisia del potere politico e d’altra natura. Il risultato di questo collaudato meccanismo, che comincia a mostrare i primi segnali i successo, è la creazione di una mediateca falsa e immemore, dalle cui mobili sabbie non è dato estrarre un giudizio netto su chicchessia o su qualunque evento, aprendo il campo al regno dell’opinabile verità. In questo campo, resistere significa, in primo luogo, disfarsi di strumentali convincimenti per impegnarsi nella ricerca storiografica (pur se condotta sulla Storia recente) della verità e del razionale. Questo processo deve necessariamente trarre spunto da una onesta applicazioni del greco “conosci te stesso”, affinché sia il cittadino, mediante un recupero di quella coerenza smarrita dai propri rappresentanti istituzionali, a riappropriarsi della propria sovranità, prima morale e poi politica. Dunque, ancora una volta, è necessario un richiamo a un combattimento di prossimità, corpo a corpo sul terreno della deontologia civile, per vincere la corruzione evitando ogni forma di prevaricazione, che è poi l’epilogo da noi auspicato per la rivoluzione libica.

Torniamo finalmente, a conclusione della nostra disamina, a fissare la nostra attenzione sul conflitto libico, per chiederci se abbia senso parlare di resistenza, nei termini in cui la intendiamo approcciando la Festa di Liberazione, e chi essa interpreti, ovvero se non si debba preferire un riferimento a più resistenze.
È, certo, innegabile che, prendendo a parametro l’ideale democratico e le sue tradizionali forme di espressione, non può non accordarsi una preferenza ai ribelli come combattenti per il bene, e quindi comprendere le ragioni dell’intervento internazionale, pur con le necessarie critiche. Volendo però fuggire la tentazione di cadere nella retorica della guerra al male assoluto, possiamo tentare di identificare le differenti resistenze in lotta, nonché le connessioni che le legano. L’arroccamento del leader, senz’altro, rappresenta una forma di resistenza alla rivoluzione che scivola però, ben presto, nel conservatorismo repressivo. Della missione democratica dei ragazzi di Bengasi non può essere disconosciuto il valore, né il coraggio, né il potenziale rivoluzionario, in grado di andare oltre i confini della Libia, infondendo vitalità democratica a un continente storicamente funestato: tutte valutazioni che saranno possibili e plausibili ex post, come del resto appare chiaro pensando alla resistenza partigiana italiana e al giudizio che ne avrebbero dato i vinti qualora, per uno scherzo della Storia, fossero risultati vincitori.  I volenterosi della missione di pace, infine, combattono in difesa dei diritti umani e della primazia dell’ideale democratico come da essi concepito e sviluppato. Ma il fatto che ognuna delle parti in gioco abbia un fine per il quale lottare non giustifica un’equiparazione semplicistica dell’impegno di queste nella resistenza. L’elemento discriminante decisivo è infatti la fetta di potere che ciascuna detiene, essendo la resistenza una battaglia di minoranza. Mai sarà possibile emettere giudizi anche soltanto rassomiglianti su chi, da un lato, persegue la conquista della libertà e chi, dall’altro, brama di conservare il potere di imporre privazioni alla libertà. Su questa lineare contrapposizione l’intervento internazionale, incerto tanto nelle motivazioni quanto nell’efficacia, rischia di inserirsi come ulteriore elemento di incertezza, contribuendo al perdurare della tensione fra resistenze, smarrendo di vista l’obiettivo della soluzione lampo.

Ma l’argomento decisivo, per fare dei ribelli libici l’esempio di resistenza per questo 25 aprile, è il senso di profonda identità che sentiamo legarci a loro e che fa della loro guerra la nostra guerra. In un presente nel quale è sempre più difficile assistere a manifestazioni chiare e forti di difesa di quei diritti e quelle libertà che le ragioni del profitto, del successo e dell’impunità impongono di svilire, e nell’incapacità quindi, di lottare per contrastarne il deperimento, è cruciale poter sperare nella possibilità ultima di una lotta di resistenza per la loro riaffermazione. Ecco perché la speranza dei ragazzi di Bengasi è la nostra speranza. Una speranza talmente preziosa da non consentire che vi sia una cesura, anche soltanto logica, tra la conquista di diritti e libertà e la loro strenua difesa. Forse è proprio l’assenza, nella realtà dei giovani italiani, dell’esperienza della conquista dei diritti e delle libertà a renderne impraticabile il successivo e imprescindibile momento della difesa. Se ciò sia dovuto a un errore nel tramandare questa esperienza secondo il suo genuino valore, oppure all’incosciente disconoscimento di tale valore da parte di un popolo asservito a nuovi effimeri ideali, ha poca importanza: la realtà parla chiaro. La Costituzione, nata come splendido fiore dalla resistenza, sta perdendo uno a uno i suoi petali. Per dar luogo a ciò, non occorrono le riforme, essendo sufficiente l’acquiescenza con la quale sempre più cittadini rinunciano alla rivendicazione dei diritti per elemosinare benessere e omertosa tranquillità. Resistere, in questa fase di declino, è prima di tutto affermazione rivendicativa della propria identità di cittadino, consapevole della propria posizione e sovrano della propria volontà. Per non dimenticare le origini del nostro essere cittadini, per comprendere a fondo le ragioni del nostro resistere, per rinverdire la nostra speranza nella cambiamento e per fornire consapevolmente il nostro contributo di democratici alla rinascita della democrazia, è nostro dovere non rinnegare il nostro obbligo morale e civile di resistenza individuale, per non lasciare soli i nostri fratelli, in Libia, a combattere la nostra guerra.

II. Identità e resistenza

Nella confluenza temporale che unisce il 25 Aprile alla celebrazione dei 150 anni di unificazione politica italiana si installa la necessità di affrontare la questione identitaria, concepita in senso antropologico e sociologico come il modo in cui l’individuo concepisce e costruisce se stesso in quanto membro di un determinato gruppo sociale, ma anche come interazione dinamica tra l’individuo ed il suo gruppo sociale in termini indipendenza, autonomia, libertà. L’importanza e la necessità di questa riflessione sta esattamente nell’attitudine del fenomeno identitario a costituirsi quale risposta inevitabile ad ogni fatto naturale o sociale, collocandosi come tale nell’intervallo tra la storia (  esperienza del fatto ) ed il futuro ( non esperienza del fatto ) in una prospettiva diacronica ed evolutiva nella quale l’attimo presente è sempre, appunto, sintesi identitaria. L’accertamento e l’esperienza continua dell’identità costituisce allora il fondamento della costruzione dell’io rispetto a se stesso, ma anche la radice di ogni formazione sociale colta nel frammento temporale attuale: il soggetto ( individuale o collettivo ) può dirsi nella misura in cui si conosce come individualità organica caratterizzata e distinta, come unità, rispetto alle sue componenti; egli può perseguire il progresso se possiede la percezione di un corpo oggetto del progresso stesso, ma che in sé ( nella sua unitarietà organica fondamentale, nel suo genoma ) contiene gli elementi per definire di volta in volta il proprio fine. Per la sua natura di fattispecie originaria ma sempre in divenire, l’identità individuale e collettiva finisce con il costituire ciò che, in una società di masse, indirizza l’attribuzione del potere e fissa la qualità della permanenza degli individui su di un territorio; ciò che ci informa riguardo allo status attuale di una collettività e degli individui che la compongono attraverso un’indagine che può essere condotta attorno ad una componente estetica e ad una componente sostanziale.

Con ogni evidenza, l’esercizio di questa indagine, nelle sue due componenti, rispetto al nostro Paese non può che portare a conclusioni pesanti: la coltivazione di un’etica dell’irresponsabilità e la promozione di un’estetica segnata dalla prevaricazione hanno portato a quelle difficoltà economiche, culturali, sociali, esistenziali che vengono denunciate oggi nelle piazze e nelle televisioni da soggetti che spesso ignorano o dimenticano che non abbiamo bisogno di commuoverci davanti alla disperata condizione dei migranti sbarcati a Lampedusa dalle coste Africane né di aderire alle manifestazioni degli slogan e degli appelli, ma abbiamo bisogno di riflettere, di capire, di rimboccarci le maniche e (pre)occuparci del fatto che il più ampio numero di persone rifletta, capisca e si rimbocchi le maniche a sua volta. L’occasione che abbiamo oggi di parlare di identità e Resistenza deve quindi rispondere a questa distrazione alla quale siamo condotti dalle immagini e dalle parole che compongono il sistema dell’informazione in senso ampio. Per farlo, occorre tendere ad una rilettura contemporanea (cioè asciutta di ogni atteggiamento) della nostra posizione alla luce della lotta per la libertà che si è combattuta e si continua a combattere in tutto il nord dell’Africa fino alla Siria ed allo Yemen.

Ci troviamo innanzi ad un fenomeno rivoluzionario, ad una rottura dell’identità passata ed inaccettabile, ad una scelta attuata sulla base di una presa di coscienza rispetto alla propria condizione di essere umani liberi che ha portato ad un’istanza di cambiamento irreversibile e come tale repressa da chi detiene o deteneva il potere in forza di un’idea di libertà gerarchizzata, fondata sulla scelta tra una libertà “vigilata” e schiavitù. Questa lotta costituisce, in modo del tutto evidente, un fenomeno di resistenza: resistenza fisica sulla pietra di piazza Tahrir, resistenza al fuoco ed all’isolamento di Misratah, resistenza alla repressione armata in Siria, resistenza che assume oggi i caratteri dell’esempio ed ispira l’esercizio di una viva memoria.

Questa resistenza costituisce un fatto formativo dell’identità, immaginabile come l’officina nella quale lavorare a mani nude sul materiale vivo del proprio essere uomini-cittadini liberi: un lavoro duro sulla propria posizione, sulla propria parola, sul proprio gesto; un lavoro problematico che si fa carico della pluralità di voci del proprio io e della collettività fino a forgiare quell’armatura che non solo possa rendere riconoscibile l’individuo secondo un’onesta coerenza rispetto a se stesso ed al suo operato, ma che possa allo stesso modo permettere di combattere per affermare la propria presenza nel resistere ad ogni tentativo di oppressione. Sul punto è bene chiarirsi: non si deve confondere, anzi, occorre tener ben distinti il concetto di resistenza da quello di difesa che ne costituisce la facile distorsione. Per meglio comprendere, è utile pensare alla storia recente del popolo americano che attraverso la candidatura e l’elezione di Barack Obama alla Presidenza ha costruito il passaggio da una concezione difensiva del proprio agire ( amministrazione – gestione anche militare della propria identità ) ad una concezione resistente (costruzione – evoluzione – problematicizzazione della propria identità ) che ha esplicato e continua ad esplicare i suoi effetti coinvolgendo in essi tutto il mondo, a partire dal Nord Africa. Questo passaggio, il cambiamento, consiste nel coraggioso ripensamento della propria posizione  in termini decostruttivi: dalla certezza monolitica e assoluta della bontà del proprio fondamento alla scomposizione dello stesso in singoli atomi attraverso il confronto-scontro con l’esperienza per riconquistare un’identità di cui servirsi in una seconda fase ricostruttiva. In questo modo l’ideologia o, meglio, il regime ideologico voluto da (qualsiasi) potere viene infranto contro la convinzione ed il dovere individuale della libertà fino all’affermazione di un nuovo ordine al quale prendere parte, radicato non tanto nella speranza quanto piuttosto nella forza incontrovertibile che solo l’esperienza del proprio diritto può esprimere.

Negli stessi termini è possibile rileggere la lotta Nordafricana per la libertà: un’operazione di resistenza che culmina nella guerra per l’affermazione di una identità nuova frutto di un impegno coraggioso di decostruzione e ricostruzione sulla propria posizione. Cosa ci insegna, allora, l’esperienza di questa rivoluzione al di là del mare? In che modo è possibile tracciare un filo conduttore che leghi nel presente italiano l’esperienza della Resistenza partigiana alla Resistenza libica, siriana, egiziana, tunisina?

La prima traccia da seguire è quella che conduce alla staticità di uno spirito che sembrava narcotizzato, estinto: l’energia che i ragazzi della rivoluzione esprimono investe, rianimandola, quell’idea lontana di poter essere protagonisti in prima persona di un cambiamento non solo possibile ma doveroso. In altre parole, la rivoluzione nordafricana impedisce di ricadere nella visione distorta del resistere collocato in una prospettiva di mera utilità-inutilità: la resistenza è un fatto non questionabile sull’an poiché sempre necessario e possibile, una verità non mediabile che deve essere praticata nella propria libertà ed in nome di essa in vista di un cambiamento di cui essere responsabili. Non è un caso, infatti, che, anche sulla base di quanto appena affermato, si stia formando ora, in Italia, un movimento esterno rispetto alla dimensione politico-parlamentare raccolto attorno ai principi fondamentali dello stato di diritto, ovvero attorno a quelle libertà fondamentali oggetto di conquiste passate e poste a fondamenta della cittadinanza di ogni individuo; libertà che sembravano acquisite e che invece sappiamo essere gravemente compromesse. Su queste fondamenta, cioè su questa presa di consapevolezza ormai, si può dire, diffusa, occorre riorganizzare un agire resistente. E’ proprio in questo frangente, con riguardo cioè al come ricostruire questo agire, la rivoluzione nordafricana getta un altro ponte sul Mediterraneo avvicinando la storia di diversi Paesi: dall’esperienza di quanto sta accadendo e dalla memoria di quanto è accaduto sul nostro territorio non ci si può limitare a ricavare un sogno, un’utopia, una commozione, occorre piuttosto dedurre e appropriarsi di una deontologia, di una pratica resistente, di un percorso da seguire ( se non questo, quale altro senso possono avere le celebrazioni? ).  Deve essere chiaro allora il percorso di decostruzione-ricostruzione sopra descritto, di impegno nella forgiatura di un’identità, occorre rendere palese quel percorso di memoria attiva da praticare quotidianamente di cui si fanno portatori i ragazzi della rivoluzione e senza il quale ogni lotta per la libertà diviene irresponsabile violenza, ritorsione, omicidio.

E’ evidente che questo compito di “divulgazione” rispetto alla necessità di un lavoro sull’identità e sulla necessità di una nostra resistenza, debba essere affidato, nel nostro Paese, a tutti coloro che sono liberi ed a tutti coloro che hanno la possibilità di esserlo, cioè a quegli individui liberi non perché rivendicano la libertà, ma perché la praticano. A questi soggetti, a noi stessi, dobbiamo rivolgere questa istanza di responsabilità affinché ci si possa riconoscere, unire e portare avanti con forza una lotta per qualcosa che altro non è se non il convincimento che l’uomo può essere libero e deve essere libero e lo sarà, in qualsiasi forma ed in qualsiasi luogo.

III. Pace e guerra

Innumerevoli sono ormai i racconti che testimoniano la crudeltà e la crudezza di ciò che avviene da più di un mese in territorio libico. Sono racconti di uomini e donne coinvolti e stravolti da una guerra civile combattuta in nome della loro Rivoluzione, una lotta per la libertà condotta in forza di un’irreversibile assunzione di consapevolezza e responsabilità rispetto alla propria rabbia, ai propri diritti, alla propria condizione di esseri umani in quanto tali degni di una democrazia. I racconti che giungono da quelle terre sono storie di resistenza nell’isolamento, storie di morte e di separazione, di lontananza dai propri familiari.  L’analisi dell’intervento militare in Libia non può prescindere da queste considerazioni così come la presa di posizione rispetto ad esso non può ignorare la sproporzione reale di forze tra chi combatte per la propria libertà e chi questa libertà tenta di sopprimerla.

Per questo, le manifestazioni degli ultimi giorni contro le operazioni militari in  Nord Africa lasciano molto discutere.  Pur non potendo ( né volendo ) confutare in alcun modo le affermazioni di principi pacifisti susseguitesi nelle ultime ore, rimane la sensazione di avere a che fare con quell’inerzia intellettuale che non riesce o non vuole spingere la propria riflessione oltre il confine di un rigido immaginario ( un’ideologia? ) per giungere alla dura realtà materiale della contemporaneità, tanto da non accorgersi che quegli stessi principi sacrosanti su cui si fonda il pensiero pacifista sono già stati violati da una guerra civile. Questa guerra civile con i suoi morti deve essere il riferimento concreto di chi si interroga sull’opportunità di intervenire militarmente per combattere l’esercito di Gheddafi ed i suoi crimini, altrimenti ogni discorso, benché razionalmente fondato ed inattaccabile, diviene fuori luogo ed offensivo.

Ancora una volta però, l’occasione di parlare di resistenza e pace deve condurci ad una rilettura della nostra posizione alla luce di quanto sta avvenendo sulle coste Nordafricane. Non è più possibile accettare un atteggiamento di non-appartenenza rispetto a questi avvenimenti che accadono sul versante meridionale del bacino mediterraneo: essi gettano un’ombra sull’Italia che non ci è permesso ignorare. Occorre superare, in altre parole, un piano della riflessione sul quale si tende a decifrare le rivoluzioni dei popoli come un mero accesso ad un sistema di libertà diffuso tra le nazioni più evolute, attribuendo così a questi popoli un’arretratezza che, se può esistere ad un livello di organizzazione socio-economica per motivi sui quali sorvoliamo, non sussiste invece in termini umani, cioè in termini di coraggio, onore, orgoglio, lungimiranza, coerenza, consapevolezza. C’è quindi qualcosa di più in questo moto di liberazione in corso rispetto alla semplice instaurazione di un’autonomia su di un territorio, qualcosa che non è facile afferrare: la Rivoluzione ci insegna una componente umana della democrazia, per noi sempre più declinata nella nostra psicologia come un agire diligente entro lo schema del dovere che non riusciamo a rispettare né a ribaltare ma solo ad aggirare, diseducati come siamo al coraggio e dimentichi dell’orgoglio di chi rispetta non tanto la regola ma il diritto.

Dobbiamo allora uscire da questa prospettiva caratterizzata da un’ottusa miopia per mettere invece a fuoco quest’ombra che la Rivoluzione getta sul nostro Paese. Quest’ultima non si riduce infatti alla questione appena enunciata della nostra incapacità di interpretare umanamente e non solo doverosamente l’agire democratico, ma penetra molto più in profondità fino ad incidere sull’effettività della nostra posizione in democrazia.

Questa Resistenza infatti, questa energia e questa lotta per la libertà alla quale assistiamo intellettualmente appiattiti sulla banalità, noi abbiamo smesso di viverla da lungo tempo. Questa è l’evidenza che emerge dal più immediato confronto tra la nostra esperienza e quella della Rivoluzione africana. Non si tratta di guerra, ma comunque di una lotta: abbiamo smesso di concepire la libertà come un corpo vivo in nome del quale battersi, resistere, avere coraggio fino a che questo corpo non ci ha abbandonati; abbiamo confuso l’esercizio del diritto ad essere liberi, indipendenti, responsabili con la capacità di disporne fino a che non ce ne siamo liberati rinnegando in un solo colpo sia il diritto che il dovere di essere liberi, indipendenti e responsabili in cambio di es; abbiamo perso il desiderio di questa libertà per la quale i padri fondatori della nostra Nazione sono stati disposti a morire, l’abbiamo assopito in quella tranquillità che non scorge la minaccia se non dentro alla fattispecie militare, all’attentato terroristico, all’atto sovversivo, ignorando colpevolmente la necessità cruciale di resistere alla vacuità della condizione in cui ci siamo trovati e che abbiamo innalzato ad aspirazione per poi trasmetterla come un valore sotto la veste di termini come <<pace>> e <<sicurezza>>.

La Rivoluzione deve allora far riemergere questo tipo di riflessione. Deve essere l’occasione per riportare alla luce la consapevolezza che l’uomo sa ribellarsi e cambiare, l’occasione per ricollocare quell’agire resistente che storicamente ci appartiene in una prospettiva di coraggio e responsabilità. L’occasione ci è data anche dalla coincidenza temporale: il prossimo 25 Aprile, così vicino alla liberazione della Tunisia e dell’Egitto, ma anche alla Resistenza libica e siriana, rilancia nel cuore del nostro territorio questa riflessione sulle fondamenta della democrazia oltre le quali, in più di 50 anni, non siamo stati ancora in grado di andare, incapaci di risolvere il problema della nostra identità, della convivenza civile e democratica e del riconoscimento reciproco in essa. Il 25 Aprile ci offre dunque la possibilità di ripartire proprio da questo lavoro di ribellione e cambiamento radicato nell’assunzione di responsabilità rispetto all’esempio della Rivoluzione africana, rispetto alla consapevolezza che da essa deriva, rispetto alla necessità di una nuova resistenza democratica autonoma, indipendente e responsabile che possa radicarsi nello spazio e nel tempo del nostro Paese.

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