11 – Nuovi orizzonti

Pubblichiamo oggi l’ultimo numero mensile di Orizzonte. Si tratta per noi di una tappa importante: concludiamo il nostro secondo anno di lavoro ma, soprattutto, approdiamo alla conclusione di un lungo periodo di sperimentazione. Un anno fa decidemmo infatti di darci una “regola di comportamento” per noi del tutto nuova: lavorare rispettando un canone affinché il nostro impegno potesse essere compreso da noi e da tutti nella sua chiarezza razionale. Lo sforzo razionale, sempre teso a perfezionare l’unione di forma e sostanza, è uno sforzo difficilissimo ma irrinunciabile: in esso si sostanzia quell’impegno civile che rende possibile la stessa convivenza tra le persone e noi siamo enormemente soddisfatti di aver investito le nostre energie in questa direzione. Abbiamo allora deciso di rendere più sofisticata la regola che governa il nostro lavoro che è momento fondamentale della nostra resistenza; non la vogliamo abbandonare, anzi, intendiamo rendere ancora più profondo il nostro impegno. Lo vedrete, dal mese prossimo.

Nel rifiuto di un approccio didascalico, in questo numero continuiamo ad intensificare il nostro sguardo e raccogliamo in due articoli il frutto di una riflessione inevitabilmente condizionata dal frangente nel quale ci troviamo: la crisi economica, che è crisi dei rapporti e, ancor prima, crisi della responsabilità individuale e collettiva, ci spinge su posizioni radicali ma sostenute da un’enorme fiducia nelle risorse umane di cui tutti siamo dotati. Siamo convinti che queste debbano prevalere e fungere da guida nel tentativo di comprendere l’attuale realtà, devono disegnare la prospettiva del nostro ragionare. Per questo cerchiamo di portare luce su aspetti meno evidenti, di mettere in evidenza la dimensione trasversale delle questioni: la necessità è quella di accellerare la possibilità di cambiamento che sta nel nostro potenziale intellettuale ed è su questo che ci concentriamo oggi e nel prossimo futuro.

I. Rinascente necessità

La legge della necessità, sempre rinascente, insegna per tempo all’uomo che deve fare ciò che non gli piace per prevenire un male che gli dispiacerebbe ancora di più. Tale è la funzione della previdenza; e da questa previdenza, bene o male ordinata, deriva tutta la saggezza o tutta la miseria umana.

J.J. Rousseau – L’Emilio

Purtroppo è così: conosciamo il presente ma non ne abbiamo un’idea. Stiamo innanzi alla necessità senza afferrarne veramente il motivo, ignoriamo le cause quindi non possiamo cogliere la soluzione, investiamo le nostre risorse intellettuali in un’indignazione, in una rabbia, in un dolore che non riesce a raggiungere la consapevolezza di sé. Siamo perduti, scioccati dalla incolmabile distanza tra ciò che è e ciò che deve essere, stremati da una ricognizione circolare della realtà che non approda mai ad un punto fermo. Sprofondiamo nell’abisso dell’ossessione o dell’indifferenza: stormi di uccelli impazziti che svolazzano rumorosi su di una terra statica che non muta al mutar del vento.

La situazione è grave e priva di speranza. Ho deciso, per questo, di zittire la mia voce e di pubblicare un passo tratto dall’Emilio di Rousseau. Sento il bisogno di ricominciare dalle sue parole, di ricominciare dalla fanciullezza e di rivolgermi a me stesso come un pedagogo, di applicare il metodo cartesiano per poi costruirmi le mie macchine e gli strumenti per verificarle: strumenti imperfetti, ma sorretti da un’idea più precisa di come debbono essere e delle operazioni che ne debbono risultare.

A che serve ciò?

Ogni uomo vuole essere felice, ma per riuscire a tanto dovrebbe innanzi tutto sapere che cosa sia la felicità. La felicità dell’uomo di natura è semplice quanto la sua vita e consiste nel non soffrire: la salute, la libertà e lo stretto necessario gli bastano. La felicità dell’uomo morale è altra cosa, ma non è di lui che qui ci occupiamo. Mai mi stancherò di ripetere che solo oggetti puramente fisici possono interessare i fanciulli, soprattutto quelli la cui vanità non sia stata sollecitata e che non siano stati precocemente corrotti dal veleno dell’opinione.

Quando riescono a prevedere i bisogni prima di sentirli, la loro intelligenza è già molto progredita e cominciano a conoscere il valore del tempo. Occorre allora abituarli a spenderlo in cose utili, ma di un’utilità che risulti evidente alla loro età, accessibile alle loro giovani menti. Inutile addurre anzi tempo argomenti che si riferiscono all’ordine morale e alle usanze della società, perché non sono in condizione di intenderli. È sciocco esigere che si applichino a qualche cosa, dicendo vagamente che è per il loro bene, senza che sappiano che cosa questo bene sia, e assicurarli che ne trarranno profitto da grandi, quando ancora non hanno alcun interesse per questo presunto profitto, che non possono assolutamente capire.

Il fanciullo non faccia mai nulla sulla parola: nulla è bene per lui tranne ciò che sente tale. Spronandolo sempre verso ciò che sorpassa la sua comprensione vi illudete di essere previdenti e non lo siete affatto. Per fornirlo di qualche vano strumento, di cui forse non dovrà mai servirsi, lo private di quello che più è universale per l’uomo: il buon senso; lo abituate a lasciarsi sempre guidare, ad essere un automa nelle mani altrui. Volete che sia docile da piccolo? È come volerlo credulo e sempliciotto da grande. Gli ripetete senza tregua: << Tutto ciò che ti chiedo è per il tuo bene, ma non sei ancora in grado di capirlo. Che cosa importa a me se fai o non fai quel che ti ordino? È soltanto per te che lavori >>. Tutti questi bei discorsi, con i quali pensate ora di inculcargli la saggezza, preparano il successo di quelli che un giorno gli terrà un visionario, un fanfarone, un ciarlatano, un furbo o un pazzo qualsiasi, per prenderlo in trappola o per farlo partecipe della sua pazzia.

Ad un uomo occorre certamente sapere molte cose la cui utilità un fanciullo non potrebbe comprendere, ma è necessario e possibile che il fanciullo le conosca tutte? Cercate di insegnarli tutto ciò che è utile alla sua età e vedrete che il suo tempo ne sarà interamente assorbito. Perché mai volete, a scapito degli studi che più gli si confanno attualmente, indirizzarlo a quelli propri di un’età in cui è così poco certo che giunga? Ma vi sarà tempo, obietterete, d’imparare quel che si deve sapere quando sarà venuto il momento di servirsene? Lo ignoro: so bene però che è impossibile impararlo prima, poiché i nostri veri maestri sono l’esperienza e il sentimento e mai l’uomo sente così bene che cosa gli convenga come nelle circostanze che egli stesso ha vissute. Un fanciullo sa che è destinato a diventare uomo e ogni idea che può avere della condizione adulta è per lui occasione d’istruirsi; ma intorno a quelle tra tali idee che non sono alla sua portata deve restare nella più assoluta ignoranza. Tutto il mio libro non è che una continua dimostrazione di questo principio educativo.

Quando siamo riusciti ad inculcare nel nostro allievo una certa idea della parola “utile”, ci troviamo a disporre di un altro efficacissimo strumento per la sua educazione: è infatti una parola che produce grande impressione su di lui, proprio perché la interpreta esclusivamente in un senso adeguato alla sua età e scorge con chiarezza quale rapporto abbia col suo immediato tornaconto. Se questa parola non ha effetto alcuno sui vostri allievi, la ragione c’è: voi non vi siete mai preoccupati di darle un significato comprensibile per loro e, poiché c’è sempre qualcuno che provvede a ciò che è loro utile, non hanno mai bisogno di provvedervi da sé e ignorano che cosa sia utilità.

<< A che serve ciò? >> Sarà questa ormai la parola sacra, la parola risolutiva tra me e lui in tutte le circostanze della nostra vita, la replica infallibile a tutti i suoi quesiti, che arginerà quella folla di sciocche e fastidiose domande con cui i fanciulli tormentano senza posa né frutto quanti hanno intorno, più per esercitare una sorta di potere che per ricavarne qualche profitto. Non voler nulla sapere, se non ciò che è utile: ecco la lezione più importante. Colui che l’ha appresa interroga alla maniera di Socrate, non pone mai un quesito senza darne ragione a se stesso, quella ragione di cui sa che l’interrogato gli chiederà conto prima di rispondere.

[…] I rapporti di causa ed effetto che non riusciamo a scorgere, i beni ed i mali di cui non possediamo nozione alcuna, i bisogni che non abbiamo mai provato, sono come inesistenti per noi: ci è impossibile trarne lo stimolo a fare alcunché in relazione ad essi. Il quindicenne guarda ai vantaggi di una matura saggezza come il trentenne alla gloria del paradiso. Chi non riesce a farsi un’idea precisa dell’una e dell’altra, si impegnerà ben poco per acquistarle, e quand’anche ne concepisse l’idea, ben poco pur sempre farà, se non le desidera, se non le sente adeguate a sé. È facile convincere un fanciullo che i nostri insegnamenti gli sono utili, ma non serve a nulla convincerlo, se non sappiamo suscitare in lui un’intima persuasione. Inutilmente la fredda ragione ci sospinge ad approvare o a biasimare: solo la passione può indurci ad agire; e come appassionarci ad interessi che non abbiamo ancora?

Al fanciullo non mostrate mai nulla che non possa vedere. Finché la realtà umana gli è quasi estranea, non potendo innalzarlo alla condizione di uomo, fate discendere per lui l’uomo alla condizione di fanciullo. Pur pensando a quanto può essergli utile in un’età futura, parlategli solo di ciò di cui vede l’utilità presente. Inoltre, appena comincia a ragionare, evitate paragoni con altri fanciulli, non gli mettete accanto rivali o concorrenti, neppure nella corsa: preferisco mille volte che non impari affatto quel che potrebbe imparare stimolato da invidia o vanità. Avrò solo cura di registrare ogni anno i suoi progressi e li confronterò con quelli dell’anno successivo e gli dirò: << Sei cresciuto di tanti centimetri: ecco il fossato che prima saltavi, ecco il fardello che prima portavi e la distanza a cui lanciavi un sasso e il tratto di strada che percorrevi d’un fiato… Vediamo adesso che cosa sei capace di fare >>. Così lo stimolerò senza che provi invidia per altri. Vorrà superarsi e deve riuscirci; non vedo alcun inconveniente a che sia emulo di se stesso.

J.J. Rousseau – L’Emilio Mondadori 2010

II. Nuovi Orizzonti

Questa vigilia di rinnovamento di Orizzonte si presta a una riflessione sull’avvicendamento tra il vecchio e il nuovo: riflessione sempre attuale. Abbiamo più volte affrontato questo tema, in diverse forme. Oggi vorremmo spingere la nostra riflessione su di un piano concettuale, per poi legarla all’attualità del nostro Paese e del nostro lavoro.

Ciò che caratterizza ogni cambiamento e ciò che affascina nell’osservarlo è l’incertezza: la sensazione di precarietà e di smarrimento che accompagna, nell’immaginario collettivo, la venuta del nuovo. È, questa, una caratteristica genuina e ineliminabile del cambiamento, ma è spesso equivocata, quanto alla portata dei suoi effetti. In effetti, accade sovente che l’incertezza si tramuti in paura e generi stasi. La scarsa attitudine al cambiamento deriva, in molti casi, proprio dall’incapacità, o dalla mancata volontà, di affrontare l’incertezza. Questa ovvia affermazione è solo la fonte, la base, di un aggravamento concettuale, frutto dei tentativi di dare al proprio timore una giustificazione. Così, la stasi, che è pavidità, diventa prudenza e il cambiamento, che è coraggio, diviene rivoluzione. Questo fraintendimento concettuale ha un grande difetto: quello di nascondere alla vista il nesso inscindibile e necessario che lega il vecchio al nuovo. Quelli che dovrebbero rappresentare i due momenti di un’evoluzione appaiono come i termini di un’opposizione, e si crea una scollatura anacronistica. Il vecchio percepirà sé stesso solo e in quanto perpetua affermazione di sé, senza finalità ulteriore alcuna; il nuovo saprà concepirsi unicamente come antitetico al vecchio e, dunque, come origine in sé e per sé. Ecco che viene disinnescato il benefico effetto di quella pratica di reciproca invasione descritta nel numero scorso, parlando del coraggio della propria vita: se non vi è continuità, bensì frattura, tra ciò che è stato e ciò che sarà, non si avrà evoluzione alcuna, ma un ciclico ri-azzeramento dell’esperienza, che è la sua stessa negazione.

Tutto ciò è ben visibile nella nostra società, dove l’avvicendamento generazionale è sempre più percepito come la ribellione del giovane al non giovane. Lo scagliarsi della gioventù indignata contro la precedente generazione, incarnante il potere, esprime la volontà di rinnegare un’esperienza, appunto, generazionale, per costruire un futuro nuovo, da zero. È interessante notare come il bersaglio della dialettica indignata (a prescindere da valutazioni di merito sui contenuti) sia, ricorrentemente, il “sistema”. Invocarne lo smantellamento è, certo, la rappresentazione di un ambizioso desiderio, ma contribuisce anche a sottolineare la portata onnicomprensiva di questa critica rivoluzionaria. Si vorrebbe proprio quel ri-azzeramento concettuale di cui si è detto. Ancor più paradossale è che bersaglio di questa furia rivoluzionaria sia proprio quella caratteristica intrinseca di ogni cambiamento: l’incertezza. Molte delle rivendicazioni avanzate in questo periodo di crisi globale sono nel senso della maggior certezza. Si rischia di ritrovarsi a invocare la certezza nella crisi, cioè la stasi nella stasi. Un approccio realistico, quanto lungimirante, al contrario, fisserebbe l’attenzione sui modi e sui principi di un’ulteriore evoluzione che, per essere tale, non può fare a meno del portato d’esperienza del vecchio: deve apprenderlo, metabolizzarlo ed evolverlo.
Mutui ad alto rischio d’insolvenza (subprime), strumenti finanziari derivati, debito pubblico sono (per dare alla riflessione un appiglio concreto) elementi di un’esperienza economica che ha avuto, sì, quale epilogo, la crisi, ma che ha fornito, anche, gli strumenti per la costruzione del benessere di cui tutt’ora l’Occidente gode. Come per tutti gli strumenti, il relativo giudizio dipende in larga misura dall’utilizzo che ne viene fatto, secondo l’adagio, per il quale “le pistole non uccidono, sono gli uomini a farlo”. Un solo esempio concreto: i tanto vituperati tassi di interesse “predatori” dei mutui subprime (superiori, nel 2007, al 5%) sono poca cosa in confronto a quelli applicati ai micro-prestiti (fino al 50% reale), che sono valsi a Muhammad Yunus il Premio Nobel per la Pace, nel 2006. Prestare denaro a soggetti economicamente deboli non sempre è un azzardo insensato, ma può essere il primo passo di una rivincita personale e sociale.
Non si può riavvolgere il film della crisi. Si può, però, provare a scrivere un buon finale.

Queste tensioni sociali hanno un’origine più intima, nelle relazioni personali e nelle famiglie. Questa volontà di affrancamento dal vecchio è amplificata già nel privato dove, da un lato, le voci autorevoli dei genitori sono sempre meno, e più incerte, dall’altro, vi è una strumentalizzazione, da parte dei figli, di una libertà goduta ma non conquistata, opposta a ogni tentativo di responsabilizzazione. È necessario riallacciare il rapporto tra il vecchio e il nuovo fin nel momento in cui il vecchio e il nuovo sono più vicini. In questo momento va impostato un rapporto dialettico che sottragga le premesse stesse di quel rapporto oppositivo che l’attuale società tende a generare. Potrà sembrare un discorso retrogrado e conservatore. Ma occorre richiamare alla mente quanto già detto, nello scorso numero, sul rapporto con il prossimo, con l’altro. Bene, questa riflessione va applicata anche al rapporto intergenerazionale, cosa che si fa raramente, confondendo il simile con il coetaneo; ma il prossimo non è il simile, né il coetaneo: è il più vicino.

Venendo a noi: con il nuovo anno si aprono nuovi orizzonti. Vorremmo impegnarci con slancio evolutivo, secondo quanto detto. Vorremmo che la nuova esperienza di condivisione e collaborazione si facesse ricca dell’esperienza sin qui realizzata. Non necessitiamo di rivoluzione, ma di coraggio; non predichiamo prudenza, ma responsabilità. Siamo certi che solo un impegno fondato su questi solidi principi possa mantenerci nel solco di una cultura viva e multiforme, e accompagnarci nel nostro progredire.

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