10 – Scelta e metodo

Quello che pubblichiamo oggi è un numero di Orizzonte che guarda indietro e si guarda dentro.
Per quanto approfondita si dimostri un’analisi critica, insorge sempre la necessità di riprenderla e approfondirla: anche alla luce di ciò ragioneremo nel far evolvere il blog. La riflessione del numero scorso, in tema di racconto, verrà perciò in questo ripresa e ulteriormente sviluppata, al fine di mettere in luce l’imprescindibilità del metodo storico nella realizzazione della più volte discussa rivoluzione culturale.
Un altro tema che riprendiamo oggi è quello del coraggio, questa volta applicato alle scelte esistenziali di ciascuno, sia nella relazione con sé stesso sia con gli altri. Lo facciamo con un’analisi introversa e sincera, frutto di lunghi confronti verbali anche sulle più piccole delle cose.
Naturalmente, siamo consapevoli del particolare momento politico nel quale questo numero viene alla luce. Una rivista, che ha più volte fatto della riflessione sull’impegno e la partecipazione civili il proprio fulcro, non può rimanere inerte di fronte al balenare di nuove prospettive. Siamo, però, convinti dell’assoluta necessità di assumere il proprio ruolo politico e civico forti dell’acquisizione, attraverso la riflessione critica, dei necessari strumenti per discernere e affrontare la quotidianità. Il confine fra l’astratto e il concreto, quando la critica è praticata responsabilmente, è più labile di quanto si creda.
Sarà la nostra capacità di esercitare criticamente la nostra responsabilità e il nostro impegno, resistendo alle pulsioni banalizzanti e alienanti della società contemporanea di massa, a permetterci di discernere se siamo all’inizio un vero cambiamento o dell’ennesimo giro di giostra. Chiaramente, però, un tale impegno ha quale fisiologica conseguenza la volontà di confronto con chi insieme a noi questo impegno sostiene, nella convinzione che siano oggi ancor più vere le parole di Calvino:

La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di sé stesso

I. Il coraggio della propria vita

Credo che sia necessario, per ciascuno di noi, avere il coraggio della propria vita. Ciò è vero sia quando si tratti di regalare al prossimo un’immensa gioia, sia quando si dimostri inevitabile ferirlo con una cocente delusione sia, infine, in tutti quei casi che separano questi due estremi. Il coraggio della propria vita rappresenta, evidentemente, il risvolto della responsabilità. Se ci rifiutiamo di assumere questa responsabilità, ci dimostriamo vili. E vedere gli effetti della nostra viltà nella vita del prossimo ci dimostra, ancora una volta, che a noi non dovrebbe essere concesso il diritto di far pesare sul prossimo la nostra viltà.

Avere il coraggio della propria vita significa sapersi far carico di ciò che si è, del risultato della propria vicenda. Ogni scelta contribuisce a determinare e circoscrivere un’identità, che è ciò che rende ciascuno di noi presente, che ci attualizza nel nostro contesto, descrivendoci per ciò che siamo. Per cui, la pratica dello scegliere, da noi più volte dibattuta fin dalla nascita di questo blog, riguardata nel suo complesso fisico e temporale, si presenta come una lavoro di composizione del nostro essere attuale. Proprio questa visione d’insieme, che spesso volutamente manca, dà la sensazione del peso di ogni scelta. Ogni scelta ci attualizza, mentre il non scegliere cristallizza l’esistere in un tempo e in un contesto che non sono più. Allo stesso modo, la mancanza del coraggio della propria vita che, tacendole, rinnega le scelte compiute, contribuisce a presentarci falsamente, come il risultato di un’equazione sbagliata. Questo, credo, sia il fondamento della dissociazione che molti vivono.

Questa condizione, se è sopportabile più a lungo nel rapporto con noi stessi, viene drasticamente a esser messa in crisi nel rapporto con l’altro, proprio in virtù della considerazione fatta in apertura. Assumersi la responsabilità e farsi carico del coraggio della propria vita è una pratica faticosa, il che si riassume in una parola a noi cara: impegno. L’impegno, di per sé, non garantisce alcunché, e può benissimo sfociare in errore o, peggio, in fallimento. Ma l’impegno merita di essere compreso e rispettato. Comprendere e rispettare l’impegno è fare esercizio di onestà intellettuale. Ovvero: assumere responsabilità e avere coraggio. Altrimenti, non solo ci si dimostra vili, ma si abusa altresì del diritto di far pesare sul prossimo la propria viltà.

Perché una condizione di disimpegno, a lungo andare, si dimostra insopportabile anche nel rapporto son sé stessi? Perché, prima o poi, la vita ci imporrà la necessità di compiere una scelta, e ciò non potrà farsi se non facendosi carico dell’esperienza (delle scelte) pregressa. La figura dell’equazione rende bene l’idea: l’applicazione di una formula o un’infinitesimale errore in un passaggio, condiziona o vizia l’intero successivo svolgimento. Nulla toglie che possa, con scelte successive, darsi una direzione nuova alla propria esistenza (anche se, qui, il paragone matematico traballa). Del resto, l’esercizio del libero arbitrio sempre si rinnova. Ma anche la radicalità di un cambio di passo o direzione deve fondarsi sulla presa di responsabilità circa la propria condizione. In caso contrario, si perpetrerà l’aberrante e insensata ingiustizia di mentire a sé stessi, che è segno di profonda apatia e sintomo di crisi. Diveniamo, a questo punto, vittime della nostra stessa viltà, che è quanto più s’avvicina a cessare di esistere.

Ecco, allora, che il rapporto con l’altro può rappresentare, allo stesso tempo, ancora di salvezza e terreno d’esercizio della responsabilità. Una volta che ci si sia fatti carico di quanto sin qui considerato, il confronto può apparire spaventoso e ardito. L’approcciarsi al prossimo con coraggio è quanto di più diretto e sincero possa farsi, ma espone al rischio tremendo di non essere compresi. Si può infatti generare, nell’altro, un sentimento insieme di paura e spaesamento, che spesso genera a sua volta una rabbiosa difesa, fondata sulla denuncia di una nostra invasione. Me, credo, che ciò sia, nella maggior parte dei casi, dovuto proprio alla difficoltà di ciascuno di noi di avere il coraggio della propria vita, di gettare la maschera dell’apparire e denunciare il nostro bisogno di verità. Se facessimo questo, ci renderemmo conto che proprio colui al quale, per essersi di fronte a noi posto con coraggio, imputiamo una mancanza di rispetto è chi ci rispetta più d’ogni altro.

II. Sulla necessità di un metodo storico

La riflessione che ha colmato il mese di distacco dall’ultimo numero ha fatto emergere la necessità di tornare sulla questione affrontata nell’articolo Le esperienze sono pietre ( Orizzonte n° IX – Esperienza e racconto ). Il punto sul quale ci si concentra riguarda il potenziale risolutivo di un metodo storico praticato nella problematica relazione con la realtà. Tale metodo, si è detto, troverebbe applicazione in quel contesto dialettico che vede l’individuo innanzi alla propria esperienza, colto nel tentativo di affrontare e confrontarsi con essa in termini propositivi. E’ bene chiarirsi: qui si assume come acquisito il gesto di volontà che spinge ad una “resistenza attiva”, cioè ad una pratica positiva del proprio resistere “culturalmente” alla cultura dell’azzeramento individuale tipica di ogni forma di fascismo ( sul punto si rimanda ai numeri precedenti ). Senza questa volontà di resistenza e rottura personale ( che è, più in generale, presupposto necessario di ogni affermazione dell'<<Io>> rispetto a sé stesso ), ogni questione di metodo finirebbe per perdersi in un ridicolo, quanto misero, nonsense. Chiarito ciò, diventa più nitido, rispetto al precedente articolo, il perimetro del discorso: l’efficacia, ma ancora prima la possibilità stessa di un metodo storico, presuppone un’assunzione di responsabilità che ne esclude una validità universale. La pretesa non sarà, dunque, quella di dimostrarne una presunta validità assoluta ( una formula magica per ogni individuo ), quanto piuttosto sarà mio scrupolo mettere in evidenza la necessità di tendere ad esso come individui responsabili.

Un metodo storico, inteso quale ricerca incessante sulle fonti primarie e sulla testimonianza, volto a setacciare la veridicità delle stesse ( unico canone di ammissibilità ), può essere portato fuori da un contesto tecnico ( giuridico e storiografico ) per essere apprezzato in una dimensione sociologica che abbia come riferimenti necessari l’individuo ed il suo gruppo sociale. Ci si accorge allora che esso può ben fungere da criterio guida nell’esplorazione delle relazioni umane, tanto più in un contesto come quello attuale dove l’esperienza di fenomeni come la guerra, la povertà, l’emarginazione ecc si sono avvicinati in modo vertiginoso ad ognuno di noi, imprimendo alle nostre parole il carattere di vera e propria testimonianza laddove, fino a poco tempo fa, esse si determinavano in ragionamenti ricostruttivi di fenomeni lontani. Ecco allora che il metodo storico ci permette di soddisfare una prima esigenza fondamentale: la conoscenza. Senza di essa, evidentemente, è impossibile prendere consapevolezza di ciò che ci circonda: privi di elementi certi, di esperienze pietre secondo quanto si diceva nell’ultimo articolo, non saremo in grado di orientare le nostre scelte. Lo stesso gesto di resistenza, in assenza di una piena consapevolezza di ciò che è e di ciò che siamo, verrebbe degradato ad impulso schizofrenico, violento, incapace di fondare alcunché in termini esistenziali. Il metodo storico, caratterizzato dall’insofferenza per la menzogna, si traduce allora in questa fase in un’operazione cartesiana di rimozione dell’opinione, presa interamente e demolita: un esercizio di ricostruzione dell’io attraverso il rifiuto della seduzione, un’autoimposizione di una regola monastica che induce al ritiro, alla solitudine in cerca di una liberazione. Il metodo storico si distingue allora quale sintesi di altri metodi: esso, originariamente alleggeritosi del peso dell’opinione, indaga le cause e i nessi che le legano agli eventi, esso si serve di ciò che la tecnica mette a disposizione per verificare ciò che l’intuito e l’esperienza indicano come possibile, cerca una spiegazione reale della realtà nella realtà, indagando tutto ciò che è umano. Meglio: l’oggetto del metodo storico è il fatto umano, preso nella sua interezza ed in tutte le sue prospettive temporali, diacroniche e sincroniche.

Riportandoci al nostro discorso, l’individuo, in applicazione del metodo appena descritto, viene a trovarsi in grande difficoltà: liberatosi e spinto da una nuova sete di conoscenza e di certezza, egli si scopre coinvolto in una realtà schiacciata sull’immediatezza, una realtà che spezza la prospettiva temporale della continuità frantumandola nell’istante del giorno, una realtà spedita che rende significativo ciò che è oggi a scapito di ciò che sarà domani ( la crisi finanziaria e la gestione della stessa ci insegnano molto al riguardo ). L’esperienza più sconvolgente è dunque la presa di coscienza del perché della propria condizione instabile, il disvelamento sulla cruda verità del proprio esistere precario: a questo conduce il metodo storico e da qui occorre prendere le mosse rifiutando la tentazione di fuggire questa consapevolezza. Si chiude così una fase preliminare e individuale dell’applicazione del metodo che porta l’individuo in una dimensione nuova: dal silenzio del vuoto all’assordante rumore della pienezza. A questo punto, è necessario il confrontarsi con questo cambiamento, il che sposta l’attenzione sull’individuo e sulle sue relazioni esterne.

Ciò significa cogliere l'<<Io>> in una prospettiva dialettica che lo ponga in relazione ad altre soggettività. Mentre la fase individuale del metodo approfondisce o affina quel percorso di resistenza di cui già a lungo si è parlato su queste pagine, nella fase collettiva o plurisoggettiva il ragionamento storico esplica il suo vero portato innovativo. Questo accade sotto due profili. In primo luogo, si fornisce una metodologia ancora più precisa per smantellare l’intera impalcatura dell’irresponsabilità: la ricerca della fonte e la sua esplorazione permette allo storico di non recedere innanzi all’altrui tentativo di ricostruire i rapporti sulla menzogna. Si riprenda l’esempio, ancora dall’articolo sopra citato, dei social network più noti, come Facebook e Twitter: pur calandosi nel contesto virtuale, lo storico non interpreterà mai l’insieme di interconnessioni che in esso si intersecano come reali. Egli assumerà questi elementi come fatti che incidono, a loro volta, sulla realtà in varie forme ( in particolare, come strutture narrative ), ma non li confonderà mai con il reale inteso come entità. In altre parole, il metodo storico impedisce di parlare di realtà virtuale, piuttosto si parlerà di realtà e virtualità dove la seconda, come concetto ontologicamente distinto e autonomo, funge da occasione di conoscenza della prima senza mai sovrapporsi perfettamente ad essa: lo storico ricondurrà il racconto dell'<<Io>> nell’alveo che gli è proprio, recuperando una netta distinzione da ciò che esiste da ciò che è fictio. Il ragionamento è molto semplice, ma non scontato, soprattutto se portato su altri livelli dove il concetto di virtualità viene declinato in modo diverso da quello informatico. Sempre per rimanere nell’ambito degli esempi fin qui riportati, pensiamo alla crisi finanziaria: può, lo storico, accettare l’idea che la soluzione passi attraverso i piani di salvataggio economico di Paesi in crisi come la Grecia?Estremizzando, può lo storico accettare la finanza stessa come realtà e non come virtualità? La trattazione di questo argomento meriterebbe un articolo a sé stante, per questo non si vuole qui liquidare la questione in due righe. L’esempio, tuttavia, mette in evidenza quale sia la spaziatura e la problematicità del metodo di cui discutiamo: immediato ( fin quasi banale ) nel singolo caso estratto dalla quotidianità, complicato e degno della più intensa attenzione laddove si tratti di cucire i vari aspetti della propria esperienza. In entrambi i casi, è bene ribadirlo, l’applicazione del metodo conduce comunque alla medesima conclusione: la menzogna viene estirpata dal campo d’esistenza delle relazioni sociali o, quantomeno, essa viene sempre vissuta come tale e mai assunta come caposaldo delle relazioni.

Il nucleo innovativo del metodo si estrinseca poi sotto un ulteriore profilo. Dall’insofferenza per la falsità -irresponsabilità, appena vista, discende l’assoluta impossibilità di accettare l’altrui rinuncia ad una presa di coscienza rispetto alla condizione esistenziale nella quale viene a trovarsi. Credo che stia proprio qui il salto di qualità che il metodo storico permette di compiere: il passaggio da una resistenza passiva ( sottrazione al fine di comprendere e vivere la propria libertà dai nuovi fascismi ) ad una resistenza attiva ( operazione positiva in vista di un cambiamento culturale ) si realizza proprio nell’idea che non vi possa essere un margine di rassegnazione rispetto all’altrui vuoto di conoscenza. Ragionare altrimenti significherebbe cadere in un’insolubile contraddizione: la pratica di una costosa disciplina della responsabilità sulla propria persona, da un lato, l’accettazione dell’altrui irresponsabilità, dall’altro. Per questo motivo, nell’avanzare istanze di partecipazione viva nei confronti dell’altro, lo storico non può arrestarsi innanzi all’inerzia. Egli dovrà farsi carico di questa condizione, cercando di percorrere altre strade che lo conducano non tanto alla, quanto piuttosto verso la soluzione. Emerge qui un ulteriore aspetto caratteristico dello storico: l’attitudine al cambiamento, la capacità di pensare nuove possibilità e aprire nuove porte sempre in forza della sua operazione di resistenza culturale e della pratica del metodo che lo apre verso l’esterno laddove, al contrario, sarebbe spinto ad un cupo isolamento. Un esempio diametralmente opposto, per comprendere a contrario il ragionamento, ce lo offre la cronaca politica di queste settimane: il movimento dei Rottamatori e la manifestazione Big Bang voluta e realizzata a Firenze dal sindaco Matteo Renzi rappresenta e sintetizza tutte quelle operazioni intese al mutamento dello status quo non sorrette da una cultura del resistere e non praticate con il metodo storico, bensì con un metodo anti-storico, caratterizzato da un aggancio estetico estremizzato e da un totale svuotamento dei fatti che rende, addirittura, offensiva questa forma di manifestazione del pensiero. Volendo concludere, lo storico segnerà dunque il suo percorso partecipativo proprio con la sua incapacità di rassegnarsi all’altrui irresponsabilità ( che lo condurrà all’adozione di un temperamento tenace ) ma, allo stesso tempo, non cesserà mai di mettere in gioco sé stesso, il proprio metodo, la propria idea per ricavare nuove tracce da seguire. Ciò che, forse, costituisce l’operazione più difficile in assoluto.

Dalla descrizione fin qui sviluppata emerge come il metodo costituisca un fatto primariamente individuale. Ma questo è scontato: ogni aspetto della realtà è determinato, in primissima istanza, dal nostro agire, dalla nostra volontà quindi dalle nostre scelte. La responsabilità individuale, nonostante l’apparenza, non conosce zone franche. Allo stesso modo però, credo sia primaria la necessità di fare di questo metodo un fattore culturale condiviso e praticato dal più ampio numero di persone, attraverso il quale modificare, poi, la percezione dei fenomeni che ha la nostra società. È di questo che abbiamo assoluto bisogno: fino a che continueremo a fraintendere felicemente, ad accontentarci della sommarietà e della contraddittorietà, a passare leggeri sull’annientamento quotidiano della propria psiche e a gioire nel ragionare come indignati senza però esserlo davvero, fino a che la testa di tutti noi non cambierà su queste cose allora non ci sarà niente da fare e, questo è sicuro, non ci salverà un voto di fiducia.

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