Sulla sincerità della letteratura

Sulla sincerità della letteratura

C’è una prima fase nel rapporto tra ciascuno di noi e la letteratura, la quale coincide, nella maggior parte dei casi, con l’apprendimento scolastico della letteratura. È, quindi, un rapporto mediato da una istituzione. In questa fase, le parole della letteratura ci giungono dall’esterno: da un pulpito distante; e segnano, nella nostra percezione, la lontananza che ci separa dallo scrittore inteso come autore di un qualcosa che a lui appartiene e che a noi è, solamente, diretto. In realtà, questa è una percezione riduttiva e ingrata di questa prima fase, che lambisce soltanto la piena percezione della sua importanza antropologica. Questa fase rappresenta, infatti, l’edificazione imprescindibile della conoscenza: è la paziente semina del nostro futuro da intellettuali.

Viene, poi, un incontro che scardina questa relazione e determina una cruciale rivoluzione. Tale incontro può avvenire con una persona, un testo, un suono, in sintesi un’esperienza, la quale per prima pone all’attenzione del nostro orecchio e alla concentrazione della nostra intelligenza una voce nuova e diversa: una voce che viene da dentro noi stessi. È la voce della sincerità della letteratura.
Il momento in cui, per la prima volta, si ode questa voce è il momento nel quale percepiamo distintamente che la letteratura (intesa in senso ampio) non parla solo noi, ma soprattutto di noi e con noi. Percepiamo, cioè, la funzione alta della letteratura: di parlare all’uomo dell’uomo, facendosi sua ontologia.
L’intensità di questa voce e la capacità nostra di udirla stanno drammaticamente svanendo. La commercializzazione della letteratura ha imposto linguaggi che faticano a farsi portatori di questa sincerità, favorendo testi che dicono ciò che il pubblico vuole sentirsi dire, quale sterile destinatario di favole che hanno sostituito alla finzione retorica, comunque portatrice di una morale, una fantasia illogica, che spesso non fa che appropriarsi di un tema della vita reale per virtualizzarlo in storie impossibili. È divenuta, la letteratura, fenomeno d’evasione dalla realtà.
Ciò che dovremmo chiedere alla letteratura è, invece, di essere strumento di invasione, che assommi la capacità di permearci e l’utilità di divenire per noi il mezzo per decifrare le nostre conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di storie che raccontino di noi, a noi parlando e su di noi investendo il loro portato culturale, ciò che fa di un individuo un intellettuale e un cittadino. Proprio in questa direzione muoveva il rito civile del teatro greco, le cui tragedie rinnovavano, agli occhi dei cittadini, l’imperitura testimonianza della propria identità: la storia della propria conoscenza e della propria esperienza, tramandando la consapevolezza del ruolo di ciascuno nella società e nelle di lei leggi. Quale esempio migliore dell’Orestea come spiegazione e genealogia della Giustizia, vero e proprio cardine dell’Atene democratica? Era quella una sincerità, nel rivolgersi al cittadino, raccontandolo, al limite della sfrontatezza. Oggi, siamo circondati di favole ai limiti dell’ipocrisia, perché all’uomo parlano di ciò che vorrebbe essere, ignorando o tacendo ciò che è.

Urge la restituzione alla letteratura del suo ruolo di guida memore e lungimirante della società, la quale deve anche all’assenza di tale ruolo e funzione la propria incapacità di superar le attuali difficoltà e tensioni. La società civile non ha smarrito la propria identità solo per ragioni economiche e vicende politiche, ma per un ben più agghiacciante motivo: ha perduto la propria identità perché si è smesso di viverla, raccontandola e sentendola raccontare, alla maniera degli ateniesi. Una letteratura che produce evasione, chiamando a una sterile adesione, e non invade gli individui, generando in essi la volontà partecipativa, ha effetti sedativi sulle coscienze e spinge non a maturare convinta speranza nelle proprie potenzialità, ma a vivere un’ipocrita rassegnazione. Sulla scia di questo fraintendimento del ruolo della letteratura, è mutata la percezione della figura del letterato: non più quella di colui che ha reso, e rende, alla società un impagabile servigio (che ha, cioè, fatto qualcosa), ma quella di chi ha sfruttato la propria capacità e le proprie occasioni per affrancarsi dalle quotidiane difficoltà (cioè, uno che ce l’ha fatta).

Come possiamo pervenire alla necessaria inversione di tendenza? Preso atto della titanica impresa che sarebbe quella di incidere direttamente sulla commercializzazione della letteratura, modificando le regole economiche che la governano, e rimandando il già affrontato tema del ruolo dell’istituzione scolastica, occorre focalizzare l’attenzione sul “ciclo personale” conoscenza-incontro-impegno. Già un rinnovato impegno nella prima fase è cruciale, ed è proprio a ciò che sono dedicate queste righe. La costruzione della conoscenza deve darsi un metodo radicalmente antitetico rispetto alle logiche commerciali. Occorre ritrovare e rinnovare la forza di imporre all’altro la fatica di percepire la complessità e di fronteggiare la difficoltà di una letteratura sincera, che parli di lui invadendolo. In soccorso di questa necessità viene un patrimonio letterario nazionale dalla ricchezza infinita. Ma l’insegnamento, ovunque e in qualsiasi forma esso si concretizzi, non dovrebbe limitarsi a misurare e trasmettere il peso della storia della letteratura; deve assumere e tramandare, testimoniandolo, il peso della scelta di un linguaggio difficile e meraviglioso, come nel teatro civile greco, al quale si accedeva nella consapevolezza di prendere parte a un rito invasivo e catartico per l’esistenza stessa di ciascuno. Ed è a questa catarsi, che porta il lettore-destinatario a farsi intellettuale (cioè, autore egli stesso di un’esperienza responsabile, civica), che deve tendere la ricerca di quell’incontro decisivo per ciascuno di noi.

La seconda fase, che segue l’incontro, è quella in cui l’individuo trasfigurato si profonde in un’attiva e impegnata partecipazione alla comunità, della quale più volte abbiamo parlato su queste pagine.
Ma lo scopo di questa pagina è un altro: partecipare e chiamare a partecipare alla costruzione della conoscenza. Come può ciascuno di noi avere un ruolo attivo nella formazione e comunicazione di quella cultura fertile alla base delle scelte individuali e dell’incontro che ciascuno di noi deve volere, per crescere come uomo e nascere come intellettuale? La questione è molto delicata, perché tocca le sensibili corde della libertà di coscienza. Bisogna, quindi, chiarire sin da subito la decisa esclusione (il divieto) di ogni forma di costrizione nella scelta. Una volontà coartata non è volontà. Una cosa è costringere a conoscere (ed è cosa necessaria), altra è imporre di scegliere o, peggio, imporre una scelta. Quell’incontro di cui abbiamo parlato va preparato, ma non può essere imposto. La scelta, dunque, non può derivare da una costrizione, ma deve germogliare dalla conoscenza. La quale conoscenza deve, ed è questo il punto, arricchirsi anche dell’esempio delle scelte altrui: ma va distinta la testimonianza, volta a fornire terreno fertile per la scelta partecipativa, dall’induzione ad aderire. La testimonianza, che muove da una personale esperienza, non ha ragion d’essere se non è comunicata marcando un’ovvia diversità. La testimonianza è doppiamente contestualizzata: sia nella storia e nell’esperienza del testimone, sia nella fisiologia del confronto fra le differenti esperienze. La sincera testimonianza mette in discussione una propria esperienza o conoscenza, al fine di evidenziare la differenza con l’altrui testimonianza, presente o ventura che sia. Il passo successivo è la sintesi, ma ciò già riguarda la seconda fase, quella dell’impegno. L’induzione, invece, mira ad attrarre l’altrui esperienza vincolandola alla propria scelta che, per l’altrui libertà, è prigione e vanifica ogni possibilità di successivo impegno, in quanto privo di determinazione.

Il ruolo che possiamo svolgere è, dunque, quello di testimoni sinceri e attivi delle nostre scelte, invadendo l’altro col portato della nostra esperienza di conoscenza-incontro-impegno. In ciò, ovviamente, avrà un peso determinante la narrazione del nostro incontro catartico, ed è questa la proposta che Orizzonte, oggi, lancia: raccontare il proprio incontro con la sincerità della letteratura, la propria scelta in relazione alla propria esperienza.

La Redazione

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M.E.T.A.

L’origine è la meta.
Karl Kraus (citato da  Walter Benjamin nella Tesi sul concetto di storia)

Da alcuni anni abbiamo incrociato una parte del nostro percorso artistico e intellettuale con la Scuola di Pace di Monte Sole. Sono approdati a Monte Sole alcuni nostri spettacoli, abbiamo ideato il Progetto Meta MemoryEducationTheatreAction che ha prodotto La Zona Grigia da Primo Levi.

Questa scuola lavora sui luoghi della Memoria del massacro di Monte Sole. Tutti conoscono questo episodio come strage di Marzabotto: la retorica delle istituzioni negli anni del dopo guerra ha deformato così irresponsabilmente la realtà storica di luoghi e persone, facendo credere, per semplificare e usare meglio questo episodio politicamente, che la strage sia avvenuta solo nel paese di Marzabotto. In realtà questa fu una operazione militare vasta e complessa che coinvolse una intera vallata dove vivevano in piccoli nuclei di case coloniche molte famiglie contadine. Fu quindi una violenza casa per casa, una violenza agli esseri e alle cose che fece tabula rasa di una comunità che abitava un territorio. Oggi questo territorio è Parco Storico e porta appunto il nome della sua vetta più alta: Monte Sole. Se si arriva a Monte Sole in un giorno qualsiasi, fuori dalle celebrazioni, si ha davanti il paesaggio dell’Appennino e una sensazione di vuoto, come di campagna abbandonata dall’uomo. Immagine quasi tranquillizzante, da gita domenicale in campagna. Solo se si ha tempo e curiosità di approfondire si capisce che questa pace non è vera pace: questa un tempo era una terra piena di vita! Si prova a fissare lo sguardo su queste linee di verde per cercare di accedere ad una visione più profonda del paesaggio. I cartelli indicano due o tre siti della strage (furono più di cento) e visitandoli ti sembra di essere in una area archeologica finta: muri rifatti, rovine ricostruite e fiumi di retorica istituzionale e religiosa dalle lapidi disposte un po’ ovunque.

Da questa falsificazione del paesaggio e da questo abbandono tranquillizzante è nato in noi il desiderio di provare ad abitare quei luoghi restituendogli la parola, quindi la vita. Un desiderio pretenzioso certo, ma molto affine a qualcosa che si può definire teatro, un nostro modo di fare teatro. Ricercare sui luoghi, in relazione allo spazio e alla natura, la responsabilità della parola pronunciata.

Così nell’estate 2011 insieme alla Scuola di Pace, che ha una sede/foresteria proprio nel parco in mezzo al verde, all’interno del più ampio progetto META, abbiamo organizzato un laboratorio di una settimana, aperto a tutti e condotto da noi per la parte teatrale e dagli educatori della Scuola per la parte educativa e storica. Si è costituito un gruppo variegato di persone che per sette giorni per quasi dieci ore al giorno ha partecipato alle attività proposte. Non è questa la sede per dare una descrizione dettagliata di tutto il laboratorio che è stato per tutti una esperienza di una densità impressionante. Ci limiteremo a descrivere quello che abbiamo tentato di fare noi. Può essere considerata una descrizione abbastanza chiara del nostro metodo di lavoro.

Come abbiamo lavorato: il primo giorno abbiamo chiesto ai partecipanti di selezionare e leggere a voce alta un breve brano dal libro che loro stessi avevano scelto e si erano portati a Monte Sole. A partire da questi testi casuali (da Albert Camus a Dino Buzzati, da Andrea Camilleri a Nuto Revelli, Mariangela Gualtieri, Dominique Lapierre, da Ray Bradbury a Edgar Lee Master…) pian piano abbiamo provato a dare una serie di indicazioni, sull’uso della voce e della parola, sullo sguardo e sulla direzione. Si è formato en plein air un arcipelago di testi apparentemente senza nessi fra di loro ma che hanno permesso una prima fase di ascolto e di conoscenza degli altri e un primo grado di comunicazione verbale.

Nei giorni successivi, in sintonia con il lavoro educativo e di memoria, abbiamo abitato ogni giorno un luogo diverso dell’eccidio e in ciascun luogo abbiamo provato a lavorare teatralmente su un testo questa volta proposto da noi: il poema di Cesare Pavese LA TERRA E LA MORTE.

La fase iniziale del lavoro si è svolta a Colulla di sopra. Ferruccio, uno dei testimoni, ci ha accompagnato nella passeggiata fino a dove era la sua casa: ci ha aperto letteralmente un sentiero con il machete perché il bosco abbandonato lo aveva ricoperto e solo grazie alla sua conoscenza del territorio siamo riusciti a raggiungere le rovine della casa dove tutta la sua famiglia ha perso la vita. Abbiamo provato a far leggere il testo integrale ad alta voce: i partecipanti potevano prendere una posizione nello spazio e decidere come e quando intervenire e quale parte del poema leggere. Ferruccio, dopo averci raccontato la sua testimonianza e dopo aver mangiato con noi sulla paglia e sull’erba, ascoltava Pavese attento, in silenzio.

Non sono state mai assegnate parti ma si è letto a turno, sentendo il momento giusto per intervenire, ascoltando gli altri e vedendo cosa stavano facendo. Il primo concetto che abbiamo cercato di far comprendere è che il testo è uno spartito vivo e si deve rispettare e amare il verso, nel tentativo di far esplodere, anche solo per un istante, le parole riemerse da quella poesia scritta nel 1945 a pochi mesi dai fatti di Monte Sole e che là in quel podere abbandonato, davanti al dolore e alla dignità di quel vecchio signore, stavano lentamente riprendendo significato al di là della pagina scritta.

Come abbiamo usato lo spartito: come in musica. Nel secondo luogo che abbiamo abitato teatralmente, Cerpiano, le parole di Pavese hanno iniziato ad avere peso e valore, le parti del discorso hanno formato dei suoni e il discorso un andamento. Si parte sempre dall’ABC: la punteggiatura e i silenzi. Abbiamo iniziato a segnare il testo con la matita e a formare uno spartito di segni comuni: pause che sono respiri, respiri di due o di quattro tempi; legature su uno stesso fiato. Nello stesso tempo abbiamo iniziato a richiedere maggiore cura e attenzione nell’uso della voce e dello spazio. Da dove nasce il suono? Come produrre un suono e da quale distanza? Nel corso dei tentativi il laboratorio ha maturato una coscienza, o meglio una responsabilità, nei confronti del testo e della sua fondamentale importanza. Abbiamo iniziato a non sprecare più le parole: si devono pesare, re-citare, si fanno rivivere secondo un canone nuovo di relazioni. In questo corpo a corpo con la parola ad alta voce sta la ricerca della bellezza e la scoperta della contemporaneità. L’ascolto e la ripetizione, la ricerca e la dedizione sono stati d’aiuto per trovare l’equilibrio e l’armonia.

Dopo questa prima fase di scoperta, di decodificazione e di condivisione (anche attraverso conflitti e opposizioni) di un metodo di lavoro comune è iniziata la fase del gioco: nel terzo luogo che abbiamo abitato, San Giovanni di sotto, ha avuto inizio una fase più teatrale, in cui si è messo in movimento anche il corpo, attraverso i gesti e la posizione nello spazio. Tutto questo sempre in riferimento costante allo spartito: niente è lasciato al caso o al caos, ma si fanno tentativi sempre attraverso una improvvisazione guidata. Si è meditato sull’importanza del gesto e del corpo perché anche il corpo e il gesto sono la nostra lingua comune e hanno peso come le parole. Si è lavorato sugli spazi, all’aperto, mettendo in connessione la natura (il vento, il sole, il verde degli alberi, la terra rossa e la terra nera, il piccolo lago, le campane in lontananza dei frati dossettiani, i versi degli uccelli, un aereo che passa…), con i luoghi di memoria, con l’azione teatrale. Nell’arco del percorso l’obiettivo è stato quello di lavorare con rigore e massima concentrazione sugli elementi di base del (nostro) teatro e di condurre i partecipanti verso una consapevolezza etica nei confronti di ciò che dicono o fanno.

L’ultima prova del testo è avvenuta a San Martino: in silenzio, sapendo che sarebbe stata l’ultima prova, ciascuno si è messo in ascolto dell’altro, ha cercato di percepire i movimenti dell’altro, ha cercato di trovare uno spazio nelle parole di Cesare Pavese e di ripeterle a contatto con la natura e la memoria, circa mezz’ora di sospensione sulle Parole, di responsabilità e di azione: la sensazione finale che si è percepita è stata molto forte. Ci siamo trovati immersi in un rito, rito culturale, un teatro fatto da cittadini che si sono posti dei problemi, che hanno fatto dei tentativi, un atto nello stesso tempo umano e politico (nell’accezione greca del termine). Un atto in cui un gruppo di persone faticosamente ha cercato di dare senso a parole e cose. Un lavoro che, concretamente, nei fatti, ha tentato di essere ipotesi di risposta, di presa di posizione nel dibattito ARTE/MEMORIA.

Un lavoro che per tutti ha avuto inizio e rimane aperto: si è lasciato a ciascuno la libertà di decidere se ripetere l’esperimento teatrale de La Terra e la Morte nei giorni dell’anniversario di Monte Sole a Ottobre 2011 davanti ad un pubblico di altri cittadini…e così è avvenuto.

A ottobre ci siamo rivisti e abbiamo riletto tutto il poema dopo un mese che non ci vedevamo, non ci sono state prove nel frattempo. Un piccolo gruppo di spettatori ascoltava curioso e stupito. Forse siamo sembrati dei matti ma per noi questo esperimento ha un significato immenso: ha dimostrato quanto sia importante concentrarsi su un testo per un tempo lungo e leggerlo e rileggerlo infinite volte e poi farlo decantare per poter iniziare a dire di averlo letto, se non capito, nelle sue coordinate musicali, ritmiche e compositive, quanto sia importante conoscere lo spazio dove avviene questa lettura a voce alta, quanto sia importante mettere in comune questi tentativi di lettura con gli altri.

Per noi l’incontro con la parola, con la letteratura non può prescindere da questo artigianato. La parola è una materia che sottostà a delle leggi e la letteratura è un codice. Per togliere alla meravigliosa avventura della lettura e della scrittura il pericolo costante dell’irresponsabilità e dell’assuefazione, insomma l’uso e l’abuso col mondo, la nostra bottega di teatranti ostinati, tenta queste strade. Cerchiamo la meraviglia e ogni volta che rileggiamo cerchiamo nuovo significato. È un servizio fatto alla sensibilità nostra ma anche a quella di chi, scrivendo, in un tempo precedente, ha pensato prima nell’interno, nel profondo della sua mente, un pensieroparolanodoimmagine e lo ha posto alla verifica della ragione e infine ha preso il coraggio a quattro mani e ha tracciato, inciso, battuto, a seconda dei supporti del proprio tempo, la traccia e i segni del pensiero. In questo tentativo di ritornare alle sorgenti del significato risiede l’unica ragione per cui continuiamo a fare teatro.

Gianluca Guidotti / Enrica Sangiovanni / Archivio Zeta

Pensieri:

  1. Francesca Sanzo, 31 gennaio 2012:
    Sono stata al seminario META e tuttora ripenso spesso a quell’impasto di complessità e parole che è stato. Non so che semi abbia infilato in me (mi chiedo spesso anche questo, successivamente ho avuto un periodo davvero difficile dal punto di vista relazionale), ma sono certa che ha contribuito a ricordarmi che è anche nei vuoti che lasciano i dubbi, nella irrisolutezza delle cose che si può cercare di essere cittadini attivi. Grazie ai ragazzi di Monte Sole e agli Archivio Zeta: spero di poterci rincontrare. Non ho più letto Cesare Pavese (ma anche le favole per mia figlia) allo stesso modo.
  2. Lorenzo Viapiana, 25 gennaio 2012:
    Il ritorno alla sorgente del significato è matrice universale di ogni lotta per la libertà. Io personalmente credo sia anche l’ultima spiaggia nell’aridità di questa barbarie. La ricerca di nuovo significato sostiene anche la mia esperienza di studente: la parola sottostà a delle leggi ma è legge a sua volta, il rapporto con essa vive anche di momenti impositivi che costringono alla ricerca nell’inspiegabile. E’ questo aspetto che si è perso o non si è mai avuto: la dignità dell’ascolto e del rispetto dell’inspiegabile. Siamo infatti campioni di anarchismo ed obbedienza. Soprattutto di obbedienza.
    • Enrica e Gianluca Enrica e Gianluca, 31 gennaio 2012:
      Crediamo che sia giusto precisare meglio cosa intendi per inspiegabile – anarchismo e obbedienza. Abbiamo delle perplessità sull’utilizzo di queste parole: da razionalisti difficilmente ci troviamo di fronte all’inspiegabile – non attribuiamo un’accezione necessariamente negativa al termine anarchismo – e non capiamo bene quando incontri obbedienza… insomma accendiamo il dibattito con un po’ di sana dialettica!

      E. GL.

      • Lorenzo Viapiana, 1 febbraio 2012:

        Incontro l’inspiegabile in quel margine che sta tra la mia coscenza/conoscenza ed una nuova comprensione: è un territorio dove sperimento il mio razionalismo proprio nella decostruzione e ricostruzione in cerca di una nuova spiegazione affinchè questa possa poi essere rielaborata nella “forma” ( anch’essa da ricercare ) per viverla, proteggerla, tramandarla. Credo che la dignità/qualità del mio lavoro ed il rispetto che esso pretende presso altre persone trovi la sua matrice nella pratica costante del procedimento appena descritto. Si tratta di un’operazione intellettuale che si sostanzia nell’apprendimento e nel rispetto di regole specifiche ma astrattamente alla portata di tutti poiché tutti possiedono i mezzi per accedervi. Io registro un rifiuto costante di queste regole e, di conseguenza, non posso non denunciare l’abbadono progressivo di un impegno sulla parola all’interno del contesto in cui vivo. Il nome che do al frutto di questo fenomeno è quello di anarchismo e obbedienza: un’incapacità alla regola dolosamente autoindotta che incardina i rapporti umani in strutture gerarchiche più o meno evidenti. Vedo infatti numerosi miei coetanei spendere il proprio tempo in uno studio obbediente ed ossequioso proprio nel senso che disconoscono quel margine da decostruire e ricostruire, così portando al grado zero la propria potenzialità. Il rigurgito di tutto questo diviene inossidabile sfiducia nelle regole, disprezzo per chi queste le rispetta, necessità di prevaricazione quasi fosse un’impulso istintivo.

        Neppure io attribuisco un’accezione necessariamente negativa al termine anarchismo. Al contrario, penso di potermi definire radicalmente anarchico sotto certo aspetti. La necessità è allora quella di mettere a fuoco il concetto: io credo che l’idea stessa di anarchia sia il presidio a tutela della propria libertà, tuttavia va identificato un confine tra questa ed un vuoto individualismo che è l’anarchismo a cui faccio riferimento.


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ISTANTE LETTERARIO

Cercavo un linguaggio, ho trovato invece la consapevolezza di quanto questo poteva darmi. L’incontro con la sincerità della letteratura è, del resto, una fuga interrotta in un luogo, la conquista di un territorio, un fermarsi senza ripartire. Qualcosa che si colloca nella prospettiva di una vita, ma che si materializza in quell’operazione di laica conversione che è la “scelta” quotidiana. In particolare, scelta di un linguaggio nel senso più ampio e significativo del termine, cioè scegliere di porsi in una dimensione comunicativa con l’altro: su questo si poggia la possibilità stessa della convivenza civile tra gli uomini e con se stessi. L’incontro con la sincerità della letteratura ferma allora quel processo di evasione dalla lingua e dalla comunicazione per ricondurre ad esse, alla parola. L’instaurazione di un legame con la parola è, infatti,il primo sintomo di un ritorno dell’uomo all’uomo: l’individuo, avventuratosi nella distorsione inevitabile della propria esistenza, trova la sua condizione e la rivaluta nell’istante letterario. Istante atemporale e, in una certa misura, acritico, nel senso che il soggetto, come si è detto, non viene evaso, ma invaso di sé senza opporre resistenza. Questo istante è determinante nell’economia esistenziale di ciascuno di noi: la bilancia che pende dalla parte dello smarrimento è una vertigine che ci apre lo sguardo sull’abisso, ma purtroppo questo lo si comprende solo alla fine. Noi, come collettività, siamo alla fine e possiamo rendercene conto, per questo siamo qui a scrivere.

A questo legame con la parola siamo portati dall’incontro con la sincerità dell’arte. Per quel che mi riguarda, è stato esattamente così: questa esperienza, fisica ed intellettuale, ha fatto si che mi ponessi in una posizione di responsabilità, posizione che ho sempre fatto derivare dalla necessità della “scelta”, intesa, questa, non solo come parametro di coordinamento di varie esperienze, ma come dimensione esistenziale plasmata sulla base di quell’istante letterario per la prima volta vissuto. Ecco, da un lato, la letteratura come contatto con l’inafferrabile: l’enormità del potere rappresentativo che supera gli schemi dell’opportunismo per avvicinare l’individuo ad una comprensione della funzione umana da cui egli stesso deriva; dall’altro, la tangibilità di un messaggio etico profondo ed essenziale: il linguaggio come espressione di rigore, precisione, onestà, sacrificio, intensità, concentrazione, una cultura che nasce dal rispetto e dalla pratica di quell’insieme di valori e che si materializza nel gesto di parola. Diventa allora evidente come l’incontro con la sincerità della letteratura interrompa un processo di “emarginazione” rispetto alla propria vita spingendo a livelli di consapevolezza superiori. Consapevolezza e responsabilità, il cerchio si chiude nel libero arbitrio che permette di rinnegare o accettare questa condizione, ma non certo di ignorarla. È fondamentale arrivare a questo punto: il teatro greco svolge questa funzione di coinvolgere i cittadini nell’istante letterario, portandoli sull’orlo della scelta e abbandonandoli lì, padroni del proprio destino. La possibilità che dobbiamo cogliere è simile: riprendere il nostro viaggio a ritroso, approfondirlo, far sì che esso diventi “conversazione” coinvolgente e, finalmente, fare i conti con i nuovi doveri che avremo dinnanzi.

– Non perché io abbia qualcosa di particolare da rimproverarmi, – disse – Nient’affatto. E nemmeno parlo in senso di sacrestia… Ma non mi sembra di essere in pace con gli uomini.

Avrebbe voluto avere una coscienza fresca, così disse, fresca, e che gli chiedesse di compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti, verso gli uomini, perché a compiere i soliti non c’era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi.

– Credo che l’uomo sia maturo per altro, – disse – non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino… Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere… Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, BUR 1988

Lorenzo Viapiana

 Pensieri:

  1. Enrica e Gianluca, 1 febbraio 2012:
    A proposito di arte e responsabilità non possiamo più prescindere da Jean Clair che ne La responsabilità dell’artista (Ed.Abscondita) dice:

    “L’arte è dunque sempre logos, come al tempo delle sue più alte realizzazioni, fedele alla sua etimologia, quel leg – comune al greco e al latino – il cui senso originale è riunire, cogliere, scegliere, che evoca allo stesso tempo l’idea di legare, di unire, e insieme, inseparabilmente, l’idea di prelevare, di distinguere. Il gusto, in quanto logos, lega, stringe, accorda, come si dice per uno strumento, sapere e sensazione, preleva e soppesa allo stesso tempo in cui sfiora e gusta la sostanza delle cose.”
    e più avanti, sempre Clair, citando Lévinas:
    “Se il faccia a faccia fonda il linguaggio, se il volto apporta il primo senso, instaura il significato in sé nell’individuo, il linguaggio non soltanto serve la ragione, ma è la ragione.”
    GLG

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LUCENTE

Il mio contributo non può che partire con una riflessione sul senso stesso di questo lavoro. Quando abbiamo deciso di proporre questo tema alla vostra e nostra attenzione, ci si è posto innanzi da subito il problema di come renderlo comprensibile e fruibile nella sua importanza e delicatezza. Da questa prima difficoltà è nata la fatica di predisporre un editoriale provvisorio che non fosse né troppo vago né troppo costringente.
Un discorso sulla sincerità della letteratura, come subito ci siamo resi conto, non può mancare di sincerità. Ecco perché tutto quanto è stato trasfuso in quelle poche righe di presentazione ha avuto come minimo comune denominatore la sincerità e la vicinanza dell’io narrante. Ma, già con la ricezione dei primi contributi, è apparsa una difficoltà ulteriore. Sia chiaro sin da subito, non voglio dare al termine difficoltà alcuna accezione negativa, ma intenderlo nel senso di complessità che arricchisce. Riuscire a dare corpo a un ragionamento fondato sull’intima convinzione è, già di per sé, una soddisfazione personalissima. Ma veder nascere da ciò un fraterno e consapevole confronto è ancor più prezioso.
Ricevere e leggere le parole di Annalisa che ci dà testimonianza di un amore viscerale e immediato per la letteratura greca, approfondendo e arricchendo il nostro discorso sul portato sapienziale della parola scritta, ma in un modo tutto nuovo e diretto e struggente, ha rappresentato il dischiudersi di nuove possibilità per il nostro lavoro, e ci ha dotati di nuove consapevolezze.
Per me, in particolare, ha rappresentato una necessaria conferma dell’essenzialità del legame intergenerazionale per la costruzione della conoscenza e dell’esperienza. La testimonianza di Annalisa mi ha permesso di circoscrivere temporalmente il nascere di questa mia convinzione e ha rafforzato la mia determinazione nel comprendere intimamente il mio percorso di studi. L’esperienza del liceo classico, in particolare, rivive oggi nella mia memoria sotto una diversa luce. Sono convinto di aver preso parte, in quei cinque anni, non a un discorso da me fatto sulle materie del mio studio, ma a un discorso fatto con me e su di me dalle persone che hanno voluto insegnarmi. Quello è stato il luogo e il tempo in cui, fra la strafottenza dell’impreparazione e l’inquietudine del farmi uomo, sono stato trafitto dalla sincerità della letteratura.

La mia testimonianza non concerne, dunque, un testo o un incontro personale singolo, ma un tempo e, soprattutto, un luogo ideale: il liceo classico. So che l’eco di una tale testimonianza suona sinistra; so che richiama storie di privilegio e “fighetteria”, nell’uditorio più superficiale; ma proprio io che di superficialità, al liceo, ho tentato fallacemente di essere campione, debbo riconoscere la pesantezza dell’eredità che, volente o nolente, mi è stata lasciata. Questa ricchezza non si sarà poi tradotta nell’erudizione più attenta, ma ha certamente contribuito all’edificazione di una mia personale deontologia: quella che mi ha condotto fino a questa scrivania, a battere queste righe.

Credo di poter descrivere il contributo ricevuto da questa particolare esperienza di studio da quattro differenti punti di vista. In primo luogo, ho ricevuto esempio limpido di onestà intellettuale. La prima grande difficoltà dell’insegnare, credo, sia lo sforzo di riconoscere nell’alunno un interlocutore. Sembra un discorso paradossale, ma il primo passo è proprio quello dell’umanizzazione dello scolaro. Questa capacità di trattare l’alunno come un proprio pari, di riconoscervi l’uomo in divenire, è una virtù riconoscibile all’interno delle universo scolastico italiano e una virtù che va testimoniata. Va testimoniata, perché è esposta con crescente frequenza al fraintendimento di una scuola votata al conformismo metodologico e didattico, che riduce tragicamente le opportunità di crescita personale dell’individuo, puntando tutto sul progresso cognitivo dello scolaro. Questa tendenza, da noi già dibattuta in queste pagine, appare ancor più marcata nel mondo dell’università, dove alla crescita intellettuale si affianca prepotentemente la specializzazione, e il lavoro di cura e mantenimento del proprio portato culturale ed esistenziale diviene una fatica intima e personale. Nel mondo del liceo, tale lavoro può, invece, contare sul supporto che deriva dal rapporto umani alunno-professore. Ecco perché il primo e più importante insegnamento che riconosco di aver appreso nell’incontro col liceo classico è l’onestà del riconoscere nell’alunno un uomo. È questo un primo tangibile esempio di quell’umiltà a base del confronto di cui tanto abbiamo dibattuto.

Da un diverso punto di vista, quello che prende in considerazione il rapporto fra compagni e amici, il liceo è stata la cornice della fraterna condivisione di una tensione all’eccellenza. Anche qui, bisogna mettere in guardia da una lettura troppo semplicistica della mia espressione. Ciò che voglio significare è la presa di consapevolezza circa l’esistenza di un universo culturale altro e inesplorato. Di fronte a ciò, l’apprestarsi alla sua scoperta in compagnia di chi sarà chiamato a condividere con noi le scelte che da tale scoperta deriveranno, rappresenta una innegabile ricchezza. È questo, forse, il primo momento in cui si è portati ad attribuire più importanza a quei dati esistenziali di fondo, come la nostra identità di uomini, che non alle nostre presunte  predisposizioni o asserite differenze. Inoltre, è questa condivisone che sta alla base della consapevolezza dell’umo come essere in continuo divenire identitario, impossibilitato a conseguire, per quanto spesso lo auspichi, una granitica cristallizzazione.

Il passo successivo è un’ulteriore fase nella personale comprensione. In un primo momento, infatti, il quotidiano misurarsi con la complessità viene da noi interpretato come segno dell’altrui superiorità: dell’autore e dell’insegnante, nel solco di quella distorsione della quale la società contemporanea è ricca, dal momento che utilizza premi e fama non per esaltare il compimento di un processo intellettuale e culturale possibile ai più, ma per marcare una distanza che demoralizza e consola gli “altri”, i comuni. Bene, il liceo è stato per me il luogo e il tempo per prendere atto della necessarietà del complesso e del difficile, affinché un discorso letterario, soprattutto se riguardante chi lo compie, possa dirsi autentico e, nel senso in cui lo abbiamo inteso, sincero.

Infine, questo bagaglio d’esperienza e di simboli diviene legame inscindibile fra uomini, ed è matrice per quella futura condivisione del percorso intellettuale ed esistenziale, che mai s’arresta. Non c’è immagine più forte e significativa, per spiegare il senso di un tale percorso e del suo faticoso prosieguo, di quella della lucentezza, che denota una ricchezza limpida pur nella sua immaterialità e fragilità. La sfida è tenere accesa la luce e portarla con sé e agli altri. Questo, credo, sia il senso intimo del liceo e questa è l’origine del suo nome.
Sono, così, tornato al principio: a spiegare l’importanza di questo lavoro, nella sua quotidiana condivisione di difficoltà, e dei contributi che ne sono derivati, anche al di fuori di questo spazio, nella vita di tutti i giorni.

Il momento in cui riconosciamo la sincerità nella letteratura, e la ascoltiamo come discorso su di noi e come parola fondamentale per la nostra crescita è fondamentale. Può non essere uno solo, è diverso per ciascuno, certo, ma non basta. Il momento di vera catarsi è, per me, quello in cui sappiamo, anche all’interno di un contesto di complicità e amore, infondere noi stessi sincerità nella nostra letteratura, per costruire e mantenere la capacità di raccontarci e testimoniare le nostre scelte, nella speranza che altri riconosca la nostra sincerità e s’incammini alla ricerca della sua.

Matteo de Pamphilis

Pensieri:

  1. Enrica e Gianluca, 1 febbraio 2012:
    OPACO

    “D’int’ubagu, dal fondo dell’opaco io scrivo…” così scrive Italo Calvino nel suo testo Dall’opaco, opera nascosta nel volume La Strada di San Giovanni, che considero il suo capolavoro assoluto. Sì “dall’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un inverificabile assioma per i calcoli della memoria…”.
    Sono stato studente disordinato, soprattutto negli ultimi due anni del Liceo. Leggevo sottobanco clandestinamente, anche durante le cattedratiche lezioni. Avevo bisogno di oppormi all’istituzione che vivevo come una prigione. Disordinato perchè ero avvolto da astratti furori e cosa che mi capita ancora oggi, leggevo di tutto, con la sensazione che mi mancasse il tempo e forse anche gli strumenti. Iniziavo una cosa, poi passavo ad altro, leggevo per frammenti e quando trovavo una via che mi interessava, mi ci buttavo a capofitto. Calvino è stata una di queste vie ma anche Tolstoj o la Morante. Rimbaud!
    Odiavo il Ministero e i suoi adepti, i professori, che portavano avanti un programma nazionalista: come si poteva fare Letteratura Italiana? Come si poteva ragionare di Manzoni o D’Annunzio, senza metterci in contatto con Stendhal o Kafka? non lo riuscivo a tollerare.
    In greco facevo fatica a tradurre. Ma pian piano sentivo che mi stavo convertendo a quella sorta di religione che sono Omero, Platone, i tragici. Nonostante il mio essere ribelle, lo studio del greco, con i tre e i quattro ai compiti in classe, stava provocando in me una lenta e inesorabile metamorfosi.
    Forse solo per il greco ne è valsa la pena!
    GLG

***

CATALISI

La prima domanda che si è materializzata leggendo l’editoriale di Orizzonte è caduta sulle mie capacità di poter contribuire. Ero in grado di comunicare il mio incontro con la sincerità della letteratura? E prima ancora, ero in grado di individuare l’incontro?

Se ora sono qui a scrivere non è certo per una risposta affermativa a queste domande. E’ piuttosto per il desiderio di condividere e di capire insieme, di buttare fuori qualche paura per assaporare il gusto di un vissuto comune. Comune non per l’identità di esperienze, non certo per forzati paragoni, ma comune per l’impegno e il sentimento spesi sulle singole parole lette e fatte nostre.
Deformazioni caratteriali mi hanno portato a individuare prima di tutto due coordinate elementari: il dove e il quando.
Il soggetto, il libro, il tipo di arte incontrati rischiavano di trasformarsi in una top ten sintetica di personalissimi ricordi. Decisamente troppo.
Ecco quindi l’esigenza di un discorso che partisse da un luogo. Prima ancora di approdare all’esperienza del liceo narrata nell’articolo ” Lucente”, la prima riflessione ha riguardato il ciclo personale “conoscenza – incontro – impegno”.
Posso dire di aver conosciuto ciò che mi ha emozionato. Tutto il resto è stato solo momentaneamente memorizzato. Da qui il dubbio: nell’avvicinamento a un autore, alla comprensione delle sue parole a volte difficili, del suo mondo a volte lontano, quanto peso ha la capacità di lasciarsi emozionare dalle parole? Mettendo da parte l’abilità scolastica di comprensione e analisi del testo (comunque fondamentale) e quindi mettendo da parte il ruolo di mediatore di un insegnante, il “terreno fertile” non si crea forse (perdonate la mielosità dell’espressione) anche “esercitando il cuore” ? Abituandolo cioè a vivere prima una piccola storia per bambini, poi un romanzo più complesso, poi la spiegazione di una problematica più profonda o di un dramma più acuto?
Condivido le riflessioni sulla cruciale importanza del periodo liceale. Penso però che,allo stesso tempo, esso rappresenti un potenziale buco nell’acqua dato dal casuale coincidere di numerosi fattori, primo il passato che precede il liceo. Lungi da me il ruolo di piccolo chimico alla ricerca della formula magica. Fortunatamente non esiste. Senza cadere nell’opposto eccesso di fatalismo, credo, però, che un catalizzatore esista. A ciascuno il compito di trovare il proprio.
Da qui la successiva domanda: rimanendo sempre sul versante più soggettivamente emotivo di un incontro, quanto incide il periodo di vita sulla “tipologia” di libro che si ha tra le mani? Nella mia esperienza, le grandi rivoluzioni ( e sono state più di una) hanno sempre coinciso con quotidianità ben precise. Ho avuto quasi l’impressione che ci fosse un tempo giusto per certe parole e un tempo semplicemente prematuro per altre. Ogni singola volta è stato però fondamentale il ruolo delle persone che avevo vicino. Che fosse l’amica del cuore durante le scuole elementari, il compagno di banco, il vicino di casa, gli amici dell’università, il professore di filosofia, il maestro d’orchestra, ogni singola volta essere insieme era la chiave. Non si può condividere ogni cosa, senza dubbio. Si può invece aspettare pazientemente che ognuno viva i propri tempi. Certi libri hanno aspettato che io crescessi, certe parole hanno atteso la fine dei cattivi umori, delle stanchezze e dei dolori per essere lette. Le macchie di tè su alcune pagine un po’ ruvide, le linguette in alto a destra, in alto sinistra, le pieghe, le sottolineature storte e tremolanti, sono la testimonianza, nella mia libreria, che la letteratura mi ha spesso aspettata. Ha vissuto con me e io con lei. In modo sincero.
Giulia Giordano
Pensieri:
  1. Matteo de Pamphilis, 31 gennaio 2012:
    La riflessione sul tempo è, certo, cruciale. Ciò che, però, sin dalla presentazione del tema, abbiamo cercato di sottolineare è come ci appaia troppo semplicistico relegare la riflessione sulla propria responsabilità nel limbo dei “propri tempi”. Questa forma di indulgenza è, secondo me, dispettosa. Infatti, da un lato è spesso segno di un disinteresse verso un vera conoscenza di chi ci troviamo accanto ma, d’altro lato (e ancor più gravemente), è il segno della disistima verso sé stessi e verso la propria capacità/responsabilità di farsi carico della scelta. Questo non significa, sia ben chiaro, che l’individuo sincero e responsabile debba perseguire la solitudine, ma che debba porre un forte accento su quello che tu, Giulia, giustamente sottolinei: “il ruolo delle persone che avevo vicino”. La chiave sta proprio nella vicinanza che, da contiguità spaziale, deve farsi complicità intellettuale. Il percorso che conduce a ciò è dialettico, democratico e difficile, e la determinazione di percorrerlo è la prima e più pressante scelta di responsabilità.

***

IL PROCESSO

Tenterò di dare un contributo organico alla riflessione, attingendo a una fonte essenzialmente rappresentativa delle premesse del nostro dibattito.
I punti del tema che vorrei riprendere sono due. In primo luogo, la mercificazione del sapere come strumento di illusoria democratizzazione del vivere contemporaneo. Poi, la necessità di sapersi destreggiare in questa selva nuova, fatta di processi spezzo schizofrenici e ardui da governare.

Ciò che, a mio parere, allontana l’individuo dalla sincerità della letteratura e lo rende incapace di ascoltare il discorso che essa tenta di fargli  non è un processo che può essere semplificato, descrittivamente, in una immaturità atavica dell’individuo in divenire. C’è di più. L’irresponsabilità racchiusa nel rifiuto del confronto, innanzi tutto con sé stessi, ha radici ben più remote. Se la vita leggera, condotta nelle cieca esaltazione del suo essere effimera, potesse accettarsi come norma o, anche, come alternativa assoluta alla vita pesante della responsabilità, questa discussione non avrebbe ragion d’essere. Chi giustifica la propria o l’altrui inadeguatezza rispetto ai canoni dell’impegno civile e della responsabilità alla luce di una sua temporanea e non meglio precisata impreparazione commette un madornale errore, che consiste in questo: considerare il disimpegno come possibile ragione di vita o alternativa piena all’impegno. Questa è una mistificazione della natura umana e, più gravemente ancora, è una menzogna raccontata consapevolmente. La stessa possibilità di argomentare in favore di un disimpegno contraddice in partenza la possibilità che esso si faccia regola. Ciò che è vero, secondo me e al contrario, è che impegno e disimpegno siano intrinsecamente legati da un elemento da noi qui dibattuto. L’elemento della scelta. Il momento in cui anche il disimpegno è caricato del peso di una precedente e consapevole scelta (che è pratica d’impegno e di responsabilità) è il momento in cui ci è possibile descriverlo come necessario momento di distensione. Il che potrà essere solo se anche il disimpegno sarà radicato su quel substrato di condivisione e riflessione su cui si regge il nostro quotidiano impegno. Ecco perché l’impegno fine a sé stesso, così come il disimpegno imperante, rappresenta, in ultima analisi, nulla più che un atteggiamento.
Su questa riflessione si innesta quella sulla banalizzazione e mercificazione della cultura. La quale cultura non può mai essere “d’evasione” senza divenire, al contempo, mero atteggiamento (“il teatro del gesto e dell’urlo”). Non c’è mai evasione. C’è, semmai, masturbazione consolatoria, perpetrazione d’errore e vilipendio di verità. Reati aberranti, ma imperseguibili. Perché proprio la mercificazione diffonde la colpa e normalizza una condizione fittizia, trascinando la comune opinione. E i processi, se non altro quelli alla letteratura, sono processi di popolo. Io non vedo nulla di democratico, nella condivisione paritetica di un’illusione.

C’è, poi, il discorso sul sapere e sapersi governare, in questo desolante palcoscenico. Qui, mi serve richiamare Pasolini e la sua riflessione sul nuovo potere. Abbiamo sottolineato, giustissimamente, la necessità della pratica dello scegliere, in tutti i campi, dalla letteratura alla resistenza, dall’amicizia al disimpegno. Forse, la riflessione di Pasolini ci costringe a fare i conti con la necessità di attualizzare i nostri comportamenti a un potere nuovo. Di fronte a questa necessità mi viene istintivo recuperare il discorso fatto nel tema a proposito del valore della conoscenza o, meglio, della fase di edificazione della consapevolezza circa l’orizzonte ideale che l’attualità ci pone di fronte. Indispensabile è conoscere i fenomeni rispetto ai quali resistere. A questo deve servire il nostro dibattere e il confronto di questo libero spazio. Solo così, mi auguro, apprenderemo come governare bene la nostra resistenza, in uno spazio e in un tempo attuali.

(…) governare e amministrare bene non significa più governare e amministrare bene in relazione al vecchio potere, bensì in relazione al nuovo potere.

Per esempio: i beni superflui in quantità enorme, ecco qualcosa di assolutamente nuovo rispetto a tutta la storia italiana, fatta di puro pane e miseria. Aver governato male significa dunque non aver saputo far sì che i beni superflui fossero un fatto (come oggettivamente dovrebbe essere) positivo: ma che, al contrario, fossero un fatto corruttore, di selvaggia distruzione di valori, di deterioramento antropologico, ecologico, civile.

Altro esempio: la democratizzazione derivante dal consumo estremamente esteso dei beni (compresi, perché no?, i beni superflui), ecco un’altra grande novità. Ebbene, l’aver governato male significa non aver fatto sì che tale democratizzazione fosse reale, viva: ma che, al contrario, fosse un orribile appiattimento o un decentramento puramente enfatico (gestito in genere da illusi progressisti).

Altro esempio ancora: la tolleranza, che il nuovo potere ha elargito, per delle sue buone ragioni, è anch’essa una grande novità. L’aver governato male – ancora una volta consiste nel non aver fatto di tale tolleranza una conquista, ma di averla trasformata nella peggiore intolleranza reale che si sia mai vista (ossia la tolleranza di una maggioranza, resa sconfinata dalla sua nuova «qualità» di «massa», che tollera, in realtà, solo le infrazioni che fanno comodo a lei stessa).

Pier Paolo Pasolini, Il processo, Corriere della sera 24 agosto 1975,
in Lettere luterane, Giulio Einaudi editore, Torino, 1976

p.s. Ho scritto provocatoriamente e, probabilmente, esagerando. Ma mi piacerebbe che l’esagerazione fosse còlta come volontà di ingrandire lo spazio di libertà autentica di autentiche parole.

Matteo de Pamphilis

Pensieri:

  scrive:

  1. Archiviozeta, 7 febbraio 2012:


    questo è un link per chi non ha visto intervento di Saviano

  2. Archiviozeta, 7 febbraio 2012:
    a questo punto, credo sia necessario approfondire: tornando al nocciolo. Quando parliamo di sincerità della letteratura dobbiamo distinguere a questo punto due momenti: la sincerità di chi scrive da un lato, la sincerità di chi legge dall’altro. io credo che la letteratura, più o meno in mano a editor infami al soldo di case editrici/aziende, sia morta. in questa morte d’altro canto si pubblica consumisticamente tutto e di tutto, come non era mai successo prima nella storia forse. poichè ritengo essenziale la formazione critica di un nuovo lettore, la mia domanda è questa: come potrà il nuovo lettore, il nuovo intellettuale, farsi strada e riconoscere, nella selva oscura dei libri da supermercato appena presentati in televisione, selezionare e riconoscere il ritmo, la parola, lo stile, la necessità, la responsabilità, la sincerità della letteratura? Riconoscerà tutte queste cose essenziali solo si sarà preso il tempo e il metodo per costruirsi una capacità critica nei confronti della realtà. e quando dico realtà intendo tutto. sulla letteratura ma anche sul potere, la politica, la società, la vita. questo nuovo tipo di intellettuale quindi incontrerà tanti ostacoli, perchè la società dello spettacolo illude continuamente facendoti credere di godere della massima libertà e democrazia, mentre ti sta proponendo e propinando e sdoganando di tutto con le retoriche e i riti legati alla “cultura”. dovrà costruire, il nostro nuovo intellettuale sincero, una corazza che gli dia il coraggio della critica ad ogni costo. e intendo per critica la capacità di un punto di vista, positivo o negativo non importa, ma un punto di vista.

    dopo aver valutato la sincerità della letteratura dalla parte di chi legge (la realtà):dovremmo porci il problema enorme della sincerità di chi (la) scrive (questa realtà)? e quindi condivido appieno l’appello di Matteo a Pasolini. questo dibattito ci riporta ad una riflessione sul potere (che qui non voglio fare…).
    a conclusione di questo commento vi chiederò solo di riflettere sull’intervento fatto in tv (che tempo che fa – raitre) da Roberto Saviano sulla morte della poetessa Wisława Szymborska. credo che si possa iniziare a parlare/discutere di questo modo di scrivere, divulgare e informare. da qui penso possa partire un dibattito crudo sulla sincerità di chi scrive. io sinceramente, mentre con un occhio guardavo il bel ragazzo che leggeva (male) i versi (non sempre immortali, come ce li voleva far passare il retore) della poetessa (nobel) appena scomparsa, con l’altro occhio riflettevo, riflettevo e mi facevo molte domande sul potere della televisione, della bontà, del successo, delle parole insomma. e sinceramente quel mio secondo occhio non riusciva ad abbandonarsi alla poesia: quel mio secondo occhio sentiva che c’era un inganno.
    GLG

  3. Lorenzo Viapiana, 6 febbraio 2012:
    Io credo che la condizione fittizia alla quale ti riferisci sia già stata normalizzata tanto quanto la comune opinione: il fittizio è realtà.. Te lo dimostra il fatto della nostra resistenza: arriviamo a queste parole proprio perchè l’aberratio non è tale, siamo noi aberranti, diversi nel senso che siamo frutto di una diversione irregolare divenuta deviazione ribelle. Se dischiudiamo il termine disimpegno per ricavarne un concetto di leggerezza nel quale è scolpito il rifiuto rispetto ad ogni tentativo di “ritornare alle sorgenti del significato”, ecco allora che il ribaltamento dei concetti appare chiaro e definitivo: noi siamo gli evasori, coloro che fanno dell’evasione una cultura. L’incontro con la sincerità della letteratura è ciò che interrompe questa evasione prima che diventi masturbazione consolatoria o errore perpetrato. Per questo è necessario mantenere vivo questo incontro, ma è altrettanto necessario essere consapevoli del contenuto sovversivo insito in esso. Come ha scritto Francesca Sanzo, non è più riuscita a leggere Pavese allo stesso modo. Io credo che la fase della consapevolezza passi da questo momento di lucida infrazione razionale di cui Francesca ha portato la testimonianza.

***

APPUNTI SULL’INGANNO

Il commento di Gianluca mi ha costretto a giorni di riflessione. Ho rivisto più volte il video di Saviano ed ho avuto modo di raccogliere l’invito a riflettere. C’è un inganno? Dove sta? Chi ne è responsabile e chi ne è vittima? Continuo a pormi queste domande, in uno stato di incertezza dettato dalla stima che nutro nei confronti dello scrittore e dalla problematicità del suo modo di scrivere, divulgare, informare. Su questa base, non posso far altro che tornare alle parole di Fortini ed alla sua intensità critica per portare avanti la discussione. Di seguito alcune riflessione in forma di appunti. Le citazioni sono tratta da Disobbedienze 1. Gli anni della sconfitta. Scritti sul Manifesto 1985-1994

 Sappiamo sempre meno che cosa possa essere una buona poesia probabilmente perché ci è sempre più difficile sapere cosa ci faccia davvero piacere.

Franco Fortini, La lingua slogata con buone o cattive maniere

La prima considerazione che mi sento di fare è che è vero: non può esistere l‘intellettuale se non esiste il coraggio della critica ad ogni costo. Il punto di partenza è la volontà di sapienza: quando questa viene sostenuta dal coraggio di cui discutiamo allora la sua evoluzione prende una direzione distinta rispetto a quella del sapere esperto. Mentre quest’ultimo permette di risolvere il caso, ilsapere intellettuale permette di mutare la percezione dello stesso, aprendo nuovi orizzonti spesso decisivi. A mio modo di vedere, l’educazione e la disciplina possono essere pensate come essenza stessa dell’esperienza umana se ( e solo se ) concepite come tentativo incessante di coniugare in sé queste due entità, le quali, tuttavia, rimangono due istanze ontologicamente distinte. È importante quest’ultima precisazione che necessariamente porta a ribadire il concetto iniziale con altre parole: può esistere un esperto non intellettuale come un intellettuale non esperto proprio perché il coraggio della critica non è una qualità comune e innata. Queste due figure sono entrambe non-autonome, incapaci di autosufficienza. La metafora dell’esperto puro è la macchina: la sua incapacità all’autonomia è facilmente apprezzabile nella quotidianità, ma interessante è notare come il tentativo di dar vita ad automi autosufficienti si concretizzi nella ricerca di sistemi intellettuali da rendere operativi nelle macchine. La metafora dell’intellettuale puro è invece lo studente universitario ( o quello che credo esso sia ): la sua capacità speculativa rimarrà in una condizione di impotenza fino al momento in cui non avrà acquisito un sapere esperto sufficiente e sufficientemente testato. Ecco, io credo che la distorsione mortale che sta falciando la mia generazione stia proprio nella folle illusione o nella più mediocre convinzione di poter rinunciare, sul piano educativo, a coltivare, instillare, provocare uno spirito critico o addirittura costringere ad un coraggio critico gli individui, per concentrare lo sforzo pedagogico, invece, nel solo sapere esperto ( nel migliore dei casi, si intende ). La conseguenza, in base a quanto detto, è logica: eserciti di “disadattati” nell’accezione neutra del termine ( per carità! ), cioè fiotti di individui incapaci di affrontare i problemi posti dall’ambiente sociale nel quale ci troviamo. A pagare il prezzo di questa situazione siamo tutti. Saviano si confronta con questo esercito e si serve degli strumenti di cui dispone per invertire una tendenza. Lo fa  dando l’esempio della capacità di un punto di vista. Il contenuto di questo punto di vista non è qui interessante, mi sembra però che il suo messaggio, molto complesso, sia proprio questo: serviti della parola per pensare, per capire, per prendere una posizione e difenderla con intelligenza perché solo attraverso questa pratica è possibile uscire da questo schifo.

Trovo una nota <<Dobbiamo tentare questo muro in ogni suo punto fin che non sia trovata quella crepa, quella fessura che domani si allargherà e apparirà alla coscienza dei più come la nuova linea del conflitto>>

Franco Fortini, L’odio tra noi e loro faceva tremare le foglie dei Platani

L’operazione che si cerca di condurre consiste proprio in questo tentare il muro in ogni suo punto. Illusione giovanile? Forse, resta il fatto che, se una chance ci è concessa, questa va cercata ed il ricercare è pur sempre un dispiegare il proprio coraggio critico. Tante parole abbiamo già speso su questo, mi interessa qui spostare l’attenzione su un aspetto diverso, sulla necessità di raggiungere la coscienza dei più. Si tratta di una questione molto delicata: la ricerca di consenso si scontra con la necessità di salvaguardare la libertà individuale, conflitto risolvibile solo marcando in ogni momento il confine tra l’offesa ed il rispetto dell’intelligenza e dell’autonomia di ogni cittadino. Per fare ciò, occorre un attento lavoro sulla parola che si serve della gestualità e della deontologia del lavoro artigianale: misurare, pesare, ripetere, pronunciare, annotare, confrontare e via dicendo. Lavorare sulla parola senza rispettare la punteggiatura, senza sentire nella voce il peso di una virgola e senza misurare lo sforzo per pronunciarla, per farla sentire in tutto il suo significato, è come scolpire la pietra ignorandone le qualità ed è quanto è successo nel programma di Fazio. La mala-lettura di quei versi rivela l’ignoranza del confine di cui sopra: si materializza un’offesa, una rottura della sfera autonoma dello spettatore, si spegne la curiosità o, meglio, l’interesse per lasciar spazio al successo che poi non è altro, in questo caso, che autorità estetica. Io credo che l’inganno stia qui: non è questo un modo per portare luce, per informare, per far capire a tutti i costi e chissenefrega se il mio editore è Berlusconi, diventa piuttosto un percorso di affermazione, di progressiva celebrazione di un simbolo, di adesione a nuove strutture. Perché altrimenti leggere in quel modo? Qualcuno risponda a questa domanda. Il tentativo di raggiungere la coscienza dei più deve tendere allo spostamento della linea del conflitto, a me è sembrato che qui si sia cercato di spegnerlo quel conflitto. Tuttavia, pur denunciando la gravità di quanto è accaduto, non mi spingo fino al mettere in discussione la buona fede di Saviano. Si tratta, forse, della necessità di aprire un discorso sul mezzo, la televisione, per poter provare a capire il senso reale di questo comportamento, ma questo ci porterebbe inevitabilmente ad un discorso sul potere ed io mi associo alla necessità di non affrontare la questione in questa occasione.

Piccolo inciso a margine, già dall’esordio si comprende tutto ( m. 1.40 del video ): come fa Mozart con la sua musica, quando la leggi sul pentagramma ti sembra tutto lineare. Ma quando mai?

La lotta contro chi organizza il consumo di una spropositata parte dei beni della terra a favore di una minoranza cosiddetta <<civilizzata>> può non essere giusta, ma è necessaria. Ancora una volta il conflitto è un <<male>> per un <<bene>> e per un bene non garantito. Così l’uomo mosse armato di bastone contro l’alce o il bufalo sapendo la sofferenza cui si esponeva o che infliggeva, nella speranza di sopravvivere alla fame. Bisogna scegliere.

Franco Fortini, Parola chiave: conflitto!

Bisogna tornare sulla questione del conflitto. Ci tengo a farlo perché ritengo fondamentale capire che esiste un <<noi>> ed esiste un <<loro>>. Non sto istigando a delinquere, voglio però portare l’attenzione sulla necessità di calarsi in questa contrapposizione perché è più che mai necessario rendere evidente quali sono i tratti distintivi di chi pratica il coraggio della critica. Gianluca, nel suo ultimo intervento, ha portato l’attenzione sull’importanza del riconoscere e del riconoscersi, da questo punto di vista io vedo in Saviano un esempio vero. Il suo vivere sotto scorta è per me simbolo riconoscibile del conflitto al quale dobbiamo essere disposti a tutela di un bene che non è garantito. Per noi non si può evidentemente parlare di pericolo di vita in senso concreto, ma lo si può fare in senso che non è meno pregnante. Dobbiamo viverlo questo conflitto, aumentarne, raffinandola, la qualità attraverso il rifiuto di ogni confusione ma allo stesso tempo preferendo le contraddizioni alle commistioni. Mi rivolgo in particolar modo a me stesso ed ai miei coetanei, a noi sento di dover citare Fortini, ancora:

Nessuna di queste istituzioni di mutuo soccorso psichico e fisico, ideologico e corporeo, può evitare, come un qualsiasi Esercito della salvezza, il passaggio dalla minestra all’opuscolo, al libretto rosso o verde, all’invito al film, riunioni o feste; ma che dico, non può e neanche deve, perché il ruolo terapeutico di queste pratiche sociali è proprio di essere indice teso a qualcos’altro, a un dover essere, a un << oltre >> e, se non lo sono, allora valgono quanto il medico della mutua, i congressi dei partiti, il campionato di calcio o il Te Deum a Santiago. Per dire tutto con una formula: la condizione che chiamiamo di libertà – da qualcosa e per qualcosa – non è terapeutica o lo è solo se contiene in sé la possibilità si un superamento di se stessa, ossia una obbligazione e un impegno, quindi una accettata limitazione di se stessa per una fine e un orizzonte ulteriori. Quanto affermo va contro il costume intellettuale ereditato dal progressismo. In una società che non vuole sentirne parlare ( o vuole sentirne parlare solo << a destra >> ossia con ben precise garanzie di ordine sociale ) quanto affermo implica anche considerare terapeutico ciò che indirizza gli investimenti libidinali verso quel che oltrepassa la nostra biografia, dunque una repressione.

Franco Fortini, Le minoranze possono farci uscire dal secolo dell’orrore

 Oggi a Bologna e Modena si riunisce Forza Nuova per ricordare le vittime delle Foibe. Interroghiamoci tutti su questo.

Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sul video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fece nel 1922 e nel 1925. Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù, che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, allora, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. Ripuliamo la sintassi e le meningi. Non scriviamo un articolo al giorno ma impariamo a ripeterci, contro la audience e i contratti pubblicitari. Diamo esempio di cattiveria anche a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con gli striscioni e poi, nel buio delle TV, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi.

Franco Fortini, Cari nemici

Lorenzo Viapiana

Pensieri:

  1. Archiviozeta, 23 marzo 2012:
    ancora più male è far finta di niente. che il fatto palese ma nascosto occultato, che un funerale di stato/chiesa non possa essere un momento di liberazione, di emersione del fatto, ma resti comunque un fatto normale, banale. è questo il prezzo da pagare al conforme successo?
  2. Lorenzo Viapiana, 4 marzo 2012:
    50.000 persone in Piazza Maggiore per celebrare il funerale di Lucio Dalla in diretta Rai, pagine e pagine di giornali martellanti sul niente. Questo non è inganno, è la banalità del male.

***

NUOVI APPUNTI

Prendo spunto dalla rubrica di Michele Serra “L’amaca” su Repubblica del 16 Marzo 2012 ed al relativo commento audio di cui inserisco il link qui di seguito: Michele Serra, Twittermifaschifo ; la questione sulla quale si discute è, in estrema sintesi, il significato culturale di twitter, la sua presunta capacità o meno di creare cultura. La tesi del giornalista scrittore è che “la comunicazione di twitter sia una comunicazione estremamente superficiale”, una forma di comunicazione che risponde ad una necessità di presenza e partecipazione che però non è sufficiente per creare ragionamento, occorre, invece, prendere spazio e tempo per replicare ad un punto di vista altrimenti la comunicazione diviene narcisismo, ridondanza, rumore di fondo che non aggiunge nulla di importante a ciò che si sta imparando.

Mi sembra inevitabile recuperare in proposito la riflessione di Matteo ne il Processo perché si tratta esattamente di edificare la propria consapevolezza circa l’orizzonte ideale che l’attualità ci pone di fronte. Io credo che il punto di vista di Serra sia sostanzialmente condivisibile, nel senso che la funzione dissimulata del social network è quella di abbattere il momento critico della scelta, restringere lo spazio ed il tempo proprio per ridurre ai minimi l’opinione consapevole di chi fa uso di questi strumenti. Questa forma di comunicazione rappresenta uno dei fenomeni, forse il fenomeno contro il quale dobbiamo resistere. Occorre però ragionare su cosa significhi, a questo punto, tale resistenza e qui non posso che dissentire rispettocall’opinione del giornalista: è vero che il mezzo assume una funzione, che non mantiene la sua neutralità in modo costante, tuttavia è sempre la nostra responsabilità a determinare quella funzione, a guidare la sua evoluzione in un senso o nell’altro, a far si che essa diventi o meno ingannoGovernare ed amministrare bene non significa più governare ed amministrare bene in relazione al vecchio potere, bensì al nuovo potere: resistere significa adempiere il dovere di confrontarsi con il nuovo, esplorare la possibilità di portare la propria parola ( resistente ) all’interno della contemporaneità, fuori da logiche tradizionalistiche e conservatrici.

Lorenzo Viapiana

 Pensieri:

  1. Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, 23 marzo 2012:

    Ma da che pulpito! Ripenso all’ultima citazione da Franco Fortini fatta da Lorenzo V. nel suo pezzo sull’inganno. Quell’invito a ripetersi, a rifuggire l’audience. Da che pulpito viene questa predica di Don Serra. Un signore che ogni giorno dell’anno dispone di un suo personale tweet sul quotidiano più letto del Belpaese. Puoi leggere i veloci RAGIONAMENTI di Serra in treno, in aereoporto, a Parigi, a Londra quando le hostess ti portano Repubblica gratis, oppure nelle scuole, nei bar, nelle prigioni, negli ospedali, dal dentista. Concordo con Viapiana quando dà del conservatore a Serra, aggiungerei anche, cosa forse più grave, un certo moralismo antidemocratico. Non sto qui difendendo twitter che si difende benissimo da solo, sto solo cercando di capire perchè un cosiddetto intellettuale da cui dipende l’opinione della cosiddetta sinistra e che informa tramite i suoi articoli, le sue opinioni, le sue trasmissioni televisive, il potere culturale del nostro paese, perchè un cosiffatto intellettuale si inerpica in un dibattitto quanto mai privo di urgenza politica. Forse dobbiamo riconoscere che da uomo del potere culturale che tra i primi in Italia ha usato la satira in senso positivo e quindi nonostante tutto conciliante, Serra non può accettare che la parola sfugga al suo controllo. Questa babele di nuovi media ha alterato per sempre, nel bene e nel male, i modi di far correre l’informazione e le opinioni. La sua chiusura pretestuale su Twitter è solo un piccolo segno di intolleranza nei confronti di qualcosa che, come la parola, sfugge ad un controllo. Il ragionare, l’argomentare cui nostalgicamente si fà il nostro, sono pratiche espulse dalla nostra vita quotidiana, perchè qualcuno come Serra ha voluto, con la sua opera e la sua ideologia, espellerle volontariamente, credendo che il popolo fosse cretino. C’è quindi in tutte le sue manifestazioni satirico-televisive, giornalistico-letterarie un abbassamento del livello, un che di partigiano, un che di nazional-popolare, di vox populi, di chiacchiera da bar, un che di dictat di partito mascherato da Aristofane. Ma Aristofane non osa cercare il consenso e i partiti sono oramai sepolti. Che cosa cerca allora questo famoso editorialista? Cerca di informare una sua idea di plebe. Cerca di fornire una sua precotta opinione sulle cose, di somministrarla al pubblico che lui considera inferiore e ignorante. Io credo che il suo, come quello di altri ben più tragici, sia un populismo molto antipatico e da combattere. Io credo che la sua tweetamaca quotidiana e i suoi copioni televisivi che da anni ci vengono soffritti ironicamente dai giullari di corte, non servano a creare una maggiore responsabilità e un maggiore rispetto per la parola, ma soltanto a consolidare e a fortificare un potere già molto vasto. Condividendo il ragionamento di Lorenzo aggiungerei che il mezzo di cui parliamo ha per me un fascino ulteriore che per certi versi mi ricorda l’haiku, nella costrizione alla brevità e mi affascina la volatilità e anche l’inconsistenza con cui nascono e passano tutti questi cinguettii. Per concludere direi: meglio mille cinguettii liberi e incontrollati di un sermone ideologico mascherato da Aristofane che dura da almeno trent’anni.

  2. Lorenzo Viapiana, 17 marzo 2012:
    Aggiungo a margine il link ad un articolo dello stesso Michele Serra che ritorna sulla questione

    http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/03/17/news/serra_twitter-31698872/?ref=HREC1-2

***

SULLA NECESSITÀ DI PAROLE RESISTENTI

Parole Resistenti è lettura ad alta voce di parole scelte da alcuni cittadini che decidono di riunirsi in un luogo. In questo luogo tutti hanno il diritto/dovere di partecipare con la propria voce e con il proprio ascolto. Ognuno ha il diritto/dovere di avere un pensiero e di manifestarlo. Questo rito si chiude quando più nessuno esprime la necessità di proseguire. Alla chiusura del rito, l’arricchimento è individuale e privo di tornaconti esogeni rispetto alla propria ragione. Quindi  Parole Resistenti non rappresenta nulla, non deve piacere a nessuno, non cerca consenso. Parole Resistenti è ricerca di interlocutori, è un rito democratico, è una scelta, è volontà: la sua necessità sta nella testimonianza di questo percorso, nella sua umiltà, nel ripudio di ogni protagonismo.

Lorenzo Viapiana

Pensieri:
  1. Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, 25 aprile 2012:
    grazie per questo bellissimo 25 aprile
    • Lorenzo Viapiana, 25 aprile 2012scrive:
      Grazie a voi tutti!

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OCCASIONI

Al termine di questa settimana, credo si debba riflettere sul concetto di “occasione”.

La mia convinzione è che non sia ben chiaro il fatto che, al diminuire delle risorse, cresce la necessità di farne un uso responsabile. Prendiamo, ad esempio, la possibilità di disporre di un  luogo come il parco storico di Monte Sole per organizzare le celebrazioni del 25 aprile 2012. Io trovo assolutamente stupido, nonché offensivo, che quella terra venga strumentalizzata a fini politico-demagogico, sfruttata, nel suo portato simbolico, per radunare masse di persone intorno a uomini di potere. Quante idee vengono accantonate, liquidate, per permettere ad un dirigente di un sindacato di riferire il suo stanco pensiero?

Monte Sole è, come detto, un esempio, una metafora dell’irraggiungibilità della politica. Il punto è che, nel deserto assoluto di possibilità, l’uso irresponsabile dei mezzi assume i connotati di una colpa grave. Ed è questo che riguarda tutti noi:  torniamo a riflettere sulla non ripetibilità dell’occasione, cerchiamo di estrarre dagli strumenti di cui disponiamo la massima espressione della nostra ragione e della nostra libertà.

Lorenzo Viapiana

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