Parricidio-suicidio

«Laceratevi il cuore e non le vesti» [Gioele, 2, 13].

Quanto di più lacerante vi è nel vivere il lento ma inesorabile passaggio di consegne che sta avvenendo tra la generazione degli odierni adolescenti e giovani adulti e quella dei genitori è la progressiva presa di coscienza del parricidio di cui la giovane generazione si sta rendendo colpevole agli occhi della storia. Ma, a ben vedere, vi sono implicazioni più profonde e terribili.

A una generazione non è dato il potere di salvare la precedente né, in estrema analisi, di accelerarne la dipartita; e ciò mi pare ancor più vero oggi: nel tempo in cui il potere è concentrato nelle mani della generazione che sta passando, ma i privilegi – e solo i privilegi – connessi a quel potere sono in larga parte goduti dalla generazione giovane. In questo tempo assistiamo, vivendola, a una dissociazione sociologia fra gli onerati e gli onorati dall’impegno.

A ben riflettere, non vi è condizione più deteriore di questa: essere esautorati – e lasciarsi esautorare – in cambio del solluchero. Ma la moneta con la quale è remunerato questo patto di non discendenza è la moneta dell’induzione allo svestimento di qualsivoglia responsabilità. Il risultato è che l’individuo che subisce questa corruzione non è mantenuto nel proprio stato larvale di elemento neutro della socialità, bensì è demolito nel proprio intimo e trasformato in elemento socialmente pericoloso, portato a rivendicare, senza poter pretendere, e a reclamare, senza saper ottenere.

Tutto ciò, credo, non possa sostenersi in riferimento ai precedenti passaggi generazionali, laddove il potere trasferito era sensibilmente inferiore, ma il pagamento del prezzo era preteso per – e non contro – la successione in quel potere ed era di tanta e tale entità da imporre – con determinazione sacrosanta – la più intima patrimonializzazione dell’esperienza e dell’impegno trasferiti. L’assunzione di responsabilità conseguente dalla discendenza era, in altri termini, intrinsecamente legata all’esperienza lacerante della condivisione del sacrificio su cui esperienza, potere e responsabilità si fondano. Si insegnava che l’impegno era finalizzato a meritare quanto si era ricevuto e si riceveva.

I genitori di oggi hanno trovato estremamente arduo tramandare questo insegnamento. E, mentre faticosamente e troppo timidamente tentavano di farlo, i figli hanno appreso che l’unica finalità dell’impegno – ove inevitabile – sia poter pretendere il privilegio ancora non goduto, sicché ogni privazione si fa torto e ingiustizia, da addebitare a un genitore “garante” del privilegio.

Oggi, la lacerazione è nient’altro che scenografica: è la lacerazione delle vesti. Che pubblicizza una falsa partecipazione al rito di passaggio, per nascondere ciò che in realtà essa è: il risultato letale di uno stillicidio; della continua e progressiva suzione di privilegi indebiti, perché goduti alle e sulle spalle di chi ha create le condizioni per il verificarsi della condizione di privilegio.

Su questo letto di privilegi “cade”, al momento della successione fisica e giuridica, il potere da altri lasciato. Ma tale potere, tale impegno, non può essere gestito rettamente, per l’assenza, nell’erede, di qualsivoglia strumento che possa consentirgli di comprenderlo e, come si è detto, patrimonializzarlo. E questo perché, nel tempo in cui la lacerante condivisione dello sforzo e della sofferenza con il genitore avrebbe dovuto insegnare al futuro erede a farsi carico della responsabilità di discendere, quest’ultimo viveva la dissociazione tra la propria condizione irresponsabile e quella tragica di chi, sopportati i sacrifici per rendere possibile una condizione di proprio meritato benessere, si vedeva costretto – e si costringeva – a sacrifici ulteriori e maggiori perché detta condizione potesse mantenersi, immeritatamente, in capo ad altri: al proprio discendente. Il genitore ne traeva la stabilità del proprio potere, guadagnandosi la perpetua dipendenza di un’imbelle; l’imbelle, la gratificante, pubblica e socialmente condivisa giustificazione della propria povertà spirituale e della propria ricchezza – e ostentazione – materiale.

Il presente ci mostra la prima conseguenza degenerativa di questo essere delle cose: la generazione dei padri sta morendo, intellettualmente prima che fisicamente, spegnendosi in un vortice di autodistruzione autoreferenziale; la generazione dei figli si bea di un’insperata dilatazione di tempi, spazi e risorse vitali, che vede come propria definitiva autorealizzazione, mentre non sa scorgervi gli indizi di un premeditato suicidio morale e fisico.

Se avessimo saputo, a tempo debito, essere partecipi della lacerazione del cuore di chi era ed ancora è presente in noi e con noi, forse non ci troveremmo riuniti in piazza a rivendicare l’immeritato e a denunziare ingiustizie e sacrifici mai realmente sofferti, fra mute grida e brandelli di vesti.

Il dramma di questo Paese non sta nell’aver poche piazze piene; ma troppe case vuote.

MdP

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