In difesa dell’assolutezza

Desidero evolvere, brevemente, la riflessione del mio ultimo intervento, perché ritengo che in quella descrizione della dinamica degenerativa del rapporto fra le generazioni abbia sede il germe della spiegazione dell’immobilismo etico e sociale che affligge l’attuale giovane generazione, nel suo momento formativo.

Il rapporto della giovane generazione con la discendenza (che non si verifica, sia chiaro, unicamente nel momento di avvicendamento generazionale, ma in ogni esperienza di trasmissione di un dato di esperienza) lo leggo come scomponibile in tre espressioni.

La prima è l’ostentazione fiera dell’indebito. È la condizione di coloro i quali ricevono un privilegio sproporzionato, in eccesso, rispetto al proprio impegno. Ciò avviene, nella maggior parte dei casi, per condizioni socio-ambientali e perché si è ammessi a godere di una rendita di posizione; posizione, beninteso, altrui: dell’appartenente alla precedente generazione che elargisce il privilegio e che, sul dovuto, innesta quel quid di gratificazione ulteriore che rende il privilegio – espresso in quei termini – dipendente dal suo buon cuore. Ciò genera, nella coscienza dell’attuale giovane generazione, incapace – come ho cercato di spiegare altrove – di far tesoro della condivisione dell’impegno, prima ancora che della discendenza, una dinamica di ostentazione del di più. Ostentazione che ha l’esclusiva funzione di alzare la soglia di ciò che, nel prossimo futuro, sarà semplicemente dovuto – “normale” – e non più elargito. Una sorta di mitridatizzazione dell’indebito.

La seconda – e opposta – è la rivendicazione dell’indebito. È la condizione di coloro i quali ricevono un privilegio sproporzionato, in difetto, rispetto al proprio – spesso solamente preteso – impegno. Anche in questo caso, ciò può essere frutto di condizioni socio-ambientali, come la naturale conseguenza della scarsità del bene ambito o il subire gli effetti di un pregiudizio negativo o dell’affronto a una rendita di posizione ostile. Sia chiaro che, in questa sede, intendo sempre riferirmi a un privilegio indebito, ovverosia eccedente la soglia morale e materiale del sereno benessere, di cui cercherò – più oltre – di dire qualcosa, e comunque eccedente la misura e il merito del personale impegno. Qui, mi interessa focalizzare il meccanismo che porta alla dinamica di rivendicazione. Il grande fraintendimento che ne sta alla base è l’incapacità, che affligge la giovane generazione, di collocare razionalmente l’ingiustizia subita. Essa è, il più delle volte, solamente pretesa, in quanto denunziata in relazione non tanto all’ingiusta altrui conquista-ostentazione, bensì all’ingiusta propria condizione di mancanza (o, forse, manchevolezza). Ingiusto è che io non possa condividere la conquista-ostentazione di quell’indebito, che andrebbe, per lo meno, redistribuito. Questa pavida denuncia è figlia dell’incapacità (o della non volontà, a seconda della gravità del nostro giudizio) di riconoscere che l’intima ingiustizia sta nel carattere indebito di ciò che si ostenta, da taluni, e si pretende, da talaltri; per cui, se ingiusto è che altri abbia ciò che è indebito, giusta è – per converso – la mia condizione: che non ho. Questo spiega, in parte, la mia allusione alle piazze piene d’Italia, che spesso si ritrovano invase da contrapposte schiere intonanti sinonimi.

La terza – e differente – è l’inconcludente responsabilità. È la condizione propria dell’eroe moderno; di colui il quale riceve secondo i propri talenti e, in ragione di questi, ambisce. È la condizione preferibile e la più maledetta, in quanto è condannata all’anonimia e a una perenne tentazione – e accusa – di corruttela. Nella giovane generazione l’individuo responsabile è il più indipendente e il più fragile, per questo, la società delle dipendenze gli muove grossa guerra. Nel momento in cui egli si scioglie da un’indotta appartenenza-dipendenza, violentemente è tacciato d’appartenere all’altrui campo, in un’applicazione semplicistica della piattezza, che si vorrebbe esuberanza culturale della società. Se egli basta a sé stesso, deve rispondere dell’accusa di indebita conquista; se aspira a migliorarsi, presto è tacciato d’indole reazionaria. Quelle che paiono osservazioni degne del peggior disprezzo, la noncuranza, in realtà sono le spietate armi attraverso le quali la società della dipendenza mantiene sé stessa ferma e uguale, perché impedisce di riconoscere, selezionare ed eleggere il bene che è in sé e che, migliorandola, la cambierebbe. Ciò non si vuole per il più ovvio dei motivi: che la luce del bene definirebbe le ombre del male. Per questo, la responsabilità è inconcludente e votata all’estinzione, perché auto-induce, in chi la pratica, la feroce reazione a qualsiasi dipendenza e, nell’isolamento che ne deriva, germoglia l’indebolimento: frutto di ogni dipendenza.

Dunque, la salvezza della responsabilità, in quanto praticabilità dell’indipendenza, sta nella forza. E la forza è quella di denunziare il carattere dispensabile della dipendenza, riconoscendo il giusto nel dovuto e l’ingiusto nel rinunciabile, ove con rinuncia s’intenda giammai la resa, ma il faticoso esercizio della libertà negativa. Per fare questo, occorre rinfoltire massicciamente il nostro vocabolario morale, tornando a dire e ripetere – con assidua fermezza – i contenuti del nostro posizionarci nella società, esponendoli alla critica e – se necessario – alla crisi. Il dramma dell’avvicendamento generazionale che ho descritto nel precedente intervento, infatti, si radica nella fasulla profezia che la discendenza potesse considerarsi riuscita solo ove avesse saputo garantire un miglioramento delle condizioni delle generazione seguente, rispetto a quella dei padri. Nella foga di riempire questa promessa da marinaio di “contenuti” – o, meglio, di un’orgia di materialità – la generazione precedente ha fallito nell’obbligo intellettuale di garantire e doverosamente imporre la trasmigrazione dell’integrale suo portato morale: la fonte di quel benessere che si trasferiva. Invece, è stato dato il pesce, senza insegnare a pescare. Così, corrotti dalla moneta della crescita esponenziale della ricchezza, si è assistito allo smantellamento di tutte le istituzioni morali che avevano contribuito a fondare la nostra società, facendo del perfido un uomo di potere; dell’inetto l’uomo medio e dell’uomo medio un’eroe senza speranza.

In conclusione, credo che la giovane generazione debba cercare la propria salvezza ritornando a formarsi, ricostruendo archeologicamente e storiograficamente le lacune della propria storia esistenziale – anche e soprattutto nel rapporto con la precedente generazione – e, nella pesantezza e nel dolore che questa ricerca recherà con sé, trovare quella forza per stare ferma, nella propria ridefinita diversità e indipendenza.

A ciascuno di noi è accordato il privilegio di sperimentare, nella vita, tutte le condizioni di cui ho cercato di tratteggiare i caratteri; di tale esperienza va fatto tesoro: anche il più abietto dei decadimenti non va rinnegato, ma sviscerato nella sua intima, personale e storica significanza e così, di volta in volta, rivissuto e ri-compreso. Per cui, certamente, quella della responsabilità non è una condizione di purezza, ma il risultato sempre ricalcolabile di una incerta espressione, in cui ogni incognita, ogni inciampo può assumere un nuovo valore, a beneficio del tutto in fieri, che deve farsi. Perché l’impegno sia non la moneta di un istantaneo e conchiuso scambio, ma una costante tensione.

Il carattere intrinseco fondante della responsabilità non è, dunque, la sua purezza. È la sua irrinunciabilità.

Dal primo giorno ardente
che ho levata la fronte
a cercare me stesso,
in nessun luogo più
ho trovato una pietra
dove posare il capo.

Cesare Pavese, 11 maggio 1928

Aveva vent’anni.

MdP

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: